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La pirateria e la morte della letteratura

Mi è capitato spesso, soprattutto negli ultimi tempi,di leggere discorsi che collegano l’insuccesso o il fallimento di autori, collane editoriali, editori e quant’altro alla pirateria. In alcuni casi si trattava di affermazioni fatte o riportate da persone che conosco e di cui, in circostanze normali, ammiro l’intelligenza. L’idea che “la pirateria uccide gli artisti” non è una novità: sono anni che le industrie editoriale, cinematografica, musicale e chi più ne ha più ne metta hanno fatto di questa idea degenere il loro cavallo di battaglia.

Ovviamente, dato che siamo su Neyven, avrete già capito cosa ne penso di tutto ciò.

Gordonata pazzeca

L’idea che una copia piratata sia una copia invenduta nasce dall’arroganza di persone che vogliono giustificare le proprie mancanze. È facile alzare i pugni al cielo e imputare la mancanza di vendite a tutti quei pirati cattivi che scaricano da Internet invece di comprare: molto più facile che esaminare il proprio operato e rendersi conto di aver sbagliato. “Se non ci fosse la pirateria, potrei vivere del mio lavoro!” esclama lo scrittore fallito. Guarda caso, non ho mai sentito un autore o un editore affermare: “Ho sbagliato questo e quest’altro. La colpa del mio insuccesso è solo mia.” Chissà come mai. ^_^

La verità è un’altra: chi preferisce piratare a comprare non è una persona che, in altre circostanze, acquisterebbe il prodotto che ha scaricato illegalmente. Per questo la cosiddetta “lotta alla pirateria” è perfettamente inutile: sono soldi buttati, spesi inutilmente in “protezioni” che infastidiscono gli acquirenti legittimi e non fanno nulla per ostacolare i pirati (anzi,aumentano le possibilità che le persone appartenenti alla prima categoria, esasperate dalle limitazioni, passino alla seconda).

Se non posso permettermi una cosa, impedirmi di piratarla (cosa che, peraltro, è impossibile) non mi farà acquisire magicamente il denaro per acquistarla. Se non ho intenzione di spendere soldi per qualcosa che secondo me non li vale, rendermi impossibile venirne in possesso se non pagando non mi farà venire improvvisamente voglia di acquistare qualcosa che, secondo me, non vale il suo prezzo. Non bisogna essere dei geni per capirlo: basta avere una minima comprensione di come funziona la mente umana.

A meno di non voler fare come quei filosofi che, invece di guardare dal cannocchiale di Galileo, preferirono imbastire un dibattito puramente teorico riguardo le stelle ^_^

A meno di non voler fare come quei filosofi che, invece di guardare dal cannocchiale di Galileo, preferirono imbastire un dibattito puramente teorico riguardo le stelle ^_^

Il vostro autore preferito non ha smesso di scrivere perché i pirati cattivi gli hanno impedito di trarre un guadagno dal suo lavoro: ha smesso di scrivere perché non vendeva abbastanza. La colpa della sua incapacità di scrivere decentemente, di promuovere le proprie opere e/o di commercializzarle non è dei pirati: è sua e soltanto sua. Se non ci sono abbastanza persone disposte a pagare per leggere i suoi romanzi, è naturale che egli debba trovare altre fonti di reddito. Il mercato premia chi lo conosce e sa adattarvisi, non “la passione” o chissà che cosa.

Per scrivere bene bisogna studiare le tecniche di scrittura. Per promuovere un libro in modo efficace bisogna studiare il marketing. Per scrivere un libro che venda bisogna studiare il mercato e conoscere i temi e i generi che vanno per la maggiore o che, quantomeno, possono attrarre una fetta di pubblico sufficiente alla sopravvivenza. Lamentarsi del fatto che “la tecnica uccide la passione”, che “il marketing è una truffa” o che “bisogna scrivere quello che si ha nel cuore, non quello che vuole il mercato” è come lamentarsi del fatto che, cadendo dal quarto piano, è molto probabile rompersi le ossa: né il cemento né forza di gravità, ossia le componenti più importanti della situazione, vi daranno retta. Ma suppongo che le lamentele possano aiutare a sentirsi moralmente superiori a non si sa chi. ^_^

Scrivere è un mestiere e quello dei libri è un mercato. Esattamente come un musicista o un artista, uno scrittore deve prenderne atto se vuole sopravvivere. Tenendo presente che diventare professionisti non è un obbligo: ci si può divertire anche rimanendo dilettanti e facendo altro per vivere. Ma questo non significa che professionisti non debbano prendere atto della situazione in cui si trovano e seguire determinate regole di sopravvivenza. Chi non ce la fa subisce le conseguenze naturali del suo fallimento.

Chiudiamo in bellezza con Lisa Ann

Chiudiamo in bellezza con Lisa Ann ^^

 
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Pubblicato da su 05/09/2015 in Letteratura, Uncategorized

 

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Nella vecchia cecchineria, ia ia oh…

Questa volta niente comunicazioni di servizio, bestemmie contro la Sony o promesse di articoli; solo un onesto articolo di storia militare. O no? ^_^

Grossomodo all’epoca della battaglia di Stalingrado, i comandi militari si resero conto che il ruolo della fanteria andava ripensato in maniera drastica: la precisione sulla lunga distanza, per circa un secolo l’obiettivo perseguito da tutte le forze armate, era divenuta secondaria rispetto al volume di fuoco e al tiro accurato a media gittata. In un’epoca di combattimenti urbani, dove il nemico può sbucare da una finestra o un angolo a venti metri di distanza ed è difficile avere una lunga linea di tiro sgombra (mettendo in conto anche qualche palazzo crollato), abbattere un colonnello nemico da 800 metri di distanza è una necessità così rara che bastano un pugno di uomini superbamente addestrati per farvi fronte; molto meglio avere il grosso delle truppe armato di fucili automatici, che possono fare fuoco di soppressione (raffiche non mirate che hanno il solo scopo di inchiodare i nemici sul posto) e passare al semiautomatico quando c’è da ingaggiare sulla distanza medio-lunga. I primi a fare esperimenti in tal senso furono i tedeschi, con l’oggi poco noto Sturmgewehr 44: il primo fucile d’assalto della Storia.

Lo Sturmgewehr visto da entrambi i lati. Come dite? Somiglia a un Kalashnikov? E secondo voi i russi da dove hanno preso l'idea? ^_^

Lo Sturmgewehr impiegava il calibro 7,92x33mm, che altro non era se non una versione più corta del 7,92x57mm utilizzato dalla Karabiner 98k, all’epoca il fucile standard della fanteria tedesca. La cartuccia “ristretta” conteneva meno polvere da sparo e, sebbene questo riducesse gittata e potenza (appena 685 metri al secondo alla bocca, contro i 760 ottenuti dalla Karabiner), rendeva l’arma più controllabile durante il fuoco automatico. Il principio dietro allo Sturmgewehr era talmente geniale e innovativo che gli sviluppatori furono costretti a tenere nascosto fino all’ultimo il progetto a Hitler, il quale considerava i fucili obsoleti e aveva ordinato che dalle fabbriche d’armi tedesche dovessero uscire soltanto mitra. Infatti la designazione ufficiale dello Sturmgewehr è Maschinenpistole 44, ossia “mitra modello 44”, perché sotto tale nome fu prodotta al fine di ingannare il Fuhrer. Purtroppo per i tedeschi (e meglio per tutti gli altri, direi), arrivò troppo tardi per modificare le sorti della guerra.

Lo Sturmgewehr, così come i fucili d’assalto che lo hanno seguito (il Kalashnikov russo, l’M16 americano, ecc) è un’arma generalista: tutti i soldati possono usarla e ottenere risultati discreti. All’opposto, i cecchini utilizzano armi da specialisti che richiedono un lunghissimo addestramento, un’ottima base da cui partire e l’uso di tattiche speciali per essere impiegati al meglio (talmente speciali che, come spiega il maggiore in pensione John R. Plaster nel suo manuale Ultimate Sniper, a questi soldati andrebbe solo indicato il settore da coprire, dopodiché andrebbero lasciati liberi di gestirsi da soli, perché nella maggior parte dei casi, gli ufficiali che non provengono dalle loro fila non sanno come impiegarli al meglio). Dietro alla scelta di armare la maggior parte dei soldati con armi “generaliste” e lasciare ai cecchini il lavoro “di fino” non c’è alcun principio etico: è una questione di praticità. Nessuno si sognerebbe mai di prendere un fante qualunque, dargli in mano un M40 (il fucile da cecchino standard delle forze USA) e sperare che colpisca la testa di una sagoma lontana un chilometro. Si potrebbe fare, a questo punto, un’analogia: lo scrittore è come un cecchino, perché il suo mestiere è molto più complicato di quanto sembra, ma i risultati ottenibili con un buon lavoro sono tali da stupire. Il resto dell’umanità è composto da soldati comuni: sanno cavarsela, a livello basilare, in quello che fanno gli specialisti, ma non è il loro mestiere e non dovrebbero improvvisarsi tali. In guerra, un errore del genere si paga con la morte e la sconfitta; purtroppo, nel caso della scrittura, la selezione naturale tende a essere meno rigida. ^_^

Cecchini russi durante la Battaglia di Stalingrado (foto dell'ottobre 1942)

Facciamo un paragone fra l’arma di un soldato-tipo e quella di un cecchino. Siccome so poco o niente di quella colossale macchina mangiasoldi che è l’esercito italiano (decine di migliaia di ufficiali, sottufficiali e soldati che ricevono lauti stipendi e in cambio si grattano la pancia in caserma, in attesa della prossima guerra con l’Austria o chissà che cosa), prenderò a esempio alcune armi famose: diciamo, dunque, che il soldato “generico” è armato con un fucile d’assalto come l’M16 americano o l’AK russo, mentre il cecchino utilizza un fucile di precisione, di tipo “bolt-action” (dopo ogni colpo, per espellere il bossolo e incamerare una nuova cartuccia, occorre azionare manualmente l’otturatore) o semiautomatico (l’arma spara un colpo ogni volta che viene premuto il grilletto), come il Barrett americano o l’SKS russo. Lo scopo di entrambe le tipologie armi è identico: sono strumenti per piazzare un pezzo di piombo appuntito nel corpo di un essere umano. Allo stesso modo, la parola scritta serve per comunicare, indipendentemente dal fatto che a usarla sia uno scrittore o una persona qualunque. L’uso corretto di entrambi gli strumenti, però, è radicalmente diverso.

Il fucile d’assalto è un’arma pensata per crivellare di colpi nemici a distanza ravvicinata, oppure costringerli a nascondersi dietro una copertura (di fatto immobilizzandoli); il fuoco automatico non si usa mai quando si ha davvero intenzione di colpire qualcuno a distanza medio-lunga, perché i proiettili vanno ovunque tranne che sul bersaglio (in Iraq, il rapporto fra numero di colpi sparati e nemici abbattuti si aggira attorno a 250.000 a 1, vedete voi). In modalità semiautomatica, può colpire bersagli distanti qualche centinaio di metri… forse. La dispersione dei colpi di un M16, che è ancora preciso, si aggira intorno ai 2 MoA (Moment of Angle)… il che significa che, se il bersaglio dista 100 yarde (91,44 metri), i colpi sparati cadranno all’interno di un cerchio del diametro di 2 pollici (5,08 cm). Per ogni 100 yarde di distanza addizionali, quest’area si ingrandisce di un ulteriore incremento, per cui a 500 metri il proiettile può cadere ovunque entro 27-28 centimetri dal punto di mira. Non è una gran cosa… non fosse che la dispersione dei colpi è dovuta a fattori puramente meccanici e non tiene in considerazione altri fattori, incluso l’errore umano. O il fatto che, a 500 metri, il soldato manco vede il bersaglio, a meno che non stia usando un’ottica. ^_^

E se il nostro soldato fosse un talebano armato di AK-47? Peggio per lui: con una dispersione dei colpi intorno ai 5 MoA, sparando a 500 metri, i suoi proettili possono finire ovunque entro 70 centimetri dal punto di mira! Meglio risparmiare munizioni e non sparare affatto. “^_^

Uno studio condotto durante la Guerra di Corea rivelò che la maggior parte dei soldati americani (la cui arma principale all’epoca era l’M1 Garand, vecchia gloria della Seconda guerra mondiale) tratteneva il fuoco fino a quando il nemico non si avvicinava sotto i 200 metri, per essere sicura di colpirlo; la distanza media a cui i soldati aprivano il fuoco era di 120 metri. Proprio in quell’occasione nacque l’idea di equipaggiare la fanteria con un’arma capace di fare fuoco automatico e, quando serviva essere precisi, sparare a colpo singolo con buona precisione a distanze inferiori ai 200 metri. Non fu una scelta facile, perché andava contro uno degli ideali militari degli Stati Uniti, che risaliva addirittura ai tempi della Rivoluzione: quello del tiratore scelto che, da grandi distanze, uccide ciascun nemico con un singolo colpo ben piazzato. Un’ideale grossomodo equivalente a quelli dell’università aperta a tutti e dei diplomati di liceo classico/laureati in lettere che sono automaticamente dei bravi scrittori. Ma per piacere. “^_^

L'M1 Garand: un arnese robusto, preciso, efficace e completamente inutile sui campi di battaglia moderni ^_^

Il soldato comune corrisponde, nel nostro esempio, alla persona qualsiasi col suo bagaglio di conoscenze riguardanti la scrittura: ne sa quanto basta per cavarsela nelle vita di tutti i giorni, ma non è assolutamente uno specialista (né ci si aspetta che lo sia). Per un impiegato, un operaio o un commesso è sufficiente parlare e scrivere un italiano corretto e riuscire a farsi capire da colleghi, clienti e superiori. Naturalmente, questo significa che un individuo del genere non dovrebbe improvvisarsi scrittore, perché i risultati sarebbero gli stessi ottenuti da un soldato armato di Kalashnikov che cerca di abbattere un uomo lontano un chilometro: un bel po’ di rumore e i cecchini nemici che se la ridono (nonché, se costui non si leva di torno alla svelta, l’occasione per questi ultimi di fare un po’ di pratica). Non tutti possono essere abili tiratori, come non tutti possono essere scrittori; non c’è alcuna vergogna in questo.

Lo stesso vale per la danza classica

A prima vista, il lavoro del cecchino è simile, se non identico, a quello del soldato comune (“attrezzatura” a parte): entrambi puntano un’arma verso qualcuno, premono il grilletto e quello cade a terra, giusto? Quando è il cecchino a sparare, ci si aspetta che la gente cada un po’ più spesso, ma in fondo è la stessa cosa. Peccato che non sia così. Ci sono moltissimi fattori che il cecchino deve tenere in considerazione quando spara, inclusi:

  • posizione del corpo
  • presa sul fucile
  • appoggio del fucile (su bipede, treppiede, sacchi di sabbia, ecc)
  • respirazione (essa provoca dei movimenti che possono spostare il fucile, per questo i cecchini trattengono il fiato un attimo prima di sparare)
  • allineamento di occhio e mirino
  • intensità e direzione del vento
  • condizioni atmosferiche
  • distanza del bersaglio

Oltre a questi, bisogna considerare anche i movimenti del bersaglio e sparare dove si troverà e non dove si trova: a distanza molto lunghe (1.000+ metri), infatti, il proiettile può impiegare diversi secondi per arrivare a destinazione. Se il colonnello nemico sta camminando, occorre stimare la sua velocità e indovinare il punto in cui si troverà quando il proiettile avrà percorso tutta la distanza… il che, a sua volta, richiede una stima precisa della velocità e della traiettoria del proettile (che dipendono da fattori come la temperatura dell’aria, la rotazione della Terra sul proprio asse – !! -, il vento e diversi altri) e anche una buona dose di culo, perché non è detto che, nei due-tre secondi impiegati dal proiettile per arrivare a destinazione, il bersaglio non si fermi all’improvviso o non si chini per allacciarsi una scarpa.

Per uno scrittore è la stessa cosa: ogni frase, ogni parola, ogni elemento della punteggiatura devono essere attentamente calibrati. È un lavoro sfiancante, che produce pochi risultati, spesso insoddisfacenti a causa di dettagli microscopici. Perché il vero scrittore non mira ai bersagli da poco; mira a quelli importanti, preziosissimi, che fanno la differenza. Uno scrittore è tale se scrive tanto bene quanto un buon idraulico ripara un rubinetto, un buon ortopedico sistema una schiena malconcia, un buon promotore finanziario investe i beni di un cliente. Scrivere non è una cosa che sanno fare tutti. Non è “solo talento”. È il frutto di studio è fatica, come molte altre cose. Non è un’attività che tutti possono intraprendere. Quindi, se vi viene in mente di scrivere, prima studiate e preparatevi, oppure fate al mondo la cortesia di desistere. ^_^

Sigla: “White Death” dei Sabaton, che è in tema e scritta pure bene. ^_^

Bonus: Il 4 maggio uscirà Sniper Elite v2, uno sparatutto in terza persona che si concentra sul tiro di precisione. Dopo aver provato la demo, ho subito effettuato il preacquisto. È un gioco consigliatissimo a chi ama il realismo balistico nei giochi. ^_^

 
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Pubblicato da su 29/04/2012 in Letteratura, Oplologia

 

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Le dieci figuracce che si possono evitare documentandosi bene

1) “È impossibile, non si può accoltellare qualcuno attraverso una maglia di ferro!”

2) “Nessuna donna indosserebbe mai una cosa del genere!”

3) “Fatemi capire, lo hanno ferito venti volte al torace senza fargli fuori una singola arteria o organo vitale?”

4) “.. e nessuno si prende niente, nemmeno un’infezione!”

5) “Tutte queste delicate apparecchiature funzionano cento anni dopo l’Apocalisse?”

6) “Le patate sono arrivate in Europa dopo la scoperta dell’America, bestia!”

7) “Quanti colpi ha sparato con quella Colt 1911?!”

8) “Possibile che tutti mangino sempre e solo carne e nessuno soffra di alcun disturbo?”

9) “Un momento, se sanno come fabbricare armature a piastre perché diavolo continuano a usare la maglia di ferro?”

10) “Vediamo: questa tipa non ha problemi logistici con il ciclo nonostante viva nel Medioevo, non soffre di sindrome pre- o postmestruale, non rimane mai incinta, non teme di rimanere sfregiata e gira senza problemi con un’armatura addosso… non sarà mica un uomo?”

 
 

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