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Racconto di Natale in ritardo: Il mio Padreterno

Siccome il vostro baka è un po’ scemo, si è dimenticato di informare il mondo che ha scritto un racconto di Natale per il progetto Xmas Blog. Intanto ve lo copio qui sotto; se volete la versione elettronica, potete scaricare la raccolta seguendo il link.

 

Non fu il movimento in sé ad attirare la mia attenzione, quanto la sua ampiezza e la sua rapidità. Un attimo prima, la testa dell’uomo aveva fatto capolino da sopra l’orlo della trincea – non solo il grigio dell’elmetto, ma anche il rosa pallido del viso; l’attimo dopo, il soldato si era aggrappato al parapetto ed era saltato fuori. Rimase fermo in piedi come se fosse stata la cosa più naturale del mondo, guardandosi attorno come se, per un qualche miracolo, qualcosa avesse interrotto la monotonia della distesa innevata che era la terra di nessuno.

Se si fosse sporto lentamente, un millimetro dopo l’altro, come si usava fare da quelle parti, probabilmente gli avrei aperto un terzo occhio in mezzo alla fronte; ma ero troppo sorpreso per farlo. Non si faceva così. Non era normale. Per cui lo inquadrai nell’ottica del mio fucile e cercai di capire cosa avesse di sbagliato quell’uomo.

Il volto di cui la croce del mirino inquadrava il centro perfetto aveva gli occhi azzurri, o forse verde acqua. Era lungo e ovale, con il mento leggermente aguzzo e il naso sottile. L’ombra della sua barba era chiara, ma distinguibile; non doveva essersi rasato per diversi giorni. E sorrideva, come se ci fosse stato davvero qualcosa di nuovo in quel luogo vuoto e gelido – qualcosa da cui la luce che intravedevo nel suo sguardo era stata in qualche modo ravvivata. Non avrei mai creduto di poter fare una cosa del genere, ma allontanai l’occhio dalla lente e smisi di prendere di mira il mio bersaglio per spaziare con lo sguardo sul manto ghiacciato che si estendeva di fronte a me, interrotto, a un centinaio di metri di distanza – novantasette, mi tornò in mente – dalla linea grigiastra che segnalava l’inizio della trincea nemica. A giudicare dalla posizione in cui dovevo tenere il fucile per avere inquadrato il volto di un uomo in piedi, la neve doveva essere alta un buon mezzo metro, forse qualcosa di più. Sotto, c’erano il suolo butterato dai colpi dell’artiglieria, la nostra e la loro; schegge di granata; bossoli di cartucce da fucile; palle che avevano mancato il bersaglio; corpi che nessuno era andato a recuperare. Sopra di esso, il freddo cristallizzato. Passai lo sguardo fin dove potevo vedere, da un estremo all’altro del mio campo visivo, ma la mia attenzione non fu attratta da alcun dettaglio che suggerisse un cambiamento rispetto a poche ore prima. O al giorno prima. O a una settimana prima.

Tornai a guardare attraverso l’ottica, riportando per istinto la croce sulla fronte del soldato che – lo stupore mi colse e mi strinse nella sua morsa ancora per un istante – non aveva fatto altro che rimanere dov’era, fermo, a sorridere. Doveva essere impazzito; ma se così era, perché lo avevano lasciato in prima linea e, addirittura, nessuno gli aveva impedito di uscire dal riparo della trincea? Poteva trattarsi di una nuova strategia del nemico: lasciare che i pazzi si facessero ammazzare, in modo che noi sprecassimo munizioni e loro risparmiassero cibo e medicine. Avrei dovuto fare rapporto. O forse no; l’uomo portava l’elmetto dritto, il cappotto bene allacciato e, da quello che riuscivo a intravedere, aveva tenuto in ordine la sua uniforme. Un pazzo avrebbe pensato a tutto fuorché a lucidarsi gli stivali.

Dunque lui non lo era. E allora perché se ne stava lì, come a chiedere che gli regalassimo un po’ di piombo?

In quel momento, mi venne in mente che giorno era. E anche il motivo per cui quell’uomo doveva sentirsi tanto sicuro: si era concordato di non sparare dalla Vigilia fino all’ultima ora di Natale. Ecco perché se ne stava fermo in piedi come se il Signore in persona lo stesse proteggendo con la Sua mano. Sapeva di essere al sicuro.

O almeno lo credeva. Avrei potuto premere il grilletto – chiunque avrebbe potuto farlo, e sapevo che almeno una dozzina di altri cecchini doveva averlo nel mirino – e lui sarebbe morto, tregua o non tregua. Poi qualcuno avrebbe dovuto spiegarlo al suo tenente, se mai questi ne fosse venuto a conoscenza, ma nel frattempo quell’altro avrebbe avuto i suoi problemi. O non ne avrebbe più avuti, a seconda dei punti di vista. In quel momento, nei suoi confronti, io ero come il Padreterno. Mi sarebbe bastato muovere un dito. Stava affidando la sua vita nelle mani della mia buona volontà e del mio rispetto nei confronti di un ordine dato da chi aveva mandato centinaia di miei compagni al massacro.

E poi, quel ragionamento non spiegava il sorriso. Era quello che non capivo. Non avevo idea del perché mi stesse…

Mi stava guardando. I suoi occhi erano puntati proprio verso il mio mirino, dentro il mio mirino, come se fosse stato lui a tenermi sotto tiro e non viceversa. Sapeva che c’ero. Sapeva dov’ero. E forse, prima di uscire dalla trincea, anche lui aveva tenuto in mano un fucile. Un fucile da tiratore scelto, proprio come il mio, fatto per colpire con precisione dalla distanza. Fatto per uccidere bersagli importanti. Come un cecchino nemico.

Eppure, se così era stato, lui aveva abbandonato il fucile ed era uscito. Lui, il mio Padreterno.

All’improvviso, mi parve di star facendo la cosa sbagliata. Il fucile era goffo e pesante nelle mie mani, così lo misi da parte, appoggiandolo con delicatezza al parapetto. La trincea era stretta e soffocante, così mi tirai fuori da essa, rimanendo in piedi ed esposto. Era una sensazione strana, sentirsi circondati dall’aria fredda.

L’altro mi vide e mi sorrise. Sorrise a me, questa volta, il maledetto. Poi si incamminò nella mia direzione. Io feci lo stesso, perché stare fermo mi sembrava sbagliato, fino a che non ci incontrammo in mezzo al bianco e io mi resi conto, una volta che solo pochi centimetri mi separarono da lui, di non sapere come si diceva “perché?” nella sua lingua. Allora, con due dita sfiorai le mie labbra, inarcando le sopracciglia al suo indirizzo. Lui mi guardò aggrottando la fronte per un attimo, poi si illuminò in volto e infilò una mano nella tasca interna del cappotto. Ne estrasse un telegramma giallo, che mi porse. Ovviamente non ci capivo nulla. Con l’indice, indicò la seconda parola, poi se stesso. «Il tuo nome?» chiesi, pur sapendo che non poteva capirmi. Ma, a giudicare dalla sua espressione, aveva capito lo stesso. Indicò l’ultima parola con una certa enfasi, che mi spinse a cercare di decifrarla. «Maria?»

Lui annuì e il suo sorriso si allargò ancora di più quando indicò una terza parola, anche quella un nome. Aggrottai la fronte nel tentativo di associare lui, una donna di nome Maria e una terza persona… e poi capii.

Senza dire altro, tirai fuori dalla tasca interna del mio cappotto una fiaschetta di quello buono e gliela porsi. Lui annuì e la prese, bevendo un sorso, per poi restituirmela. Imitai il suo gesto e andammo avanti così, senza scambiare una sola parola, fino a quando lui non scosse la fiaschetta per mostrarmi che era vuota e, dopo che io l’ebbi riposta, ne tirò fuori una simile, ma che suonava piena. E fu così che ci ubriacammo in mezzo al nulla, sopra un manto bianco che ricopriva anni e anni di morte, perché una donna di nome Maria aveva partorito il giorno di Natale.

 
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Pubblicato da su 31/12/2012 in Racconti

 

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Inutile

La versione scaricabile del racconto (pdf, ePub e Mobi, al solito) si trova nell’Archivio sotto “Racconti vari”.  Buon download!

La brezza spazzò via la polvere in cui era ridotta la lama di cristallo del cavaliere. L’impugnatura, ormai inutile, le scivolò dalla mano e cadde a terra. Un istante dopo, le sue ginocchia e tutto il suo corpo la seguirono. Lei avvertì a malapena l’impatto con la terra dura e non se ne preoccupò. Era finita.

La pietra focale era come un pezzo di ghiaccio contro la sua fronte. I suoi sensi sfocati percepivano a sprazzi il campo di battaglia: l’odore di cenere che riempiva l’aria; la roccia vetrificata, calda e liscia, sotto le dita; la luce del crepuscolo che filtrava delle palpebre semichiuse.. E, penetrante come una lama, il silenzio.

Vermitrax stava morendo. Il cavaliere sentì gli angoli della bocca piegarsi nell’ultimo sorriso di vittoria. Il drago era steso a terra poco lontano da lei; una cosa massiccia e affusolata, muta e priva di grazia, che si contorceva come le tenebre attorno a una bambina impaurita che agitava una torcia in propria difesa.

Una cosa che stava morendo. Ed era stata proprio quella bambina a sferrarle il colpo di grazia. Vermitrax non avrebbe visto un altro giorno, perché lei l’aveva ucciso.

Dalla cotta dorata del cavaliere si staccò qualche altra scaglia. Delle rune incise su ognuna di esse rimanevano soltanto tracce carbonizzate. L’occhio rimasto le si riempì di lacrime e, per un attimo, lei non capì il perché; poi ricordò la mano che aveva tracciato quelle rune, ricordò la sensazione del suo tocco sulla pelle, del suo fiato sulle labbra e dei loro corpi che si fondevano. Era il suo unico rimpianto. Ma anche la sua unica gioia.

Vermitrax non era il solo a morire quel giorno.

La vista del cavaliere si oscurò e, per un attimo, lei pensò che fosse giunta la fine. Poi il suo sguardo cadde sull’osso pallido che sporgeva come un festone dalla gamba spezzata e, quando si accorse di vederla, si rese conto che non erano stati gli occhi a venirle meno, ma le contorsioni del drago ad avvicinare la creatura a lei, fino a quando una delle sue ali non aveva oscurato il sole. Alle orecchie della donna giunse il rumore delle gocce di sangue che tamburellavano sul terreno come pioggia troppo densa. La testa di Vermitrax, un tempo svettante , sfiorava il suolo, perché era dal taglio sul lungo collo della bestia che colava il liquido; le pupille dei suoi occhi gialli non erano che due linee sottili. Anche lui doveva avere dei rimpianti. Il suo fiato ardente la sfiorò. Quella che un tempo sarebbe stata la sensazione di un accecante dolore rosso non fu che il tepore di un momento: non era rimasto abbastanza di lei per percepire il dolore, né abbastanza del drago per infliggergliene a sufficienza. All’improvviso, l’ala che aveva oscurato il sole ricadde sul fianco martoriato della bestia; un attimo dopo, con un tonfo simile a un rombo di tuono, il mostro si accasciò.

Impiegando tutta la volontà che le rimaneva, il cavaliere aprì gli occhi e incontrò lo sguardo di Vermitrax. L’eco di un terrore familiare le attraversò il cuore, ravvivando i suoi battiti ormai sul punto di fermarsi. Il drago arricciò le labbra, scoprendo i denti lunghi e affilati come spade. Poi, quei denti e quelle labbra si mossero. “Annabelle,” disse una voce secca e viscida al tempo stesso.

Lei cercò di trarre un respiro abbastanza profondo per pronunciare una singola parola: “Vermitrax.”

Il drago scosse debolmente la testa, prima di sfoggiare ancora un volta il suo sorriso da rettile. “Annabelle,” ripeté. “E… Annabelle.”

Il cavaliere mosse un poco il mento per annuire. “L’ultima,” mormorò con il fiato che le restava. Percepì sulla pelle, attraverso le vibrazioni del terreno, la risata soffocata di Vermitrax.

“Nessun altro.”

Il drago aveva ragione. E lei ne era immensamente felice.

Improvvisamente, Vermitrax cominciò a boccheggiare. Il cavaliere pensò che si trattasse dei suoi ultimi spasimi d’agonia, ma poi si rese conto che stava cercando di pronunciare delle parole: “No… ancora…”

Poi una luce esplose oltre le sue palpebre e un calore come quello di una forgia le sfiorò la pelle. L’aria divenne ancora più ardente quando Vermitrax lanciò un grido che spense il mormorio del vento, il fruscio della cenere, il crepitio delle fiamme e il battito del cuore del cavaliere. Poi quella luce balenò ancora, e il calore si fece più forte, e di nuovo Vermitrax gridò, ma questa volta con meno fiato e meno energia. Il cavaliere avrebbe voluto coprirsi le orecchie, ma non aveva la forza di farlo. Poté solo piangere per la rabbia e il dolore, e perché ancora una volta aveva udito delle grida di agonia dopo che aveva creduto che il suo compito fosse finito. Per la terza volta la luce violò il santuario delle sue palpebre serrate, ma questa volta lei non udì alcun grido; solo il frastuono di una bestia enorme che si contorceva per un lungo istante prima di rimanere immobile.

Poi delle dita le percorsero il viso, accarezzandolo con i polpastrelli e togliendo la sporcizia impastata con le lacrime. Le riconobbe. Le fecero tornare alla mente la bambina spaventata che aveva voluto diventare un cavaliere per sconfiggere i draghi; i muscoli indolenziti dopo il primo allenamento e quelle mani calde che massaggiavano il suo corpo per rinfrancarlo; l’ultima volta in cui l’avevano percorso, questa volta per darle piacere, e il senso di mancanza e bisogno che era seguito.

E poi la pietra focale cominciò a scaldarsi e quel calore, partendo dalla fronte, si diffuse dentro di lei come acqua assorbita dalle radici di una pianta, penetrando in ogni sua cellula, ammorbidendo la carne ustionata, saldando le ossa rotte, ricostruendo l’occhio distrutto, fino a quando il dolore non tornò a ondate, perché il suo corpo era di nuovo in grado di percepirlo. La pietra divenne calda al punto da scottarle quasi la fronte e altra energia si riversò dentro di lei, schiarendole la vista e dandole modo di vedere il volto sorridente dell’uomo che teneva in grembo la sua testa.

Era lui.

Lui, con indosso la corazza di scaglie dorate incise di rune azzurre. Lui, con la gemma blu incastonata nel cerchietto attorno alla fronte, a sua volta fuso con il cranio.

E fu la sua voce a dire: “Sono qui, amore mio. La bestia è morta. Il nome di Vermitrax non spaventerà più nessuno e il vostro brillerà come una stella per sempre. Lasciate che vi guarisca, ora.” Ancora altra energia seguì quelle parole, assieme al bagliore azzurrino della pietra focale dell’uomo, che ne concentrava la forza di volontà. Il dolore, da atroce che era, si fece a malapena sopportabile. Assieme alle forze, al cavaliere ritornò il fiato.

“È stato tutto inutile…”

L’espressione di gioia sul volto del suo amato si tramutò in una di confusione e timore. “Cosa dite?” Le sue labbra tremavano nel pronunciare le parole e la sua voce era flebile quasi quanto quella di lei. Il cavaliere fu scosso da un brivido talmente forte che le parve avrebbe potuto spezzare il suo corpo ancora fragile.

“Non capite. Io…”

“Oh, Annabelle, ma certo che capisco!” Il volto dell’uomo che amava si illuminò. Fece scorrere una mano sulle scaglie dell’armatura, brillanti come gioielli, e disse: “Ho costruito io stesso, pezzo per pezzo, questi strumenti. Credete che non sia in grado di utilizzarli o che non sappia valutare la loro efficacia?” Il suo sorriso si allargò. “L’armatura è a pezzi, ma ha fatto ciò che doveva: vi ha protetta. Non dovete avere paura.”

Il cavaliere scosse la testa, per quanto glielo consentiva la sua debolezza. L’uomo si accigliò e le sue dita ripresero ad accarezzarle il volto, come per infondervi quella sicurezza che un tempo vi aveva dipinto i sorrisi di scherno e le espressioni di sfida da lui tanto amate. Poi, ancora una volta, le rughe sottili della concentrazione si spianarono. “Non dovete temere per il vostro nome. Tutti sapranno che siete stata voi a sconfiggere Vermitrax. Io ho sconfitto soltanto la morte che avrebbe voluto prendervi. Non è meraviglioso, il potere che ci è stato conferito?” I suoi occhi si riempirono di lacrime. “Se io non fossi stato qui, oggi, vi avrei perduta. Il mondo vi avrebbe perduta. Io vi avrei perduta. Ma le nostre mani possono guarire quanto possono distruggere, grazie a questi doni dell’Eterno,” disse sfiorando il gioiello maledetto. “E grazie a noi due, ci saranno ancora dei cavalieri per affrontare qualunque mostro osi levare il capo.”

Il cavaliere vide quella luce nei suoi occhi. La stessa luce che aveva visto negli occhi del ragazzo di cui si era innamorata. La stessa luce che aveva visto nello specchio dopo la propria iniziazione. La stessa luce che aveva visto negli occhi di un drago che, un tempo, era stato un uomo. Un cavaliere.

E seppe che nemmeno quella volta il mondo era stato liberato dai draghi.

 
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Pubblicato da su 26/12/2012 in Racconti

 

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Esercizio creativo

Oggi sono andato al mio primo laboratorio di scrittura creativa. Non credo ci tornerò (scoprire che, a Brescia, la scrittura sembra essere cosa da ultraquarantenni mi ha un po’ depresso), ma vi propongo lo stesso questo esercizietto che abbiamo fatto in sei minuti e qualcosa: un componimento libero sul tema “la paura”.

Non sta succedendo. Non a me. Queste cose non capitano nella vita vera. Adesso mi sveglio. Adesso si sveglierà lei.

Non ha senso. Io non ho fatto niente. Non può essere andata così. Non è… giusto. Quando queste cose succedono, dovrebbero essere precedute da lunghe scene che le introducono e da una musica adeguata. Una persona non può morire così, tutto d’un tratto, senza un’ultima parola o un ultimo sguardo. E il sangue deve scorrere lentamente, formando una bella pozzanghera, non schizzare dappertutto, accecandoti e facendoti diventare scivolose le mani.

È sbagliato, dunque non può essere. Il nastro deve riavvolgersi. Dev’esserci un salvataggio precedente da caricare. Rivoglio la mia vita… la nostra vita, com’era prima. Non può essere finita così.

Non può essere così brutto uccidere.

 
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Pubblicato da su 13/12/2012 in Racconti

 

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L’ultimo nemico

Questa volta faccio il bravo e vi metto subito i file scaricabili nell’archivio. Enjoy ^_^

 

“È questa la bottega di Quasimodo?”

L’uomo non distolse lo sguardo dalla mola su cui stava affilando la lama di una spada. “No, signora, questa è la sua fucina. Non fabbrico lame di aratri né rivestimenti per ruote di carro. Di cosa avete bisogno?”

L’unica risposta fu un rumore di passi che si dirigeva nella sua direzione. Il fabbro inarcò un sopracciglio. “Chiedo scusa, signore; non vi avevo sentito,” disse mentre si voltava.

Rimase a bocca aperta. Di fronte a lui c’era solo la donna − ma era una donna che indossava stivali al ginocchio, calzoni a sbuffo e una giacca da uomo con tanto di fazzoletto. Gli arrivava più o meno all’altezza del petto, il che la rendeva alta quando la maggior parte degli uomini. Persino i suoi lunghi capelli scuri erano raccolti in una coda di foggia maschile. “Non servono scuse, mastro Quasimodo,” disse con un sorriso di scherno. Aveva una voce un po’ troppo roca, un tono un po’ troppo secco e sbrigativo; il fabbro non aveva mai sentito una donna parlare in quel modo. Né, del resto, ne aveva mai vista una vestita così.

“Signora, io sono un uomo che lavora. Non ho tempo per…”

“È proprio del vostro lavoro che ho bisogno, buonuomo. Dicono che fabbrichiate le migliori armature della contea, forse persino del regno. Ho bisogno di una corazza.”

“Dite a vostro marito di venire di persona.”

“Non ho marito, mastro Quasimodo,” ribatté lei, agitando un dito sottile a mo’ di rimprovero. “Ne ho bisogno per me stessa. Quanto verrà a costare?”

Il fabbro scosse la testa. “Si può sapere che cosa ve ne fate, voi, di un’armatura?”

“Si può sapere cosa ve ne importa? Siete o non siete un artigiano? Se non lo siete, state esercitando la vostra professione in maniera abusiva; se lo siete, avete l’obbligo di vendere la vostra merce a chiunque possa pagarla. Dico bene?”

Il fabbro strinse i denti e mise da parte la spada, appoggiandola sopra il tavolo. “Il Signore ci protegga dalle donne istruite! Per disgrazia, e intendo quella di chi si farebbe volentieri una risata ai vostri danni, non ho in bottega armature da donna.”

La visitatrice mise le mani sui fianchi e gli rivolse un’occhiata condiscendente. “Lo immaginavo, mastro Quasimodo; so benissimo che le corazze vanno fatte su misura. Cosa aspettate a prendere le mie?”

“Prendere le… perdio!” Il fabbro strabuzzò gli occhi e si guardò intorno. “Signora, cercate di capire; io sono un uomo celibe e qui siamo soli…”

La donna diede un calcio al tavolo, facendo tintinnare la spada e una dozzina fra tenaglie, martelli e altri arnesi. “Sangue di Cristo!” esclamò, e l’uomo per poco non fece un passo indietro di fronte a quell’imprecazione. “Dovete proprio fare questo gioco, vero? Va bene, giochiamo. Io non intendo muovermi di qui e la legge mi dà ragione; d’altro canto, voi siete un uomo grosso e forte, quindi, se dovessi andare in città a raccontare di come vi siete approfittato di me, nessuno dubiterebbe della mia parola. Che ne dite di quest’idea, mastro Quasimodo?” Pronunciò il nome a denti stretti e il fabbro, ancora scosso, ebbe l’impressione di trovarsi di fronte a un demonio travestito da donna travestita da uomo.

“Va bene, va bene, avrete la vostra dannata corazza, strega che non siete altro!” esclamò, colorendo il tutto con un paio di bestemmie che, incredibilmente, lasciarono intoccata l’espressione della donna. “Raddrizzate il busto e aprite le braccia.”

“Bene!” fece lei di rimando. “Andate a prendere gli strumenti che usate per prendere le misure.”

“Non serve; mi bastano gli occhi.” Il fabbro passò lo sguardo sul corpo della donna, prendendo atto della larghezza di spalle e fianchi e dello spazio (non molto) da lasciare per il seno. Per qualche motivo, quelle proporzioni gli mandarono un brivido lungo la spina dorsale. Si affrettò a cercare qualcos’altro sui cui appoggiare lo sguardo e trovò la finestrella che dava luce e aria a quell’ambiente sporco di fuliggine. All’improvviso, fu consapevole di avere viso e collo sporchi di nero e di indossare, al posto della camicia, un grembiule di cuoio lurido, e in qualche modo questo lo mise a disagio.

“Quando sarà pronta?” chiese impaziente la donna.

“Fra un paio d’anni!” gridò il fabbro. Solo dopo che lei ebbe annuito freddamente, si rese conto di avere invece borbottato: “Due settimane.”

“E quanto costerà?”

“Una fortuna!” rispose lui, o perlomeno avrebbe voluto rispondere così; le sue labbra lo tradirono e da esse uscì qualcosa di più simile a: “Dieci lire d’oro.”

“E ora,” aggiunse in un ringhio, “buona donna, mi date licenza di tornare a guadagnarmi il pane?”

“Con i vostri prezzi, oltre che il pane avrete anche carne e vino a volontà,” borbottò la donna prima di girare i tacchi e uscire. Solo quando fu sicuro che non fosse più nella sua fucina, il fabbro si voltò. Aveva lasciato la porta aperta e lui la vide camminare a grandi passi lungo la strada sterrata, diretta verso la cinta muraria e la città al suo interno. Persino il suo modo di muoversi aveva un che di mascolino, grazie alle falcate ampie e alla totale assenza di ancheggio.

Il fabbro cercò di ignorare la strana sensazione che gli dava quella visione e fece un rapido inventario del lavoro arretrato da svolgere: rimanendo nella fucina un’ora in più al giorno, ci sarebbe arrivato a pelo. Che diavolo gli era preso per accettare quella rogna?

Fece per riprendere in mano la spada da affilare, ma la ripose subito; l’idea di proseguire in quell’attività lo metteva a disagio, come se non fosse stata la cosa giusta da fare. Prese, invece, un carboncino e un foglio di carta da un cassetto, e cominciò ad abbozzare il pettorale della corazza, digrignando i denti al pensiero della committente. “Avrei dovuto chiederle quindici lire,” pensò mentre lo disegnava visto dal lato. “Così se ne sarebbe andata… ma che dico, la borsa di una donna come quella la riempie di sicuro il Diavolo.” Segnò le misure accanto al disegno e, guardando l’opera finita, si rese conto che mancava qualcosa. Avrebbe voluto disegnare anche le braccia magre e le gambe ben tornite che sarebbero spuntate da quelle piastre d’acciaio, per non parlare del viso ovale e dei capelli che, una volta sciolti, avrebbero costituito la cornice perfetta ai lineamenti fini e a quelle labbra così piene…

“Cristo, Madonna e Spirito Santo!” esclamò, buttando via il carboncino e fissando il foglio con le narici fumanti. Udì un singulto dietro le sue spalle e si voltò appena in tempo per vedere il suo allampanato apprendista farsi un rapido segno della croce. “Cispia!” esclamò, lieto di avere qualcuno su cui sfogare la propria rabbia. “È questa l’ora di arrivare? Sei già venuto a lavorare in ritardo una volta; cos’è, ambisci a finire l’apprendistato prima del tempo e con un calcio in culo?”

Il ragazzo spalancò gli occhi e scosse violentemente la testa, un gesto che parve sul punto di fargliela volare via dal collo magrissimo. “No, no, maestro Quasimodo! Sono stato trattenuto da mia madre, che aveva bisogno di un aiuto per…”

Si interruppe alla vista dell’espressione omicida sul volto del fabbro. “Basta parlare di donne, Cristo in croce! Tò, prendi questo schifo e affilalo, che io ho da fare,” disse il maestro, indicandogli la spada sul tavolo. Cispia si affrettò a obbedire, non senza guardare di sottecchi il disegno appoggiato accanto all’arma. “Maestro, ma che razza di uomo ha quelle misure?”

La prontezza di spirito e la velocità con cui schivò le tenaglie dimostrarono che, se non altro, non era un ragazzo stupido.

 

“Mi avevate detto che sarebbe stata pronta per oggi!” protestò la donna, battendo il tacco di uno stivale per terra quando il fabbro scosse la testa davanti alla sua richiesta.

“Le armature, una volta preparate, possono avere bisogno di aggiustamenti; non lo sapevate questo?” la canzonò lui. La donna sbuffò e spalancò le braccia.

“Beh? Cosa vi aspettate che faccia?” chiese poi bruscamente davanti a quel gesto.

“Mi aspetto che mi facciate provare la corazza!”

“Non ci penso nemmeno! Dove si è cacciato quel maledetto, sangue di Giuda… Cispia!” La donna seguì il suo sguardo e vide un ragazzino magro come uno scheletro entrare dalla porta, in compagnia di una borghese pienotta col capo biondo coperto da un velo e qualche ruga sul volto a tradirne l’età. “Cispia, perdi… volevo dire, accidenti, è possibile che tu non conosca altre donne a parte tua madre?”

“Signore, il mio ragazzo aveva detto che avete bisogno di me…” pigolò la donna, abbassando lo sguardo. “Ma non aveva menzionato un altro gentiluomo.”

Il fabbro serrò le labbra e il suo voltò arrossì come un carbone ardente. La cliente spostò lo sguardo dall’uno all’altra con aria perplessa, fino a quando non sembrò capire l’equivoco e scoppiò a ridere. Al che la madre di Cispia sussultò. “Ma voi siete una donna!”

Il fabbro tagliò corto: “Esatto, e poiché lo siete anche voi, signora Cristina, vi dispiacerebbe aiutarla a indossare questo?” Indicò la piastra sagomata per proteggere il petto e quella, più dritta e dall’aria più semplice, che avrebbe coperto la schiena.

La donna annuì. “Non era quello che avevo in mente, ma…” Fra lei e il fabbro passò un’occhiata eloquente. “Voi siete tanto buono col mio ragazzo, quindi suppongo di dovervi questo favore.”

“Mamma, cosa dite? Io lavoro duramente per ripagare mastro Quasimodo!”

La donna più anziana voltò leggermente il capo, in modo che il figlio non la vedesse roteare gli occhi. “Posso sapere cosa ci fa una bella signora come voi vestita da uomo?”

“Potreste, se non ci fosse questo gentiluomo a origliare,” ribatté l’altra, attirandosi un’occhiata torva da parte del fabbro. Cristina ridacchiò e si mise all’opera. Pochi minuti dopo, allacciò l’ultima delle cinghie che chiudevano l’armatura.

Il fabbro passò lo sguardo lungo il corpo della committente, da capo a piedi. “Come vi sentite?”

“Un po’ appesantita, ma per il resto benissimo.”

“Ottimo. Non servirà aggiustarla. Signora Cristina, aiutatela a levarsela.”

“Levarmela? E perché dovrei?”

“Perché non esiste che usciate dalla mia fucina vestita in quel modo!”

La donna liquidò con un gesto della mano la rabbia del fabbro, dopodiché portò la mano al borsello rigonfio che aveva alla cintura. “Ecco le vostre dieci lire”, disse, porgendoglielo.

Questa volta fu il turno del fabbro di fare un gesto di diniego. “Non le voglio,” disse.

“Come, prego?”

“Ho detto che non le voglio. Qualunque cosa vogliate fare con quella roba,” disse indicando l’armatura, “deve trattarsi di una diavoleria, e un buon cristiano non può accettare i soldi del diavolo.”

La donna impallidì al punto che i suoi capelli parvero piume di corvo cadute sulla neve. “Voi… voi…”

“Fuori di qui!” esclamò il fabbro, indicando l’uscita. La donna ignorò il suo gesto. Portò il braccio all’indietro, caricò bene il colpo e mandò il pesante sacchetto pieno di monete dritto dritto contro lo zigomo dell’uomo, che lanciò una bestemmia e sollevò le mani.

“Signora, fossi in voi io me ne andrei,” disse in fretta Cristina. Cispia annuì vigorosamente, tenendo d’occhio il suo maestro e chiedendosi, senza ombra di dubbio, cosa avrebbe fatto lui se l’omone fosse saltato addosso a quella donna che lo fissava con aria tanto gelida.

Il volto del fabbro era scarlatto, di una tonalità più scura nel punto in cui un livido cominciava già a formarsi. Ansimava come un toro infuriato. La donna sostenne il suo sguardo imperterrita per qualche istante, poi, con un movimento fluido, gli voltò le spalle e uscì.

Cispia continuò a spostare lo sguardo da lei al maestro, che continuava a fissarla. Poi, all’improvviso, gli occhi del fabbro parvero riprendere vita e si guardarono intorno freneticamente, posandosi alla fine sul martello appoggiato sul tavolo. L’uomo lanciò un urlo belluino e, afferrato lo strumento, lo abbatté sull’incudine, coprendo a malapena con quel fracasso il suono della propria voce che gridava cose da far cadere le piume a un angelo.

Cristina appoggiò le mani dalla pelle liscia sulle spalle del figlio e, con delicatezza, lo spinse verso la porta. “Andiamo, Giovanni. Non vedi che il maestro è arrabbiato?” Nel frattempo, il fabbro continuava a percuotere l’incudine e a urlare bestemmie frammezzate a insulti all’indirizzo di una certa donna.

“Sì, madre,” si affrettò a rispondere Cispia. Mentre uscivano, lasciandosi alle spalle la furia del maestro, aggiunse: “Forse voi potreste aiutarlo a calmarsi? So che siete molti amici.”

Cristina scosse la testa, nascondendo a malapena un sorriso amaro. “In lui c’è una furia che non posso placare. Vieni, andiamo a casa.”

“Non vi disturberò nel vostro lavoro? So che avete molti ricami da fare per le spose di quei nobili signori che vengono a trovarvi.”

“Non ti preoccupare, figliolo. Posso ricamare un altro giorno,” lo rassicurò sua madre.

 

Il fabbro arricciò il naso di fronte all’odore di corpi e del contenuto dei canali di scolo. Si fece strada fra la folla, borbottando parole di scusa quando spintonava qualcuno. Dietro di lui, Cispia conduceva il carretto tirato dal mulo. “Si può sapere che cosa ci fa qui tutta queste gente? Al mercato regalano oro?”

“Non lo sapevate, maestro? Oggi sono tornati i soldati dalla guerra,” rispose Cispia.

“Ah, già. Beh, non pensare nemmeno di andarli a vedere. Siamo qui per comprare del ferro, non per divertirci.”

“No, maestro,” disse l’apprendista in tono rassegnato.

I due raggiunsero a fatica il negozio del mercante, un’unica stanza con una porta che dava sulla strada e una che si apriva sul magazzino. I muri erano coperti di rastrelliere e ganci dove davano bella mostra di sé gli arnesi più disparati. L’uomo, con grandi baffi, una calvizie incipiente e la pancia gonfia del troppo lavoro che lasciava ai suoi manovali, sorrise loro e strinse la mano del maestro. “Vi servo subito,” disse, sporgendo la testa nel magazzino. “L’ordine di mastro Quasimodo, subito! Il bravuomo è venuto a ritirarlo.” Poi si rivolse di nuovo al fabbro. “Proprio non volete convincervi ad aprire bottega qui in città, eh? A due passi da qui c’è quella di Marzio, che ormai è troppo vecchio per continuare il lavoro e ha perso due dei sui figli in guerra, mentre il terzo è curato Dio solo sa dove; potreste rilevare la sua, che è molto spaziosa, e risparmiarvi di fare ogni volta tutto quel viaggio col carretto pieno di ferro…” Si interruppe alla vista dell’aria seccata dell’uomo. “Beh, avrete le vostre ragioni. Avete saputo quello che è successo?” aggiunse, disposto a cambiare argomento piuttosto che rimanere zitto.

“No,” rispose il fabbro, lanciando un’occhiata oltre la soglia del magazzino, dove si intravedevano pile ordinate di lingotti di ferro. Cispia colse l’imbeccata e svanì in fretta oltre l’ingresso.

“Pare che un grande cavaliere sia tornato vivo, ma ferito al punto che nessuno crede che sopravviverà. Io non me ne intendo di queste cose…”

“Incredibile,” borbottò il fabbro.

“Ma, ecco… può sembrare assurdo e anche un po’ blasfemo, ma tutti parlano così bene di quella donna che non me la sento proprio di giudicarla una…”

Il fabbro guardò sorpreso l’uomo, che continuava a muovere le labbra senza emettere suoni. Poi si rese conto di essere lui a non sentirli. Il suo udito si era fermato a “quella donna.”

Quella donna. Una donna cavaliere. Una donna tornata ferita a morte dalla guerra. Il suo interlocutore doveva essersi accorto che c’era qualcosa che non andava, perché lo stava guardando con gli occhi spalancati, boccheggiando parole che il fabbro non sentiva.

Una donna. Quella donna.

Con due falcate, il fabbro uscì dalla bottega e si ritrovò in strada, in mezzo alle persone che − ora se ne rendeva conto − si muovevano lentamente e tutti nella stessa direzione, come in processione o pellegrinaggio. Senza pensarci, si unì a loro. Intravide con la coda dell’occhio il mercante che lo guardava perplesso dall’uscio del negozio, ma non se ne curò. Non pensava a nulla mentre seguiva la gente fino a una casa a due piani, costruita in pietra, davanti alla cui porta aperta la gente si metteva in fila.

Accanto all’ingresso della casa erano appoggiati uno zaino di foggia militare, una spada nel fodero, un paio di stivali alti e il pettorale di una corazza con un foro orrendo sulla sinistra, più o meno all’altezza del cuore. Uno squarcio slabbrato che indicava come il metallo fosse stato piegato e lacerato da una forza inimmaginabile.

“Quelle nuove armi sono un’invenzione del Diavolo, lo ha detto il vescovo,” mormorò un uomo dai baffi grigi lì accanto, masticando il cannello della pipa. Dietro di lui, qualcuno singhiozzò. Un uomo, una donna o un bambino; il fabbro non ne aveva idea.

“Se solo quella corazza non fosse stata così robusta, la palla le avrebbe attraversato il cuore, facendola morire subito. Ora soffre come un’anima all’Inferno, quella povera coraggiosa!”

Il fabbro ebbe l’impressione che qualcun altro stesse gemendo e lamentandosi, ma fu colto di nuovo da quella strana sordità che lo aveva colpito nella bottega del venditore di metalli. Poi si rese conto di sentire qualcosa, una voce proveniente da quel foro orrendo contornato da una macchia color ruggine. Sei stato tu.

“No. Io non ho fatto niente!” Se anche qualcuno udì quelle parole bisbigliate, non diede segno di averle intese.

Il fabbro distolse lo sguardo. Ergendosi al di sopra degli altri, intravide uno scorcio dell’interno della casa. C’era un’unica stanza su quel piano ed era piena di gente, come al funerale di un re. I visitatori si erano disposti su due ali, in modo da lasciare un corridoio libero fino al grande letto posto al centro. Sdraiata su di esso c’era una figurina pallida come le lenzuola, che da quella distanza non sembrava nemmeno respirare. I capelli sciolti formavano attorno al suo volto la corona che il fabbro aveva immaginato; ma lui non riuscì a distinguere l’espressione del viso.

Si voltò e, con più delicatezza di quanta ne avesse mai usata in vita sua, percorse in senso inverso il flusso di esseri umani che andavano a recare omaggio a quella che doveva essere una donna amata da tutti. Man mano che si allontanava, la folla si diradava e lui allongava il passo. Oltrepassò, degnandoli a malapena di uno sguardo, il carretto carico di lingotti e arnesi e il suo apprendista. Giunto alle porte della città, si mise a correre.

Corse lungo la strada sterrata, per più di due miglia, e poi mezzo miglio su per la collina, oltre la macchia e fino alla fucina. Si chiese come mai non gli riuscisse di aprire il lucchetto con cui aveva chiuso la porta e trovò una spiegazione nel tremito della mano che reggeva la chiave. Una volta entrato, lo sguardo gli cadde su un rotolo gettato in un angolo. Lo prese e lo spiegò sul tavolo, buttando per terra un martello e un paio di tenaglie.

Appoggiò il carboncino sul disegno già tracciato e cercò di ricordare la lunghezza esatta delle braccia e delle dita, i contorni del volto, la sottigliezza del collo, il modo in cui le cosce si sfioravano appena durante la camminata, la pienezza delle labbra e la curva della mascella. Ma era come se la sua mano non volesse muoversi. Eppure, tutte quelle cose erano nella sua testa… o forse no? Quanto era lungo il naso della donna? Quanto folte le sue sopracciglia? Gli zigomi erano proprio a quell’altezza, oppure no? E il mento non era più piccolo?

Non lo sapeva. Non aveva guardato bene, quando aveva potuto, e ora…

Il carboncino si ridusse in polvere sotto la sua stretta e lui bestemmiò. Afferrò il foglio sul bordo superiore e fece per strapparlo; poi la sola idea lo fece inorridire. E poi a inorridirlo fu quella cosa disegnata lì sopra, quel pezzo di metallo malefico che ancora gli bisbigliava nell’orecchio: Crudele.

Avvertì una fitta di dolore al viso e, quando si portò una mano in quel punto, si ricordò del momento in cui aveva sentito quel dolore per la prima volta e di cosa era stato a colpirlo.

Vigliacco.

Il rifornimento era rimasto in città, ma c’era ancora del ferro con cui lavorare; ringraziando il Signore per quel dono, il fabbro attizzò il fuoco.

 

Quando Cispia tornò, la porta era ancora chiusa, ma il camino fumava e dall’interno proveniva il rumore di un martello che picchiava sul ferro.

“Mastro Quasimodo?” chiamò. “Siete dentro?” Nessuna risposta. “Mastro Quasimodo?” ripeté, tendendo l’orecchio per sentire meglio. Ma non udì nulla, se non quel martellare incessante. “Maestro?”

“Via!” ruggì il fabbro, facendolo sobbalzare. Il mulo ragliò, offeso, e fece un passo indietro, costringendo Cispia a tirarlo per la cavezza. L’apprendista deglutì. “Mastro Quasimodo, ho portato il ferro…”

“Non mi serve!” fu la risposta che lo raggiunse attraverso la porta. I colpi di martello si fecero ancora più frenetici e Cispia rabbrividì. C’era qualcosa, nella voce del maestro, che non aveva mai sentito prima, nemmeno durante le peggiori sfuriate; alla rabbia era mescolato un tremito che, provenendo da quell’uomo così grande e forte, gli annodò lo stomaco. “Maestro…”

Cispia legò il mulo al palo e tornò a casa.

 

L’indomani, la fucina era ancora chiusa. Lo erano anche le finestre, ma l’apprendista sapeva che almeno una doveva rimanere aperta perché dentro si potesse respirare, così girò attorno all’edificio in muratura fino a quando non la trovò e poté sbirciare all’interno.

Il maestro era chino sopra l’incudine, intento a battere qualcosa di troppo piccolo per essere una lama o un attrezzo. La finestra era orientata a ovest e il sole era sorto da poco; ma alla luce dei carboni ardenti nella fornace, l’apprendista riuscì a intravedere l’oggetto e trattenne il respiro.

“Maestro,” gli sfuggì dalle labbra, “voi avete le mani così grandi; eppure…” Abbassò lo sguardo sulle proprie, magre e dalle dita lunghe, che non avevano mai prodotto nulla di buono. Poi lo sollevò di nuovo e colse l’espressione febbricitante dell’uomo che, con un martelletto, stava dando forma a un pezzo di metallo delle dimensioni di una mano piccola e delicata.

Il fabbro sollevò lo sguardo e incrociò quello dell’apprendista. Snudò i denti e soffiò come un animale selvatico, ma non disse una parola; si limitò a rivolgergli uno sguardo con occhi simili a ferri roventi.

L’apprendista appoggiò le mani sul davanzale e, con un movimento goffo, portò il proprio corpo allampanato all’interno della fucina. Senza dire una parola, corse al mantice per ravvivare il fuoco. Il fabbro allungò una mano senza guardare, prese un paio di pinze avvolte in un panno per proteggere le mani dal calore e infilò l’oggetto fra i carboni ardenti, fino a quando il fuoco non ebbe arrossato il metallo e l’ebbe reso malleabile.

 

La gente si scostava istintivamente davanti a quell’omone che portava con sé un involto lungo e stretto. Alcuni lo conoscevano di vista, altri di fama, ma nessuno l’aveva mai visto con indosso altro che il grembiule di cuoio e i calzoni pesanti; ora indossava una camicia pulita e dei pantaloni di tessuto fine. La maggior parte di loro ignorò il ragazzetto magro e dagli occhi cisposi che camminava dietro di lui, ma il loro stupore fu sufficiente a consentirgli il passaggio.

Il fabbro si fermò sulla soglia. Il letto era ancora lì e, con esso, la donna. Da quella distanza poteva vedere il suo petto alzarsi e abbassarsi con una lentezza spaventosa, lunghi momenti di immobilità seguiti da inspirazioni violente e spasmi di dolore. Aveva gli occhi aperti, ma non guardava nulla; o forse stava fissando qualcuno che gli altri non erano in grado di vedere.

Sotto gli occhi di tutti, uomini, donne e bambini dai volti contratti o solcati dalle lacrime, il fabbro si avvicinò lentamente, tenendo l’involto stretto al petto. Accanto al letto, una ragazza immerse un panno in un secchio d’acqua e lo passò sulla fronte della donna; la meccanicità di quel gesto un segno sicuro del numero immenso di volte che l’aveva ripetuto.

Il fabbro guardò quella donna che aveva maledetto. Sì, le sopracciglia erano folte come le ricordava, gli occhi erano proprio di quella sfumatura di marrone, e il mento era leggermente marcato, ma piccolo e grazioso. Le braccia e le spalle erano coperte dalle lenzuola, ma il fabbro non aveva bisogno di vederle; ora era certo di ricordarle benissimo, anche se parevano essersi fatte molto più magre.

Quando rimosse il panno e lo passò a Cispia, dalla folla attorno al letto si levò un mormorio. L’involto conteneva una spada dalla lama lunga, di forma triangolare, fatta per affondare. Attorno all’elsa, a mo’ di guardia, si incurvavano dolcemente gli steli di quattro calle, le cui corolle formavano l’elsa e accarezzavano la lama.

Lentamente, reggendola con entrambe le mani sul piatto, il fabbro si chinò e appoggiò l’arma senza fodero a fianco della donna. “Signora,” mormorò, “ho visto il cavaliere della morte sulla vetrata della cattedrale. Indossa una corazza pesante, che va colpita alle giunture con una lama sottile. Non preoccupatevi; questa l’avete già pagata.” Come sollevando un fiore delicato, prese la mano della donna e l’appoggiò sull’elsa. Le dita si strinsero attorno a essa, ma lei continuò a fissare il vuoto, o forse, pensò il fabbro, a valutare quell’ultimo nemico che non sembrava avere fretta di prenderle la vita.

L’uomo si alzò e, con il capo chino, si diresse verso la porta. La ragazza accanto al letto aprì la bocca per dire qualcosa, ma Cispia le appoggiò una mano sulla spalla e rivolse uno sguardo implorante al resto dei presenti, che rimasero immobili e in silenzio fino a quando il gigante non se ne fu andato.

 

Seduto con la schiena appoggiata al muro della fucina, il fabbro rivolse lo sguardo al cielo stellato e si fece il segno della croce. “Pater Noster qui es in cælis: sanctificétur nomen tuum; advéniat regnum tuum; fiat volúntas tua, sicut in cælo, et in terra… Signore, ai vostri angeli non servono forse delle spade? E voi, Satana, non avete bisogno un fabbro che mantenga vivo il fuoco dell’inferno? A quale di voi appartiene la sua anima? A chi di voi posso dare la mia per salvare la sua?”

Ai margini del boschetto, Cristina sentì qualcuno tirarla per una manica del vestito. Sussultò e si voltò di scatto, traendo sollievo appena per un attimo dalla vista di suo figlio. “Giovanni, cosa ci fai qui? Non ti avevo forse detto di badare alla casa?”

Giovanni scosse il capo e, senza smettere di guardarla negli occhi, disse: “Non ora, madre. Non vedete che il maestro Quasimodo piange?”

Cristina riportò lo sguardo sulla figura in penombra e, proprio quel momento, una nuvola smise di coprire la luna e lei ebbe modo di vedere che suo figlio aveva ragione.

 
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Pubblicato da su 29/11/2012 in Racconti

 

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Il Signore dei Sogni

“Voglio incontrare il Signore dei Sogni,” dissi al cinese davanti alla porta della Chiave d’Argento. Era un ometto scheletrico dalle labbra sottili come vermi, con un buco vistoso al posto degli incisivi. Mi fissò per un attimo, con gli occhi sbarrati, poi sfoderò un sorriso.

“Mi dispiace, ci deve essere un errore,” ciangottò in un francese imbastardito. “Non c’è nessun Signore dei Sogni, qui.”

Feci un passo avanti, incurante della puzza di marcio nel suo fiato. Il cinese indietreggiò con la prontezza di riflessi del codardo provetto. “Fammi strada, servo! So bene che questa baracca è sua. Non temere, non sono più un militare; voglio chiedergli un favore, non estorcergli qualcosa.” Prima che potesse sgattaiolare via, lo afferrai per lo strano colletto della sua camicia orientale e fissai lo sguardo in quei suoi occhietti da sorcio pareva sul punto da scoppiare per il terrore.

“Da questa parte,” balbettò. Mi condusse oltre l’ingresso anonimo della fumeria d’oppio, attraverso un’anticamera laccata di rosso e fino a una stanzetta laterale arredata con un tavolino, una sedia e una cassettiera con numerose etichette in ideogrammi. Il cinese aprì un cassetto e ne estrasse un foglio di carta stampata, che mi passò.

“Io, _______, originario di ______, voglio con questa mia rassicurare i miei amici e i miei cari di essere stato il solo artefice del mio destino, che ho scelto di mia spontanea volontà ed eseguito con le mie mani. Nessuno di coloro che lavorano alla Chiave d’Argento o la frequentano sono da considerare responsabili…” Sollevai lo sguardo sul cinese, che mi guardava di sottecchi reggendo una penna e un calamaio. “Cos’è questa roba?” ringhiai.

“Se volete incontrare il Signore dei Sogni, dovete scrivere il vostro nome e luogo di nascita e firmarla,” mormorò l’uomo. La sua paura mi diede la nausea. Ero nel locale del suo padrone, probabilmente stracolmo di guardiani nascosti, e se ciò che avevo appreso riguardo il Signore dei Sogni era vero, il fatto di essere un occidentale non mi avrebbe protetto dalla sua ira. Eppure, il cinese aveva il viso deformato dalla paura. Gli strappai di mano la penna e compilai le sezioni vuote della lettera, firmandola in calce. Prima di restituirgliela, ebbi un ripensamento e aggiunsi, in piccolo poco prima del nome, la sigla Cpt.

“Molte grazie, signore. Ecco, vedete? La metto assieme alle altre. Andiamo, adesso.” I modi di quel ratto di fogna si erano fatti di colpo più cortesi e avrei potuto giurare che ci fosse una sicurezza maggiore nei suoi gesti e nel suo modo di camminare. Era proprio vero che quegli orientali traevano grande conforto dai gesti rituali.

Il mio cicerone mi fece scendere una rampa di scale, oltre la quale si estendeva un corridoio su cui si affacciavano diverse stanze chiuse da pesanti tendaggi scarlatti. Nell’aria aleggiava il fumo azzurrino dell’oppio, il cui odore mi solleticò le narici. Per un attimo, seguendo l’istinto, fui sul punto di chiedere una pipa e dei grandi di quella sostanza; l’attimo dopo fui colto da un brivido familiare e ricordai il motivo per cui mi trovavo laggiù. Sognare era l’ultimo dei miei desideri, in quel momento.

In fondo al corridoio c’erano altre scale, che scendemmo fino a raggiungere un sambiente simile. La terza tappa del nostro viaggio fu la sala comune, nient’altro che una distesa di cuscini e corpi umani accumulati alla rinfusa sul pavimento; la dignità umana era un peso da cui quegli uomini, cinesi e occidentali, erano stati liberati dai fumi dell’oppio. La mia guida non si fece scrupoli a spingere da parte con il piede quei clienti che ci sbarravano la strada; nessuno di loro era cosciente di quello che gli accadeva intorno.

In fondo alla quarta rampa di scale non vi era che una porta di legno laccato di blu, sormontata da un pannello intarsiato: al centro della scena, una coppia di sognatori, una donna e un uomo, era sdraiata in un letto appena abbozzato, mentre attorno a loro si sviluppava un disegno intricato formato dalle sagome di creature di varie forme, molte delle quali non avevo mai visto; alcune erano simili a pesci e altre a uccelli, alcune tentacolate e altre pinnute, e la forma della maggior parte di esse era talmente assurda che doveva trattarsi del frutto di qualche allucinazione. Lo stile dell’opera non era del tutto orientale, ma non somigliava neppure a quelle che avevo visto nei musei del mio paese natio, e la rappresentazione aveva un che di inquietante, dal momento che le creature non sembravano tanto nascere dalle menti dei sognatori, quando stare in agguato al di fuori di essere. Mi sembrava strano che qualcosa di tanto suggestivo fosse relegato lì sotto e non, ad esempio, in bella vista nella sala comune, dove l’immaginazione sconvolta dalla droga dei fumatori ne avrebbe tratto sicuramente spunti per visioni incredibili.

“È qui che lavora il tuo Signore dei Sogni?” chiesi al cinese.

L’uomo scosse la testa. “No, ma qui vive la persona che può inoltrargli le vostre richieste. Prestate molta attenzione al vostro comportamento, vi prego; l’Oneirofaga è facile all’ira e, se davvero avete indagato, sapete bene cosa succede a coloro che la fanno infuriare.”

Avevo sentito delle voci, naturalmente, ma non fu il ricordo delle storie mormorate in pessime taverne e caffè di lusso a farmi sobbalzare. Nonostante parlasse a voce abbastanza alta e non troppo in fretta, il francese dell’ometto era così scadente che facevo una gran fatica a capirlo; eppure aveva pronunciato perfettamente una parola che doveva essergli ancora più aliena. Ma soprattutto, da dove saltava fuori un titolo del genere a Shangai e come mai un uomo di quella razza misogina parlava in modo tanto ossequioso di una femmina?

“Non preoccuparti di quello che farò io, servo,” gli intimai. “Annunciami, piuttosto.”

Obbediente, il cinese bussò tre volte e rimase in attesa. Non udii risposta, eppure, qualche istante dopo, la mia guida annuì e girò la maniglia, socchiudendo appena la porta e facendomi cenno di entrare mentre lui si teneva a rispettosa distanza dall’ingresso.

Sbuffando, premetti il palmo della mano contro la porta e la aprii completamente, facendo un passo dentro la stanza e lanciando tutto intorno a me uno sguardo colmo di stupore.

Il locale sembrava gigantesco, più grande della sala comune e di qualunque altra stanza avessi mai visto in vita mia. Dico “sembrava” perché non riuscivo a distinguere chiaramente i contorni o la forma di quella stanza, che mi faceva girare la testa al solo guardarla. Avrebbe potuto somigliare a un tempio greco o romano, per via delle colonne e dell’aria sacrale che vi regnava; oppure al teatro di una messa nera celebrata in nome di un demone che i primi cristiani avevano mutuato da chissà quale culto pagano, per via dei bassorilievi sui muri (talmente stilizzati che non ero in grado di decifrarli) e dell’onnipresenza dei colori blu marino e verde scarabeo. C’era qualcosa nelle decorazioni, negli angoli e nella luce (fredda e senza alcuna fonte visibile), che dava l’impressione di un ambiente mutevole come il riflesso di una visione sull’acqua e mi faceva dolere gli occhi. Annusai l’aria e credetti di cogliere un vago odore salmastro, mescolato a qualcosa che non riconobbi, ma che mi mandò un brivido lungo la schiena.

In fondo al colonnato era posto un trono dallo schienale ovale; seduta su di esso c’era una figura, un punto saldo in quel luogo cangiante. La sua corporatura era nascosta da un’ampia veste color oro, ma si trattava chiaramente di una donna con il capo coperto da una specie di scialle giallo annodato molto stretto. “Siete voi l’Oneirofaga?” chiesi da dove mi trovavo – forse dieci, forse cinquanta metri più in la -, cercando di mantenere la voce salda nonostante un principio di nausea.

“Così mi chiamano.” Per un attimo credetti che fosse parigina: il suo francese era perfetto. “Voi cercate il Signore dei Sogni, capitano…”

La interruppi. “Non mi piace sentirmi chiamare così. Non uso più quel titolo. E sì, sono venuto a parlare con il vostro padrone. Ma qualcosa di questo apparato mi suggerisce che voglia farsi desiderare.” Non mi sorprendeva il fatto che sapesse chi ero e come mi chiamavo; qualcuno doveva aver sbirciato la lettera e averglielo riferito tramite un qualche sistema di comunicazione.

L’Oneirofaga mi sorrise e, d’un tratto, mi parve di essere abbastanza vicino da poter distinguere i suoi lineamenti; non era una cinese – gli occhi erano rotondi – ma qualcosa nell’altezza degli zigomi, nella lunghezza del viso e nella forma appuntita del mento la rendeva diversa da qualunque donna avessi mai visto. Doveva essere una di quelle meticce nate dalla mescolanza di cinque o sei etnie diverse; simili individui non erano rari a Shangai. “Al contrario, nulla gli darebbe un piacere maggiore che essere qui con noi, ma purtroppo altre incombenze lo costringono altrove. Tuttavia, egli è comunque in grado di soddisfare un buon numero di richieste per mio tramite, fra cui la vostra. Ditemi, di quale sogno vorreste liberarvi?”

Questa volta non riuscii a non sobbalzare. “Come fate a saperlo?”

Il sorriso dell’Oneirofaga si allargò, mettendo in mostra una dentatura perfetta. “Per sognare esistono le camere superiori, ma per smettere di farlo occorre un altro genere di medicina. Non siete il primo soldato che viene da me per dimenticare.”

Fui travolto da un senso di sollievo; era il mio turno di sorridere. “Avete sbagliato,” dissi, lieto che in fondo quella donna non sapesse tutto. “Non è la guerra che voglio dimenticare.”

La donna inarcò un sopracciglio sottile. “Ero sicura che… non sognate il passato? Non vi tornano in mente l’odore della cordite, lo shrapnel che vi ha spezzato la clavicola, Grantaire intrappolato nel filo spinato…”

“No!” Fu una reazione istintiva, anche se sapevo benissimo che aveva ragione. Certo, ricordavo tutte quelle cose e altre ancora, che lei non avrebbe dovuto sapere. Mi si rivoltò lo stomaco e fui in procinto di girare i tacchi e fuggire come non avevo mai fatto prima di allora; ma poi mi dissi che, dopotutto, una strega in possesso di poteri simili poteva anche conoscere la cura per il mio male. “No, non sono quelli i ricordi che mi perseguitano,” aggiunsi a mo di specificazione.

“Cos’è stato, allora, a mettervi alla ricerca del Signore dei Sogni?”

Era una confessione vergognosa, ma che dovevo fare. “Una donna,” mormorai. “Una donna che conobbi in Francia, dopo la guerra e prima di partire per la Cina. La rivedo ogni notte. A volte mi deride e mi umilia fino a quando non mi sveglio; altre volte… altre volte non vorrei svegliarmi, ma succede comunque, e allora capisco di aver sognato.” Tacqui, attendendo una risposta.

“Ed è di questa donna che vorreste liberarvi?”

“Sì. Voglio tornare a essere un uomo, perdio!” esclamai. Mi sarei aspettato che le mie parole riecheggiassero per la stanza; invece fu come se l’ambiente le fagogitasse, come se avessi gridato in mezzo a un campo invece che in una stanza chiusa.

L’Oneirofaga si accarezzò una guancia con un dito. “Capisco. Sapete quale prezzo dovrete pagare?”

Deglutii a secco. “Lo so e ho già preparato tutto.” Tirai fuori dalla tasca interna della mia giacca una busta sigillata. “Qui dentro c’è l’indirizzo dell’uomo che custodisce quelle… cose, assieme alla parola d’ordine da utilizzare.” Feci un passo verso la donna e, un attimo dopo, fu come se la distanza si fosse contratta e lottai per non rovinare addosso ai gradini del trono. Riuscii appena a conservare la mia dignità.

“Tenete…” dissi, ma quando feci per tenderle la busta, vidi che la mia mano era vuota. L’Oneirofaga liquidò il mio sbalordimento.

“Non preoccupatevi; quelle informazioni sono in mano a persone fidate, adesso. È il momento di darvi quello per cui avete pagato.” Si alzò in piedi e scese con grazia i gradini. La veste che la copriva dal collo ai piedi emise un fruscio lievissimo, e persino da quella distanza non mi riuscì di determinare con precisione la sua corporatura. Quando a dividerci non fu che un palmo d’aria, una distanza indecente, si fermò e disse: “Pensate a quella donna. Non è necessario che visualizziate ogni dettaglio, è sufficiente un’immagine.” Sollevò le mani, dalle dita lunghe e magre, e con esse mi circondò il volto. “Poi baciatemi.”

Feci come mi aveva detto, avvertendo la familiare mescolanza di rabbia, amarezza e rimpianto tipica di quei sogni farsi strada di nuovo in me. Poi chinai il capo e premetti le mie labbra contro le sue.

E all’improvviso l’immagine cominciò a sgretolarsi, perdendo un dettaglio dopo l’altro. Un momento prima ricordavo alla perfezione il modo in cui il sorriso di lei illuminava ogni luogo in cui si trovasse; quello dopo non riuscivo più a vederlo. Ricordavo la forma delle sue dita e il modo in cui si reggeva il mento con la mano, le dimensioni e il colore dei suoi occhi, la lucidità dei suoi capelli scuri… e poi non più. Quando la lingua dell’Oneirofaga premette contro le mie labbra per farle schiudere, udii per l’ultima volta il suono della sua risata e pensai che, con qualche sortilegio, la strega l’avesse evocata in quello stessa camera; poi, per quanto mi sforzassi, non riuscii a sentirla.

Nella mia bocca esplose una miriade di sensazioni e sapori: il labbro di lei che cedeva piano sotto i miei denti, il sapore dolce del caffè che aveva appena bevuto, quello agrodolce della pelle del suo collo… uno dopo l’altro li sentii un’ultima volta e uno dopo l’altro svanirono, divorati da quella creatura che pareva trarne nutrimento e piacere. L’Oneirofaga si strusciò contro di me e, attraverso il tessuto della sua veste, sentii qualcosa di strano; una deformità, forse, o qualcosa indossato sotto, come un cilicio. Per accertarmene, passai le mani sopra il suo corpo nel gesto di un amante, ed ebbi la conferma del fatto che quell’abbigliamento serviva a nascondere qualcosa che avrebbe suscitato l’orrore di qualunque essere umano, anche uno distrutto dall’oppio o da qualunque altra droga. Mi tornò in mente la scena da incubo raffigurata nel pannello sopra la porta e rabbrividii al pensiero che quella non fosse una strega, ma una sacerdotessa, e che il dio osceno che adorava fosse quel Signore dei Sogni che avevo cercato come soluzione ai miei mali.

Ma cosa importava? I miei incubi sarebbero stati sopportabili, da quel giorno. L’orrore che in quel momento mi stava mordendo il labbro così forte da farlo sanguinare mi avrebbe liberato; non sarei più stato perseguitato dal suo odore , dal rumore dei suoi passi, dal fruscio dei suoi vestiti sulla sua pelle candida. Avrei potuto tornare a vivere come un uomo, un uomo conscio che esistono al mondo cose in grado di trasformare la realtà in sogno e di cibarsi delle memorie, ma pur sempre un uomo.

Dalla mia gola sfuggì un gemito; fu quel suono a farmi rinsavire. Incurante di quanto fosse disgustoso, premetti le mani sul petto dell’Oneirofaga e la spinsi via. La sacerdotessa inciampò sull’ultimo gradino e cadde all’indietro, urtando il bordo del seggio con la nuca. L’orrendo “crack” delle vertebre spezzate non fu sufficiente a distrarre la mia mente da quello che vidi quando la veste si sollevò leggermente e lo scialle attorno alla testa della creatura si allentò, rivelando in entrambi i casi qualcosa di gonfio, pallido e molliccio, simile a un verme o una sanguisuga, pulsante degli ultimi sprazzi di una vitalità oscena a cui, avevo posto fine.

Mi voltai e corsi verso la porta, che era ancora aperta; risalii le scale, calpestai i tossici nella camerata e salii di nuovo, attraversando i due corridoi ed emergendo nell’anticamera, senza mai smettere di pulirmi la bocca con la manica della giacca. Se avessi avuto dell’acido, me lo sarei gettato sulle labbra. Il cinese che mi aveva accolto sbucò fuori da un angolo e mi guardò con la bocca spalancata; forse, se avessi avuto un demone meno terribile alle calcagna, sarei stato più lento e mi avrebbe aggredito. Ma non lo fece e io fuggii nella notte, diretto verso la mia dimora. Non so come feci a ritrovare la strada, preda com’ero della follia; ricordo solo il momento in cui ho schiodato una certa asse del pavimento e recuperato un ciondolo, un ovale d’ottone contenente una fotografia. Fissai quell’immagine per quelli che forse furono minuti, forse ore, cercando di imprimermi nella mente ogni dettaglio, ogni segno e ogni sfumatura di quel volto. La foto non mi avrebbe restituito i ricordi che avevo perso, ma mi sarebbe bastata fino all’alba e nel corso del lungo viaggio in treno fino alla Francia; non sarei mai più salito sopra una nave, perché quel pannello e quella stanza mi avevano fatto capire che il Signore dei Sogni era una creatura marina, e io avevo ucciso la sua sacerdotessa.

Sarebbe stato un viaggio lungo, sì, e forse non mi avrebbe dato che nuovi incubi; ma avevo imparato che al mondo esistono troppe cose orribili per rischiare di perdere quelle meravigliose.

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Pubblicato da su 27/10/2012 in Racconti

 

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Domani

Avviso al lettore: La storia si svolge molti anni prima di Kron. Chi non avesse letto quel racconto troverà questo comunque leggibile, ma potrebbe perdersi alcuni riferimenti. D’altro canto, potrebbe anche leggere questo racconto e poi l’altro, e chi sono io per impedirglielo? O forse avrà schifo di Domani fin dalle prime righe e non lo finirà nemmeno. È un suo diritto. ^_^

Quando uno sconosciuto entrò nella tenda di comando, Kron non distolse lo sguardo dalla mappa della piana su cui, l’indomani, si sarebbe combattuto. Il rumore leggero di quei passi sul tappeto che ricopriva la terra, il tintinnio leggero della maglia di ferro fatta su misura e soprattutto quel lievissimo odore di sudore che nulla aveva a che vedere con quello di un soldato gli rivelarono chi aveva alle spalle.

“I capitani hanno ricevuto istruzioni, signor conte.”

Kron finse di considerare con attenzione un dettaglio della pergamena per nascondere un sorriso dovuto al tono militaresco. “Molto bene. Le hanno accettate di buon grado?”

“Sì, signor conte, soprattutto dopo che ho detto al capitano Egil di spostare le proprie forze sul colle a ovest della vostra posizione, cosicché non gli tocchi combattere a fianco del nobile Gunnar. Il capitano era molto sollevato all’idea di non avere il fianco protetto dall’uomo che gli ha rubato la sposa.”

Kron inarcò un sopracciglio, anche se l’altra persona poteva vedere soltanto la sua nuca. “Senza dubbio. In effetti, ne sono sollevato anch’io, anche perché non mi era venuto in mente di scambiare la posizione di Egil con quella di Alfr. Chi ha deciso questo cambiamento?”

“Ma naturalmente mio padre nonché vostro secondo, signor conte.” Nella voce si intravedeva il sorriso.

“Tuo padre è veramente un uomo intelligente, Kai, e le sue idee mi stupiscono sempre. Per non parlare del suo coraggio: non è da tutti prendere iniziative sullo schieramento delle truppe senza consultarsi con il proprio superiore.”

Questa volta Kron udì chiaramente la risatina. “A volte il coraggio nasce dagli equivoci, che capitano spesso quando si affidano certi compiti a una fanciulla.”

Kron sorrise e fece per voltarsi, ma si fermò quando udì i passi di Kai che lo oltrepassavano. La ragazza si sedette sulla branda di fronte al tavolo, facendo tintinnare gli anelli della cotta; il rumore coprì lo sbuffo che pure Kron riuscì a leggerle sul viso. Su misura o no, una camicia di ferro era una camicia di ferro. Sotto la debole luce della candela, i lineamenti di Kai parevano intagliati nell’avorio da un artigiano che amava mescolare forme piene, in questo caso nelle guance e nella bocca piena, e linee sottili, come quelle del mento e degli zigomi. I capelli della ragazza sembravano una cascata di miele scuro.

“Non vedo fanciulle davanti a me, solo una zitella che ha dimenticato le buone maniere al punto da sedersi sul letto di un uomo con lui presente.”

Kai mise il broncio sporgendo le labbra in un’espressione che le toglieva almeno cinque anni. “Sul vostro letto ci saltavamo non molti anni fa, signor uomo. Se così posso chiamarvi; profumate come una donna e i vostri abiti non sfigurerebbero in un bel salottino.”

Kron abbassò lo sguardo sulla tunica di seta rossa che indossava. Con il resto dei suoi vestiti, giubba e cappello inclusi, buttati sopra la cassapanca, doveva ammettere che quell’abbigliamento non era molto particolarmente virile. “Dopo averti vista, credevo di essere finito in una festa in maschera invece che in un accampamento, così mi sono adeguato.” Il broncio di Kai si accentuò. “Per quanto riguarda il profumo, devi sapere che certi uomini non gradiscono quello dei soldati, il che diventa una disgrazia quando uno di costoro è il comandante scelto dal re. A proposito, come sta tuo padre?”

“Vi manda i suoi saluti e ci tiene a comunicarvi il suo desiderio di guidare la prima carica.”

Kron ridacchiò. “Quel vecchio è sempre ghiotto di onori. Gli concederei anche questo, se potessi; ma non spetta a me decidere, anche se è naturale che sia il nostro fianco a sferrare il primo assalto.”

“Anche secondo me, ma c’è una cosa che non capisco,” osservò Kai. “Mentre giravo per l’accampamento, ho avuto l’impressione che la cavalleria fosse sparsa per tutta la lunghezza del fronte invece che concentrata sulle ali. Voi avete idea del perché?”

Kron si accarezzò il mento con una mano, distogliendo lo sguardo da Kai. “Non lo so,” ammise dopo aver rimuginato per qualche istante. “Immagino si tratti di uno stratagemma per confondere eventuali spie. Probabilmente Goran ordinerà ai cavalieri di raggiungere le loro posizioni prima dell’alba, in modo da non essere visti. Non riesco a immaginare un’altra possibile strategia.”

“E se quelle fossero invece le posizioni definitive? Se volesse caricare frontalmente con la cavalleria?”

Kron allontanò quell’idea con un cenno della mano. “Nessuno caricherebbe mai un muro di scudi con la cavalleria, per di più lasciando scoperte le ali.”

Rimasero in silenzio per qualche istante. Non c’era la minima traccia di imbarazzo in quella situazione: Kron si comportava come se fosse in compagnia di se stesso, con tanta naturalezza da arrivare persino ad arrotolare le maniche della tunica per godersi l’aria fresca della sera. Kai mosse le spalle a disagio e Kron inarcò le sopracciglia con aria divertita. “Vi dolgono le spalle, signora?”

“Dovreste saperlo meglio di me, visto che avete indossato per tutto il giorno una di queste maledette trappole.”

Kron si alzò e si sfregò le mani sopra la fiamma della candela. “Si dice che le mani dei re abbiano proprietà guaritrici e un tempo Hogrod era un regno. Permettete che metta alla prova questa diceria?”

Kai inarcò un sopracciglio, con un’aria poco convinta che un istante dopo si dissolse in un sorriso e una risatina. “Certamente, signore, ma dovrete aiutarmi ad alleggerirmi, prima.”

Kron si alzò in piedi e Kai fece lo stesso. L’uomo si avvicinò e, con gesti rapidi e sicuri, aiutò Kai a sfilarsi la pesante maglia di ferro. Sotto, come tutti i soldati, la ragazza indossava una tunica imbottita. “Spero per il vostro pudore che questa mattina vi siate messa una camicia.”

Sempre dandogli le spalle, Kai slacciò la tunica e se la tolse, mostrando l’indumento menzionato da Kron. “Queste non sono le spalle di una donna di diciott’anni, ma quelle di un uomo di sedici,” disse questi, appoggiandovi le mani sopra e cominciando a massaggiarle.

“Avete… tolto due anni… per cortesia, immagino,” disse Kai con voce rotta dal sollievo. Sotto le mani di Kron, il grumo che erano i suoi muscoli si sciolse fino a ritrovare la naturale elasticità. “Oh, dolci dei! Come faccio a essere ancora viva?”

“Nessuno ti ha colpita con una lancia, ecco come fai.”

Le spalle di Kai furono scosse da una risatina. Kron terminò il massaggio, indugiando ancora per qualche istante con le mani vicino al collo della ragazza prima di allontanarsi. Kai approfittò della posizione in cui si trovava per stendere le gambe e proclamarsi padrona del letto. “Io da qui non mi muovo più.”

“Vuoi costringermi a dormire sui tappeti?” chiese bonariamente Kron.

Kai giocherellò con una ciocca bionda, lo sguardo fisso sulla fiammella tremolante della candela. “Signor conte, ho controllato le posizioni di tutti i vostri soldati, ma non ho idea di quale sia la mia.”

Kron, che si era avvicinato al tavolo, prese un boccale pieno a metà di vino scuro e bevve un sorso. Studiò il riflesso della luce sul liquido e sull’argento cesellato prima di rispondere. “Tuo padre non te ne ha assegnato uno?” Si voltò in tempo per vederla scuote la testa. “In tal caso, ti nomino assistente quartiermastro. Ti occuperai dell’equipaggiamento e delle vettovaglie, compresi quelli del nemico se domani andrà tutto bene. Scrivo subito l’ordine per il quartiermastro Erling.” Kron si sedette al tavolo, prese un foglio di carta di stracci e intinse la penna d’oca nell’inchiostro; rimase con la mano sospesa sopra il calamaio quando udì Kai mettersi a sedere sul letto. “Cosa c’è?”

“Assistente quartiermastro.” Kai si rigirò quelle parole in bocca e fece una smorfia. “Sapete bene che so combattere. Il mio maestro è stato anche il vostro.”

“Un comandante non agisce mai direttamente in battaglia,” disse Kron mentre cominciava a scrivere sul foglio con la sua grafia elegante.

Kai fece scricchiolare il giaciglio alzandosi in piedi di scatto. Nel farlo, urtò la maglia di ferro appoggiata lì accanto, che cadde a terra sferragliando. “Un quartiermastro non è un comandante.”

“Kai,” disse Kron, sollevando lo sguardo dal foglio, “quale posizione vorresti ti assegnassi?” L’unica emozione presente nello sguardo che incrociò quello di Kai era la curiosità.

Kai raddrizzò il busto e per un attimo, nonostante le forme che s’intravedevano sotto la camicia, a Kron sembrò di nuovo la ragazzina che aveva scambiato per il figlio del suo maestro d’armi quando lui aveva quattordici anni e lei dodici. “Signore, vi chiedo di farmi vostro attendente di campo.”

Senza batter ciglio, Kron rispose: “Questo è un onore che spetta di diritto a sir Steinn.”

“Sir Steinn si è rovinato col bere al punto da non sapere nemmeno più da che parte si regge la spada,” ribatté Kai con una voce che era quasi un ringhio.

“E questo, oltre alla sua anzianità e al suo retaggio, è il motivo per cui preferisco averlo accanto a me invece che al comando di uomini. A proposito, come fai a sapere tante cose di sir Steinn?”

“Non sono né cieca né sorda. E credo che Vostra Eccellenza farebbe meglio ad avere vicino una persona di cui può fidarsi.”

“E di te mi posso fidare?”

“È una domanda seria?”

“È un discorso serio il tuo?” Kron depose la penna e intrecciò le dita. “Sei venuta nella mia tenda, la sera prima di una battaglia decisiva, e mi hai chiesto di farti mia attendente – mio attendente, chiedo scusa – scavalcando una lunga lista di uomini onorevoli e loro pargoli. Per non menzionare il fatto che non hai mai visto una battaglia e che ora vorresti trovarti in una delle sue posizioni più delicate.”

Kai sembrò sul punto di dare un calcio a qualcosa, ma si limitò a premere contro le cosce le mani chiuse a pugno. L’azzurro dei suoi occhi brillava di una luce rabbiosa. “Sempre meglio io di sir Steinn!”

“Molto meglio sir Steinn di te,” corresse Kron, “perché vedendo lui al mio fianco, tutti sapranno che si trova in quella posizione solo in virtù della sua anzianità e dell’onore accumulato nel corso di una vita, mentre se vedessero te si chiederebbero quali imprese mirabolanti hai compiuto stanotte per meritare quel ruolo.”

Nonostante la semioscurità, Kron vide con chiarezza il brivido che scosse tutto il corpo di Kai. La donna avanzò, fermandosi a pochi centimetri dal tavolo da cui lui continuava a scrutarla con aria indifferente. Appoggiando le mani sul tavolo, Kai si chinò fino al suo livello. “Ci provino,” sibilò.

“Poniamo il caso che, in un momento di follia, io dia al mio attendente un ordine da trasmettere o qualcos’altro di importante da fare. Se le cose andassero storte e il mio attendente fosse sir Steinn, potrei incolpare la sua demenza, ma tu sei troppo giovane per questo. Sarebbe terribile vederti cadere in disgrazia. Chi ti sposerebbe, dopo?”

Kai continuò a fissarlo. “Mi avete promesso che avrei potuto sposare chiunque volessi.”

Kron fece spallucce. “Non posso costringere nessuno a farlo.”

Kai scosse la testa e si ritrasse di scatto, una smorfia stampata sul viso. Si voltò verso il letto e fece un passo verso la tunica imbottita, tendendo la mano per prenderla, ma a metà di quel gesto si voltò di scatto. “Non importa. Fatemi vostro attendente.”

“Non sei un uomo, Kai.”

“Posso esserne uno, se questo mi farà stare accanto a voi domani!” esclamò Kai. Si portò le mani al petto, stringendo i seni con tanta forza che le sfuggì una smorfia di dolore. “Volete che mi fasci il petto? Che mi tagli i capelli? Cosa devo fare per convincervi a portare me, domani, invece di un cavaliere che ha perso il senno da tempo?”

“L’unica cosa di cui puoi convincermi in questo momento è il tuo essere una donna adulta, cosa che ti sta riuscendo difficile.”

Togliendo le mani dalle sue grazie, Kai le strinse di nuovo a pugno e sbatté entrambi quei pugni sul tavolo. “Perché voi mi trattate come uno dei vostri lacché!”

“Ti tratto molto meglio di quanto meriteresti.” Quelle parole, scandite lentamente, erano colme di gelo. Kai chiuse gli occhi, trasse diversi respiri profondi e li spalancò, guardando fisso Kron. “Ti sei calmata?” chiese questi, intingendo di nuovo la penna d’oca e apprestandosi a scrivere.

“A voi non importa. Siete disposto a mandare tutto in rovina.”

Kron rimase immobile, ma alcune gocce d’inchiostro caddero dalla penna e imbrattarono il tavolo in diversi punti. Poi, lentamente, disse: “Suggerisco che tu te ne vada.”

“Siete stato al consiglio di guerra, questa sera. Sapevate già del modo in cui Sua Altezza ha disposto la cavalleria. Pensavo che non ve ne forste accorto, razza di sciocca che sono stata! E non avete obiettato, nonostante sappiate benissimo che si tratta di un piano scellerato.”

“Attenta a quello che dici. In questo momento siamo soli, ma se quello che hai detto dovesse sapersi in giro…”

“Cosa?” Kai alzò la voce, poi l’abbassò fino a ridurla quasi un sussurro. “Mi denuncerete pur di non mettere in cattiva luce il marito di quella donna?”

Kron sbatté il pugno sul tavolo, facendo tremolare tutte le ombre all’interno della tenda. “Non prenderti troppe libertà! Ho tollerato la familiarità con cui ti sei rivolta a me, ho tollerato la tua sciocca dimostrazione di orgoglio, ho persino lasciato che violasti un ordine esplicito, ma non credere di poter fare ciò che vuoi solo perché sei stata mia amica d’infanzia!”

Kai spalancò gli occhi e dilatò le narici. “Se la mia idea andava contro la vostra volontà, perché non vi avete posto rimedio? ‘Signor conte’,” aggiunse con calcolato ritardo.

“In primo luogo perché non c’è più tempo: se voglio che gli uomini non vadano in battaglia ciondolando come ubriachi, devo lasciarli riposare, non spostarli di nuovo. In secondo luogo perché non m’importa di chi sta su quella maledetta collina, fintanto che non sono i miei uomini migliori: quel presidio è solo una precauzione per rallentare un attacco sul fianco che non credo ci sarà. Come vedi, l’unica ragione per cui non ti ho fatto punire è che non hai fatto danni sufficienti.” Kron si alzò in piedi, giro attorno al tavolo e andò a raccogliere la cotta imbottita e la maglia di ferro. “Per non parlare del modo in cui ti sei vestita. Hai la minima idea di cosa dicano gli uomini? Le più candide delle loro sconcezze ti farebbero venire i capelli scuri. Ho mostrato tolleranza nei loro confronti, dato che queste dicerie riguardano anche me e metterle a tacere con la forza avrebbe equivalso a riconoscere la loro veridicità. Ma sono stufo di dover tollerare la tua indisciplina.” Così dicendo, buttò armatura e tunica ai piedi di Kai. “Portale via, e chi sia l’ultima volta che te le vedo addosso.”

Kai ignorò quanto stava ai suoi piedi e fece un passo avanti. Kron serrò le labbra. “Taci. Un’altra parola e dovrò intristire tuo padre dicendogli di averti dovuta cacciare.”

“Adesso tirate in ballo mio padre? Siete un uomo meschino.”

Kron fece un passo avanti e sollevò un braccio. Per tutta risposta, Kai spostò all’indietro la gamba destra e sollevò i pugni davanti a sé. Kron si accigliò alla vista di quella posizione di guardia. “Che stai facendo?”

Senza muoversi di un millimetro, Kai rispose: “Non mi lascerò picchiare. Non l’ha mai fatto nessuno e voi non sarete il primo!”

“Se tu fossi un uomo, ti farei fustigare!”

“Se voi foste un uomo, non vi dannereste l’anima per una donna sposata!” gridò Kai. O almeno ci provò, perché prima che finisse la frase, Kron penetrò nella sua guardia, agganciò la sua gamba sinistra con la propria destra e ne mise una mano davanti alla bocca. Kai lottò per sottrarsi alla sua presa, ma Kron la premette contro di sé per immobilizzarla e la tenne stretta, pur senza farle male.

“È questo ciò che vuoi, Kai?” La rabbia nella voce di Kron svanì man mano che le parole gli uscivano di bocca. “Stare fra le mie braccia pur sapendo che non penso a te, che non penserò mai a te? È per questo che ti sei vestita da uomo e hai affrontato i rigori di una campagna militare? Hai già il mio rispetto, che stai facendo di tutto per perdere, ma esso è tutto ciò che puoi avere da me.”

Kai si rilassò e mosse leggermente la testa. Kron tolse la mano.

“È per questo che non mi volete? Perché mi rispettate?” mormorò Kai. Kron annuì e quando lo fece il suo mento sfiorò i capelli di Kai. La donna si appoggiò a lui e suo corpo fu scosso da un singhiozzo. “Allora se mi disprezzaste, se fossi una di quelle puttane che vanno e vengono dalla vostra tenda ogni notte, allora potrei stare con voi?”

Kron sussultò. “Una ragazza per bene non dovrebbe vedere certe cose.”

Kai scoppiò in una risata amara. “Oh, ma io le ho viste come, tutte magre come stecchi e con chiome scure che non avevano il giorno prima. Ho spiato la vostra tenda ogni sera, da dietro gli alberi,” aggiunse indicando un punto nascosto dalla tela della tenda. “Pensavo che, se una di loro avesse avuto un pugnale e avesse cercato di uccidervi, sarei potuta accorrere per salvarvi la vita, e avrei trovato nella vostra riconoscenza la forza per dirvi che…” Kai rise di nuovo, questa volta di se stessa. Kron vide qualcosa luccicare lungo la sua guancia. “Posso voltarmi?”

Kron annuì e mollò quella che ormai era diventata una finta presa. Kai si girò fra le sue braccia e appoggio la testa sul suo petto, cingendogli la vita. Kron le massaggiò la schiena, tracciando dei cerchi con le dita. “Non dirlo. Sarà tutto più facile se non lo fai.”

Kai deglutì. Rimasero abbracciati per un periodo di tempo indefinibile, ascoltando i propri respiri e il battito dei loro cuori.

“Mandatemi via. Mandatemi via o rimarrò qui per sempre.”

Kron mise le mani sulle spalle di Kai e, gentilmente, la spinse via. Per la prima volta in vita sua, non ebbe il coraggio di guardare un altro essere umano negli occhi. Kai si chinò a raccogliere i vestiti con cui era entrata e se li rimise addosso mentre Kron distoglieva lo sguardo, come se l’altra si stesse spogliando invece che rivestendo. Quando Kai ebbe finito, disse: “Domani, il piano di Sua Altezza potrebbe costare molte vite.”

“Lo so. Cercherò di fare del mio meglio perché ciò non accada. Perlomeno io ho obiettato a quel piano, anche se non è servito.” Questa volta fu Kai per distogliere lo sguardo, per non vedere quello che c’era negli occhi di Kron. Nella tenda calò il silenzio.

“Siamo soldati, giusto?” chiese Kai.

“No,” rispose Kron. “Io sono un soldato e devo obbedire agli ordini. Tu non lo sei. Puoi vivere felice nel modo che preferisci.”

Kai sollevò la testa. Non si era asciugata le lacrime, né cercava di nasconderle. “Vi sbagliate. Io non posso vivere come preferisco, perché questo vorrebbe dire essere al vostro fianco domani, con i capelli corti e il seno celato, oppure nel nostro letto stanotte con i capelli tinti di nero.”

Kron fece per rispondere, ma Kai lo prevenne: “Lo so. Ed è per questo che vi odio.” Kai si voltò, scostò un lembo del tessuto che copriva l’ingresso della tenda e uscì.

Kron fissò il vuoto davanti a sé per alcuni istanti, che si protrassero fino a diventare un periodo di tempo indefinibile. Poi, con tre rapidi passi, si ritrovò all’esterno. Una figura stava scendendo la collina che dominava la zona in cui erano accampate le truppe di Hogrod. La luce delle torce traeva riflessi metallici dalla sua maglia di ferro. Kron aveva il suo nome sulle labbra, ma invece di un grido, da esse uscì soltanto un mormorio. Kron rientrò nella tenda, lasciandosi cadere su una sedia di fronte al tavolo e al foglio macchiati d’inchiostro. Appoggiò i gomiti sul tavolo, si prese il volto fra le mani e rimase a lungo in quella posizione.

“Kai,” disse più volte. Ogni tanto fece una smorfia, altre volte invece sorrise di fronte ai ricordi suscitati da quel nome. Poi disse “Solveig” e il suo volto perse ogni traccia di espressione. A un certo punto sollevò lo sguardo, vide che la candela si era consumata quasi del tutto e si asciugò la fronte. Doveva dormire, altrimenti non sarebbe stato abbastanza riposato per l’indomani. Appoggiando le mani sul tavolo, si alzò in piedi e, dopo essersi tolti gli stivali con un calcio, si stese sul letto da campo. La notte estiva era fresca, ma parecchio tempo dopo, i suoi occhi continuavano a fissare l’oscurità.

“Kai.” Coprendosi gli occhi con un braccio, Kron sospirò. “Domani succederà quel che succederà. Ma dopo la battaglia, quando in un modo o nell’altro sarà stipulata la pace…” Un attimo prima di concludere quel pensiero, si addormentò.

 
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Pubblicato da su 02/07/2012 in Racconti

 

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Un favore restituito – Parte I

Non è la sorpresa che vi avevo promesso qualche giorno fa, ma un nuovo racconto su Kron, fuori antologia e con una dedica speciale al termine. Ecco la prima parte. ^_^

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«È il vostro coinvolgimento in questo affare a non rassicurarmi, Alberik!» gracchiò la donna. «Chi garantisce che, dopo che lui sarà morto, voi non facciate valere quello sputo di sangue regale nelle vostre vene per salire sul trono?»

L’interpellato, un uomo dai capelli dorati che sedeva a capo della grande tavola di granito rosa, mise giù la sua coppa d’argento e sorrise. I raggi del sole che filtravano attraverso la vetrata alle sue spalle enfatizzavano la sua bellezza un po’ diafana, non del tutto maschile, ma neppure effeminata. «Vostra Grazia, pensavo che avessimo già chiarito questo punto. Se intendo mettere a rischio la mia vita, è solo in nome della giustizia e del vero Re di Nara. Del resto, venuta a mancare l’unica persona che si frapponeva fra lui e il trono, cosa credete che farebbe il giovane Adolphus se trovasse me seduto al suo posto?»

«Adolphus è figlio di Goran e il popolo non ha mosso un dito quando è stato mandato in esilio» ribatté la contessa. Gli occhi dal taglio allungato, di un verde pallido, e i capelli color carbone le conferivano un aspetto esotico e non privo di attrattiva, ma il suono della sua voce pareva quello che avrebbe potuto produrre un corvo sottoposto a tortura. «Un uomo astuto potrebbe approfittare della volubilità della gente per conquistare il potere per sé.»

«Allora siete al sicuro, Berit: non siete stata voi, in tempi nei quali la mia ospitalità non vi era così gradita come ora, a definirmi “acuto quanto una foglia di quercia”? Ma» aggiunse, sollevando una mano in un gesto rivolto a tutti e tre gli altri convitati «non è questo il momento di pensarci. Forse Kron morirà in battaglia e la nostra piccola congiura finirà prima ancora di cominciare.»

Il terzo uomo sbatté il pugno sul tavolo, facendo tintinnare piatti e posate.«Questo non deve accadere!» esclamò da sotto la barba rossiccia che non celava del tutto i suoi numerosi menti. «Dobbiamo essere noi a uccidere l’usurpatore, altrimenti non ne ricaveremo alcuna riconoscenza dal Re!»

«E tu ne hai molto bisogno, vero Halen?» interloquì a bassa voce l’ultimo congiurato, senza sollevare lo sguardo dall’arrosto di montone nel suo piatto. I suoi capelli grigi, lunghi e raccolti in una coda, ricadevano su spalle larghe e un collo possente. Solo la pelle del volto, cotta dal sole e rovinata dalle intemperie, suggeriva che doveva essere vicino alla soglia dei cinquant’anni.

«Quello che faccio con il mio denaro non ti riguarda! Piuttosto tu, carcassa che non sei altro, vedi di aggiungerti nelle schiere di chi non deve morire prima del tempo! O vuoi che tuo figlio rimanga invendicato?»

Lo sguardo del vecchio soldato trafisse Halen come una lancia. Di fronte a quegli occhi del colore di un lago ghiacciato, il grassone si agitò sulla sedia, come a voler mettere il maggior spazio possibile fra lui e una minaccia mortale. Quando l’altro parlò, lo fece in tono piatto.

«Se Forbo… se un dio mi apparisse in sogno promettendomi che, se mi gettassi attraverso le schiere dei suoi neri, ucciderei il tiranno un attimo prima di morire io stesso, non esiterei. Ma non sono un folle e so che un simile gesto sarebbe inutile. Tu, d’altro canto, non hai guardie di alcun genere intorno a te, in questo momento.»

Prima che Halen potesse replicare, Alberik si alzò in piedi e spalancò le braccia un gesto conciliatore. «Signori! Conosciamo tutti le motivazioni di ciascuno e siamo arrivati tutti assieme fino a questo punto, quindi non è il caso di litigare. Nessuno di noi può influenzare quello che sta accadendo sul campo di battaglia.»

A bassa voce, quasi fra sé, Berit parlò: «Lui non morirà. Non è il genere d’uomo che può cadere da cavallo o morire perché un soldato qualunque lo ha preso alle spalle. Tornerà a Onoria vivo e coperto di gloria.»

«Speriamo allora che possa morire sotto i nostri pugnali e che quella gloria non sia sufficiente a trasformarlo in un idolo dopo che lo avremmo fatto. O forse quella che avete espresso è una speranza rivolta a colui che un tempo fu il vostro promesso sposo?»

«Alberik» ribatté lei, stringendo lo stelo della coppa fino a che le sue nocche non impallidirono, «quella fu una cosa decisa da mio padre, in cui io non ebbi parola. Ho incontrato il conte solo una volta e non ci siamo nemmeno parlati. Come potete pensare…»

«Il dittatore. “Conte” non è più il suo titolo da quindici anni» puntualizzò il veterano, senza sollevare lo sguardo. «Da quando fu esiliato, perdendo ogni suo diritto di nascita e di onore.»

Alberik fece un piccolo inchino all’indirizzo del soldato. «Giusto, Edvard. Kron non è nessuno, un bandito che siede sul trono in virtù della sua forza e non ha neppure il coraggio di fare propria la corona. Ma è un bandito da non sottovalutare, visto l’astuzia con cui ha catturato la città.»

Le dita grassocce di Haren tremarono, facendo cadere qualche goccia di vino sulla tovaglia immacolata. «Dicono che sia stata quella donna, la strega bianca, a farlo entrare in città nascosto sotto un velo magico.»

«Se è così, i suoi demoni devono averla abbandonata, perché so per certo che l’usurpatore la tiene sotto chiave ed è in grado di controllarla senza problemi. Ma anche se così non fosse, una strega, potente o no, è del tutto inaffidabile, pertanto l’ho esclusa dal piano che ora andrò a esporvi.»

«Pensavo che avremmo discusso il piano» obiettò Berit.

Alberik la ignorò. «In questo momento, Kron si trova lungo il fiume Dimma. Che vinca o perda questo scontro, la campagna finirà presto: i giorni si sono fatti troppo corti e le notti troppo fredde perché l’esercito possa rimanere sul campo. Entro poche settimane dovrà ritornare a Onoria, dove noi saremo pronti ad aspettarlo. Io e Berit gli chiederemo udienza, portando Edvard come guardia del corpo. Kron non rifiuterà di ricevere colei che gli fu promessa e un nobile di sangue reale, non se un uomo influente come Halen metterà una parola buona in modo che altre faccende siano presentate al dittatore come secondarie rispetto a questa. L’udienza ci darà una scusa per pernottare a palazzo.»

«Mentre io sarò già là in quanto fornitore delle cantine reali… magari con un dono per il dittatore in persona e una mancia pronta per il servo che mi lascerà andare a salutare due vecchi amici negli appartamenti degli ospiti nobili?» chiese Halen, gongolando fra sé per la propria perspicacia quando Alberik gli rivolse un cenno di assenso.

Berit bloccò l’aristocratico prima che questi potesse riprendere a spiegare. «E con che pretesto andremo da lui, Alberik, certi di farci ricevere?»

«Oh, lui non potrà ignorarci, perché gli porteremo la notizia del fidanzamento di due grandi nobili, che in base alle legge – una legge che lui, per fortuna, non si è mai curato di cambiare – deve essere autorizzato dal Re o da chi ne svolge il ruolo.»

Il tintinnio argentino della coppa di Berit che rotolava per terra creò un contrasto brutale con la sua voce strozzata. «Il nostro… voi… Ma come potete pensare che io mi presti a una cosa del genere!» riuscì infine ad articolare.

Il sorriso svanì dal volto di Alberik. «Credetemi, la prospettiva inorridisce anche me, al punto da farmi ringraziare gli Dei del fatto che si tratti di una finzione. Ma è anche l’unico modo per essere sicuri che saremo ospitati a palazzo: Kron vi ha già arrecato un torto con la faccenda della promessa infranta ed esso è troppo forte perché possa permettersi di farvene un altro. Ci darà udienza e noi andremo di fronte a lui a raccontargli quanto ci amiamo e come il regno beneficerà dalla nostra unione. E voi sorriderete per tutto il tempo, in modo che non ci siano dubbi sulla vostra sincerità.»

«Se voi credete…» cominciò Berit. Haren la interruppe.

«Certo che lo farete! Ma non capite l’opportunità che abbiamo di fronte? Pensate che il vostro stupido orgoglio di donna sia più importante di quello che tutti abbiamo da guadagnare? Fatemi il piacere, contessa! » Berit tremò di rabbia a quelle parole, ma prima che riuscisse a spiccicare parola fu Edvard a parlare.

«Vostra Grazia» esordì a bassa voce «perdonatemi se oso pronunciare queste parole, ma posso capire il vostro sentimento. Anche io, quando seppi che mio figlio era stato ucciso, fui tentato di agire come mi suggeriva il cuore e uccidermi, perché dov’è il senso nella vita di un vecchio che ha perso l’unico suo legame con il resto dell’umanità? Ma poi mi resi conto che, per soddisfare il mio cuore, avrei commesso una grave ingiustizia. Era mio dovere vendicare mio figlio. Ma non avrei potuto farlo da solo, esattamente come nessuno di noi da solo può ottenere quello che vuole, cioè la stessa cosa per tutti: che l’usurpatore muoia. Contessa, pensate che dal vostro sacrificio dipendono non solo le nostre sorti, ma quelle del Re e di Sua Maestà la Regina!»

Durante l’ultima parte del suo discorso, Edvard aveva alzato lo sguardo verso Berit e lei lo incrociò. Dopo qualche istante, durante i quali nessuno parlò, la contessa lo distolse per prima. «È giusto. Prima ancora che a noi stessi, la nostra lealtà va a loro» disse con un filo di voce gracchiante. Proseguì con maggior sicurezza: «Fingerò di essere la vostra promessa, Alberik, se questo potrà servire.»

Sulle labbra dell’interpellato ricomparve il sorriso, come se tutto stesse andando bene per lui. «Sono contento che ciascuno di noi abbia finalmente le idee chiare. Se non vi dispiace, ho un’ultima cosa da chiedervi.» Così dicendo, trasse da una piega della tunica un rotolo di pergamena e lo stese sul tavolo in modo che gli altri potessero leggerlo.

«”Noi, marchese Alberik di Rikligfalt, contessa Berit di Juvel, mastro Halen da Smutsa e mastro Edvard…” Ma questa è una confessione!» esclamò Halen.

«Precisamente. Una confessione che ognuno di noi firmerà prima di andarsene, in modo che, qualora si dimostrasse fedifrago, gli altri possano trascinarlo nella rovina assieme a loro. E, per dimostrarvi che quell’uno non sarò io, propongo che sia un vostro servo a custodirla, Berit.»

La donna annuì. Edvard non disse nulla né fece alcun gesto e Halen, dopo aver passato lo sguardo su ciascuno degli altri, sospirò e disse: «D’accordo. È la cosa migliore, per essere sicuri di poterci fidare.»

Alberik prese da un ripiano vicino una penna e un calamaio. «Passatemi la confessione» disse, «la firmerò per primo.»

Così fece e, dopo di lui, gli altri tre. «Ora siamo tutti dei traditori» disse Alberik, spingendo la pergamena verso Berit.

«Non traditori» corresse lei «ma persone che intendono restituire un favore.»

Alberik rise di gusto. «Certo, certo! Mi piace questa definizione, o mia promessa! Ci chiameremo “i Buoni Debitori”; avrei voluto pensarci io, per scriverlo in quella lettera!»
Degli altri, solo Halen rise con lui.

 
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Pubblicato da su 12/12/2011 in Racconti

 

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