RSS

Archivi categoria: Consigli per scrittori

Come documentarsi per scrivere un libro (o un racconto, un’antologia, un biglietto di auguri per Natale…) (bonus: “Baka, ma che fine hai fatto?”)

Questa volta metto il bonus prima dell’articolo (riproposizione di un “pezzo” scritto per Sognando Leggendo) perché ci tengo particolarmente. Nell’ultimo periodo, la mia attività si è diradata ancora di più; sarà il caldo, il fatto che ho aggiornato il PC (e dunque posso giocare meglio) o che ne so, ma in questo periodo mi dedico principalmente alle seguenti attività: 

– Giocare a Battlefield 3 (e bestemmiare perché non riesco a fare gli assignement)

– Giocare a League of Legends (e bestemmiare perché non riesco a trovare un team decente)

– Giocare a vari giochi in single player (e bestemmiare perché sono scarso)

– Leggere (meno di quanto vorrei)

Insomma, il nuovo PC che mi sono comprato fa il suo dovere, ma mi distrae dal blogging :-P Prevedo che la scimmia da “finalmente posso giocare a 60 FPS giochi che prima scattavano come il PIL della Grecia” finirà presto, comunque; allora tornerò a scrivere articoli e, chissà, forse anche qualche racconto ^_^

La prima cosa da fare dopo aver steso almeno la trama generale di un racconto, romanzo o quello che sia, è chiedersi onestamente: “Su quali degli elementi che intendo affrontare non ho conoscenze sufficienti per dipingerli in modo realistico?” Oppure: “Cosa sto dipingendo basandomi sulle mie conoscenze e cosa, invece, sto inventando di sana pianta?” A prima vista, l’elenco potrebbe sembrarvi sconfortante, ma non perdetevi d’animo: non vi toccherà trascorrere anni sui libri per scrivere un racconto di una decina di pagine (non sempre, perlomeno). Vediamo perché.

Su cosa bisogna documentarsi

Sebbene la documentazione sia un dovere fondamentale per ogni autore, è davvero importante solo per quegli elementi che hanno un ruolo nella trama: se un personaggio ha una collezione di spade nel suo studio, ma non ne userà mai una nel corso del romanzo, è inutile spulciare tutti i testi di scherma medioevale esistenti. Documentatevi su uno o due modelli e descrivete quelli, magari accennando alle targhette che identificano e facendo spalancare gli occhi alla vostra protagonista specializzata in storia medievale. Questo è più che sufficiente. Purtroppo, per tutto il resto vi toccherà studiare sul serio; il rischio, altrimenti, è quello di commettere errori grossolani, visibili anche a chi non possiede una cultura specifica (per esempio, se la vostra protagonista alta un metro e un tappo e pesante quaranta chili afferra una di quelle spade e la usa per tagliare in due il Cavaliere Nero, i lettori si chiederanno perché fra i cavalieri non ci fossero donne minute e come mai questi indossassero armature in battaglia).

La prima cosa da fare, dunque, dopo aver deciso quali sono gli argomenti di cui vi dovete documentare, è decidere quali meritano una ricerca approfondita e per quali, invece, è sufficiente un’indagine più superficiale. Nel caso di questi ultimi, leggersi un paio di articoli o saggi brevi è più che sufficiente; per gli altri, invece, avrete bisogno di esaminare fonti più consistenti. In caso di dubbi, scegliete sempre la strada della documentazione approfondita: meglio imparare qualcosa in più che ritrovarsi con delle conoscenze insufficienti.

Non tutte le fonti sono uguali

Esistono due grandi categorie di fonti: fonti di prima mano e fonti di seconda (o terza, quarta, quinta…) mano. Semplificando, le fonti di prima mano sanno ciò che vi serve; quelle di seconda mano lo hanno sentito dire. Se volete documentarvi sulla battaglia di Vittorio Veneto (perché il vostro racconto si svolge nel corso di essa o perché l’evento è in qualche modo importante ai fini della storia), fonti di prima mano saranno i resoconti dei reduci, i rapporti degli alti ufficiali e i piani di battaglia; fonti secondarie saranno i libri di storia dedicati allo scontro. Un esempio di fonte terziaria potrebbe essere un libro di testo compilato da qualcuno che ha letto i principali trattati storici sulla battaglia.

Parlando in generale, è meglio utilizzare fonti di prima mano: più ci si allontana dalle testimonianze dirette, più si corre il rischio che qualcuno abbia commesso degli errori o trascurato alcuni elementi che a voi sarebbero utilissimi. Per questo, se la vostra storia prevede un’antagonista (o perché no, una protagonista) affetta da una particolare patologia psichica, oppure si svolge all’interno di un ospedale psichiatrico, prima di comprare una guida per lo scrittore alle malattie mentali accertatevi che l’abbia scritta uno specialista in materia e non, diciamo, un giornalista che ha intervistato degli psichiatri: nessuno garantisce che qusti abbia capito tutto ciò che i medici gli hanno detto, o anche solo che abbia fatto tutte le domande giuste.

Detto questo, non sempre le fonti di prima mano sono accessibili o consultabili: non tutti hanno il tempo o la possibilità di mettersi a spulciare gli archivi dell’Esercito italiano, per dirne una. In questi casi, testi scritti da studiosi accreditati sono un surrogato più che accettabile; abbiate solo cura di leggerne più d’uno, in modo da poter confrontare opinioni diverse e, perché no, scegliere quella che più si adatta alla storia che avete in mente.

Alcune fonti di prima mano possono essere ostiche per il lettore non specializzato: un testo di psichiatria dà per scontate delle conoscenze che ci si aspetta essere parte del bagaglio di uno studente di quella branca della medicina, ma che di certo non è proprio della cultura di uno scrittore laureato in Ingegneria. Per questo esistono le guide per scrittori: testi scritti in modo tale da essere leggibili praticamente da chiunque e che contengono tutte le informazioni necessarie su un dato argomento. Di nuovo, accertatevi solo che le abbiano scritte degli specialisti: per la vostra storia che inizia con la fidanzata del protagonista in ospedale dopo aver subito un’aggressione, scegliete una guida ai traumi fisiologici scritta da un medico.

In alcuni casi, le fonti di prima mano non sono di alcuna utilità senza la mediazione di una fonte di seconda mano: è il caso, ad esempio, dei manuali di scherma rinascimentale, pensati in origine per essere complementari all’addestramento e pieni di illustrazioni realizzate senza l’utilizzo della prospettiva o delle linee cinetiche. Siccome nessun maestro di scherma del Rinascimento è sopravvissuto fino ai giorni nostri, leggere i manuali non serve a granché; si è costretti a ricorrere a delle interpretazioni, dunque a delle fonti di seconda mano. Per esempio, quando ho scritto il mio primo romanzo fantasy completo (che metterò a disposizione gratuitamente quando avrò voglia di farmi ridere addosso), la mia fonte principale per quanto riguarda i combattimenti è stata Medieval Swordsmanship di John Clements; Clements è fondatore e presidente dell’ARMA (Association for Renaissance Martial Arts), il che ne fa una delle persone più qualificate al mondo sull’argomento. Un’altra delle mie fonti, una raccolta di illustrazioni commentate risalenti al Quattrocento, mi è stata di utilità ridottissima, perché nonostante le didascalie, quelle immagini mi dicevano poco o niente (in molti casi, il commentatore stesso ammetteva di non aver la minima idea di quali mosse fossero rappresentate).

Guardatevi dai falsi amici

Ci sono alcuni media che sembrano fonti, ma non lo sono e non vanno considerati come tali. In particolare:

  1. Le opere di fantasia (film, romanzi, serie TV, cartoni animati, ecc) non sono fonti: nessuno vi garantisce che gli autori non si siano presi delle libertà o che semplicemente non abbiano trascurato di documentarsi.
  2. Wikipedia non è una fonte: tutti possono scrivere su quel sito e modificare le pagine, non solo persone qualificate.
  3. Blog e siti web, a meno che i loro articoli non siano basati su una bibliografia e/o scritti da esperti riconosciuti, non sono fonti. Un tempo, per pubblicare un articolo o un libro bisognava essere persone capaci oppure ignoranti raccomandati; con l’avvento di Internet, anche gli ignoranti non raccomandati possono scrivere quello che vogliono e condividerlo con il mondo. Prestate molta attenzione.

Come già detto, è importante esaminare diverse fonti su ciascun argomento: non solo perché un autore può concentrarsi su dettagli che un altro trascura, ma anche perché nessuno, per quanto preparato, imbrocca ogni singolo dettaglio. Documentandomi sui cecchini per alcuni racconti di ambientazione militare, mi sono imbattuto in un manuale che raccomanda a questi soldati di portare con sé una scorta di sigarette quando vanno in missione; ciò mi è sembrato molto strano, anche perché lo stesso autore (un maggiore in pensione dell’esercito degli Stati Uniti d’America), qualche decina di pagine più in là, consiglia ai cecchini di non fumare, poiché il bagliore e il fumo potrebbero attrarre l’attenzione del nemico. Ho consultato un altro manuale e vi ho trovato un’opinione più netta: i cecchini vanno selezionati tra i non fumatori, perché anche nel caso in cui non si portino le sigarette in missione, la loro efficacia risulterebbe comunque ridotta (per via del nervosismo extra e delle altre conseguenze dell’astinenza da nicotina). L’opinione della seconda fonte, anch’egli un ex-militare, mi è parsa più convincente, dunque ho deciso di farla mia.

“E adesso cosa ci faccio?”

Una volta trovate le fonti giuste, il modo migliore per studiarle è leggerle sottolineando le parti più importanti; quando avete finito di esaminare una fonte, passate a quella successiva, riprendendo in mano quelle già lette solo dopo un certo periodo (qualche giorno per un articolo o un saggio breve, qualche settimana o anche qualche mese per un testo più corposo). Così facendo, il ripasso sarà più utile, perché avrete avuto il tempo di assimilare le conoscenze acquisite.”

Nel corso dello studio, una tecnica molto efficace è quella del Pomodoro, sviluppata da Francesco Cirillo (http://it.pomodorotechnique.com/ ). Si basa su periodi di studio (“Pomodori”) di 25 minuti, alternati a periodi di riposo di 5, con una pausa più lunga (15-30 minuti) ogni quattro Pomodori. Questo sistema consente di organizzarsi in modo efficace e alleggerisce, suddividendolo in parti più piccole, il carico di lavoro. È sufficiente decidere, la sera prima o inizio giornata, quanti Pomodori dedicare allo studio, e il gioco è fatto.

Ricapitolando: ora sapete come individuare la necessità di documentarvi, come scegliere le vostre fonti e come consultarle. Tutto questo non vi servirà a niente senza le idee, quindi rilassatevi e guardatevi un film, andate a fare una passeggiata, allenatevi o fate qualunque altra cosa normalmente susciti in voi la voglia di scrivere. Poi cominciate a buttare giù la struttura di una storia.

Annunci
 
 

Tag: , , , ,

Consigli per scrittori: “Scrivere fumetti e graphic novel” di Peter David (bonus: Jim Butcher ti insegna a scrivere!)

Qualche tempo fa sono andato in fumetteria per ritirare il solito carico di giornalini (un buon bottino: Brendon e Nathan Never della Bonelli, fra i manga Keiji, I giorni della sposa e Peacemaker) e ho notato un libriccino su uno degli scaffali più in basso: era Scrivere fumetti e graphic novel di Peter David. Sfogliarlo mi ha fatto venire in mente due dei motivi per cui non leggo quasi più i libri cartacei: stampa a caratteri microscopici (per risparmiare inchiostro) e prezzo di copertina spropositato (15 euro per 127 pagine). Mi sono segnato il titolo e sono andato a cercare una versione in ebook; non l’ho trovata (il primo commento sarà di qualcuno che l’ha trovata dopo 10 minuti di ricerca, immagino). Siccome scrittura e fumetti sono fra i miei argomenti preferiti, mi sono rassegnato e ho comprato il saggio.

Qualcuno penserà che l’articolo, parlando di manuali, sia inutile; per costoro posto la gif di Hitler che mangia l’anguria

Non me ne sono pentito: Scrivere fumetti e graphic novel è una miniera di suggerimenti utili per scrittori di ogni genere, non solo di fumetti. Non si tratta, come quelli di cui ho parlato in passato e quelli di cui parla Gamberetta, di un manuale di stile: è un manuale di contenuti. Insegna come creare personaggi credibili, come creare e gestire i conflitti all’interno della storia, come strutturare la storia stessa. Lo stile di David è semplice e diretto e l’autore sfrutta numerosi esempi (tratti da fumetti, le tavole rilevanti dei quali sono ripubblicate all’interno del saggio) per dimostrare le applicazioni pratiche dei concetti appena spiegati. Ho scritto Domani mettendo in pratica alcune delle lezioni contenute nel manuale e credo proprio che, nonostante la sua brevità, si tratti del racconto migliore che abbia mai pubblicato. In esso ho sfruttato principalmente la struttura in tre atti e i conflitti “uomo vs. uomo” e “uomo vs. se stesso”, nonché altri suggerimenti di David e alcune conoscenze che già possedevo.

Leggere il saggio non basta per diventare scrittori, ma è sicuramente un buon punto di partenza e consente di capire un sacco di terminologia che altrimenti rimarrebbe oscura, oltre a chiarire una volta per tutte come si scrive, formalmente, la sceneggiatura di un fumetto (nel caso vogliate creare un webcomic assieme a un amica/o disegnatore/trice e non sappiate cosa diavolo dovete dirgli e come).

Stranamente, l’edizione italiana di Scrivere fumetti e graphic novel è fatta alla cazzo di cane: oltre ai caratteri minuscoli, il problema più grosso è quello delle tavole a fumetti, che hanno i testi in inglese (la Marvel Italia non ha concesso di pubblicare le versioni tradotte? Mah!) e sono tagliate ai margini, rendendo illeggibili diversi baloon. Non so se anche l’originale avesse questo problema e non mi interessa: se pago 15 euro (troppi!) autentici, voglio un libro ben curato, non un aborto! Sono riuscito a godermi il saggio lo stesso, ma se ne avete l’opportunità, vi consiglio di mettere le mani sull’edizione originale.

Il secondo argomento del post è una serie di articoli pubblicati da Jim Butcher (autore della serie urban fantasy The Dresden Files) su LiveJournal. Me li sono copiati e li ho trasformati in un ePub che è, difatto, un manuale di scrittura quasi completo: Butcher parla di come buttar giù la struttura di un romanzo, come organizzare le scene e come caratterizzare i personaggi. Su alcuni punti (i personaggi, ad esempio) mi è sembrato meno preciso ed esauriente di David, ma i suoi consigli sono comunque preziosissimi. Trovo che i due testi siano complementari: leggeteli assieme e avrete una buona idea di come preparare la stesura di un romanzo. Poi mettetevi a studiare manuali di stile per scrivere quel romanzo in modo leggibile. “^_^

Chiudo l’articolo con Sasha Grey, perché è pur sempre Sasha Grey U_U

 
6 commenti

Pubblicato da su 09/07/2012 in Consigli per scrittori, Letteratura

 

Tag: , , , , , , , ,

Chi bene incomincia, bene prosegue

Un altro articolo che ho scritto per Sognando Leggendo, qui riproposto ai lettori del blog. ^_^

L’incipit, ossia le prime righe di un romanzo, è uno strumento fondamentale, per lo scrittore, con cui procurarsi nuovi lettori. Sono quelle poche righe, infatti, a decidere in molti casi l’acquisto o meno dell’opera: dopotutto, l’inizio di un romanzo dice molto sullo stile dell’autore e la sua capacità di catturare l’attenzione. A differenza di un film, nel cui caso gli spettatori hanno pagato il biglietto prima di sedersi, chi legge un incipit fatto male può semplicemente chiudere il libro e andarsene, con buona pace dell’autore. Un romanzo altrimenti buono può essere penalizzato da un incipit scadente.

Un buon incipit possiede due qualità fondamentali:

  1. Presenta il romanzo nella sua unicità.
  2. Incuriosisce il lettore, facendogli porre delle domande.

Presentare il romanzo nella sua unicità significa far capire al lettore di cosa parlano le centinaia di pagine a venire e cosa c’è di diverso, in quest’opera, rispetto alle migliaia che trattano lo stesso tema. Non è solo una questione di argomento: devono essere evidenti anche gli elementi di atmosfera e di stile che rendono il romanzo qualcosa di unico.

Una selezione di incipit tratti da romanzi a caso. Le differenze sono evidenti, no?

Incuriosire il lettore, facendogli porre delle domande, significa inserire nell’incipit alcune informazioni interessanti, ma incomplete: il lettore sarà spinto a proseguire per cercare nel testo le risposte alle domande che questa tecnica produce nella sua mente. Le domande non devono per forza ricevere risposta nel corso del romanzo; l’importante è che catturino l’attenzione del lettore, in modo che si ritrovi invischiato nella storia prima ancora di accorgersene.

Uno degli incipit migliori mai scritti, da entrambi i punti di vista, è quello de “L’ultimo cavaliere” di Stephen King:

               “L’uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì.”

Queste poche righe ci dicono tutto il necessario: si tratta di un romanzo avventuroso (ci sono un pistolero, un deserto e un inseguimento: che altro potrebbe essere?) i cui protagonisti sono un uomo in nero e un pistolero. Quest’ultimo deve odiare sul serio il suo antagonista, per seguirlo fin dentro a un luogo così terribile.
Eppure, l’incipit ci lascia pieni di interrogativi: chi è quest’uomo in nero e perché fugge proprio nel deserto? Chi è il pistolero e cosa lo spinge a inseguire l’uomo in nero? Un singolo paragrafo di un singolo periodo attrae l’attenzione del lettore come un magnete, dimostrando che l’autore ci sa fare.
Lo stile è secco, sintetico, senza fronzoli.

Un altro esempio di maestria nell’uso dell’incipit è “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez:

 ”Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.”

Il romanzo si apre con un immagine violenta (quella di un uomo che sta per affrontare la morte), ma subito passa a una scena tranquilla: un ragazzo che, sotto l’ala del padre, scopre un elemento del mondo. L’accostamento di queste immagini crea un contrasto fortissimo, che non può non suscitare curiosità; esso, inoltre, suggerisce un uso disinvolto e magistrale del linguaggio e porta il lettore a chiedersi perché il colonnello Buendia sia stato condannato alla fucilazione e cosa c’entri il ghiaccio in questa storia.
Dopodiché, una volta iniziato, il romanzo non si abbandona fino alla fine.

Il buon incipit incatena il lettore!

Alcuni, basandosi sul concetto di “situazione iniziale” tipico delle favole, utilizzano un espediente simile a quello che nel cinema si chiama “presentazione ritardata”: il protagonista e/o l’argomento del romanzo non sono introdotti subito, ma l’opera inizia in modo “insospettabile” e solo dopo si scopre il “vero” argomento.
Un esempio è l’incipit di “Storm Front” di Jim Butcher, che traduciamo per voi (essendo il romanzo ancora inedito in Italia:(

 “Sentii il postino che si avvicinava alla porta del mio ufficio, mezzora prima del solito. Il rumore non era quello giusto. I suoi passi erano più pesanti, più vivaci, e fischiettava. Uno nuovo. Fischiettò fino alla porta del mio ufficio, poi rimase in silenzio per un attimo. Poi rise.

Poi bussò.

Trasalii. La mia posta passa per la buca delle lettere a meno che non sia raccomandata. Mi arrivano davvero poche raccomandate e non portano mai buone notizie. Mi alzai dalla sedia nel mio ufficio e aprii la porta.”

Questo incipit dice qualcosa: un postino nuovo vede la targa sulla porta dell’ufficio del protagonista e scoppia a ridere. Il lettore, però, dopo tre paragrafi ancora non sa di cosa parla il romanzo, né cosa abbia di speciale il protagonista. Non lo scoprirà fino a pagina tre, che inizia con questo paragrafo:

“Il mio nome è Harry Blackstone Copperfield Dresden. Pronunciatelo a vostro rischio e pericolo. Sono un mago. Lavoro in un ufficio in centro a Chicago. Per quanto ne so, sono l’unico mago professionista dichiarato del Paese. Potete trovarmi sulle Pagine Gialle, sotto la voce “Mago”.”

Un vero mago che ha un ufficio in centro ed è sulle Pagine Gialle? Questo è di sicuro più interessante della posta. Il problema, appunto, è che la parte interessante viene dopo e l’incipit, tutto sommato, non dice molto; di sicuro non colpisce il lettore quanto avrebbe fatto il paragrafo di cui sopra, posto a inizio romanzo. La “presentazione ritardata” può essere efficace quando il contrasto fra le aspettative create dall’incipit e la realtà del romanzo è forte e viene presentato rapidamente, ma è una tecnica difficile da padroneggiare e in molti casi non efficace quanto un incipit intenso.

Dopo aver scritto l’incipit di un romanzo, dunque, è bene chiedersi due cose:

  1. Leggendo queste righe si capisce cosa distingue il mio romanzo da tutti gli altri?

  2. Queste righe suscitano curiosità e dubbi sul resto della narrazione?

Se la risposta a entrambe le domande è “sì”, congratulazioni: avete scritto un buon incipit.

 
11 commenti

Pubblicato da su 19/03/2012 in Consigli per scrittori, Letteratura

 

Tag: , ,

Quanto costa il proofreading?

Dopo che un paio di persone mi hanno chiesto le tariffe precise del servizio di proofreading, ho pensato che, in effetti, sarebbe stato meglio scriverle direttamente nella pagina apposita. “^_^ Ecco dunque come ho modificato l’incipit della risposta alla domanda “Quanto costa il proofreading?”:

50 centesimi a cartella (una cartella sono 2.000 caratteri, spazi inclusi). Per darvi un’idea, Il sogno di Talitha (l’ultimo obbrobrio di Licia Troisi) è composto da circa 620.000 caratteri (310 cartelle), quindi il proofreading costerebbe 155 euro. Una cifra estremamente abbordabile.

Sì, lo so che in origine avevo scritto “la tariffa per un romanzo di media lunghezza si aggira intorno ai 200 euro”: ho fatto il classico, quindi sono autorizzato a non saper fare i conti. Tiè!

Ricordo che il proofreading non è un editing, quindi i contenuti non saranno toccati. Detto questo, non sono una bestia, per cui se dovessero capitarmi sotto gli occhi delle boiate colossali (gente che a pagina 10 si lamenta dell’imprecisione del proprio fucile e a pagina 50 colpisce un piccione a 300 metri di distanza) ve le farò presenti… ma non aspettatevi che vi riscriva il romanzo da capo a piedi. Se volete un editing vero e proprio, c’è il Duca, che però vi chiede 100 euro solo per leggere il vostro romanzo e altri 1.400 + IVA per editarlo. Come ho già scritto altrove, se non avete i soldi per pagare le tariffe, non rompete le scatole dicendo che sono “troppo alte” o roba del genere: a differenza del canone Rai o dell’assicurazione dell’auto, non siete obbligati a usufruire del servizio.

 
8 commenti

Pubblicato da su 12/01/2012 in Consigli per scrittori

 

Tag: , , , , , , , ,

Siate come Kirk

Questo mio articolo è apparso il 23 novembre 2011 su Sognando Leggendo. Lo ripropongo a tutti voi in forma riveduta e corretta. ^_^

State scrivendo l’ultima scena del vostro romanzo, quella in cui la protagonista affronta il suo nemico per l’ultima volta. Avete l’impressione che le vostre mani siano possedute, mentre battono sulla tastiera e narrano di come la spada di Lei squarcia la corazza del malvagio e gli spacca il cuore. È un momento catartico, fortissimo, il culmine emotivo del vostro romanzo. Una settimana dopo la pubblicazione, qualcuno dimostrerà come sia una cazzata apocalittica.

Prima di procedere, un avviso ai naviganti: dire “qualcuno” e dire “metà dell’universo”, nell’era telematica, è grossomodo la stessa cosa. Pensare che l’opinione di una sola persona non conti nulla è stupido, sopratutto quando può diffondersi a macchia d’olio e trovare grande supporto. Ma non è di questo che dovreste preoccuparvi: se siete lo scrittore dell’esempio, avete infranto il vostro patto con il lettore, lasciando che la vostra supponenza si sostituisse a una ricerca seria e approfondita.

Non ho descritto l'abbigliamento della fanciulla, ma da bravo autore fantasy avevo in mente questo!

Nel suo libro L’ultima lezione, scritto mentre il cancro lo stava uccidendo, Randy Pausch racconta di quando conobbe William Shatner, l’attore che interpretò il capitano Kirk in Star Trek. Pausch descrive Shatner come “a man who knew what he didn’t know, was perfectly willing to admit it, and didn’t want to leave until he understood”. Questa descrizione, quella di un uomo che Pausch definisce “eroico” (lui che stava lottando contro una malattia mortale!), coincide con l’attitudine che dovrebbe avere uno scrittore: ci si approccia alla materia di cui si scrive conoscendone poco o nulla e ci si documenta fino a quando non si è in grado di scriverne in modo serio e informato. Questo non significa che uno scrittore di fantasy debba diventare un esperto di rango accademico in storia medievale, metallurgia e scherma storica; significa, tuttavia, che deve sapere cosa succede quando una spada colpisce una lastra di metallo angolata spessa due millimetri. Documentarsi è un atto di rispetto nei confronti del lettore, che vi paga con soldi veri e ha tutto il diritto di esigere un lavoro vero in cambio. È anche un atto di rispetto nei confronti della vostra opera: si può prendere un anello di ferro, coprirlo di vernice dorata e incastonarci un pezzo di vetro, ma il risultato non sarà mai bello quanto un vero anello con solitario. E voi volete la cosa vera.

Detto questo, il mio consiglio per quando dovete fare una ricerca di questo tipo è: non andate troppo a fondo. Se volete narrare un duello, è importante che impariate come si usano le spade, ma non è necessario conoscere l’esatta composizione dell’acciaio delle lame del IX secolo dopo Cristo, né derivarne la probabilità percentuale che una lama si spezzi colpendo una pietra. Gli scrittori hanno ancora il diritto a prendersi delle licenze drammatiche, per cui la spada si romperà o meno a seconda di quale evento vi pare migliore dal punto di vista drammatico. D’altro canto, lasciatevi incuriosire: se, cercando informazioni su un argomento, vi capita di imbattervi in articoli o testi correlati che trattano argomenti di nicchia, provate a darci un’occhiata. Qualche tempo fa, mentre mi stavo documentando sulle armi da fuoco, ho trovato una guida (ovviamente pubblicata negli Stati Uniti) sul portare armi nascoste; l’ho letta per curiosità e ci ho trovato un sacco di spunti, nonché le soluzioni a un paio di problemi che avevo incontrato quando avevo tentato di scrivere un romanzo in cui il protagonista aveva necessità di girare armato (e io non avevo la minima idea di come avrebbe potuto nascondere una pistola). Se avessi ignorato la mia curiosità e mi fossi limitato a leggere libri che parlano di armi in senso stretto, avrei perso un’ottima occasione e quel romanzo non sarebbe mai stato scritto; a dire il vero non lo è ancora stato, ma ho superato uno degli scogli più importanti.

"Non me ne andrò finché non avrò saputo tutto di questa... uh... palla!" Bravo Kirk!

La documentazione è un processo divisibile in tre fasi, a ciascuna delle quali corrisponde una diversa consapevolezza: sapere di non sapere, sapere cosa cercare e saper leggere quello che si ha trovato.

In primo luogo, lo scrittore deve essere capace di ammettere la propria ignoranza. Mentre scrivete, dovreste chiedervi continuamente: “ho una preparazione su quello di cui sto scrivendo? Quanto mi sto basando sulle mie conoscenze e quanto sto inventando di sana pianta?” Se la risposta all’ultima domanda è qualunque cosa diversa da “molto e niente”, è tempo di andare alla ricerca di documenti (libri, articoli, ecc) su cui basare la vostra opera. Questa è la consapevolezza più difficile da raggiungere, perché a molti sembra pericolosamente vicina a un’ammissione di debolezza; e in un certo senso lo è, ma non del tipo vergognoso. Anche le persone più intelligenti, prive delle basi teoriche, possono commettere degli errori quando si tratta di scrivere una storia: documentarsi consente di applicare la propria intelligenza in modo produttivo.

Cosa deve cercare lo scrittore? La tentazione sarebbe quella di aprire Wikipedia, leggere quanto scritto lì sopra e mettersi il cuore in pace. Purtroppo, il suo essere aperta alle modifiche da parte di chiunque la squalifica come fonte affidabile: le informazione inserite non sono sottoposte ad alcun vaglio o, se lo sono, chi valuta non è uno studioso qualificato, ma una persona comune. Wikipedia può essere un punto di partenza, soprattutto come fonte bibliografica: andate in fondo agli articoli e guardate le sezioni “Bibliografia” e “Collegamenti esterni”, segnatevi quei titoli e date un’occhiata a quelle pagine web. Per quanto riguarda i libri, abbiate cura di leggerne almeno due o tre sull’argomento che vi interessa, in modo da confrontare i pareri degli autori e non rischiare di basare il vostro lavoro su quello di un ciarlatano deriso da tutti (può capitare, sopratutto per chi si approccia per la prima volta a un argomento che non gli è noto). Gli articoli sul web sono più difficili da valutare, sopratutto perché, come nel caso di Wikipedia, c’è poco o nessun controllo sul loro contenuto; per questo è meglio non usarli come fonti uniche di informazione e, sopratutto, preferire quelli che contengono una bibliografia e/o citano di frequente le loro fonti (indice del fatto che l’autore si è documentato a sua volta).

Sembra superfluo dirlo, ma lo diciamo lo stesso: non sono assolutamente fonti affidabili le opere di immaginazione, come film e romanzi, nemmeno quando sono autobiografiche o raccontano fatti realmente accaduti. Persino chi ha vissuto gli eventi in prima persona può avere una visione parziale o errata di essi (ad esempio, un soldato che definisce “precisa” un’arma che non lo è, sottovalutando le proprie doti di tiratore), mentre le opere di fantasia sono spesso piuttosto “elastiche” dal punto di vista della rappresentazione della realtà.

Soprattutto, non considerate i romanzi che parlano di mezzelfe emo dal baricentro inverosimile

Una volta raccolto un quantitativo sufficiente di fonti, bisogna leggersele. È una cosa che va fatta con attenzione, prendendo appunti e segnandosi i passi più interessanti: facendo altrimenti, si rischia di leggere molto senza assimilare niente. Resistete alla tentazione di saltare i brani che vi sembrano meno interessanti, perché potrebbero contenere informazioni cruciali (non tutti i saggisti sono bravi a mettere in evidenza i fatti principali). Una volta terminata la lettura delle opere che avete trovato, ricominciate dalla prima e rileggetele tutte almeno una volta: troverete che qualcosa vi era sfuggito, oppure che l’ultimo articolo letto vi ha illuminato su qualcosa che c’era scritto nel primo libro. Provare per credere.

Documentarsi può sembrare un processo lungo e tedioso, e per un’ottima ragione: lo è. Ma è anche una pratica estremamente utile per due motivi. In primo luogo, un racconto o un romanzo documentati hanno una base concreta, reale, in cui gli spettatori possono identificarsi (per non parlare delle curiosità, scoperte durante la documentazione, che avrete incluso e che susciteranno il loro stupore); in secondo luogo perché fa dello scrittore una persona più colta, che è sempre un bene.

Quando scrivete un racconto, un romanzo o un articolo, siate come il capitano Kirk. Documentatevi!

 
13 commenti

Pubblicato da su 29/11/2011 in Consigli per scrittori, Letteratura

 

Tag: , , , , ,

Le tre regole del punto di vista

Ripropongo qui, in forma riveduta e corretta, un mio articolo apparso originariamente sul blog Sognando Leggendo, dove ho cominciato a scrivere da qualche tempo. ^_^

Guardate le vostre mani. Sì, quelle cose che stanno in fondo alle braccia e che avete usato per navigare fino a questo articolo. Giratele e osservate bene il dorso e il palmo. Fatto? Bene. Ora guardatevi intorno e provate a descrivere, con poche parole, quello che vedete. Prendetevi il tempo che vi serve, ma non troppo: vogliamo fare una cosa veloce qui.

Va bene, adesso concentratevi su voi stessi e sulle vostre sensazioni. Come vi sentite? Di che umore siete? C’è qualche doloretto o fastidio che vi irrita? Vi piace dove siete in questo momento o vorreste essere altrove, magari a fare qualcos’altro? Provate, anche qui, a descrivere in poche parole quello che provate.

Quello che avete esaminato finora è il vostro punto di vista. Se doveste descrivere la vostra giornata, come si faceva nei temi delle elementari, lo usereste per raccontare quello che avete visto, le sensazioni che avete provato e quant’altro. Ora immaginate che qualcuno entri nella stanza e vi guardi. Vi vedrebbe secondo il suo punto di vista, che è al tempo stesso più e meno completo rispetto al vostro: saprebbe descrivere il vostro aspetto fisico come voi non potreste fare senza avere uno specchio (incluso il fatto che il vento vi ha spettinato i capelli e che c’è una macchia bianca sulla vostra maglietta, a sinistra del vostro ombelico), ma non potrebbe parlare a ragion veduta del vostro stato d’animo, a meno che esso non traspaia dal vostro viso e dal vostro linguaggio corporeo. E, se voi aveste un’arma nascosta e aveste fatto le cose per bene, lui non potrebbe saperlo fino a quando non sarebbe troppo tardi. Questo perché il suo punto di vista è diverso dal vostro.

La padronanza del punto di vista è fondamentale per pianificare un omicidio!

Come scrittori, voi siete gli occhi di chi legge. È compito vostro far sì che le informazioni che gli arrivano provengano da un punto di vista univoco e identificabile; in caso contrario lo confonderete e distruggerete la sua immersione nella storia. Un errore nell’uso del punto di vista rende chiaro che quanto si sta leggendo è una finzione, un artificio, e che i personaggi non sono persone reali ma semplici invenzioni; voi non volete questo.

Quando la narrazione è in prima persona, il punto di vista è facile da gestire, sopratutto se il tempo della storia è il passato: quelli che sarebbero errori in una narrazione in terza persona possono essere giustificati dal fatto che il personaggio ha già vissuto le vicende narrate e, quindi, possiede informazioni che all’epoca dei fatti gli mancavano. Ecco un esempio:

Qualcuno sparò dall’edificio di fronte all’uscita della metropolitana. Mi buttai a terra dietro un taxi parcheggiato, distruggendomi i gomiti nel processo; un buon prezzo per tagliare la linea di fuoco del cecchino. Johnson e Mitraglia non furono così rapidi e un paio di colpi li abbatterono. Hoogie-boogie e Principessa erano accanto a me, affannati ma vivi. Purtroppo, i compagni del cecchino avevano tutta l’intenzione di correggere quest’ultimo dettaglio e una granata innescata rotolò in mezzo a noi, mentre sopra le nostre teste volavano i colpi del fuoco di soppressione.

L’esempio di cui sopra, sebbene accettabile, non è il massimo: manca di suspense, perché il protagonista racconta i fatti in modo asettico, col senno di poi. Inoltre, sebbene il punto di vista del militare legittimi l’uso di termini tecnici come “fuoco di soppressione”, bisogna tenere in considerazione il fatto che i lettori potrebbero non capire: sarebbe meglio pertanto usarli regolarmente solo dopo che sono stati spiegati (“«Fuoco di soppressione!» gridò il sergente. Obbedimmo con gioia, facendo cantare gli M-16 e inchiodando il nemico al suolo mentre Boom Boom prendeva la mira con il lanciarazzi.”).

«Boom Boom, non fare scherzi perdio!»

Andrebbe bene se si trattasse, ad esempio, di un rapporto che il soldato fa a un superiore, ma in un romanzo di guerra fa abbastanza schifo. Meglio questo:

Mentre uscivo alla luce del sole, un colpo mi passò tanto vicino al collo da scottarmi. Il mio orecchio mi disse che era arrivato da qualche parte in alto e a sinistra e i miei occhi identificarono un taxi, parcheggiato proprio di fronte all’uscita, che avrebbe potuto essere sulla linea di fuoco del cecchino. Corsi verso l’auto e mi tuffai al riparo, distruggendomi i gomiti nel processo. Mentre cadevo udii altri due spari e due corpi cadere dietro le mie spalle. Un attimo dopo mi ritrovai spinto pericolosamente in là da Hoogie-boogie e, a giudicare dal profumo, quello alla mia destra doveva essere Principessa. Feci per ordinare al mitragliere di scovare quel cecchino e di fargli abbassare la cresta, ma in quel momento qualcosa di rotondo, metallico e innescato rotolò in mezzo a noi e sopra le nostre teste fischiò una tempesta di proiettili. Merda.

Notate le differenze: il soldato non pensa subito al cecchino, ma agisce d’istinto, cercando copertura dal fuoco nemico; non nomina i compagni caduti, perché in questo momento non può vederli e non sa chi sono; riconosce chi gli sta accanto per un dettaglio, non perché si ricorda quello che è successo; descrive i fatti in termini di sensazioni e dettagli frammentari che è in grado di cogliere durante l’azione. Questo è un punto di vista molto migliore di quello del primo esempio, che in un certo senso non è altro che una variante di questo:

Il cecchino sparò dall’edificio di fronte all’uscita della metropolitana. Michael si buttò a terra dietro un taxi parecchiato, distruggendosi i gomiti nel processo; un buon prezzo per tagliare la linea di fuoco del cecchino. Johnson e Mitraglia non furono così rapidi e un paio di colpi li abbatterono. Hoogie-boogie e Principessa erano accanto a lui, affannati ma vivi. Purtroppo, i compagni del cecchino avevano tutta l’intenzione di correggere quest’ultimo dettaglio e una granata innescata rotolò in mezzo ai tre, mentre sopra le loro teste volavano i colpi del fuoco di soppressione.

Usando la terza persona invece della prima, gli errori diventano chiari. Il punto di vista cambia repentinamente da neutrale a Michael, poi ai compagni di squadra del tiratore scelto: una gran confusione, che infastidisce chi legge. In generale, il punto di vista dovrebbe rimanere il più possibile fisso e i cambiamenti dovrebbero essere segnalati in modo vigoroso, ad esempio staccando i paragrafi:

«Pidocchi!» esclamò Giuseppe, tenendo fra le dita un insettino verde. «Non bastavano gli austriaci, pure le bestie ci si mettono!»

A centocinquanta metri di distanza, nella trincea austriaca, un gruppo di fanti aveva lo stesso problema, ma ne aveva tratto vantaggio organizzando una gara di salto dei pidocchi con sigarette in palio.

Trincea. A giudicare dagli elmetti, i soldati dovrebbero essere inglesi, ma mi piaceva la foto

Il punto di vista cambia, da quello di Giuseppe a quello di un osservatore neutro, ma in mezzo c’è uno stacco netto che rende il passaggio meno traumatico. Nella narrazione in terza persona è fondamentale non commettere l’errore di introdurre informazioni che il punto di vista corrente non può includere, come in questo caso:

Conor, stremato, si puntellò con la propria spada. Non vide arrivare il colpo che lo trafisse alla schiena.

Se il colpo arriva da dietro le spalle di Conor, come fa questi ad accorgersene? Non lo fa, infatti, e per questo la seconda frase contiene un errore. Meglio scrivere così:

Conor, stremato, si puntellò con la propria spada. All’improvviso un dolore terribile gli esplose nella schiena e nel petto, accompagnato dal rumore di qualcosa che veniva lacerato. L’aria fuggì dai suoi polmoni e la bocca gli si riempì di sangue. Abbassò lo sguardo e vide la punta di una spada spuntare fra due costole, il rosso brillante del sangue che contrastava col bianco dell’osso spezzato.

Questa narrazione è molto più efficace della prima: dovendo mantenere il punto di vista di Conor, l’autore è costretto ad arricchirla con i dettagli che fanno capire al personaggio che cosa è successo. Questo rende il tutto più coinvolgente, avvicinando personaggio e lettore.

Il punto di vista di un personaggio, per essere espresso in modo credibile, deve tenere conto delle caratteristiche di quest’ultimo. Un operaio milanese del 1861 non può esprimersi come un uomo istruito, perché difficilmente lo sarà, mentre un civile che non ha mai preso in mano un’arma difficilmente saprà identificare il modello di una pistola a prima vista. Errori di questo tipo sono molto facili da fare. Ecco un esempio, in cui il punto di vista è quello di un giovane mendicante:

Alzai lo sguardo e vidi una signora con un lungo abito di seta bianca, i capelli neri raccolti in uno chignon tenuto insieme da due bacchette d’argento e una pelliccia di zibellino sulle spalle. Si chinò su di me dicendo, con voce tremante: «Povero bambino, non hai freddo qui fuori?»

Confrontate questa narrazione con quella che segue:

Alzai lo sguardo e per poco non rimasi abbagliato dalla luce riflessa sull’abito della signora, candido e brillante come una stella. I suoi capelli, neri e lisci, erano raccolti in cima alla testa, con in mezzo due bastoncini di metallo brillante; sulle spalle aveva una pelliccia bianca che sembrava molto calda. Si chinò su di me dicendo, con voce tremante: «Povero bambino, non hai freddo qui fuori?»

Il poverello non ha mai visto dell’argento o della seta in vita sua, quindi li descrive ricorrendo a metafore o termini abbastanza vaghi. La seconda descrizione non è perfetta (non si descrive l’aspetto fisico della donna al di là dei capelli, per dirne una), ma rende l’idea di come l’attenzione al punto di vista possa migliorare la scrittura.

Riassumendo, le tre regole più importanti riguardo il punto di vista sono:

  1. Mantenete il punto di vista saldo e non cambiatelo senza avvertire il lettore.

  2. Descrivete gli eventi come li descriverebbe il personaggio di cui state usando gli occhi.

  3. Quando scrivete in prima persona, pensate alle impressioni del personaggio nel momento in cui viveva la storia e scrivete quelle.

 
5 commenti

Pubblicato da su 24/10/2011 in Consigli per scrittori, Letteratura

 

Tag: , , , , , , ,

Le dieci figuracce che si possono evitare documentandosi bene

1) “È impossibile, non si può accoltellare qualcuno attraverso una maglia di ferro!”

2) “Nessuna donna indosserebbe mai una cosa del genere!”

3) “Fatemi capire, lo hanno ferito venti volte al torace senza fargli fuori una singola arteria o organo vitale?”

4) “.. e nessuno si prende niente, nemmeno un’infezione!”

5) “Tutte queste delicate apparecchiature funzionano cento anni dopo l’Apocalisse?”

6) “Le patate sono arrivate in Europa dopo la scoperta dell’America, bestia!”

7) “Quanti colpi ha sparato con quella Colt 1911?!”

8) “Possibile che tutti mangino sempre e solo carne e nessuno soffra di alcun disturbo?”

9) “Un momento, se sanno come fabbricare armature a piastre perché diavolo continuano a usare la maglia di ferro?”

10) “Vediamo: questa tipa non ha problemi logistici con il ciclo nonostante viva nel Medioevo, non soffre di sindrome pre- o postmestruale, non rimane mai incinta, non teme di rimanere sfregiata e gira senza problemi con un’armatura addosso… non sarà mica un uomo?”

 
 

Tag: , , , , , , , ,

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: