RSS

Archivi categoria: Letteratura

Italiani meritevoli: Livio Gambarini

Firenze, tredicesimo secolo. La guerra tra Guelfi e Ghibellini distrugge intere famiglie. Tutta la Toscana è sconvolta, ma le due fazioni non sanno che la loro guerra è solo il pallido riflesso di uno scontro che dura da secoli tra i misteriosi abitanti delle lande dello Spirito.
Con ogni mezzo a sua disposizione, Kabal, spirito guida della famiglia Cavalcanti, trama per non soccombere e conquistare il potere. Ha un asso nella manica: il suo nuovo capofamiglia umano, il guerriero e poeta Guido Cavalcanti. Per salvare la sua città e coronare il suo sogno d’amore, Guido dovrà inseguire il sogno di una pace impossibile, e in questo lo aiuterà un giovane e timidissimo poeta, di nome Dante Alighieri…
(dalla sinossi su Amazon.it)

In questa seconda puntata di “Italiani meritevoli” voglio parlarvi di un romanzo che mi ha colpito soprattutto per lo stile e per il connubio tra ambientazione storica ed elementi fantastici. Eternal War: Gli eserciti dei santi non è un romanzo perfetto, tanto vale che ve lo dica subito. Ci sono alcuni difetti, anche notevoli, a cominciare da si può sapere perché mezzo titolo è in inglese, per Anubi? Inoltre, credo che il libro avrebbe avuto bisogno di qualche migliaio di parole in più per chiarire alcuni aspetti del mondo spirituale tratteggiato dall’autore: Kabal e soci sono ben caratterizzati e non si può non trovarli simpatici – per quanto buona parte di loro, se non tutti, siano delle colossali carogne – ma a volte non si capisce bene perché facciano quello che stanno facendo e in cosa consistano esattamente i loro poteri e le loro limitazioni.

91Cg78kO0jL._SL1500_

Ciò detto, Gli eserciti dei santi è un romanzo molto divertente e coinvolgente. L’aspetto storico è ben curato e, pur non possedendo le conoscenze necessarie a verificarne o meno l’accuratezza, ho avuto l’impressione che l’ambientazione fosse resa molto bene. L’uso di tanti piccoli dettagli – dal vestiario, agli alimenti, ai costumi – contribuisce ad aggiungere spessore alla vicenda, che dà l’impressione di essere ben ancorata nel suo contesto. La scelta di utilizzare personaggi storici – in particolare i protagonisti della poesia duecentesca – è molto azzeccata: a scuola non ho mai amato Dante e soci, ma come personaggi del romanzo fanno la loro porca figura. Il migliore di tutti rimane comunque Kabal: la sfortuna che lo perseguita e la frustrazione che ne consegue lo rendono un personaggio simpatico e ne compensano la marysueaggine intrinseca dovuta all’essere uno spirito immortale dotato di svariati poteri soprannaturali.

Lo stile di Gambarini è molto buono: le descrizioni di azioni e stati d’animo, in particolare, sono piacevolissime. Un po’ più deboli i dialoghi, almeno in alcuni punti, ma non ho trovato questo difetto grave al punto da inficiare la lettura. Il romanzo ha un buon ritmo e si sviluppa bene, anche se ho trovato la parte finale leggermente troppo rapida, come se l’autore avesse avuto fretta di giungere alla conclusione. Sono rimasto comunque molto soddisfatto dalla lettura.

Gli eserciti dei santi è il primo volume di una trilogia. Questo mi fa ben sperare per l’evoluzione della trama, la spiegazione di alcuni elementi poco chiari e la correzione dei piccoli errori di stile che l’autore fa qua e là.

Eternal War: Gli eserciti dei santi è in vendita su Amazon.it a 4 euro, un prezzo che ritengo tutto sommato giusto. Ne consiglio caldamente l’acquisto, soprattutto agli appassionati di fantasy e romanzi storici.

 
1 Commento

Pubblicato da su 08/10/2015 in Recensioni

 

Tag: , , ,

Italiani Meritevoli: Alessandro Scalzo

Devo farvi una confessione: per anni mi sono rifiutato di leggere gli autori italiani di genere. Qualche volta ci ho provato, ma dopo diverse esperienze deludenti e dopo aver letto recensioni negativissime su blog che tengo in grande stima (come Gamberi Fantasy o Baionette Librarie), ho preferito rinunciare: il tempo per leggere è limitato e io preferisco dedicare il mio ad autori che quantomeno ritengo capaci di intrattenermi.

Tra parentesi, la bassa qualità di molte opere italiane di genere non è, secondo me, questione culturale o genetica: semplicemente, mentre gli autori stranieri ci arrivano già “filtrati” dal loro successo in patria (difficilmente un autore terribile riuscirà a essere tradotto e pubblicato all’estero… con qualche notevole eccezione), quelli italiani ce li dobbiamo sorbire tutti. È naturale che il rapporto schifezze/libri decenti peggiori. Ciò detto, per una volta non intendo scrivere una stroncatura; anzi, strano ma vero, questa volta – e non solo –  Neyven trasmetterà un messaggio positivo. Incredibile, eh? ^_^

Qualche tempo fa, mi sono avvicinato alla collana Vaporteppa, diretta nientemeno che dal Duca di Baionette in persona (sotto lo pseudonimo volgare di Marco Carrara). Vaporteppa si pone due obiettivi: da un lato, tradurre e pubblicare nella nostra lingua opere di autori stranieri di genere, soprattutto bizarro e steampunk; dall’altro, scoprire e portare alla ribalata autori italiani di talento. È proprio un romanzo italiano pubblicato nella collana Vaporteppa l’oggetto della prima puntata di Italiani Meritevoli. Sto parlando del primo che ho letto, ossia Caligo di Alessandro Scalzi.

A1FIDo0rCwL._SL1500_

Il fatto che il libro sia un buon libro emerge già dalla copertina: curata e di ottima qualità, realizzata da un artista (Manuel Preitano) apposta per il romanzo. Siamo lontani anni luce dalle copertine-collage fatte con immagini di stock pagate un tanto alla dozzina, o peggio ancora da quelle disegnate a mano dall’autore (di solito poco dotato artisticamente), dai suoi bambini piccoli, ecc.È vero che l’abito non fa il monaco, ma il fatto che un editore sia disposto a investire su una buona copertina è di per sé un ottimo segno: vuol dire che considera la pubblicazione un affare serio e rende più probabile che abbia prestato attenzione anche agli altri elementi che la compongono (come l’editing e la formattazione).

Il romanzo in sé (no spoiler) è molto coinvolgente. Lo definirei come fondamentalmente steampunk, con un tocco di commedia sexy all’italiana che non è (quasi) mai eccessivo. Lo stile di Alessandro Scalzo e la qualità dell’editing sono eccellenti: descrizioni eccezionali, dialoghi serrati, pochissime sbavature. Il punto di vista della protagonista è reso molto bene. Raramente mi sono trovato a leggere romanzi di questa qualità. Caligo non è perfetto; ricordo di aver alzato il sopracciglio almeno un paio di volte. Ma si trattava di problemi minori, legati soprattutto al mio gusto e comunque molto circoscritti. La qualità generale del romanzo non ne è intaccata.

Eccellenti sono anche le note alla fine dell’e-book, che offrono approfondimenti su alcuni temi trattati dal romanzo e spunti di riflessione generale. Nonostante tra di esse vi sia un invito, da parte dell’editore, a segnalare eventuali refusi, io non ne ho trovati o non vi ho fatto caso: anche da questo punto di vista, la qualità dell’opera è eccezionale.

L’unico difetto “grave” che ho riscontrato in Caligo è la sua brevità: 62.400 parole non sono molte e, alla conclusione del romanzo, mi sono trovato a pensare che alcuni elementi meritassero più approfondimento. Dieci o quindicimila parole in più non sarebbero state inutili. Ciò nonostante, ritengo Caligo un ottimo romanzo e, se ci fosse un seguito, lo comprerei senza pensarci due volte. L’universo immaginario, lo stile dell’autore e la cura dell’opera mi hanno conquistato.

Caligo è in vendita su Amazon.it all’onesto prezzo di 4,99 €. Il Baka ne consiglia caldamente l’acquisto. ^_^

 
1 Commento

Pubblicato da su 28/09/2015 in Recensioni

 

Tag: , ,

La pirateria e la morte della letteratura

Mi è capitato spesso, soprattutto negli ultimi tempi,di leggere discorsi che collegano l’insuccesso o il fallimento di autori, collane editoriali, editori e quant’altro alla pirateria. In alcuni casi si trattava di affermazioni fatte o riportate da persone che conosco e di cui, in circostanze normali, ammiro l’intelligenza. L’idea che “la pirateria uccide gli artisti” non è una novità: sono anni che le industrie editoriale, cinematografica, musicale e chi più ne ha più ne metta hanno fatto di questa idea degenere il loro cavallo di battaglia.

Ovviamente, dato che siamo su Neyven, avrete già capito cosa ne penso di tutto ciò.

Gordonata pazzeca

L’idea che una copia piratata sia una copia invenduta nasce dall’arroganza di persone che vogliono giustificare le proprie mancanze. È facile alzare i pugni al cielo e imputare la mancanza di vendite a tutti quei pirati cattivi che scaricano da Internet invece di comprare: molto più facile che esaminare il proprio operato e rendersi conto di aver sbagliato. “Se non ci fosse la pirateria, potrei vivere del mio lavoro!” esclama lo scrittore fallito. Guarda caso, non ho mai sentito un autore o un editore affermare: “Ho sbagliato questo e quest’altro. La colpa del mio insuccesso è solo mia.” Chissà come mai. ^_^

La verità è un’altra: chi preferisce piratare a comprare non è una persona che, in altre circostanze, acquisterebbe il prodotto che ha scaricato illegalmente. Per questo la cosiddetta “lotta alla pirateria” è perfettamente inutile: sono soldi buttati, spesi inutilmente in “protezioni” che infastidiscono gli acquirenti legittimi e non fanno nulla per ostacolare i pirati (anzi,aumentano le possibilità che le persone appartenenti alla prima categoria, esasperate dalle limitazioni, passino alla seconda).

Se non posso permettermi una cosa, impedirmi di piratarla (cosa che, peraltro, è impossibile) non mi farà acquisire magicamente il denaro per acquistarla. Se non ho intenzione di spendere soldi per qualcosa che secondo me non li vale, rendermi impossibile venirne in possesso se non pagando non mi farà venire improvvisamente voglia di acquistare qualcosa che, secondo me, non vale il suo prezzo. Non bisogna essere dei geni per capirlo: basta avere una minima comprensione di come funziona la mente umana.

A meno di non voler fare come quei filosofi che, invece di guardare dal cannocchiale di Galileo, preferirono imbastire un dibattito puramente teorico riguardo le stelle ^_^

A meno di non voler fare come quei filosofi che, invece di guardare dal cannocchiale di Galileo, preferirono imbastire un dibattito puramente teorico riguardo le stelle ^_^

Il vostro autore preferito non ha smesso di scrivere perché i pirati cattivi gli hanno impedito di trarre un guadagno dal suo lavoro: ha smesso di scrivere perché non vendeva abbastanza. La colpa della sua incapacità di scrivere decentemente, di promuovere le proprie opere e/o di commercializzarle non è dei pirati: è sua e soltanto sua. Se non ci sono abbastanza persone disposte a pagare per leggere i suoi romanzi, è naturale che egli debba trovare altre fonti di reddito. Il mercato premia chi lo conosce e sa adattarvisi, non “la passione” o chissà che cosa.

Per scrivere bene bisogna studiare le tecniche di scrittura. Per promuovere un libro in modo efficace bisogna studiare il marketing. Per scrivere un libro che venda bisogna studiare il mercato e conoscere i temi e i generi che vanno per la maggiore o che, quantomeno, possono attrarre una fetta di pubblico sufficiente alla sopravvivenza. Lamentarsi del fatto che “la tecnica uccide la passione”, che “il marketing è una truffa” o che “bisogna scrivere quello che si ha nel cuore, non quello che vuole il mercato” è come lamentarsi del fatto che, cadendo dal quarto piano, è molto probabile rompersi le ossa: né il cemento né forza di gravità, ossia le componenti più importanti della situazione, vi daranno retta. Ma suppongo che le lamentele possano aiutare a sentirsi moralmente superiori a non si sa chi. ^_^

Scrivere è un mestiere e quello dei libri è un mercato. Esattamente come un musicista o un artista, uno scrittore deve prenderne atto se vuole sopravvivere. Tenendo presente che diventare professionisti non è un obbligo: ci si può divertire anche rimanendo dilettanti e facendo altro per vivere. Ma questo non significa che professionisti non debbano prendere atto della situazione in cui si trovano e seguire determinate regole di sopravvivenza. Chi non ce la fa subisce le conseguenze naturali del suo fallimento.

Chiudiamo in bellezza con Lisa Ann

Chiudiamo in bellezza con Lisa Ann ^^

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 05/09/2015 in Letteratura, Uncategorized

 

Tag: , , , , , ,

Bulliamoci

So che non mi faccio sentire da una vita ecc ecc, ma volevo bullarmi di questa cosa:

 

2013-Winner-Facebook-Cover

 

Ora me ne torno nell’ombra.

 

Tag: ,

La donna e la spada: guerriere nella fantasy

Dopo il post sulle donne nella fantasy e dopo aver riletto quello (più complesso e articolato) di Steamdoll, mi è venuto in mente di scriverne uno riguardo un sottotipo specifico: quello delle donne guerriere, personaggi che ormai si vedono molto spesso nel mio genere preferito. L’articolo, però, non riguarda tanto i personaggi in sé, quanto la possibilità concreta della loro esistenza; in altre parole, ha senso dire che le donne possono combattere come e meglio degli uomini?

tumblr_m6kazq30qK1romlwto1_500

“Scegli le tue parole con attenzione, blogger…”

La risposta, con tanti saluti al femminismo di bassa lega (quello per cui il culo della Vedova Nera nel poster del film dei Vendicatori è l’oggetto delle discussioni più profonde), è no, salvo eccezioni. Perlomeno, non in un contesto fantasy/medievale e sicuramente non in quello di una società come quella – non per niente mitologica – delle Amazzoni. Non ho informazioni sulle donne nelle forze armate moderne, mentre so per certo che sono una risorsa eccezionale nelle forze dell’ordine (a tal proposito, consiglio di leggere il capitolo di Violence: A Writer’s Guide dedicato al rapporto fra donne ed esercizio della violenza; Miller ne sa).

Diamo cinque minuti alla rappresentanza del girrrrrl power in sala per sfogarsi e poi riprendiamo, via.

feminist_mainstream

Aaah, le token minorities, che bella cosa! ^_^

Il primo problema riguardo le donne guerriere è di natura biologica. Una donna, in media, è più leggera di un uomo e ha una massa muscolare inferiore; di conseguenza, a parità di addestramento, la sua forza e la sua velocità sono ben lontane da quelle di un “collega” maschio (la velocità dipende dalla forza esplosiva e, dunque, dalla muscolatura; i culturisti si muovono lentamente perché i loro muscoli pompati sono stati costruiti per essere guardati e non usati). Per questo le donne non competono assieme agli uomini nelle arti marziali e negli altri sport “di combattimento” (inclusa la scherma, che di violento non ha più nulla): perderebbero in partenza.

So cosa state pensando: “una donna sveglia e ben addestrata può tenere testa a qualsiasi uomo!” Vi correggo: qualsiasi uomo tranne uno altrettanto sveglio e ben addestrato. A parità di condizioni, l’uomo vince. Questo non significa che una donna non possa combattere contro un uomo e vincere; è solo molto, molto difficile.

Esistono eccezioni (donnoni altissimi e muscolosi), ma si tratta, appunto, di casi rari, non certo sufficienti alla nascita di eserciti o addirittura intere nazioni in cui sono le donne a combattere. A meno che non abbiano dalla loro qualche vantaggio speciale (di cui parlerò fra poco), queste società verrebbero probabilmente soggiogate dopo la loro prima guerra… oppure scomparirebbero. Visto che mandare i riproduttori a morire, dal punto di vista evolutivo, non è proprio una strategia vincente.

La lungimiranza dell'autore fantasy medio ha conseguenze positive quanto l'ottimismo del Dodo

La lungimiranza dell’autore fantasy medio ha la stessa utilità dell’ottimismo del dodo

Supponiamo che ci siano due tribù (esempio mutuato da Miller, con qualche aggiustamento). Nella tribù A sono le donne a combattere; nella B, gli uomini. Immaginiamo che ciascuna di queste due tribù sia composta di 100 individui, metà maschi e metà femmine.

Un giorno, le due tribù si fanno la guerra. In una battaglia sanguinosissima, dei cinquanta uomini e delle cinquanta donne sopravvivono soltanto un individuo per parte, che torna a casa pesto e sanguinante a portare la triste notizia. La tribù A, ora, ha un grosso problema.

L’unico uomo sopravvisuto della tribù B potrebbe, in teoria, mettere incinte tutte e cinquanta le donne, il che risulterebbe in cinquanta nuovi membri nove mesi dopo (dico “in teoria” perché è probabile che alcune donne siano troppo vecchie per avere dei figli, troppo giovani o sterili, e perché non augurerei a nessuno di trascorrere nove mesi in compagnia di cinquanta donne incinte). Ma nella tribù A rimane una sola donna, che nello stesso periodo potrà avere un solo figlio… ed è meglio che non le capiti nulla, che il bambino nasca sano e che lei non muoia di parto. Anche così, è molto probabile che il numero delle morti supererà quello delle nascite negli anni a venire; la tribù è condannata.

Tutto ciò non mi impedirà di chiedere la mano di questa donna

Tutto ciò non mi impedirà di chiedere la mano di questa donna

Questi sono i motivi per cui, nel corso della Storia e ancora oggi, la stragrande maggioranza dei combattenti è costituita da uomini: lo fanno meglio e sono sacrificabili.

Prima ho accennato a delle “eccezioni” che potrebbero rendere più plausibile l’esistenza di donne combattenti. Di cosa si tratta? Principalmente, di due categorie di cose:

  • mezzi soprannaturali che consentono alle combattenti di competere alla pari con avversari maschi senza scrupoli (un uomo che si trattiene, per motivi di cortesia o perché si trova con le mani legate da regole artificiali, è una cosa; uno che vuole ammazzare e stuprare – non necessariamente in quest’ordine – la protagonista, è un’altra);
  • tecnologie (armi, difese, ecc) non disponibili all’avversario tipico.

Nel primo caso potrebbero rientrare droghe e pozioni che suppliscano alla succitata inferiorità muscolare delle donne (un po’ come accade con gli Witcher di Sapkowski, che affrontano i mostri “dopandosi” con misture alchemiche), magia, benedizioni divine e quant’altro; nel secondo, cose come le armi da fuoco (un moschetto è comunque pesante, ma è più facile addestrare una donna al suo utilizzo che a combattere con trenta chili di metallo addosso). Antieroico? Forse. Di sicuro plausibile e rispettoso dell’intelligenza dei lettori, ma soprattutto delle lettrici, che non hanno bisogno di essere prese in giro da scrittori che propongono donne mascolinizzate e mondi impossibili in cui farle muovere.

Provate a pensarci. Quante donne guerriere della fantasy non sono altro che maschi sotto mentite spoglie, che non hanno il ciclo e vanno a letto con un sacco di uomini (per mostrare indipendenza sessuale, immagino) ignorando il fatto che una gravidanza bloccherebbe la loro vita avventurosa per un bel pezzo? Quand’è stata l’ultima volta che avete letto del fabbro della compagnia che protesta perché deve farsi in quattro per forgiare tutto su misura all’unica donna presente, a cui nessuno dei morti ha potuto lasciare in eredità niente del proprio equipaggiamento? Sono d’accordo con Steamdoll quando scrive che “creare un mondo maschilista per far risaltare l’unica eroina che va controcorrente non è una buona soluzione narrativa”, ma aggiungo che anche crearne uno in cui la donna che combatte è trattata (dagli altri personaggi e dallo scrittore stesso) come se fosse un uomo è altrettanto ridicolo.

Picchiera regia del periodo della guerra civile inglese

Picchiera regia del periodo della guerra civile inglese. La mia seconda opzione per il matrimonio

(buona parte delle immagini dell’articolo sono tratte da questa pagina)
 
10 commenti

Pubblicato da su 15/01/2013 in Letteratura

 

Tag: , , ,

Come documentarsi per scrivere un libro (o un racconto, un’antologia, un biglietto di auguri per Natale…) (bonus: “Baka, ma che fine hai fatto?”)

Questa volta metto il bonus prima dell’articolo (riproposizione di un “pezzo” scritto per Sognando Leggendo) perché ci tengo particolarmente. Nell’ultimo periodo, la mia attività si è diradata ancora di più; sarà il caldo, il fatto che ho aggiornato il PC (e dunque posso giocare meglio) o che ne so, ma in questo periodo mi dedico principalmente alle seguenti attività: 

– Giocare a Battlefield 3 (e bestemmiare perché non riesco a fare gli assignement)

– Giocare a League of Legends (e bestemmiare perché non riesco a trovare un team decente)

– Giocare a vari giochi in single player (e bestemmiare perché sono scarso)

– Leggere (meno di quanto vorrei)

Insomma, il nuovo PC che mi sono comprato fa il suo dovere, ma mi distrae dal blogging :-P Prevedo che la scimmia da “finalmente posso giocare a 60 FPS giochi che prima scattavano come il PIL della Grecia” finirà presto, comunque; allora tornerò a scrivere articoli e, chissà, forse anche qualche racconto ^_^

La prima cosa da fare dopo aver steso almeno la trama generale di un racconto, romanzo o quello che sia, è chiedersi onestamente: “Su quali degli elementi che intendo affrontare non ho conoscenze sufficienti per dipingerli in modo realistico?” Oppure: “Cosa sto dipingendo basandomi sulle mie conoscenze e cosa, invece, sto inventando di sana pianta?” A prima vista, l’elenco potrebbe sembrarvi sconfortante, ma non perdetevi d’animo: non vi toccherà trascorrere anni sui libri per scrivere un racconto di una decina di pagine (non sempre, perlomeno). Vediamo perché.

Su cosa bisogna documentarsi

Sebbene la documentazione sia un dovere fondamentale per ogni autore, è davvero importante solo per quegli elementi che hanno un ruolo nella trama: se un personaggio ha una collezione di spade nel suo studio, ma non ne userà mai una nel corso del romanzo, è inutile spulciare tutti i testi di scherma medioevale esistenti. Documentatevi su uno o due modelli e descrivete quelli, magari accennando alle targhette che identificano e facendo spalancare gli occhi alla vostra protagonista specializzata in storia medievale. Questo è più che sufficiente. Purtroppo, per tutto il resto vi toccherà studiare sul serio; il rischio, altrimenti, è quello di commettere errori grossolani, visibili anche a chi non possiede una cultura specifica (per esempio, se la vostra protagonista alta un metro e un tappo e pesante quaranta chili afferra una di quelle spade e la usa per tagliare in due il Cavaliere Nero, i lettori si chiederanno perché fra i cavalieri non ci fossero donne minute e come mai questi indossassero armature in battaglia).

La prima cosa da fare, dunque, dopo aver deciso quali sono gli argomenti di cui vi dovete documentare, è decidere quali meritano una ricerca approfondita e per quali, invece, è sufficiente un’indagine più superficiale. Nel caso di questi ultimi, leggersi un paio di articoli o saggi brevi è più che sufficiente; per gli altri, invece, avrete bisogno di esaminare fonti più consistenti. In caso di dubbi, scegliete sempre la strada della documentazione approfondita: meglio imparare qualcosa in più che ritrovarsi con delle conoscenze insufficienti.

Non tutte le fonti sono uguali

Esistono due grandi categorie di fonti: fonti di prima mano e fonti di seconda (o terza, quarta, quinta…) mano. Semplificando, le fonti di prima mano sanno ciò che vi serve; quelle di seconda mano lo hanno sentito dire. Se volete documentarvi sulla battaglia di Vittorio Veneto (perché il vostro racconto si svolge nel corso di essa o perché l’evento è in qualche modo importante ai fini della storia), fonti di prima mano saranno i resoconti dei reduci, i rapporti degli alti ufficiali e i piani di battaglia; fonti secondarie saranno i libri di storia dedicati allo scontro. Un esempio di fonte terziaria potrebbe essere un libro di testo compilato da qualcuno che ha letto i principali trattati storici sulla battaglia.

Parlando in generale, è meglio utilizzare fonti di prima mano: più ci si allontana dalle testimonianze dirette, più si corre il rischio che qualcuno abbia commesso degli errori o trascurato alcuni elementi che a voi sarebbero utilissimi. Per questo, se la vostra storia prevede un’antagonista (o perché no, una protagonista) affetta da una particolare patologia psichica, oppure si svolge all’interno di un ospedale psichiatrico, prima di comprare una guida per lo scrittore alle malattie mentali accertatevi che l’abbia scritta uno specialista in materia e non, diciamo, un giornalista che ha intervistato degli psichiatri: nessuno garantisce che qusti abbia capito tutto ciò che i medici gli hanno detto, o anche solo che abbia fatto tutte le domande giuste.

Detto questo, non sempre le fonti di prima mano sono accessibili o consultabili: non tutti hanno il tempo o la possibilità di mettersi a spulciare gli archivi dell’Esercito italiano, per dirne una. In questi casi, testi scritti da studiosi accreditati sono un surrogato più che accettabile; abbiate solo cura di leggerne più d’uno, in modo da poter confrontare opinioni diverse e, perché no, scegliere quella che più si adatta alla storia che avete in mente.

Alcune fonti di prima mano possono essere ostiche per il lettore non specializzato: un testo di psichiatria dà per scontate delle conoscenze che ci si aspetta essere parte del bagaglio di uno studente di quella branca della medicina, ma che di certo non è proprio della cultura di uno scrittore laureato in Ingegneria. Per questo esistono le guide per scrittori: testi scritti in modo tale da essere leggibili praticamente da chiunque e che contengono tutte le informazioni necessarie su un dato argomento. Di nuovo, accertatevi solo che le abbiano scritte degli specialisti: per la vostra storia che inizia con la fidanzata del protagonista in ospedale dopo aver subito un’aggressione, scegliete una guida ai traumi fisiologici scritta da un medico.

In alcuni casi, le fonti di prima mano non sono di alcuna utilità senza la mediazione di una fonte di seconda mano: è il caso, ad esempio, dei manuali di scherma rinascimentale, pensati in origine per essere complementari all’addestramento e pieni di illustrazioni realizzate senza l’utilizzo della prospettiva o delle linee cinetiche. Siccome nessun maestro di scherma del Rinascimento è sopravvissuto fino ai giorni nostri, leggere i manuali non serve a granché; si è costretti a ricorrere a delle interpretazioni, dunque a delle fonti di seconda mano. Per esempio, quando ho scritto il mio primo romanzo fantasy completo (che metterò a disposizione gratuitamente quando avrò voglia di farmi ridere addosso), la mia fonte principale per quanto riguarda i combattimenti è stata Medieval Swordsmanship di John Clements; Clements è fondatore e presidente dell’ARMA (Association for Renaissance Martial Arts), il che ne fa una delle persone più qualificate al mondo sull’argomento. Un’altra delle mie fonti, una raccolta di illustrazioni commentate risalenti al Quattrocento, mi è stata di utilità ridottissima, perché nonostante le didascalie, quelle immagini mi dicevano poco o niente (in molti casi, il commentatore stesso ammetteva di non aver la minima idea di quali mosse fossero rappresentate).

Guardatevi dai falsi amici

Ci sono alcuni media che sembrano fonti, ma non lo sono e non vanno considerati come tali. In particolare:

  1. Le opere di fantasia (film, romanzi, serie TV, cartoni animati, ecc) non sono fonti: nessuno vi garantisce che gli autori non si siano presi delle libertà o che semplicemente non abbiano trascurato di documentarsi.
  2. Wikipedia non è una fonte: tutti possono scrivere su quel sito e modificare le pagine, non solo persone qualificate.
  3. Blog e siti web, a meno che i loro articoli non siano basati su una bibliografia e/o scritti da esperti riconosciuti, non sono fonti. Un tempo, per pubblicare un articolo o un libro bisognava essere persone capaci oppure ignoranti raccomandati; con l’avvento di Internet, anche gli ignoranti non raccomandati possono scrivere quello che vogliono e condividerlo con il mondo. Prestate molta attenzione.

Come già detto, è importante esaminare diverse fonti su ciascun argomento: non solo perché un autore può concentrarsi su dettagli che un altro trascura, ma anche perché nessuno, per quanto preparato, imbrocca ogni singolo dettaglio. Documentandomi sui cecchini per alcuni racconti di ambientazione militare, mi sono imbattuto in un manuale che raccomanda a questi soldati di portare con sé una scorta di sigarette quando vanno in missione; ciò mi è sembrato molto strano, anche perché lo stesso autore (un maggiore in pensione dell’esercito degli Stati Uniti d’America), qualche decina di pagine più in là, consiglia ai cecchini di non fumare, poiché il bagliore e il fumo potrebbero attrarre l’attenzione del nemico. Ho consultato un altro manuale e vi ho trovato un’opinione più netta: i cecchini vanno selezionati tra i non fumatori, perché anche nel caso in cui non si portino le sigarette in missione, la loro efficacia risulterebbe comunque ridotta (per via del nervosismo extra e delle altre conseguenze dell’astinenza da nicotina). L’opinione della seconda fonte, anch’egli un ex-militare, mi è parsa più convincente, dunque ho deciso di farla mia.

“E adesso cosa ci faccio?”

Una volta trovate le fonti giuste, il modo migliore per studiarle è leggerle sottolineando le parti più importanti; quando avete finito di esaminare una fonte, passate a quella successiva, riprendendo in mano quelle già lette solo dopo un certo periodo (qualche giorno per un articolo o un saggio breve, qualche settimana o anche qualche mese per un testo più corposo). Così facendo, il ripasso sarà più utile, perché avrete avuto il tempo di assimilare le conoscenze acquisite.”

Nel corso dello studio, una tecnica molto efficace è quella del Pomodoro, sviluppata da Francesco Cirillo (http://it.pomodorotechnique.com/ ). Si basa su periodi di studio (“Pomodori”) di 25 minuti, alternati a periodi di riposo di 5, con una pausa più lunga (15-30 minuti) ogni quattro Pomodori. Questo sistema consente di organizzarsi in modo efficace e alleggerisce, suddividendolo in parti più piccole, il carico di lavoro. È sufficiente decidere, la sera prima o inizio giornata, quanti Pomodori dedicare allo studio, e il gioco è fatto.

Ricapitolando: ora sapete come individuare la necessità di documentarvi, come scegliere le vostre fonti e come consultarle. Tutto questo non vi servirà a niente senza le idee, quindi rilassatevi e guardatevi un film, andate a fare una passeggiata, allenatevi o fate qualunque altra cosa normalmente susciti in voi la voglia di scrivere. Poi cominciate a buttare giù la struttura di una storia.

 
 

Tag: , , , ,

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: