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Mail di lavoro e chiarimenti

Come i lettori fedeli sanno, il sottoscritto di mestiere fa il traduttore. Di recente ho ricevuto una mail dove mi si offriva una prestazione occasionale come interprete (che non equivale a “traduttore” e non rientra nel genere di servizi che io offro). Di seguito la mia risposta, che spero serva a chiarire eventuali dubbi di chiunque incappi da queste parti ^^

Buonasera,

Vi ringrazio molto per la proposta. Vi dico subito che mi vedo costretto a declinare, per due motivi. Il primo è un motivo di carattere professionale: non offro servizi di interpretariato. Mi stupisce che vi siate rivolti a me proprio per questi, dato che in nessun luogo ove sia reperibile il mio contatto e-mail ho mai affermato di essere un interprete o di essere disponibile a improvvisarmi tale. Non siete i primi a farmi una proposta del genere, dunque potrebbe esserci di mezzo un mio errore di comunicazione. Cercherò di rimediare.
Il secondo motivo del mio rifiuto è che, pur non essendo io stesso interprete, conosco il valore di un buon interpretariato, e trovo la vostra offerta gravemente insufficiente. La vostra mail prospetta un impegno giornaliero di circa 6 ore, a cui vanno sommate quelle spese in trasferta (di cui voi rimborsate solo i costi; il tempo che passo lontano dai miei cari, o comunque non in attività che sarebbero di mio maggiore gradimento, chi me lo rimborsa?). Per un totale di 12 ore più le trasferte, voi mi offrite 160 euro “COMPLESSIVI” (maiuscolo vostro) e “al lordo della Ritenuta d’Acconto”. Questo si tradurrebbe, per il sottoscritto, in un guadagno di 128 euro (la ritenuta d’acconto consiste nel 20% del totale). 128 diviso 12 fa 10,66, un compenso orario più o meno al livello di quello richiesto da uno studente universitario che dà ripetizioni in nero in una città dove il costo della vita non è troppo alto. Perdonatemi, ma non riesco a considerarlo minimamente adeguato, soprattutto a fronte di tariffe di mercato [qui ho inserito tre link, nda] che si aggirano intorno al quintuplo.
Mi permetto, infine, di segnalarvi come io non possieda né abbia mai dichiarato di possedere alcuna qualifica o esperienza nell’ambito dell’interpretariato. Il fatto che vi siate comunque rivolti a me mi fa pensare che non siate alla ricerca di persone particolarmente abili nello svolgere il loro lavoro, cosa che ritengo profondamente sbagliata e contraria all’interesse della vostra azienda.

Cordiali saluti,
Bakakura

 
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Pubblicato da su 05/05/2015 in Lavoro

 

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[Rant] “C’è a chi piace scrivere gratis” (ma a me no)

Per chi non lo sapesse, il mondo del giornalismo è uno schifo. Peggio ancora di tutto il resto del mondo lavorativo, che pure non è che stia messo bene. Nella maggior parte dei lavori, potete aspettarvi contratti a tempo determinato per uno stipendio da fame, oppure di dover lavorare con la partita IVA (con tutte le grane sia dei dipendenti – visto che si tratta, quasi sempre, di fare orari d’ufficio e svolgere le stesse mansioni, nonostante in teoria sia vietato – che dei liberi professionisti) guadagnando sempre una miseria. Se volete diventare giornalisti, ci si aspetta che lavoriate gratis per anni, violando nel mentre diverse regole etiche della professione, in cambio di una prospettiva di “sistemazione” che probabilmente non si concretizzerà mai. E dovete essere “umili”, ovvero accettare di buon grado di perdere interi pomeriggi (3-4 ore fra spostamenti, raccolta delle informazioni, ritorno in redazione e scrittura del pezzo) in cambio di nulla o di compensi che non raggiungono la doppia cifra. Naturalmente, l’umiltà la predica chi è già sistemato.

Vincenzo Iurillo ha scritto, sul blog de Il fatto quotidiano, un articolo che mi sento di condividere in toto e che, anzi, trovo fin troppo cordiale:

C’è un primo via libera in Parlamento per la legge sull’equo compenso ai giornalisti: niente finanziamento pubblico alle testate che non pagano adeguatamente i loro cronisti. E speriamo che la legge vada in porto. Dice però giustamente Enzo Iacopino, presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, che la situazione non cambierà “fino a quando non collaborerà pienamente con l’Ordine chi ha responsabilità nella categoria e continua a fingere di non accorgersi o si rende complice attivo nello sfruttamento di migliaia di giovani di ogni età che continuano ad essere compensati con spiccioli di euro”.

Vero. Giusto. Sacrosanto. Ma andrebbe spesa anche una parola anche sui ‘colleghi’ che vogliono farsi sfruttare e magari sono contenti di questo. Mi riferisco a quel popolo di giornalisti o aspiranti tali che pur di vedere apparire la firma lavorano gratis. Io vivo nel napoletano e ne conosco tanti. Ho provato a ragionare con loro ma le mie parole rimbalzano su un muro di gomma. Purtroppo inquinano al ribasso il mercato della domanda e dell’offerta di collaborazioni giornalistiche. Le ragioni? Sono tante e provo a spiegare le più frequenti.

C’è chi vive di altri lavori, non giornalistici, o di rendita. Firma pezzetti da qualche parte per giustificare la dicitura ‘giornalista’ affianco agli eventi che organizza e per i quali ottiene sponsor e compensi.
C’è chi è convinto che oggi lavora gratis, ma domani le cose andranno meglio. Beata ingenuità. Di solito dopo un po’ la testata chiude o ti liquida senza un grazie per far ‘lavorare’ gratis un altro al tuo posto. E nessun avvocato riuscirà a farti ottenere un euro.
C’è chi scrive gratis perché vuole conquistare il benedetto ‘tesserino’ di pubblicista. A parte che la legge dice che necessiterebbero due anni di ‘collaborazioni retribuite’, questa prassi alimenta le ragioni di chi vorrebbe abrogare l’elenco dei pubblicisti o almeno cambiare radicalmente le regole di accesso all’Albo.

C’è chi scrive gratis sulla testata X perché tanto ha un contratto ben retribuito di ufficio stampa con il sindaco, la banca, la camera di commercio, l’azienda di soggiorno e turismo, la società mista della nettezza urbana o del servizio idrico. Quindi: ‘marchette’ gratis sul giornale o sul sito in favore del sindaco, della banca, della camera di commercio, dell’azienda di soggiorno e turismo, della società mista della nettezza urbana o del servizio idrico, che sono contenti e ti rinnovano il contratto. E nessuno controlla l’evidente conflitto d’interesse e la violazione di un centinaio di regole deontologiche. Non lo fa l’Ordine, non lo fa l’editore della testata X, che magari sa tutto, ma tollera: e dove lo trovi un altro che lavora gratis?

C’è chi scrive gratis o quasi perché in fondo in fondo pensa che il giornalismo sia una missione sacra che non può essere sporcata con una cosa vile come il denaro. Senza capire che senza le spalle larghe di una tranquillità economica non si possono intraprendere sacrosante campagne stampa, qualsiasi esse siano.
C’è chi scrive gratis perché si sente sufficientemente gratificato dal sentirsi dire quanto è bravo, senza farsi sfiorare dal dubbio che forse gli dicono che sei bravo solo per farlo continuare a lavorare gratis.

C’è infine chi scrive gratis solo perché gli piace dire in giro che è un giornalista. E’ il peggiore, non c’è verso di guarirlo. Forse può riuscirci soltanto qualcuno davvero bravo.

Sono parole sacrosante. Chi lavora gratis è una piaga sociale: non solo danneggia se stesso, sprecando il proprio tempo, ma anche e soprattutto gli altri, perché nessun editore (e nessun datore di lavoro in generale) è così scemo da assumere quando ha a disposizione una vasta riserva di imbecilli da far lavorare senza pagarli.  Il risultato è che le persone capaci non riescono a ottenere un compenso dignitoso a causa di questa concorrenza sleale, che dovrebbe essere illegale: dopotutto, se esistono leggi in proposito nell’ambito del commercio, non vedo perché non dovrebbero essercene in ambito lavorativo.

Un lavoratore gratis istruisce il figlioletto. Che teneri! ^_^

A quest’oscenità contribuiscono tutti quei professionisti che idolatrano la “gavetta”, ossia gli anni di sfruttamento a cui devono sottoporsi gli aspiranti giornalisti; sarà perché l’hanno fatta anche loro e, quindi, non sopportano l’idea che qualcuno sia retribuito da subito per il lavoro che svolge? Come se occorressero cinque-sei anni per imparare a condurre un’intervista o a scrivere un pezzo di cronaca o di colore (forse a loro sì, dato che spesso non sono neanche laureati o lo sono in materie che non c’entrano una verga di Aronne, tipo Lettere)! E poi, se questi giovani virgulti sono tanto incapaci e bisognosi di apprendere, come mai i loro articoli vengono pubblicati? Non è scorretto, considerato che non sono ancora “maturi” per essere retribuiti? Eppure (quasi) nessuno ci pensa e tutti lottano per ottenere collaborazioni a titolo gratuito come cani attorno a un osso. “^_^

Immaginate che tutta questa gente ha diritto di voto come le persone normali, le quali per il loro lavoro vogliono essere pagate! Un’anomalia, dato che, in tutti i sistemi elettorali civili, chi è incapace di intendere e di volere non vota. E, se l’incapacità di costoro fosse riconosciuta, magari avremmo dei politici un po’ meno schifosi, visto che sarebbero eletti da persone in possesso delle facoltà mentali di un essere umano medio. ^_^

Sostituire "partorire" con "lavorare" e "concepire" con "guadagnare", e la vignetta si adatta perfettamente ^_^

Il problema dei lavoratori gratis non esiste solo nel mondo del giornalismo, ma è diffuso in tutti gli ambienti creativi italiani: fumetto, pubblicità, ecc. Ovunque ci sono datori di lavoro sfruttatori pronti ad approfittarsi di chiunque e, per ciascuno di essi, un migliaio di gonzi pronti a giurare di essere disposti a tutto, che la loro è una passione “vera” o addirittura una missione e tante altre cose che non starebbero male in bocca a un prolet di 1984. Pronti a giurare che il Grande Fratello di turno (no, non parlo del reality) è buono e giusto, perché potrebbe essere in ascolto e dicendo altrimenti si giocherebbero la carriera! Ovvero qualche altro anno di lavoro gratis dopo i quali verrebbero superati, nella corsa al contratto, dal figlio dell’amante del direttore, dal nipote dell’editore a cui bisogna assegnare un posto e dal cugino di terzo grado del caposervizio di Cronaca, “che si è appena trasferito, non trova nulla e ha tanto bisogno…”

Il lavoro gratis non può essere paragonato allo schiavismo – che pure presuppone un certo grado di complicità fra schiavo e padrone – in quanto chi lavora gratis lo fa volontariamente, senza essere stato rapito da ragazzo nel proprio villaggio in Africa; né lo si può paragonare alla prostituzione, che (se volontaria) è una professione onorevolissima, riconosciuta come tale in diversi Stati e assai ben retribuita. È pura e semplice idiozia e in quanto tale andrebbe considerata e, nei limiti del possibile, curata; in alternativa, a chi ne è portatore andrebbe impedito di fare dei danni, esattamente come si limita la libertà di chi è portatore di malattie gravi e contagiose o soffre di problemi psichici o ritardo mentale (siamo tutti bravi a fare i politicamente corretti e a piangere riguardando Forrest Gump, ma alzi la mano chi vorrebbe vedere alla guida di auto o munita di porto d’armi e pistola una persona con QI 20).

Ricordate: lavorare gratis danneggia voi stessi e gli altri. Pensateci la prossima volta.

 
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Pubblicato da su 02/04/2012 in Lavoro, Rant

 

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Scusa, non è che lavoreresti per me gratis?

Qualche giorno fa mi è arrivata la mail di un lettore. Costui mi chiedeva (nonostante non sia un servizio elencato, ma vabbeh) se potevo tradurre dall’italiano all’inglese un suo romanzo piuttosto corposo (sulle 300 pagine in A4) e quanto sarebbe costato. Ho fatto una stima grossolana e gli ho risposto indicandogli la cifra che avrei chiesto per un lavoro del genere. Al che lui ha replicato:

Come non detto, devo necessariamente trovare dei prezzi più bassi (e mi sembra di capire che non sarà facile!). Chiederò a qualche amico.
Grazie lo stesso e saluti.

Ora, domandare è legittimo e io cerco sempre di dare una risposta, anche quando la domanda non è pertinente. Tuttavia, questo atteggiamento mi perplime: un lavoro faticoso, lungo e complesso andrebbe fatto “per amicizia”, in cambio di poco o niente (il lettore non ha scritto così, ma lo deduco dal fatto che si sia stupito di un prezzo onesto). Come se chiedere il giusto compenso per una prestazione professionale fosse qualcosa di inaudito. Ve lo immaginate un tizio che va dal meccanico e gli dice: “Ué Bepi, a Capodanno mi sono fatto fuori la fiancata sinistra, un faretto e il paraurti, me li ripari gratis?”, magari dopo che Bepi ha appena concluso una giornata di lavoro e si appresta a usare il suo tempo per farsi gli affaracci suoi?

"Ragazzi, già che siamo qua, avrei bisogno di qualcuno per sminare dietro casa mia. Volontari?"

Posso capire che una persona non abbia necessariamente le disponibilità economiche per pagare a cuor leggero la parcella di un professionista, ma questo problema ha un’unica soluzione: la rinuncia. Non hai i soldi per pagare il traduttore? Non fai tradurre il tuo romanzo. Oppure risparmi e metti da parte il denaro per realizzare il tuo obbiettivo. Meglio così che far tradurre la tua fatica a una persona che, magari, lo fa sentendosi costretta, con superficialità e senza che gliene importi davvero del risultato (dopotutto, ci perde tempo e basta). Non voglio dire che tutti facciano così (conosco personalmente esempi del contrario), ma non si può dare per scontato che una persona sia disposta a lavorare più di quanto già non debba fare, per di più senza essere pagata.

Non ci si può lamentare che c’è crisi, che gli stipendi sono bassi e quant’altro, se poi si è i primi a chiedere che gli altri lavorino per noi gratis. E che diamine!

 
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Pubblicato da su 02/01/2012 in Lavoro

 

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Ma come lavorano gli uffici stampa?

La cara e dolce Amnell ha scoperto un’orrenda notizia: Licia Troisi sarà a Lucca Comics! Questo significa che mi toccherà condividere atmosfera e spazio vitale con la regina dello scat fantasy italiano. :-/ Oh beh, mi basterà stare lontano dal cinema Centrale come se ci fosse un focolaio di peste e il raduno 2011 dei terroristi suicidi amatoriali.

L’articolo contiene una perla di lulz più unica che rara, portata alla mia attenzione da Amnell (sottolineatura mia):

La scrittrice fantasy autrice delle celebri Cronache del Mondo Emerso e Guerre del Mondo Emerso, già protagonista negli scorsi anni di seguitissimi incontri, conferma il suo appuntamento con il pubblico di Lucca Games.
Quest’anno Licia presenterà un nuovo grande progetto editoriale: un nuovo mondo da lei creato con l’attesissimo “I regni di Nashira: il sogno di Talitha”.
Una grande anteprima per il pubblico di Lucca Comics and Games che incontrerà Licia domenica Sabato mattina alle 11.30 presso il cinema Centrale.

Purtroppo in fondo all’articolo è specificato che si tratta di due incontri diversi, pertanto il lulz viene rovinato (quasi) completamente. Ciò non toglie che, come al solito, questa gente lavora e io no. “^_^

 
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Pubblicato da su 19/10/2011 in Lavoro, Rant

 

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Ma come li fanno gli spot pubblicitari?

Di solito guardo la televisione solo alle ore di pranzo e cena, quando ci sono i telegiornali: del 90% dei programmi non mi importa un fico secco e per quanto riguarda film e telefilm, ho un sacco di roba migliore a disposizione fra YouTube, streaming e P2P. Per questo capita spesso che non sia molto aggiornato sulle pubblicità, come nel caso di quella del Campari Soda: hanno cominciato a trasmetterla a marzo, ma l’ho vista per la prima volta solo oggi.

Come sanno anche le piastrelle del bagno, ogni pubblicità deve avere una reason why, ossia dare allo spettatore una buona ragione per acquistare il prodotto o il servizio reclamizzato. Guardando lo spot del Campari Soda, a me sembra che il messaggio sia: “Questo prodotto vi fa rinunciare ai vostri sogni in cambio di incontri con uomini al bar.” Non proprio una prospettiva attraente, eh?

Certo, lo so che con ogni probabilità gli autori dello spot non intendevano dire questo (altrimenti sarebbero da ricovero coatto). Peccato che il “vero” messaggio, se c’è, sia sepolto dall’impressione negativa trasmessa dallo spot, peraltro accentuata dalla grafica: la vita della ragazza “prima” dell’incontro è un mondo di suoni e colori, mentre quest’ultimo si svolge in un banalissimo bar dalle pareti di un grigio-argento desolante.

Detto questo, lo spot del Campari è mille volte meglio di quello estivo della Beck’s, che diceva “bevete Beck’s perché Beck’s ha il vetro verde” ed era condito da una grafica alla organo genitale del canis canis. Il funerale del copywriting si terrà il giorno x alle ore xx.xx, presso…

Questa campagna è talmente obbrobriosa che non sono riuscito a trovare il video. Pigliatevi il manifesto

Perché una persona dovrebbe bere Campari o Beck’s dopo aver visto queste pubblicità? Spot e manifesto non trasmettono alcun messaggio, né razionale né emotivo, da questo punto di vista. Lo spettatore, non trovandolo, si sente preso in giro. Certo, apparire con un brutto spot è peggio che non apparire affatto… ma affidare la realizzazione a copywriter decenti non si poteva?

Questa gente lavora. Io no. “^_^

 
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Pubblicato da su 09/10/2011 in Lavoro, Pubblicità

 

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Grandi speranze deluse in poche ore

L’altroieri mi sono trovato nella casella di posta elettronica la seguente comunicazione dell’Ufficio Stage e Orientamento al Lavoro della mia (ex) Università:

Gentile laureato

l’Ufficio Orientamento al Lavoro ha il piacere di informarti che saranno realizzati “Incontri di orientamento al lavoro volti ad agevolare il tuo ingresso nel mondo del lavoro.

Gli incontri si configurano come workshop sulle professioni che consentono ai partecipanti di conoscere i profili professionali richiesti dalle aziende, i criteri e le modalità di selezione, i piani di formazione, i percorsi di carriera.

Gli incontri si configurano come presentazioni di aziende impegnate in campagne di recruiting e prevedendo la consegna di curricula vitae ai referenti aziendali.

Gli incontri si terranno in Aula Silos di Ponente D (Via Cantarane 24) dalle ore 14.30 secondo il seguente calendario:

 

6 Aprile – Fondazione Accademia di Comunicazione

“Finalmente un’esperienza di lavoro – I professionisti del marketing”

 

13 Aprile – Consorzio CTM Altromercato

“Lavorare in Altromercato: professionalità nel no profit”

 

20 Aprile – Unicredit

“Employer branding 2011”

 

27 Aprile – PricewaterhouseCoopers

“Il percorso professionale nel settore della revisione”

 

4 Maggio – AGSM Verona

“I profili professionali e le modalità di recruiting”

 

11 Maggio – Volkswagen Group Italia

“Top employer branding”

 

18 Maggio – Credem Banca

“Creare valore nel tempo”

 

25 Maggio – Unilever

“Unilever: great things come to those who want”

 

La partecipazione agli incontri è libera e gratuita.

 

Cordiali saluti

Ufficio Orientamento al Lavoro

Visto che si parlava di prospettive di lavoro e che io, come ben sapete, sono disoccupato, ho deciso di andare all’incontro di oggi, che era pubblicizzato così: si parla di workshop su alcune professioni della comunicazione, con la supervisione di professionisti del settore. In particolare, l’Ufficio Orientamento scrive:

Gli incontri si configurano come presentazioni di aziende impegnate in campagne di recruiting e prevedendo la consegna di curricula vitae ai referenti aziendali,

Ho pensato che si trattasse di un’occasione per farsi notare. Come avrete intuito, mi sono sbagliato come nel caso de Il re lupo. Anzi, peggio: nel caso del fumetto ho solo buttato via cinque euro e novanta, mentre oggi ho visto nascere e morire una speranza nel giro di poche ore.

Innanzi tutto, non c’è stato nessun workshop. La relatrice ha parlato per tutte le tre ore e mezza dell’incontro, salvo che per una pausa di un quarto d’ora circa, presentando le professioni della comunicazione e promuovendo l’Accademia in cui insegna lei stessa. Niente di male, intendiamoci, sopratutto perché l’argomento mi interessava, ma sono rimasto fortemente deluso per i motivi sopra indicati. Non so se la colpa sia della Fondazione Accademia di Comunicazione o dell’Ufficio Stage.

Tuttavia, quando la professoressa ha parlato degli stage dell’Accademia di Comunicazione (poca teoria, molta pratica; lavoro su commissioni vere e proprie da parte di grandi aziende), ho pensato che, forse, non avevo perso il mio tempo dopotutto. Al termine dell’incontro ho preso una delle brochure della Fondazione e, leggendola, ho trovato molto interessante i contenuti e le modalità del Master in copywriting, sopratutto perché (nella brochure) è scritto che il 100% dei partecipanti al Master ha trovato lavoro dopo lo stage. Per principio sono contrario al lavoro gratis, ho pensato, ma se c’è veramente questa possibilità

Guardando il sito dell’Accademia, tuttavia, le mie speranze sono crollate del tutto. Innanzitutto, nella pagina Informazioni pratiche sui corsi di Accademia si legge qualcosa di un po’ più approfondito e inquietante rispetto a quanto scritto nella brochure:

Soltanto negli ultimi due anni il ritmo dell’inserimento nel mondo del lavoro si è leggermente ridimensionato a causa della crisi in cui versa non solo il mercato italiano ma anche – e soprattutto – il mercato internazionale. Comunque, non solo tutti gli studenti hanno avuto ottimi stages, ma stanno collocandosi, se pure più lentamente del solito, nel lavoro a contratto, raggiungendo la percentuale del 98% di inseriti.

Fra 100% e 98% c’è poca differenza, d’accordo, ma non mi piacciono gli arrotondamenti di questo tipo. Inoltre, la definizione di “lavoro a contratto” è spaventosamente vaga e fa correre immediatamente il pensiero ai famigerati “mille euro al mese a tempo determinato senza ferie, malattia, tredicesima, ecc ecc”. Le rubriche della posta dei quotidiani sono piene di lettere di gente che ha fatto Master ed è finita così. Ne varrà veramente la pena? ho cominciato a pensare.

La cosa che mi ha veramente distrutto, in ogni caso è la voce Rette. In base al reddito dei miei genitori, infatti, dovrei pagare undicimila euro l’anno, ossia ventiduemila euro per due anni di studio e uno stage (presumibilmente) non retribuito di sei mesi. Fanno trenta mesi di mancato guadagno, con una spesa folle per le disponibilità economiche della mia famiglia. Per cosa? Un collocamento non garantito e con ogni probabilità precario?

Io non posso permettermi quella cifra. Certo, potrei chiedere un prestito d’onore, ma se non trovo lavoro, come diavolo faccio a restituirlo? E se lo trovassi, ma non fosse ben retribuito, cominciare con ventiduemila euro di debiti (più interessi) sarebbe veramente auspicabile?

So bene che i Master costano, ed è giusto che sia così (frequentarne uno è un privilegio, non un diritto), ma ci sono rimasto veramente male. Se venissi da una famiglia ricca, potrei anche provarci; per come stanno le cose, invece, non me la sento di esporre me stesso e i miei genitori a un rischio del genere. Mi è tornata in mente una battuta che ho fatto a mia madre, qualche tempo fa, quando voleva convincermi a partecipare a un altro Master (molto meno costoso): “Quei soldi sarebbero investiti meglio se li spendessi in bustarelle per farmi assumere da qualche parte.” Ora suona ancora più amara, perché se per avere una vaga speranza di lavorare onestamente devo spendere più di quanto posso permettermi, forse sarebbe davvero meglio fare così.

P.S. Ho appena notato che sono saltati un po’ di link, sopratutto a video, nell’articolo su “Gioventù Ribelle”; mò ci metto mano.

 
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Pubblicato da su 06/04/2011 in Lavoro, Slice of life, Uncategorized

 

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