RSS

Racconto di Natale in ritardo: Il mio Padreterno

31 Dic

Siccome il vostro baka è un po’ scemo, si è dimenticato di informare il mondo che ha scritto un racconto di Natale per il progetto Xmas Blog. Intanto ve lo copio qui sotto; se volete la versione elettronica, potete scaricare la raccolta seguendo il link.

 

Non fu il movimento in sé ad attirare la mia attenzione, quanto la sua ampiezza e la sua rapidità. Un attimo prima, la testa dell’uomo aveva fatto capolino da sopra l’orlo della trincea – non solo il grigio dell’elmetto, ma anche il rosa pallido del viso; l’attimo dopo, il soldato si era aggrappato al parapetto ed era saltato fuori. Rimase fermo in piedi come se fosse stata la cosa più naturale del mondo, guardandosi attorno come se, per un qualche miracolo, qualcosa avesse interrotto la monotonia della distesa innevata che era la terra di nessuno.

Se si fosse sporto lentamente, un millimetro dopo l’altro, come si usava fare da quelle parti, probabilmente gli avrei aperto un terzo occhio in mezzo alla fronte; ma ero troppo sorpreso per farlo. Non si faceva così. Non era normale. Per cui lo inquadrai nell’ottica del mio fucile e cercai di capire cosa avesse di sbagliato quell’uomo.

Il volto di cui la croce del mirino inquadrava il centro perfetto aveva gli occhi azzurri, o forse verde acqua. Era lungo e ovale, con il mento leggermente aguzzo e il naso sottile. L’ombra della sua barba era chiara, ma distinguibile; non doveva essersi rasato per diversi giorni. E sorrideva, come se ci fosse stato davvero qualcosa di nuovo in quel luogo vuoto e gelido – qualcosa da cui la luce che intravedevo nel suo sguardo era stata in qualche modo ravvivata. Non avrei mai creduto di poter fare una cosa del genere, ma allontanai l’occhio dalla lente e smisi di prendere di mira il mio bersaglio per spaziare con lo sguardo sul manto ghiacciato che si estendeva di fronte a me, interrotto, a un centinaio di metri di distanza – novantasette, mi tornò in mente – dalla linea grigiastra che segnalava l’inizio della trincea nemica. A giudicare dalla posizione in cui dovevo tenere il fucile per avere inquadrato il volto di un uomo in piedi, la neve doveva essere alta un buon mezzo metro, forse qualcosa di più. Sotto, c’erano il suolo butterato dai colpi dell’artiglieria, la nostra e la loro; schegge di granata; bossoli di cartucce da fucile; palle che avevano mancato il bersaglio; corpi che nessuno era andato a recuperare. Sopra di esso, il freddo cristallizzato. Passai lo sguardo fin dove potevo vedere, da un estremo all’altro del mio campo visivo, ma la mia attenzione non fu attratta da alcun dettaglio che suggerisse un cambiamento rispetto a poche ore prima. O al giorno prima. O a una settimana prima.

Tornai a guardare attraverso l’ottica, riportando per istinto la croce sulla fronte del soldato che – lo stupore mi colse e mi strinse nella sua morsa ancora per un istante – non aveva fatto altro che rimanere dov’era, fermo, a sorridere. Doveva essere impazzito; ma se così era, perché lo avevano lasciato in prima linea e, addirittura, nessuno gli aveva impedito di uscire dal riparo della trincea? Poteva trattarsi di una nuova strategia del nemico: lasciare che i pazzi si facessero ammazzare, in modo che noi sprecassimo munizioni e loro risparmiassero cibo e medicine. Avrei dovuto fare rapporto. O forse no; l’uomo portava l’elmetto dritto, il cappotto bene allacciato e, da quello che riuscivo a intravedere, aveva tenuto in ordine la sua uniforme. Un pazzo avrebbe pensato a tutto fuorché a lucidarsi gli stivali.

Dunque lui non lo era. E allora perché se ne stava lì, come a chiedere che gli regalassimo un po’ di piombo?

In quel momento, mi venne in mente che giorno era. E anche il motivo per cui quell’uomo doveva sentirsi tanto sicuro: si era concordato di non sparare dalla Vigilia fino all’ultima ora di Natale. Ecco perché se ne stava fermo in piedi come se il Signore in persona lo stesse proteggendo con la Sua mano. Sapeva di essere al sicuro.

O almeno lo credeva. Avrei potuto premere il grilletto – chiunque avrebbe potuto farlo, e sapevo che almeno una dozzina di altri cecchini doveva averlo nel mirino – e lui sarebbe morto, tregua o non tregua. Poi qualcuno avrebbe dovuto spiegarlo al suo tenente, se mai questi ne fosse venuto a conoscenza, ma nel frattempo quell’altro avrebbe avuto i suoi problemi. O non ne avrebbe più avuti, a seconda dei punti di vista. In quel momento, nei suoi confronti, io ero come il Padreterno. Mi sarebbe bastato muovere un dito. Stava affidando la sua vita nelle mani della mia buona volontà e del mio rispetto nei confronti di un ordine dato da chi aveva mandato centinaia di miei compagni al massacro.

E poi, quel ragionamento non spiegava il sorriso. Era quello che non capivo. Non avevo idea del perché mi stesse…

Mi stava guardando. I suoi occhi erano puntati proprio verso il mio mirino, dentro il mio mirino, come se fosse stato lui a tenermi sotto tiro e non viceversa. Sapeva che c’ero. Sapeva dov’ero. E forse, prima di uscire dalla trincea, anche lui aveva tenuto in mano un fucile. Un fucile da tiratore scelto, proprio come il mio, fatto per colpire con precisione dalla distanza. Fatto per uccidere bersagli importanti. Come un cecchino nemico.

Eppure, se così era stato, lui aveva abbandonato il fucile ed era uscito. Lui, il mio Padreterno.

All’improvviso, mi parve di star facendo la cosa sbagliata. Il fucile era goffo e pesante nelle mie mani, così lo misi da parte, appoggiandolo con delicatezza al parapetto. La trincea era stretta e soffocante, così mi tirai fuori da essa, rimanendo in piedi ed esposto. Era una sensazione strana, sentirsi circondati dall’aria fredda.

L’altro mi vide e mi sorrise. Sorrise a me, questa volta, il maledetto. Poi si incamminò nella mia direzione. Io feci lo stesso, perché stare fermo mi sembrava sbagliato, fino a che non ci incontrammo in mezzo al bianco e io mi resi conto, una volta che solo pochi centimetri mi separarono da lui, di non sapere come si diceva “perché?” nella sua lingua. Allora, con due dita sfiorai le mie labbra, inarcando le sopracciglia al suo indirizzo. Lui mi guardò aggrottando la fronte per un attimo, poi si illuminò in volto e infilò una mano nella tasca interna del cappotto. Ne estrasse un telegramma giallo, che mi porse. Ovviamente non ci capivo nulla. Con l’indice, indicò la seconda parola, poi se stesso. «Il tuo nome?» chiesi, pur sapendo che non poteva capirmi. Ma, a giudicare dalla sua espressione, aveva capito lo stesso. Indicò l’ultima parola con una certa enfasi, che mi spinse a cercare di decifrarla. «Maria?»

Lui annuì e il suo sorriso si allargò ancora di più quando indicò una terza parola, anche quella un nome. Aggrottai la fronte nel tentativo di associare lui, una donna di nome Maria e una terza persona… e poi capii.

Senza dire altro, tirai fuori dalla tasca interna del mio cappotto una fiaschetta di quello buono e gliela porsi. Lui annuì e la prese, bevendo un sorso, per poi restituirmela. Imitai il suo gesto e andammo avanti così, senza scambiare una sola parola, fino a quando lui non scosse la fiaschetta per mostrarmi che era vuota e, dopo che io l’ebbi riposta, ne tirò fuori una simile, ma che suonava piena. E fu così che ci ubriacammo in mezzo al nulla, sopra un manto bianco che ricopriva anni e anni di morte, perché una donna di nome Maria aveva partorito il giorno di Natale.

Annunci
 
1 Commento

Pubblicato da su 31/12/2012 in Racconti

 

Tag: , , ,

Una risposta a “Racconto di Natale in ritardo: Il mio Padreterno

  1. Luca

    02/01/2013 at 3:26 pm

    Molto carino come racconto complimenti!

     

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: