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Inutile

26 Dic

La versione scaricabile del racconto (pdf, ePub e Mobi, al solito) si trova nell’Archivio sotto “Racconti vari”.  Buon download!

La brezza spazzò via la polvere in cui era ridotta la lama di cristallo del cavaliere. L’impugnatura, ormai inutile, le scivolò dalla mano e cadde a terra. Un istante dopo, le sue ginocchia e tutto il suo corpo la seguirono. Lei avvertì a malapena l’impatto con la terra dura e non se ne preoccupò. Era finita.

La pietra focale era come un pezzo di ghiaccio contro la sua fronte. I suoi sensi sfocati percepivano a sprazzi il campo di battaglia: l’odore di cenere che riempiva l’aria; la roccia vetrificata, calda e liscia, sotto le dita; la luce del crepuscolo che filtrava delle palpebre semichiuse.. E, penetrante come una lama, il silenzio.

Vermitrax stava morendo. Il cavaliere sentì gli angoli della bocca piegarsi nell’ultimo sorriso di vittoria. Il drago era steso a terra poco lontano da lei; una cosa massiccia e affusolata, muta e priva di grazia, che si contorceva come le tenebre attorno a una bambina impaurita che agitava una torcia in propria difesa.

Una cosa che stava morendo. Ed era stata proprio quella bambina a sferrarle il colpo di grazia. Vermitrax non avrebbe visto un altro giorno, perché lei l’aveva ucciso.

Dalla cotta dorata del cavaliere si staccò qualche altra scaglia. Delle rune incise su ognuna di esse rimanevano soltanto tracce carbonizzate. L’occhio rimasto le si riempì di lacrime e, per un attimo, lei non capì il perché; poi ricordò la mano che aveva tracciato quelle rune, ricordò la sensazione del suo tocco sulla pelle, del suo fiato sulle labbra e dei loro corpi che si fondevano. Era il suo unico rimpianto. Ma anche la sua unica gioia.

Vermitrax non era il solo a morire quel giorno.

La vista del cavaliere si oscurò e, per un attimo, lei pensò che fosse giunta la fine. Poi il suo sguardo cadde sull’osso pallido che sporgeva come un festone dalla gamba spezzata e, quando si accorse di vederla, si rese conto che non erano stati gli occhi a venirle meno, ma le contorsioni del drago ad avvicinare la creatura a lei, fino a quando una delle sue ali non aveva oscurato il sole. Alle orecchie della donna giunse il rumore delle gocce di sangue che tamburellavano sul terreno come pioggia troppo densa. La testa di Vermitrax, un tempo svettante , sfiorava il suolo, perché era dal taglio sul lungo collo della bestia che colava il liquido; le pupille dei suoi occhi gialli non erano che due linee sottili. Anche lui doveva avere dei rimpianti. Il suo fiato ardente la sfiorò. Quella che un tempo sarebbe stata la sensazione di un accecante dolore rosso non fu che il tepore di un momento: non era rimasto abbastanza di lei per percepire il dolore, né abbastanza del drago per infliggergliene a sufficienza. All’improvviso, l’ala che aveva oscurato il sole ricadde sul fianco martoriato della bestia; un attimo dopo, con un tonfo simile a un rombo di tuono, il mostro si accasciò.

Impiegando tutta la volontà che le rimaneva, il cavaliere aprì gli occhi e incontrò lo sguardo di Vermitrax. L’eco di un terrore familiare le attraversò il cuore, ravvivando i suoi battiti ormai sul punto di fermarsi. Il drago arricciò le labbra, scoprendo i denti lunghi e affilati come spade. Poi, quei denti e quelle labbra si mossero. “Annabelle,” disse una voce secca e viscida al tempo stesso.

Lei cercò di trarre un respiro abbastanza profondo per pronunciare una singola parola: “Vermitrax.”

Il drago scosse debolmente la testa, prima di sfoggiare ancora un volta il suo sorriso da rettile. “Annabelle,” ripeté. “E… Annabelle.”

Il cavaliere mosse un poco il mento per annuire. “L’ultima,” mormorò con il fiato che le restava. Percepì sulla pelle, attraverso le vibrazioni del terreno, la risata soffocata di Vermitrax.

“Nessun altro.”

Il drago aveva ragione. E lei ne era immensamente felice.

Improvvisamente, Vermitrax cominciò a boccheggiare. Il cavaliere pensò che si trattasse dei suoi ultimi spasimi d’agonia, ma poi si rese conto che stava cercando di pronunciare delle parole: “No… ancora…”

Poi una luce esplose oltre le sue palpebre e un calore come quello di una forgia le sfiorò la pelle. L’aria divenne ancora più ardente quando Vermitrax lanciò un grido che spense il mormorio del vento, il fruscio della cenere, il crepitio delle fiamme e il battito del cuore del cavaliere. Poi quella luce balenò ancora, e il calore si fece più forte, e di nuovo Vermitrax gridò, ma questa volta con meno fiato e meno energia. Il cavaliere avrebbe voluto coprirsi le orecchie, ma non aveva la forza di farlo. Poté solo piangere per la rabbia e il dolore, e perché ancora una volta aveva udito delle grida di agonia dopo che aveva creduto che il suo compito fosse finito. Per la terza volta la luce violò il santuario delle sue palpebre serrate, ma questa volta lei non udì alcun grido; solo il frastuono di una bestia enorme che si contorceva per un lungo istante prima di rimanere immobile.

Poi delle dita le percorsero il viso, accarezzandolo con i polpastrelli e togliendo la sporcizia impastata con le lacrime. Le riconobbe. Le fecero tornare alla mente la bambina spaventata che aveva voluto diventare un cavaliere per sconfiggere i draghi; i muscoli indolenziti dopo il primo allenamento e quelle mani calde che massaggiavano il suo corpo per rinfrancarlo; l’ultima volta in cui l’avevano percorso, questa volta per darle piacere, e il senso di mancanza e bisogno che era seguito.

E poi la pietra focale cominciò a scaldarsi e quel calore, partendo dalla fronte, si diffuse dentro di lei come acqua assorbita dalle radici di una pianta, penetrando in ogni sua cellula, ammorbidendo la carne ustionata, saldando le ossa rotte, ricostruendo l’occhio distrutto, fino a quando il dolore non tornò a ondate, perché il suo corpo era di nuovo in grado di percepirlo. La pietra divenne calda al punto da scottarle quasi la fronte e altra energia si riversò dentro di lei, schiarendole la vista e dandole modo di vedere il volto sorridente dell’uomo che teneva in grembo la sua testa.

Era lui.

Lui, con indosso la corazza di scaglie dorate incise di rune azzurre. Lui, con la gemma blu incastonata nel cerchietto attorno alla fronte, a sua volta fuso con il cranio.

E fu la sua voce a dire: “Sono qui, amore mio. La bestia è morta. Il nome di Vermitrax non spaventerà più nessuno e il vostro brillerà come una stella per sempre. Lasciate che vi guarisca, ora.” Ancora altra energia seguì quelle parole, assieme al bagliore azzurrino della pietra focale dell’uomo, che ne concentrava la forza di volontà. Il dolore, da atroce che era, si fece a malapena sopportabile. Assieme alle forze, al cavaliere ritornò il fiato.

“È stato tutto inutile…”

L’espressione di gioia sul volto del suo amato si tramutò in una di confusione e timore. “Cosa dite?” Le sue labbra tremavano nel pronunciare le parole e la sua voce era flebile quasi quanto quella di lei. Il cavaliere fu scosso da un brivido talmente forte che le parve avrebbe potuto spezzare il suo corpo ancora fragile.

“Non capite. Io…”

“Oh, Annabelle, ma certo che capisco!” Il volto dell’uomo che amava si illuminò. Fece scorrere una mano sulle scaglie dell’armatura, brillanti come gioielli, e disse: “Ho costruito io stesso, pezzo per pezzo, questi strumenti. Credete che non sia in grado di utilizzarli o che non sappia valutare la loro efficacia?” Il suo sorriso si allargò. “L’armatura è a pezzi, ma ha fatto ciò che doveva: vi ha protetta. Non dovete avere paura.”

Il cavaliere scosse la testa, per quanto glielo consentiva la sua debolezza. L’uomo si accigliò e le sue dita ripresero ad accarezzarle il volto, come per infondervi quella sicurezza che un tempo vi aveva dipinto i sorrisi di scherno e le espressioni di sfida da lui tanto amate. Poi, ancora una volta, le rughe sottili della concentrazione si spianarono. “Non dovete temere per il vostro nome. Tutti sapranno che siete stata voi a sconfiggere Vermitrax. Io ho sconfitto soltanto la morte che avrebbe voluto prendervi. Non è meraviglioso, il potere che ci è stato conferito?” I suoi occhi si riempirono di lacrime. “Se io non fossi stato qui, oggi, vi avrei perduta. Il mondo vi avrebbe perduta. Io vi avrei perduta. Ma le nostre mani possono guarire quanto possono distruggere, grazie a questi doni dell’Eterno,” disse sfiorando il gioiello maledetto. “E grazie a noi due, ci saranno ancora dei cavalieri per affrontare qualunque mostro osi levare il capo.”

Il cavaliere vide quella luce nei suoi occhi. La stessa luce che aveva visto negli occhi del ragazzo di cui si era innamorata. La stessa luce che aveva visto nello specchio dopo la propria iniziazione. La stessa luce che aveva visto negli occhi di un drago che, un tempo, era stato un uomo. Un cavaliere.

E seppe che nemmeno quella volta il mondo era stato liberato dai draghi.

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Pubblicato da su 26/12/2012 in Racconti

 

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