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Archivio mensile:dicembre 2012

Post di fine 2012

Fra meno di due ore, quest’anno finirà. Il vostro baka vedrà la sua fine da casa propria, bidonato dagli amici e con la schiena rotta. Lunga vita al baka.

Il 2012 è stato il mio annus horribilis: ho avuto un lutto in famiglia, perso la testa per chi non se lo meritava e allontanato, con la mia solita noncuranza, qualcuno che invece avrebbe meritato più rispetto. Cose che capitano, eh, ma tutte insieme e tutte in fila tendono a far riflettere. Chiedo scusa se questo ha comportato post più diradati e depressi rispetto al solito; non succederà più.

L’anno che sta per finire mi ha riservato alcune belle sorprese: ho un lavoro (non quello che sognavo, ma pur sempre un lavoro) e almeno un’amica – nonché zia adottiva –  in più, che considero insostituibile. Ho anche ripreso a scrivere, e credo che la mia scrittura sia molto migliorata, soprattutto dal punto di vista narrativo: fra Kron L’ultimo nemico c’è un abisso, anche se sono affezionato al mio vecchio personaggio e la voglia di riprenderlo in mano si fa sentire. Tutto questo non è, forse, granché: non ho trovato il vero amore né realizzato un sogno. Ma è quanto basta per spingermi a guardare avanti con una certa voglia di vedere l’alba.

Dopotutto, l'alba è sempre una bella cosa... a meno che non siate un vampiro!

Dopotutto, l’alba è sempre una bella cosa… a meno che non siate un vampiro!

Il blog ha avuto alti è bassi (tranquilli, questa parte del post sarà breve): c’è stato un calo di visite nel periodo in cui ho scritto poco o niente, ma negli ultimi mesi la situazione è migliorata e a dicembre abbiamo toccato il picco di sempre, con 5.418 visualizzazioni nel momento in cui scrivo. Poca roba, ma considerato che non pubblico recensioni (il modo migliore per attirare visite) da un pezzo, mi fa un certo piacere.

Cosa ci aspetta per il 2013? Sicuramente, molta attività di blogging e molta scrittura. Ho in cantiere almeno un progetto letterario serio e tutta l’intenzione di portarlo a termine. Voglio riprendere a postare con regolarità e rendere più varia l’offerta: non solo racconti, ma anche recensioni e articoli tecnici. Voglio riesumare le vecchie rubriche (Gente che cerca su tutte) e crearne di nuove. Ho trascurato fin troppo la mia creazione. È tempo di porvi rimedio.

Auguro a tutti un 2013 felice, ricco di serenità e di gioia, di soddisfazione e di emozioni forti.

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Pubblicato da su 31/12/2012 in Uncategorized

 

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Racconto di Natale in ritardo: Il mio Padreterno

Siccome il vostro baka è un po’ scemo, si è dimenticato di informare il mondo che ha scritto un racconto di Natale per il progetto Xmas Blog. Intanto ve lo copio qui sotto; se volete la versione elettronica, potete scaricare la raccolta seguendo il link.

 

Non fu il movimento in sé ad attirare la mia attenzione, quanto la sua ampiezza e la sua rapidità. Un attimo prima, la testa dell’uomo aveva fatto capolino da sopra l’orlo della trincea – non solo il grigio dell’elmetto, ma anche il rosa pallido del viso; l’attimo dopo, il soldato si era aggrappato al parapetto ed era saltato fuori. Rimase fermo in piedi come se fosse stata la cosa più naturale del mondo, guardandosi attorno come se, per un qualche miracolo, qualcosa avesse interrotto la monotonia della distesa innevata che era la terra di nessuno.

Se si fosse sporto lentamente, un millimetro dopo l’altro, come si usava fare da quelle parti, probabilmente gli avrei aperto un terzo occhio in mezzo alla fronte; ma ero troppo sorpreso per farlo. Non si faceva così. Non era normale. Per cui lo inquadrai nell’ottica del mio fucile e cercai di capire cosa avesse di sbagliato quell’uomo.

Il volto di cui la croce del mirino inquadrava il centro perfetto aveva gli occhi azzurri, o forse verde acqua. Era lungo e ovale, con il mento leggermente aguzzo e il naso sottile. L’ombra della sua barba era chiara, ma distinguibile; non doveva essersi rasato per diversi giorni. E sorrideva, come se ci fosse stato davvero qualcosa di nuovo in quel luogo vuoto e gelido – qualcosa da cui la luce che intravedevo nel suo sguardo era stata in qualche modo ravvivata. Non avrei mai creduto di poter fare una cosa del genere, ma allontanai l’occhio dalla lente e smisi di prendere di mira il mio bersaglio per spaziare con lo sguardo sul manto ghiacciato che si estendeva di fronte a me, interrotto, a un centinaio di metri di distanza – novantasette, mi tornò in mente – dalla linea grigiastra che segnalava l’inizio della trincea nemica. A giudicare dalla posizione in cui dovevo tenere il fucile per avere inquadrato il volto di un uomo in piedi, la neve doveva essere alta un buon mezzo metro, forse qualcosa di più. Sotto, c’erano il suolo butterato dai colpi dell’artiglieria, la nostra e la loro; schegge di granata; bossoli di cartucce da fucile; palle che avevano mancato il bersaglio; corpi che nessuno era andato a recuperare. Sopra di esso, il freddo cristallizzato. Passai lo sguardo fin dove potevo vedere, da un estremo all’altro del mio campo visivo, ma la mia attenzione non fu attratta da alcun dettaglio che suggerisse un cambiamento rispetto a poche ore prima. O al giorno prima. O a una settimana prima.

Tornai a guardare attraverso l’ottica, riportando per istinto la croce sulla fronte del soldato che – lo stupore mi colse e mi strinse nella sua morsa ancora per un istante – non aveva fatto altro che rimanere dov’era, fermo, a sorridere. Doveva essere impazzito; ma se così era, perché lo avevano lasciato in prima linea e, addirittura, nessuno gli aveva impedito di uscire dal riparo della trincea? Poteva trattarsi di una nuova strategia del nemico: lasciare che i pazzi si facessero ammazzare, in modo che noi sprecassimo munizioni e loro risparmiassero cibo e medicine. Avrei dovuto fare rapporto. O forse no; l’uomo portava l’elmetto dritto, il cappotto bene allacciato e, da quello che riuscivo a intravedere, aveva tenuto in ordine la sua uniforme. Un pazzo avrebbe pensato a tutto fuorché a lucidarsi gli stivali.

Dunque lui non lo era. E allora perché se ne stava lì, come a chiedere che gli regalassimo un po’ di piombo?

In quel momento, mi venne in mente che giorno era. E anche il motivo per cui quell’uomo doveva sentirsi tanto sicuro: si era concordato di non sparare dalla Vigilia fino all’ultima ora di Natale. Ecco perché se ne stava fermo in piedi come se il Signore in persona lo stesse proteggendo con la Sua mano. Sapeva di essere al sicuro.

O almeno lo credeva. Avrei potuto premere il grilletto – chiunque avrebbe potuto farlo, e sapevo che almeno una dozzina di altri cecchini doveva averlo nel mirino – e lui sarebbe morto, tregua o non tregua. Poi qualcuno avrebbe dovuto spiegarlo al suo tenente, se mai questi ne fosse venuto a conoscenza, ma nel frattempo quell’altro avrebbe avuto i suoi problemi. O non ne avrebbe più avuti, a seconda dei punti di vista. In quel momento, nei suoi confronti, io ero come il Padreterno. Mi sarebbe bastato muovere un dito. Stava affidando la sua vita nelle mani della mia buona volontà e del mio rispetto nei confronti di un ordine dato da chi aveva mandato centinaia di miei compagni al massacro.

E poi, quel ragionamento non spiegava il sorriso. Era quello che non capivo. Non avevo idea del perché mi stesse…

Mi stava guardando. I suoi occhi erano puntati proprio verso il mio mirino, dentro il mio mirino, come se fosse stato lui a tenermi sotto tiro e non viceversa. Sapeva che c’ero. Sapeva dov’ero. E forse, prima di uscire dalla trincea, anche lui aveva tenuto in mano un fucile. Un fucile da tiratore scelto, proprio come il mio, fatto per colpire con precisione dalla distanza. Fatto per uccidere bersagli importanti. Come un cecchino nemico.

Eppure, se così era stato, lui aveva abbandonato il fucile ed era uscito. Lui, il mio Padreterno.

All’improvviso, mi parve di star facendo la cosa sbagliata. Il fucile era goffo e pesante nelle mie mani, così lo misi da parte, appoggiandolo con delicatezza al parapetto. La trincea era stretta e soffocante, così mi tirai fuori da essa, rimanendo in piedi ed esposto. Era una sensazione strana, sentirsi circondati dall’aria fredda.

L’altro mi vide e mi sorrise. Sorrise a me, questa volta, il maledetto. Poi si incamminò nella mia direzione. Io feci lo stesso, perché stare fermo mi sembrava sbagliato, fino a che non ci incontrammo in mezzo al bianco e io mi resi conto, una volta che solo pochi centimetri mi separarono da lui, di non sapere come si diceva “perché?” nella sua lingua. Allora, con due dita sfiorai le mie labbra, inarcando le sopracciglia al suo indirizzo. Lui mi guardò aggrottando la fronte per un attimo, poi si illuminò in volto e infilò una mano nella tasca interna del cappotto. Ne estrasse un telegramma giallo, che mi porse. Ovviamente non ci capivo nulla. Con l’indice, indicò la seconda parola, poi se stesso. «Il tuo nome?» chiesi, pur sapendo che non poteva capirmi. Ma, a giudicare dalla sua espressione, aveva capito lo stesso. Indicò l’ultima parola con una certa enfasi, che mi spinse a cercare di decifrarla. «Maria?»

Lui annuì e il suo sorriso si allargò ancora di più quando indicò una terza parola, anche quella un nome. Aggrottai la fronte nel tentativo di associare lui, una donna di nome Maria e una terza persona… e poi capii.

Senza dire altro, tirai fuori dalla tasca interna del mio cappotto una fiaschetta di quello buono e gliela porsi. Lui annuì e la prese, bevendo un sorso, per poi restituirmela. Imitai il suo gesto e andammo avanti così, senza scambiare una sola parola, fino a quando lui non scosse la fiaschetta per mostrarmi che era vuota e, dopo che io l’ebbi riposta, ne tirò fuori una simile, ma che suonava piena. E fu così che ci ubriacammo in mezzo al nulla, sopra un manto bianco che ricopriva anni e anni di morte, perché una donna di nome Maria aveva partorito il giorno di Natale.

 
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Pubblicato da su 31/12/2012 in Racconti

 

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Inutile

La versione scaricabile del racconto (pdf, ePub e Mobi, al solito) si trova nell’Archivio sotto “Racconti vari”.  Buon download!

La brezza spazzò via la polvere in cui era ridotta la lama di cristallo del cavaliere. L’impugnatura, ormai inutile, le scivolò dalla mano e cadde a terra. Un istante dopo, le sue ginocchia e tutto il suo corpo la seguirono. Lei avvertì a malapena l’impatto con la terra dura e non se ne preoccupò. Era finita.

La pietra focale era come un pezzo di ghiaccio contro la sua fronte. I suoi sensi sfocati percepivano a sprazzi il campo di battaglia: l’odore di cenere che riempiva l’aria; la roccia vetrificata, calda e liscia, sotto le dita; la luce del crepuscolo che filtrava delle palpebre semichiuse.. E, penetrante come una lama, il silenzio.

Vermitrax stava morendo. Il cavaliere sentì gli angoli della bocca piegarsi nell’ultimo sorriso di vittoria. Il drago era steso a terra poco lontano da lei; una cosa massiccia e affusolata, muta e priva di grazia, che si contorceva come le tenebre attorno a una bambina impaurita che agitava una torcia in propria difesa.

Una cosa che stava morendo. Ed era stata proprio quella bambina a sferrarle il colpo di grazia. Vermitrax non avrebbe visto un altro giorno, perché lei l’aveva ucciso.

Dalla cotta dorata del cavaliere si staccò qualche altra scaglia. Delle rune incise su ognuna di esse rimanevano soltanto tracce carbonizzate. L’occhio rimasto le si riempì di lacrime e, per un attimo, lei non capì il perché; poi ricordò la mano che aveva tracciato quelle rune, ricordò la sensazione del suo tocco sulla pelle, del suo fiato sulle labbra e dei loro corpi che si fondevano. Era il suo unico rimpianto. Ma anche la sua unica gioia.

Vermitrax non era il solo a morire quel giorno.

La vista del cavaliere si oscurò e, per un attimo, lei pensò che fosse giunta la fine. Poi il suo sguardo cadde sull’osso pallido che sporgeva come un festone dalla gamba spezzata e, quando si accorse di vederla, si rese conto che non erano stati gli occhi a venirle meno, ma le contorsioni del drago ad avvicinare la creatura a lei, fino a quando una delle sue ali non aveva oscurato il sole. Alle orecchie della donna giunse il rumore delle gocce di sangue che tamburellavano sul terreno come pioggia troppo densa. La testa di Vermitrax, un tempo svettante , sfiorava il suolo, perché era dal taglio sul lungo collo della bestia che colava il liquido; le pupille dei suoi occhi gialli non erano che due linee sottili. Anche lui doveva avere dei rimpianti. Il suo fiato ardente la sfiorò. Quella che un tempo sarebbe stata la sensazione di un accecante dolore rosso non fu che il tepore di un momento: non era rimasto abbastanza di lei per percepire il dolore, né abbastanza del drago per infliggergliene a sufficienza. All’improvviso, l’ala che aveva oscurato il sole ricadde sul fianco martoriato della bestia; un attimo dopo, con un tonfo simile a un rombo di tuono, il mostro si accasciò.

Impiegando tutta la volontà che le rimaneva, il cavaliere aprì gli occhi e incontrò lo sguardo di Vermitrax. L’eco di un terrore familiare le attraversò il cuore, ravvivando i suoi battiti ormai sul punto di fermarsi. Il drago arricciò le labbra, scoprendo i denti lunghi e affilati come spade. Poi, quei denti e quelle labbra si mossero. “Annabelle,” disse una voce secca e viscida al tempo stesso.

Lei cercò di trarre un respiro abbastanza profondo per pronunciare una singola parola: “Vermitrax.”

Il drago scosse debolmente la testa, prima di sfoggiare ancora un volta il suo sorriso da rettile. “Annabelle,” ripeté. “E… Annabelle.”

Il cavaliere mosse un poco il mento per annuire. “L’ultima,” mormorò con il fiato che le restava. Percepì sulla pelle, attraverso le vibrazioni del terreno, la risata soffocata di Vermitrax.

“Nessun altro.”

Il drago aveva ragione. E lei ne era immensamente felice.

Improvvisamente, Vermitrax cominciò a boccheggiare. Il cavaliere pensò che si trattasse dei suoi ultimi spasimi d’agonia, ma poi si rese conto che stava cercando di pronunciare delle parole: “No… ancora…”

Poi una luce esplose oltre le sue palpebre e un calore come quello di una forgia le sfiorò la pelle. L’aria divenne ancora più ardente quando Vermitrax lanciò un grido che spense il mormorio del vento, il fruscio della cenere, il crepitio delle fiamme e il battito del cuore del cavaliere. Poi quella luce balenò ancora, e il calore si fece più forte, e di nuovo Vermitrax gridò, ma questa volta con meno fiato e meno energia. Il cavaliere avrebbe voluto coprirsi le orecchie, ma non aveva la forza di farlo. Poté solo piangere per la rabbia e il dolore, e perché ancora una volta aveva udito delle grida di agonia dopo che aveva creduto che il suo compito fosse finito. Per la terza volta la luce violò il santuario delle sue palpebre serrate, ma questa volta lei non udì alcun grido; solo il frastuono di una bestia enorme che si contorceva per un lungo istante prima di rimanere immobile.

Poi delle dita le percorsero il viso, accarezzandolo con i polpastrelli e togliendo la sporcizia impastata con le lacrime. Le riconobbe. Le fecero tornare alla mente la bambina spaventata che aveva voluto diventare un cavaliere per sconfiggere i draghi; i muscoli indolenziti dopo il primo allenamento e quelle mani calde che massaggiavano il suo corpo per rinfrancarlo; l’ultima volta in cui l’avevano percorso, questa volta per darle piacere, e il senso di mancanza e bisogno che era seguito.

E poi la pietra focale cominciò a scaldarsi e quel calore, partendo dalla fronte, si diffuse dentro di lei come acqua assorbita dalle radici di una pianta, penetrando in ogni sua cellula, ammorbidendo la carne ustionata, saldando le ossa rotte, ricostruendo l’occhio distrutto, fino a quando il dolore non tornò a ondate, perché il suo corpo era di nuovo in grado di percepirlo. La pietra divenne calda al punto da scottarle quasi la fronte e altra energia si riversò dentro di lei, schiarendole la vista e dandole modo di vedere il volto sorridente dell’uomo che teneva in grembo la sua testa.

Era lui.

Lui, con indosso la corazza di scaglie dorate incise di rune azzurre. Lui, con la gemma blu incastonata nel cerchietto attorno alla fronte, a sua volta fuso con il cranio.

E fu la sua voce a dire: “Sono qui, amore mio. La bestia è morta. Il nome di Vermitrax non spaventerà più nessuno e il vostro brillerà come una stella per sempre. Lasciate che vi guarisca, ora.” Ancora altra energia seguì quelle parole, assieme al bagliore azzurrino della pietra focale dell’uomo, che ne concentrava la forza di volontà. Il dolore, da atroce che era, si fece a malapena sopportabile. Assieme alle forze, al cavaliere ritornò il fiato.

“È stato tutto inutile…”

L’espressione di gioia sul volto del suo amato si tramutò in una di confusione e timore. “Cosa dite?” Le sue labbra tremavano nel pronunciare le parole e la sua voce era flebile quasi quanto quella di lei. Il cavaliere fu scosso da un brivido talmente forte che le parve avrebbe potuto spezzare il suo corpo ancora fragile.

“Non capite. Io…”

“Oh, Annabelle, ma certo che capisco!” Il volto dell’uomo che amava si illuminò. Fece scorrere una mano sulle scaglie dell’armatura, brillanti come gioielli, e disse: “Ho costruito io stesso, pezzo per pezzo, questi strumenti. Credete che non sia in grado di utilizzarli o che non sappia valutare la loro efficacia?” Il suo sorriso si allargò. “L’armatura è a pezzi, ma ha fatto ciò che doveva: vi ha protetta. Non dovete avere paura.”

Il cavaliere scosse la testa, per quanto glielo consentiva la sua debolezza. L’uomo si accigliò e le sue dita ripresero ad accarezzarle il volto, come per infondervi quella sicurezza che un tempo vi aveva dipinto i sorrisi di scherno e le espressioni di sfida da lui tanto amate. Poi, ancora una volta, le rughe sottili della concentrazione si spianarono. “Non dovete temere per il vostro nome. Tutti sapranno che siete stata voi a sconfiggere Vermitrax. Io ho sconfitto soltanto la morte che avrebbe voluto prendervi. Non è meraviglioso, il potere che ci è stato conferito?” I suoi occhi si riempirono di lacrime. “Se io non fossi stato qui, oggi, vi avrei perduta. Il mondo vi avrebbe perduta. Io vi avrei perduta. Ma le nostre mani possono guarire quanto possono distruggere, grazie a questi doni dell’Eterno,” disse sfiorando il gioiello maledetto. “E grazie a noi due, ci saranno ancora dei cavalieri per affrontare qualunque mostro osi levare il capo.”

Il cavaliere vide quella luce nei suoi occhi. La stessa luce che aveva visto negli occhi del ragazzo di cui si era innamorata. La stessa luce che aveva visto nello specchio dopo la propria iniziazione. La stessa luce che aveva visto negli occhi di un drago che, un tempo, era stato un uomo. Un cavaliere.

E seppe che nemmeno quella volta il mondo era stato liberato dai draghi.

 
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Pubblicato da su 26/12/2012 in Racconti

 

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Buon Natale!

Cthulhu porta il terro… ehm, il Natale nelle vostre case! Buon Natale!

 

Santa_Cthulhu

 
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Pubblicato da su 25/12/2012 in Comunicazioni di servizio

 

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Anteprima II

“Come posso perdonarti, sapendo che mi porterai via tutti i miei begli animali? Che fermerai il volo dell’airone, la picchiata del falco, il canto dell’usignolo?” Si voltò verso di lei. “Sorellina, come faccio a volerti bene?”

 
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Pubblicato da su 17/12/2012 in Roba che scrivo

 

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Esercizio creativo

Oggi sono andato al mio primo laboratorio di scrittura creativa. Non credo ci tornerò (scoprire che, a Brescia, la scrittura sembra essere cosa da ultraquarantenni mi ha un po’ depresso), ma vi propongo lo stesso questo esercizietto che abbiamo fatto in sei minuti e qualcosa: un componimento libero sul tema “la paura”.

Non sta succedendo. Non a me. Queste cose non capitano nella vita vera. Adesso mi sveglio. Adesso si sveglierà lei.

Non ha senso. Io non ho fatto niente. Non può essere andata così. Non è… giusto. Quando queste cose succedono, dovrebbero essere precedute da lunghe scene che le introducono e da una musica adeguata. Una persona non può morire così, tutto d’un tratto, senza un’ultima parola o un ultimo sguardo. E il sangue deve scorrere lentamente, formando una bella pozzanghera, non schizzare dappertutto, accecandoti e facendoti diventare scivolose le mani.

È sbagliato, dunque non può essere. Il nastro deve riavvolgersi. Dev’esserci un salvataggio precedente da caricare. Rivoglio la mia vita… la nostra vita, com’era prima. Non può essere finita così.

Non può essere così brutto uccidere.

 
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Pubblicato da su 13/12/2012 in Racconti

 

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Anteprima

“Sai qual è la cosa peggiore quando cadi?” chiese l’ex-angelo a bassa voce, lo sguardo fisso sulla scrivania. “Non è l’impatto; è la caduta. L’impatto è un momento. Cadere è per sempre.”

 
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Pubblicato da su 10/12/2012 in Roba che scrivo

 

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