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L’ultimo nemico

29 Nov

Questa volta faccio il bravo e vi metto subito i file scaricabili nell’archivio. Enjoy ^_^

 

“È questa la bottega di Quasimodo?”

L’uomo non distolse lo sguardo dalla mola su cui stava affilando la lama di una spada. “No, signora, questa è la sua fucina. Non fabbrico lame di aratri né rivestimenti per ruote di carro. Di cosa avete bisogno?”

L’unica risposta fu un rumore di passi che si dirigeva nella sua direzione. Il fabbro inarcò un sopracciglio. “Chiedo scusa, signore; non vi avevo sentito,” disse mentre si voltava.

Rimase a bocca aperta. Di fronte a lui c’era solo la donna − ma era una donna che indossava stivali al ginocchio, calzoni a sbuffo e una giacca da uomo con tanto di fazzoletto. Gli arrivava più o meno all’altezza del petto, il che la rendeva alta quando la maggior parte degli uomini. Persino i suoi lunghi capelli scuri erano raccolti in una coda di foggia maschile. “Non servono scuse, mastro Quasimodo,” disse con un sorriso di scherno. Aveva una voce un po’ troppo roca, un tono un po’ troppo secco e sbrigativo; il fabbro non aveva mai sentito una donna parlare in quel modo. Né, del resto, ne aveva mai vista una vestita così.

“Signora, io sono un uomo che lavora. Non ho tempo per…”

“È proprio del vostro lavoro che ho bisogno, buonuomo. Dicono che fabbrichiate le migliori armature della contea, forse persino del regno. Ho bisogno di una corazza.”

“Dite a vostro marito di venire di persona.”

“Non ho marito, mastro Quasimodo,” ribatté lei, agitando un dito sottile a mo’ di rimprovero. “Ne ho bisogno per me stessa. Quanto verrà a costare?”

Il fabbro scosse la testa. “Si può sapere che cosa ve ne fate, voi, di un’armatura?”

“Si può sapere cosa ve ne importa? Siete o non siete un artigiano? Se non lo siete, state esercitando la vostra professione in maniera abusiva; se lo siete, avete l’obbligo di vendere la vostra merce a chiunque possa pagarla. Dico bene?”

Il fabbro strinse i denti e mise da parte la spada, appoggiandola sopra il tavolo. “Il Signore ci protegga dalle donne istruite! Per disgrazia, e intendo quella di chi si farebbe volentieri una risata ai vostri danni, non ho in bottega armature da donna.”

La visitatrice mise le mani sui fianchi e gli rivolse un’occhiata condiscendente. “Lo immaginavo, mastro Quasimodo; so benissimo che le corazze vanno fatte su misura. Cosa aspettate a prendere le mie?”

“Prendere le… perdio!” Il fabbro strabuzzò gli occhi e si guardò intorno. “Signora, cercate di capire; io sono un uomo celibe e qui siamo soli…”

La donna diede un calcio al tavolo, facendo tintinnare la spada e una dozzina fra tenaglie, martelli e altri arnesi. “Sangue di Cristo!” esclamò, e l’uomo per poco non fece un passo indietro di fronte a quell’imprecazione. “Dovete proprio fare questo gioco, vero? Va bene, giochiamo. Io non intendo muovermi di qui e la legge mi dà ragione; d’altro canto, voi siete un uomo grosso e forte, quindi, se dovessi andare in città a raccontare di come vi siete approfittato di me, nessuno dubiterebbe della mia parola. Che ne dite di quest’idea, mastro Quasimodo?” Pronunciò il nome a denti stretti e il fabbro, ancora scosso, ebbe l’impressione di trovarsi di fronte a un demonio travestito da donna travestita da uomo.

“Va bene, va bene, avrete la vostra dannata corazza, strega che non siete altro!” esclamò, colorendo il tutto con un paio di bestemmie che, incredibilmente, lasciarono intoccata l’espressione della donna. “Raddrizzate il busto e aprite le braccia.”

“Bene!” fece lei di rimando. “Andate a prendere gli strumenti che usate per prendere le misure.”

“Non serve; mi bastano gli occhi.” Il fabbro passò lo sguardo sul corpo della donna, prendendo atto della larghezza di spalle e fianchi e dello spazio (non molto) da lasciare per il seno. Per qualche motivo, quelle proporzioni gli mandarono un brivido lungo la spina dorsale. Si affrettò a cercare qualcos’altro sui cui appoggiare lo sguardo e trovò la finestrella che dava luce e aria a quell’ambiente sporco di fuliggine. All’improvviso, fu consapevole di avere viso e collo sporchi di nero e di indossare, al posto della camicia, un grembiule di cuoio lurido, e in qualche modo questo lo mise a disagio.

“Quando sarà pronta?” chiese impaziente la donna.

“Fra un paio d’anni!” gridò il fabbro. Solo dopo che lei ebbe annuito freddamente, si rese conto di avere invece borbottato: “Due settimane.”

“E quanto costerà?”

“Una fortuna!” rispose lui, o perlomeno avrebbe voluto rispondere così; le sue labbra lo tradirono e da esse uscì qualcosa di più simile a: “Dieci lire d’oro.”

“E ora,” aggiunse in un ringhio, “buona donna, mi date licenza di tornare a guadagnarmi il pane?”

“Con i vostri prezzi, oltre che il pane avrete anche carne e vino a volontà,” borbottò la donna prima di girare i tacchi e uscire. Solo quando fu sicuro che non fosse più nella sua fucina, il fabbro si voltò. Aveva lasciato la porta aperta e lui la vide camminare a grandi passi lungo la strada sterrata, diretta verso la cinta muraria e la città al suo interno. Persino il suo modo di muoversi aveva un che di mascolino, grazie alle falcate ampie e alla totale assenza di ancheggio.

Il fabbro cercò di ignorare la strana sensazione che gli dava quella visione e fece un rapido inventario del lavoro arretrato da svolgere: rimanendo nella fucina un’ora in più al giorno, ci sarebbe arrivato a pelo. Che diavolo gli era preso per accettare quella rogna?

Fece per riprendere in mano la spada da affilare, ma la ripose subito; l’idea di proseguire in quell’attività lo metteva a disagio, come se non fosse stata la cosa giusta da fare. Prese, invece, un carboncino e un foglio di carta da un cassetto, e cominciò ad abbozzare il pettorale della corazza, digrignando i denti al pensiero della committente. “Avrei dovuto chiederle quindici lire,” pensò mentre lo disegnava visto dal lato. “Così se ne sarebbe andata… ma che dico, la borsa di una donna come quella la riempie di sicuro il Diavolo.” Segnò le misure accanto al disegno e, guardando l’opera finita, si rese conto che mancava qualcosa. Avrebbe voluto disegnare anche le braccia magre e le gambe ben tornite che sarebbero spuntate da quelle piastre d’acciaio, per non parlare del viso ovale e dei capelli che, una volta sciolti, avrebbero costituito la cornice perfetta ai lineamenti fini e a quelle labbra così piene…

“Cristo, Madonna e Spirito Santo!” esclamò, buttando via il carboncino e fissando il foglio con le narici fumanti. Udì un singulto dietro le sue spalle e si voltò appena in tempo per vedere il suo allampanato apprendista farsi un rapido segno della croce. “Cispia!” esclamò, lieto di avere qualcuno su cui sfogare la propria rabbia. “È questa l’ora di arrivare? Sei già venuto a lavorare in ritardo una volta; cos’è, ambisci a finire l’apprendistato prima del tempo e con un calcio in culo?”

Il ragazzo spalancò gli occhi e scosse violentemente la testa, un gesto che parve sul punto di fargliela volare via dal collo magrissimo. “No, no, maestro Quasimodo! Sono stato trattenuto da mia madre, che aveva bisogno di un aiuto per…”

Si interruppe alla vista dell’espressione omicida sul volto del fabbro. “Basta parlare di donne, Cristo in croce! Tò, prendi questo schifo e affilalo, che io ho da fare,” disse il maestro, indicandogli la spada sul tavolo. Cispia si affrettò a obbedire, non senza guardare di sottecchi il disegno appoggiato accanto all’arma. “Maestro, ma che razza di uomo ha quelle misure?”

La prontezza di spirito e la velocità con cui schivò le tenaglie dimostrarono che, se non altro, non era un ragazzo stupido.

 

“Mi avevate detto che sarebbe stata pronta per oggi!” protestò la donna, battendo il tacco di uno stivale per terra quando il fabbro scosse la testa davanti alla sua richiesta.

“Le armature, una volta preparate, possono avere bisogno di aggiustamenti; non lo sapevate questo?” la canzonò lui. La donna sbuffò e spalancò le braccia.

“Beh? Cosa vi aspettate che faccia?” chiese poi bruscamente davanti a quel gesto.

“Mi aspetto che mi facciate provare la corazza!”

“Non ci penso nemmeno! Dove si è cacciato quel maledetto, sangue di Giuda… Cispia!” La donna seguì il suo sguardo e vide un ragazzino magro come uno scheletro entrare dalla porta, in compagnia di una borghese pienotta col capo biondo coperto da un velo e qualche ruga sul volto a tradirne l’età. “Cispia, perdi… volevo dire, accidenti, è possibile che tu non conosca altre donne a parte tua madre?”

“Signore, il mio ragazzo aveva detto che avete bisogno di me…” pigolò la donna, abbassando lo sguardo. “Ma non aveva menzionato un altro gentiluomo.”

Il fabbro serrò le labbra e il suo voltò arrossì come un carbone ardente. La cliente spostò lo sguardo dall’uno all’altra con aria perplessa, fino a quando non sembrò capire l’equivoco e scoppiò a ridere. Al che la madre di Cispia sussultò. “Ma voi siete una donna!”

Il fabbro tagliò corto: “Esatto, e poiché lo siete anche voi, signora Cristina, vi dispiacerebbe aiutarla a indossare questo?” Indicò la piastra sagomata per proteggere il petto e quella, più dritta e dall’aria più semplice, che avrebbe coperto la schiena.

La donna annuì. “Non era quello che avevo in mente, ma…” Fra lei e il fabbro passò un’occhiata eloquente. “Voi siete tanto buono col mio ragazzo, quindi suppongo di dovervi questo favore.”

“Mamma, cosa dite? Io lavoro duramente per ripagare mastro Quasimodo!”

La donna più anziana voltò leggermente il capo, in modo che il figlio non la vedesse roteare gli occhi. “Posso sapere cosa ci fa una bella signora come voi vestita da uomo?”

“Potreste, se non ci fosse questo gentiluomo a origliare,” ribatté l’altra, attirandosi un’occhiata torva da parte del fabbro. Cristina ridacchiò e si mise all’opera. Pochi minuti dopo, allacciò l’ultima delle cinghie che chiudevano l’armatura.

Il fabbro passò lo sguardo lungo il corpo della committente, da capo a piedi. “Come vi sentite?”

“Un po’ appesantita, ma per il resto benissimo.”

“Ottimo. Non servirà aggiustarla. Signora Cristina, aiutatela a levarsela.”

“Levarmela? E perché dovrei?”

“Perché non esiste che usciate dalla mia fucina vestita in quel modo!”

La donna liquidò con un gesto della mano la rabbia del fabbro, dopodiché portò la mano al borsello rigonfio che aveva alla cintura. “Ecco le vostre dieci lire”, disse, porgendoglielo.

Questa volta fu il turno del fabbro di fare un gesto di diniego. “Non le voglio,” disse.

“Come, prego?”

“Ho detto che non le voglio. Qualunque cosa vogliate fare con quella roba,” disse indicando l’armatura, “deve trattarsi di una diavoleria, e un buon cristiano non può accettare i soldi del diavolo.”

La donna impallidì al punto che i suoi capelli parvero piume di corvo cadute sulla neve. “Voi… voi…”

“Fuori di qui!” esclamò il fabbro, indicando l’uscita. La donna ignorò il suo gesto. Portò il braccio all’indietro, caricò bene il colpo e mandò il pesante sacchetto pieno di monete dritto dritto contro lo zigomo dell’uomo, che lanciò una bestemmia e sollevò le mani.

“Signora, fossi in voi io me ne andrei,” disse in fretta Cristina. Cispia annuì vigorosamente, tenendo d’occhio il suo maestro e chiedendosi, senza ombra di dubbio, cosa avrebbe fatto lui se l’omone fosse saltato addosso a quella donna che lo fissava con aria tanto gelida.

Il volto del fabbro era scarlatto, di una tonalità più scura nel punto in cui un livido cominciava già a formarsi. Ansimava come un toro infuriato. La donna sostenne il suo sguardo imperterrita per qualche istante, poi, con un movimento fluido, gli voltò le spalle e uscì.

Cispia continuò a spostare lo sguardo da lei al maestro, che continuava a fissarla. Poi, all’improvviso, gli occhi del fabbro parvero riprendere vita e si guardarono intorno freneticamente, posandosi alla fine sul martello appoggiato sul tavolo. L’uomo lanciò un urlo belluino e, afferrato lo strumento, lo abbatté sull’incudine, coprendo a malapena con quel fracasso il suono della propria voce che gridava cose da far cadere le piume a un angelo.

Cristina appoggiò le mani dalla pelle liscia sulle spalle del figlio e, con delicatezza, lo spinse verso la porta. “Andiamo, Giovanni. Non vedi che il maestro è arrabbiato?” Nel frattempo, il fabbro continuava a percuotere l’incudine e a urlare bestemmie frammezzate a insulti all’indirizzo di una certa donna.

“Sì, madre,” si affrettò a rispondere Cispia. Mentre uscivano, lasciandosi alle spalle la furia del maestro, aggiunse: “Forse voi potreste aiutarlo a calmarsi? So che siete molti amici.”

Cristina scosse la testa, nascondendo a malapena un sorriso amaro. “In lui c’è una furia che non posso placare. Vieni, andiamo a casa.”

“Non vi disturberò nel vostro lavoro? So che avete molti ricami da fare per le spose di quei nobili signori che vengono a trovarvi.”

“Non ti preoccupare, figliolo. Posso ricamare un altro giorno,” lo rassicurò sua madre.

 

Il fabbro arricciò il naso di fronte all’odore di corpi e del contenuto dei canali di scolo. Si fece strada fra la folla, borbottando parole di scusa quando spintonava qualcuno. Dietro di lui, Cispia conduceva il carretto tirato dal mulo. “Si può sapere che cosa ci fa qui tutta queste gente? Al mercato regalano oro?”

“Non lo sapevate, maestro? Oggi sono tornati i soldati dalla guerra,” rispose Cispia.

“Ah, già. Beh, non pensare nemmeno di andarli a vedere. Siamo qui per comprare del ferro, non per divertirci.”

“No, maestro,” disse l’apprendista in tono rassegnato.

I due raggiunsero a fatica il negozio del mercante, un’unica stanza con una porta che dava sulla strada e una che si apriva sul magazzino. I muri erano coperti di rastrelliere e ganci dove davano bella mostra di sé gli arnesi più disparati. L’uomo, con grandi baffi, una calvizie incipiente e la pancia gonfia del troppo lavoro che lasciava ai suoi manovali, sorrise loro e strinse la mano del maestro. “Vi servo subito,” disse, sporgendo la testa nel magazzino. “L’ordine di mastro Quasimodo, subito! Il bravuomo è venuto a ritirarlo.” Poi si rivolse di nuovo al fabbro. “Proprio non volete convincervi ad aprire bottega qui in città, eh? A due passi da qui c’è quella di Marzio, che ormai è troppo vecchio per continuare il lavoro e ha perso due dei sui figli in guerra, mentre il terzo è curato Dio solo sa dove; potreste rilevare la sua, che è molto spaziosa, e risparmiarvi di fare ogni volta tutto quel viaggio col carretto pieno di ferro…” Si interruppe alla vista dell’aria seccata dell’uomo. “Beh, avrete le vostre ragioni. Avete saputo quello che è successo?” aggiunse, disposto a cambiare argomento piuttosto che rimanere zitto.

“No,” rispose il fabbro, lanciando un’occhiata oltre la soglia del magazzino, dove si intravedevano pile ordinate di lingotti di ferro. Cispia colse l’imbeccata e svanì in fretta oltre l’ingresso.

“Pare che un grande cavaliere sia tornato vivo, ma ferito al punto che nessuno crede che sopravviverà. Io non me ne intendo di queste cose…”

“Incredibile,” borbottò il fabbro.

“Ma, ecco… può sembrare assurdo e anche un po’ blasfemo, ma tutti parlano così bene di quella donna che non me la sento proprio di giudicarla una…”

Il fabbro guardò sorpreso l’uomo, che continuava a muovere le labbra senza emettere suoni. Poi si rese conto di essere lui a non sentirli. Il suo udito si era fermato a “quella donna.”

Quella donna. Una donna cavaliere. Una donna tornata ferita a morte dalla guerra. Il suo interlocutore doveva essersi accorto che c’era qualcosa che non andava, perché lo stava guardando con gli occhi spalancati, boccheggiando parole che il fabbro non sentiva.

Una donna. Quella donna.

Con due falcate, il fabbro uscì dalla bottega e si ritrovò in strada, in mezzo alle persone che − ora se ne rendeva conto − si muovevano lentamente e tutti nella stessa direzione, come in processione o pellegrinaggio. Senza pensarci, si unì a loro. Intravide con la coda dell’occhio il mercante che lo guardava perplesso dall’uscio del negozio, ma non se ne curò. Non pensava a nulla mentre seguiva la gente fino a una casa a due piani, costruita in pietra, davanti alla cui porta aperta la gente si metteva in fila.

Accanto all’ingresso della casa erano appoggiati uno zaino di foggia militare, una spada nel fodero, un paio di stivali alti e il pettorale di una corazza con un foro orrendo sulla sinistra, più o meno all’altezza del cuore. Uno squarcio slabbrato che indicava come il metallo fosse stato piegato e lacerato da una forza inimmaginabile.

“Quelle nuove armi sono un’invenzione del Diavolo, lo ha detto il vescovo,” mormorò un uomo dai baffi grigi lì accanto, masticando il cannello della pipa. Dietro di lui, qualcuno singhiozzò. Un uomo, una donna o un bambino; il fabbro non ne aveva idea.

“Se solo quella corazza non fosse stata così robusta, la palla le avrebbe attraversato il cuore, facendola morire subito. Ora soffre come un’anima all’Inferno, quella povera coraggiosa!”

Il fabbro ebbe l’impressione che qualcun altro stesse gemendo e lamentandosi, ma fu colto di nuovo da quella strana sordità che lo aveva colpito nella bottega del venditore di metalli. Poi si rese conto di sentire qualcosa, una voce proveniente da quel foro orrendo contornato da una macchia color ruggine. Sei stato tu.

“No. Io non ho fatto niente!” Se anche qualcuno udì quelle parole bisbigliate, non diede segno di averle intese.

Il fabbro distolse lo sguardo. Ergendosi al di sopra degli altri, intravide uno scorcio dell’interno della casa. C’era un’unica stanza su quel piano ed era piena di gente, come al funerale di un re. I visitatori si erano disposti su due ali, in modo da lasciare un corridoio libero fino al grande letto posto al centro. Sdraiata su di esso c’era una figurina pallida come le lenzuola, che da quella distanza non sembrava nemmeno respirare. I capelli sciolti formavano attorno al suo volto la corona che il fabbro aveva immaginato; ma lui non riuscì a distinguere l’espressione del viso.

Si voltò e, con più delicatezza di quanta ne avesse mai usata in vita sua, percorse in senso inverso il flusso di esseri umani che andavano a recare omaggio a quella che doveva essere una donna amata da tutti. Man mano che si allontanava, la folla si diradava e lui allongava il passo. Oltrepassò, degnandoli a malapena di uno sguardo, il carretto carico di lingotti e arnesi e il suo apprendista. Giunto alle porte della città, si mise a correre.

Corse lungo la strada sterrata, per più di due miglia, e poi mezzo miglio su per la collina, oltre la macchia e fino alla fucina. Si chiese come mai non gli riuscisse di aprire il lucchetto con cui aveva chiuso la porta e trovò una spiegazione nel tremito della mano che reggeva la chiave. Una volta entrato, lo sguardo gli cadde su un rotolo gettato in un angolo. Lo prese e lo spiegò sul tavolo, buttando per terra un martello e un paio di tenaglie.

Appoggiò il carboncino sul disegno già tracciato e cercò di ricordare la lunghezza esatta delle braccia e delle dita, i contorni del volto, la sottigliezza del collo, il modo in cui le cosce si sfioravano appena durante la camminata, la pienezza delle labbra e la curva della mascella. Ma era come se la sua mano non volesse muoversi. Eppure, tutte quelle cose erano nella sua testa… o forse no? Quanto era lungo il naso della donna? Quanto folte le sue sopracciglia? Gli zigomi erano proprio a quell’altezza, oppure no? E il mento non era più piccolo?

Non lo sapeva. Non aveva guardato bene, quando aveva potuto, e ora…

Il carboncino si ridusse in polvere sotto la sua stretta e lui bestemmiò. Afferrò il foglio sul bordo superiore e fece per strapparlo; poi la sola idea lo fece inorridire. E poi a inorridirlo fu quella cosa disegnata lì sopra, quel pezzo di metallo malefico che ancora gli bisbigliava nell’orecchio: Crudele.

Avvertì una fitta di dolore al viso e, quando si portò una mano in quel punto, si ricordò del momento in cui aveva sentito quel dolore per la prima volta e di cosa era stato a colpirlo.

Vigliacco.

Il rifornimento era rimasto in città, ma c’era ancora del ferro con cui lavorare; ringraziando il Signore per quel dono, il fabbro attizzò il fuoco.

 

Quando Cispia tornò, la porta era ancora chiusa, ma il camino fumava e dall’interno proveniva il rumore di un martello che picchiava sul ferro.

“Mastro Quasimodo?” chiamò. “Siete dentro?” Nessuna risposta. “Mastro Quasimodo?” ripeté, tendendo l’orecchio per sentire meglio. Ma non udì nulla, se non quel martellare incessante. “Maestro?”

“Via!” ruggì il fabbro, facendolo sobbalzare. Il mulo ragliò, offeso, e fece un passo indietro, costringendo Cispia a tirarlo per la cavezza. L’apprendista deglutì. “Mastro Quasimodo, ho portato il ferro…”

“Non mi serve!” fu la risposta che lo raggiunse attraverso la porta. I colpi di martello si fecero ancora più frenetici e Cispia rabbrividì. C’era qualcosa, nella voce del maestro, che non aveva mai sentito prima, nemmeno durante le peggiori sfuriate; alla rabbia era mescolato un tremito che, provenendo da quell’uomo così grande e forte, gli annodò lo stomaco. “Maestro…”

Cispia legò il mulo al palo e tornò a casa.

 

L’indomani, la fucina era ancora chiusa. Lo erano anche le finestre, ma l’apprendista sapeva che almeno una doveva rimanere aperta perché dentro si potesse respirare, così girò attorno all’edificio in muratura fino a quando non la trovò e poté sbirciare all’interno.

Il maestro era chino sopra l’incudine, intento a battere qualcosa di troppo piccolo per essere una lama o un attrezzo. La finestra era orientata a ovest e il sole era sorto da poco; ma alla luce dei carboni ardenti nella fornace, l’apprendista riuscì a intravedere l’oggetto e trattenne il respiro.

“Maestro,” gli sfuggì dalle labbra, “voi avete le mani così grandi; eppure…” Abbassò lo sguardo sulle proprie, magre e dalle dita lunghe, che non avevano mai prodotto nulla di buono. Poi lo sollevò di nuovo e colse l’espressione febbricitante dell’uomo che, con un martelletto, stava dando forma a un pezzo di metallo delle dimensioni di una mano piccola e delicata.

Il fabbro sollevò lo sguardo e incrociò quello dell’apprendista. Snudò i denti e soffiò come un animale selvatico, ma non disse una parola; si limitò a rivolgergli uno sguardo con occhi simili a ferri roventi.

L’apprendista appoggiò le mani sul davanzale e, con un movimento goffo, portò il proprio corpo allampanato all’interno della fucina. Senza dire una parola, corse al mantice per ravvivare il fuoco. Il fabbro allungò una mano senza guardare, prese un paio di pinze avvolte in un panno per proteggere le mani dal calore e infilò l’oggetto fra i carboni ardenti, fino a quando il fuoco non ebbe arrossato il metallo e l’ebbe reso malleabile.

 

La gente si scostava istintivamente davanti a quell’omone che portava con sé un involto lungo e stretto. Alcuni lo conoscevano di vista, altri di fama, ma nessuno l’aveva mai visto con indosso altro che il grembiule di cuoio e i calzoni pesanti; ora indossava una camicia pulita e dei pantaloni di tessuto fine. La maggior parte di loro ignorò il ragazzetto magro e dagli occhi cisposi che camminava dietro di lui, ma il loro stupore fu sufficiente a consentirgli il passaggio.

Il fabbro si fermò sulla soglia. Il letto era ancora lì e, con esso, la donna. Da quella distanza poteva vedere il suo petto alzarsi e abbassarsi con una lentezza spaventosa, lunghi momenti di immobilità seguiti da inspirazioni violente e spasmi di dolore. Aveva gli occhi aperti, ma non guardava nulla; o forse stava fissando qualcuno che gli altri non erano in grado di vedere.

Sotto gli occhi di tutti, uomini, donne e bambini dai volti contratti o solcati dalle lacrime, il fabbro si avvicinò lentamente, tenendo l’involto stretto al petto. Accanto al letto, una ragazza immerse un panno in un secchio d’acqua e lo passò sulla fronte della donna; la meccanicità di quel gesto un segno sicuro del numero immenso di volte che l’aveva ripetuto.

Il fabbro guardò quella donna che aveva maledetto. Sì, le sopracciglia erano folte come le ricordava, gli occhi erano proprio di quella sfumatura di marrone, e il mento era leggermente marcato, ma piccolo e grazioso. Le braccia e le spalle erano coperte dalle lenzuola, ma il fabbro non aveva bisogno di vederle; ora era certo di ricordarle benissimo, anche se parevano essersi fatte molto più magre.

Quando rimosse il panno e lo passò a Cispia, dalla folla attorno al letto si levò un mormorio. L’involto conteneva una spada dalla lama lunga, di forma triangolare, fatta per affondare. Attorno all’elsa, a mo’ di guardia, si incurvavano dolcemente gli steli di quattro calle, le cui corolle formavano l’elsa e accarezzavano la lama.

Lentamente, reggendola con entrambe le mani sul piatto, il fabbro si chinò e appoggiò l’arma senza fodero a fianco della donna. “Signora,” mormorò, “ho visto il cavaliere della morte sulla vetrata della cattedrale. Indossa una corazza pesante, che va colpita alle giunture con una lama sottile. Non preoccupatevi; questa l’avete già pagata.” Come sollevando un fiore delicato, prese la mano della donna e l’appoggiò sull’elsa. Le dita si strinsero attorno a essa, ma lei continuò a fissare il vuoto, o forse, pensò il fabbro, a valutare quell’ultimo nemico che non sembrava avere fretta di prenderle la vita.

L’uomo si alzò e, con il capo chino, si diresse verso la porta. La ragazza accanto al letto aprì la bocca per dire qualcosa, ma Cispia le appoggiò una mano sulla spalla e rivolse uno sguardo implorante al resto dei presenti, che rimasero immobili e in silenzio fino a quando il gigante non se ne fu andato.

 

Seduto con la schiena appoggiata al muro della fucina, il fabbro rivolse lo sguardo al cielo stellato e si fece il segno della croce. “Pater Noster qui es in cælis: sanctificétur nomen tuum; advéniat regnum tuum; fiat volúntas tua, sicut in cælo, et in terra… Signore, ai vostri angeli non servono forse delle spade? E voi, Satana, non avete bisogno un fabbro che mantenga vivo il fuoco dell’inferno? A quale di voi appartiene la sua anima? A chi di voi posso dare la mia per salvare la sua?”

Ai margini del boschetto, Cristina sentì qualcuno tirarla per una manica del vestito. Sussultò e si voltò di scatto, traendo sollievo appena per un attimo dalla vista di suo figlio. “Giovanni, cosa ci fai qui? Non ti avevo forse detto di badare alla casa?”

Giovanni scosse il capo e, senza smettere di guardarla negli occhi, disse: “Non ora, madre. Non vedete che il maestro Quasimodo piange?”

Cristina riportò lo sguardo sulla figura in penombra e, proprio quel momento, una nuvola smise di coprire la luna e lei ebbe modo di vedere che suo figlio aveva ragione.

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3 commenti

Pubblicato da su 29/11/2012 in Racconti

 

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3 risposte a “L’ultimo nemico

  1. Alessandro75

    11/12/2012 at 11:36 pm

    Davvero bello, si legge tutto d’un fiato! E’ emozionante e commovente, complimenti! :)

     

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