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Archivio mensile:luglio 2012

Consigli per scrittori: “Scrivere fumetti e graphic novel” di Peter David (bonus: Jim Butcher ti insegna a scrivere!)

Qualche tempo fa sono andato in fumetteria per ritirare il solito carico di giornalini (un buon bottino: Brendon e Nathan Never della Bonelli, fra i manga Keiji, I giorni della sposa e Peacemaker) e ho notato un libriccino su uno degli scaffali più in basso: era Scrivere fumetti e graphic novel di Peter David. Sfogliarlo mi ha fatto venire in mente due dei motivi per cui non leggo quasi più i libri cartacei: stampa a caratteri microscopici (per risparmiare inchiostro) e prezzo di copertina spropositato (15 euro per 127 pagine). Mi sono segnato il titolo e sono andato a cercare una versione in ebook; non l’ho trovata (il primo commento sarà di qualcuno che l’ha trovata dopo 10 minuti di ricerca, immagino). Siccome scrittura e fumetti sono fra i miei argomenti preferiti, mi sono rassegnato e ho comprato il saggio.

Qualcuno penserà che l’articolo, parlando di manuali, sia inutile; per costoro posto la gif di Hitler che mangia l’anguria

Non me ne sono pentito: Scrivere fumetti e graphic novel è una miniera di suggerimenti utili per scrittori di ogni genere, non solo di fumetti. Non si tratta, come quelli di cui ho parlato in passato e quelli di cui parla Gamberetta, di un manuale di stile: è un manuale di contenuti. Insegna come creare personaggi credibili, come creare e gestire i conflitti all’interno della storia, come strutturare la storia stessa. Lo stile di David è semplice e diretto e l’autore sfrutta numerosi esempi (tratti da fumetti, le tavole rilevanti dei quali sono ripubblicate all’interno del saggio) per dimostrare le applicazioni pratiche dei concetti appena spiegati. Ho scritto Domani mettendo in pratica alcune delle lezioni contenute nel manuale e credo proprio che, nonostante la sua brevità, si tratti del racconto migliore che abbia mai pubblicato. In esso ho sfruttato principalmente la struttura in tre atti e i conflitti “uomo vs. uomo” e “uomo vs. se stesso”, nonché altri suggerimenti di David e alcune conoscenze che già possedevo.

Leggere il saggio non basta per diventare scrittori, ma è sicuramente un buon punto di partenza e consente di capire un sacco di terminologia che altrimenti rimarrebbe oscura, oltre a chiarire una volta per tutte come si scrive, formalmente, la sceneggiatura di un fumetto (nel caso vogliate creare un webcomic assieme a un amica/o disegnatore/trice e non sappiate cosa diavolo dovete dirgli e come).

Stranamente, l’edizione italiana di Scrivere fumetti e graphic novel è fatta alla cazzo di cane: oltre ai caratteri minuscoli, il problema più grosso è quello delle tavole a fumetti, che hanno i testi in inglese (la Marvel Italia non ha concesso di pubblicare le versioni tradotte? Mah!) e sono tagliate ai margini, rendendo illeggibili diversi baloon. Non so se anche l’originale avesse questo problema e non mi interessa: se pago 15 euro (troppi!) autentici, voglio un libro ben curato, non un aborto! Sono riuscito a godermi il saggio lo stesso, ma se ne avete l’opportunità, vi consiglio di mettere le mani sull’edizione originale.

Il secondo argomento del post è una serie di articoli pubblicati da Jim Butcher (autore della serie urban fantasy The Dresden Files) su LiveJournal. Me li sono copiati e li ho trasformati in un ePub che è, difatto, un manuale di scrittura quasi completo: Butcher parla di come buttar giù la struttura di un romanzo, come organizzare le scene e come caratterizzare i personaggi. Su alcuni punti (i personaggi, ad esempio) mi è sembrato meno preciso ed esauriente di David, ma i suoi consigli sono comunque preziosissimi. Trovo che i due testi siano complementari: leggeteli assieme e avrete una buona idea di come preparare la stesura di un romanzo. Poi mettetevi a studiare manuali di stile per scrivere quel romanzo in modo leggibile. “^_^

Chiudo l’articolo con Sasha Grey, perché è pur sempre Sasha Grey U_U

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Pubblicato da su 09/07/2012 in Consigli per scrittori, Letteratura

 

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“Domani” nell’Archivio

Domani è stato inserito nell’Archivio dei Racconti in formato .pdf, .epub e .mobi. Buona lettura! ^_^

Ricordo a tutti che i racconti pubblicati sul blog appariranno nell’Archivio entro 1/2 giorni dalla pubblicazione. Per accedere all’Archivio, clicca su “Archivio Racconti” in alto a destra della Home Page.

 
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Pubblicato da su 05/07/2012 in Comunicazioni di servizio

 

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Domani

Avviso al lettore: La storia si svolge molti anni prima di Kron. Chi non avesse letto quel racconto troverà questo comunque leggibile, ma potrebbe perdersi alcuni riferimenti. D’altro canto, potrebbe anche leggere questo racconto e poi l’altro, e chi sono io per impedirglielo? O forse avrà schifo di Domani fin dalle prime righe e non lo finirà nemmeno. È un suo diritto. ^_^

Quando uno sconosciuto entrò nella tenda di comando, Kron non distolse lo sguardo dalla mappa della piana su cui, l’indomani, si sarebbe combattuto. Il rumore leggero di quei passi sul tappeto che ricopriva la terra, il tintinnio leggero della maglia di ferro fatta su misura e soprattutto quel lievissimo odore di sudore che nulla aveva a che vedere con quello di un soldato gli rivelarono chi aveva alle spalle.

“I capitani hanno ricevuto istruzioni, signor conte.”

Kron finse di considerare con attenzione un dettaglio della pergamena per nascondere un sorriso dovuto al tono militaresco. “Molto bene. Le hanno accettate di buon grado?”

“Sì, signor conte, soprattutto dopo che ho detto al capitano Egil di spostare le proprie forze sul colle a ovest della vostra posizione, cosicché non gli tocchi combattere a fianco del nobile Gunnar. Il capitano era molto sollevato all’idea di non avere il fianco protetto dall’uomo che gli ha rubato la sposa.”

Kron inarcò un sopracciglio, anche se l’altra persona poteva vedere soltanto la sua nuca. “Senza dubbio. In effetti, ne sono sollevato anch’io, anche perché non mi era venuto in mente di scambiare la posizione di Egil con quella di Alfr. Chi ha deciso questo cambiamento?”

“Ma naturalmente mio padre nonché vostro secondo, signor conte.” Nella voce si intravedeva il sorriso.

“Tuo padre è veramente un uomo intelligente, Kai, e le sue idee mi stupiscono sempre. Per non parlare del suo coraggio: non è da tutti prendere iniziative sullo schieramento delle truppe senza consultarsi con il proprio superiore.”

Questa volta Kron udì chiaramente la risatina. “A volte il coraggio nasce dagli equivoci, che capitano spesso quando si affidano certi compiti a una fanciulla.”

Kron sorrise e fece per voltarsi, ma si fermò quando udì i passi di Kai che lo oltrepassavano. La ragazza si sedette sulla branda di fronte al tavolo, facendo tintinnare gli anelli della cotta; il rumore coprì lo sbuffo che pure Kron riuscì a leggerle sul viso. Su misura o no, una camicia di ferro era una camicia di ferro. Sotto la debole luce della candela, i lineamenti di Kai parevano intagliati nell’avorio da un artigiano che amava mescolare forme piene, in questo caso nelle guance e nella bocca piena, e linee sottili, come quelle del mento e degli zigomi. I capelli della ragazza sembravano una cascata di miele scuro.

“Non vedo fanciulle davanti a me, solo una zitella che ha dimenticato le buone maniere al punto da sedersi sul letto di un uomo con lui presente.”

Kai mise il broncio sporgendo le labbra in un’espressione che le toglieva almeno cinque anni. “Sul vostro letto ci saltavamo non molti anni fa, signor uomo. Se così posso chiamarvi; profumate come una donna e i vostri abiti non sfigurerebbero in un bel salottino.”

Kron abbassò lo sguardo sulla tunica di seta rossa che indossava. Con il resto dei suoi vestiti, giubba e cappello inclusi, buttati sopra la cassapanca, doveva ammettere che quell’abbigliamento non era molto particolarmente virile. “Dopo averti vista, credevo di essere finito in una festa in maschera invece che in un accampamento, così mi sono adeguato.” Il broncio di Kai si accentuò. “Per quanto riguarda il profumo, devi sapere che certi uomini non gradiscono quello dei soldati, il che diventa una disgrazia quando uno di costoro è il comandante scelto dal re. A proposito, come sta tuo padre?”

“Vi manda i suoi saluti e ci tiene a comunicarvi il suo desiderio di guidare la prima carica.”

Kron ridacchiò. “Quel vecchio è sempre ghiotto di onori. Gli concederei anche questo, se potessi; ma non spetta a me decidere, anche se è naturale che sia il nostro fianco a sferrare il primo assalto.”

“Anche secondo me, ma c’è una cosa che non capisco,” osservò Kai. “Mentre giravo per l’accampamento, ho avuto l’impressione che la cavalleria fosse sparsa per tutta la lunghezza del fronte invece che concentrata sulle ali. Voi avete idea del perché?”

Kron si accarezzò il mento con una mano, distogliendo lo sguardo da Kai. “Non lo so,” ammise dopo aver rimuginato per qualche istante. “Immagino si tratti di uno stratagemma per confondere eventuali spie. Probabilmente Goran ordinerà ai cavalieri di raggiungere le loro posizioni prima dell’alba, in modo da non essere visti. Non riesco a immaginare un’altra possibile strategia.”

“E se quelle fossero invece le posizioni definitive? Se volesse caricare frontalmente con la cavalleria?”

Kron allontanò quell’idea con un cenno della mano. “Nessuno caricherebbe mai un muro di scudi con la cavalleria, per di più lasciando scoperte le ali.”

Rimasero in silenzio per qualche istante. Non c’era la minima traccia di imbarazzo in quella situazione: Kron si comportava come se fosse in compagnia di se stesso, con tanta naturalezza da arrivare persino ad arrotolare le maniche della tunica per godersi l’aria fresca della sera. Kai mosse le spalle a disagio e Kron inarcò le sopracciglia con aria divertita. “Vi dolgono le spalle, signora?”

“Dovreste saperlo meglio di me, visto che avete indossato per tutto il giorno una di queste maledette trappole.”

Kron si alzò e si sfregò le mani sopra la fiamma della candela. “Si dice che le mani dei re abbiano proprietà guaritrici e un tempo Hogrod era un regno. Permettete che metta alla prova questa diceria?”

Kai inarcò un sopracciglio, con un’aria poco convinta che un istante dopo si dissolse in un sorriso e una risatina. “Certamente, signore, ma dovrete aiutarmi ad alleggerirmi, prima.”

Kron si alzò in piedi e Kai fece lo stesso. L’uomo si avvicinò e, con gesti rapidi e sicuri, aiutò Kai a sfilarsi la pesante maglia di ferro. Sotto, come tutti i soldati, la ragazza indossava una tunica imbottita. “Spero per il vostro pudore che questa mattina vi siate messa una camicia.”

Sempre dandogli le spalle, Kai slacciò la tunica e se la tolse, mostrando l’indumento menzionato da Kron. “Queste non sono le spalle di una donna di diciott’anni, ma quelle di un uomo di sedici,” disse questi, appoggiandovi le mani sopra e cominciando a massaggiarle.

“Avete… tolto due anni… per cortesia, immagino,” disse Kai con voce rotta dal sollievo. Sotto le mani di Kron, il grumo che erano i suoi muscoli si sciolse fino a ritrovare la naturale elasticità. “Oh, dolci dei! Come faccio a essere ancora viva?”

“Nessuno ti ha colpita con una lancia, ecco come fai.”

Le spalle di Kai furono scosse da una risatina. Kron terminò il massaggio, indugiando ancora per qualche istante con le mani vicino al collo della ragazza prima di allontanarsi. Kai approfittò della posizione in cui si trovava per stendere le gambe e proclamarsi padrona del letto. “Io da qui non mi muovo più.”

“Vuoi costringermi a dormire sui tappeti?” chiese bonariamente Kron.

Kai giocherellò con una ciocca bionda, lo sguardo fisso sulla fiammella tremolante della candela. “Signor conte, ho controllato le posizioni di tutti i vostri soldati, ma non ho idea di quale sia la mia.”

Kron, che si era avvicinato al tavolo, prese un boccale pieno a metà di vino scuro e bevve un sorso. Studiò il riflesso della luce sul liquido e sull’argento cesellato prima di rispondere. “Tuo padre non te ne ha assegnato uno?” Si voltò in tempo per vederla scuote la testa. “In tal caso, ti nomino assistente quartiermastro. Ti occuperai dell’equipaggiamento e delle vettovaglie, compresi quelli del nemico se domani andrà tutto bene. Scrivo subito l’ordine per il quartiermastro Erling.” Kron si sedette al tavolo, prese un foglio di carta di stracci e intinse la penna d’oca nell’inchiostro; rimase con la mano sospesa sopra il calamaio quando udì Kai mettersi a sedere sul letto. “Cosa c’è?”

“Assistente quartiermastro.” Kai si rigirò quelle parole in bocca e fece una smorfia. “Sapete bene che so combattere. Il mio maestro è stato anche il vostro.”

“Un comandante non agisce mai direttamente in battaglia,” disse Kron mentre cominciava a scrivere sul foglio con la sua grafia elegante.

Kai fece scricchiolare il giaciglio alzandosi in piedi di scatto. Nel farlo, urtò la maglia di ferro appoggiata lì accanto, che cadde a terra sferragliando. “Un quartiermastro non è un comandante.”

“Kai,” disse Kron, sollevando lo sguardo dal foglio, “quale posizione vorresti ti assegnassi?” L’unica emozione presente nello sguardo che incrociò quello di Kai era la curiosità.

Kai raddrizzò il busto e per un attimo, nonostante le forme che s’intravedevano sotto la camicia, a Kron sembrò di nuovo la ragazzina che aveva scambiato per il figlio del suo maestro d’armi quando lui aveva quattordici anni e lei dodici. “Signore, vi chiedo di farmi vostro attendente di campo.”

Senza batter ciglio, Kron rispose: “Questo è un onore che spetta di diritto a sir Steinn.”

“Sir Steinn si è rovinato col bere al punto da non sapere nemmeno più da che parte si regge la spada,” ribatté Kai con una voce che era quasi un ringhio.

“E questo, oltre alla sua anzianità e al suo retaggio, è il motivo per cui preferisco averlo accanto a me invece che al comando di uomini. A proposito, come fai a sapere tante cose di sir Steinn?”

“Non sono né cieca né sorda. E credo che Vostra Eccellenza farebbe meglio ad avere vicino una persona di cui può fidarsi.”

“E di te mi posso fidare?”

“È una domanda seria?”

“È un discorso serio il tuo?” Kron depose la penna e intrecciò le dita. “Sei venuta nella mia tenda, la sera prima di una battaglia decisiva, e mi hai chiesto di farti mia attendente – mio attendente, chiedo scusa – scavalcando una lunga lista di uomini onorevoli e loro pargoli. Per non menzionare il fatto che non hai mai visto una battaglia e che ora vorresti trovarti in una delle sue posizioni più delicate.”

Kai sembrò sul punto di dare un calcio a qualcosa, ma si limitò a premere contro le cosce le mani chiuse a pugno. L’azzurro dei suoi occhi brillava di una luce rabbiosa. “Sempre meglio io di sir Steinn!”

“Molto meglio sir Steinn di te,” corresse Kron, “perché vedendo lui al mio fianco, tutti sapranno che si trova in quella posizione solo in virtù della sua anzianità e dell’onore accumulato nel corso di una vita, mentre se vedessero te si chiederebbero quali imprese mirabolanti hai compiuto stanotte per meritare quel ruolo.”

Nonostante la semioscurità, Kron vide con chiarezza il brivido che scosse tutto il corpo di Kai. La donna avanzò, fermandosi a pochi centimetri dal tavolo da cui lui continuava a scrutarla con aria indifferente. Appoggiando le mani sul tavolo, Kai si chinò fino al suo livello. “Ci provino,” sibilò.

“Poniamo il caso che, in un momento di follia, io dia al mio attendente un ordine da trasmettere o qualcos’altro di importante da fare. Se le cose andassero storte e il mio attendente fosse sir Steinn, potrei incolpare la sua demenza, ma tu sei troppo giovane per questo. Sarebbe terribile vederti cadere in disgrazia. Chi ti sposerebbe, dopo?”

Kai continuò a fissarlo. “Mi avete promesso che avrei potuto sposare chiunque volessi.”

Kron fece spallucce. “Non posso costringere nessuno a farlo.”

Kai scosse la testa e si ritrasse di scatto, una smorfia stampata sul viso. Si voltò verso il letto e fece un passo verso la tunica imbottita, tendendo la mano per prenderla, ma a metà di quel gesto si voltò di scatto. “Non importa. Fatemi vostro attendente.”

“Non sei un uomo, Kai.”

“Posso esserne uno, se questo mi farà stare accanto a voi domani!” esclamò Kai. Si portò le mani al petto, stringendo i seni con tanta forza che le sfuggì una smorfia di dolore. “Volete che mi fasci il petto? Che mi tagli i capelli? Cosa devo fare per convincervi a portare me, domani, invece di un cavaliere che ha perso il senno da tempo?”

“L’unica cosa di cui puoi convincermi in questo momento è il tuo essere una donna adulta, cosa che ti sta riuscendo difficile.”

Togliendo le mani dalle sue grazie, Kai le strinse di nuovo a pugno e sbatté entrambi quei pugni sul tavolo. “Perché voi mi trattate come uno dei vostri lacché!”

“Ti tratto molto meglio di quanto meriteresti.” Quelle parole, scandite lentamente, erano colme di gelo. Kai chiuse gli occhi, trasse diversi respiri profondi e li spalancò, guardando fisso Kron. “Ti sei calmata?” chiese questi, intingendo di nuovo la penna d’oca e apprestandosi a scrivere.

“A voi non importa. Siete disposto a mandare tutto in rovina.”

Kron rimase immobile, ma alcune gocce d’inchiostro caddero dalla penna e imbrattarono il tavolo in diversi punti. Poi, lentamente, disse: “Suggerisco che tu te ne vada.”

“Siete stato al consiglio di guerra, questa sera. Sapevate già del modo in cui Sua Altezza ha disposto la cavalleria. Pensavo che non ve ne forste accorto, razza di sciocca che sono stata! E non avete obiettato, nonostante sappiate benissimo che si tratta di un piano scellerato.”

“Attenta a quello che dici. In questo momento siamo soli, ma se quello che hai detto dovesse sapersi in giro…”

“Cosa?” Kai alzò la voce, poi l’abbassò fino a ridurla quasi un sussurro. “Mi denuncerete pur di non mettere in cattiva luce il marito di quella donna?”

Kron sbatté il pugno sul tavolo, facendo tremolare tutte le ombre all’interno della tenda. “Non prenderti troppe libertà! Ho tollerato la familiarità con cui ti sei rivolta a me, ho tollerato la tua sciocca dimostrazione di orgoglio, ho persino lasciato che violasti un ordine esplicito, ma non credere di poter fare ciò che vuoi solo perché sei stata mia amica d’infanzia!”

Kai spalancò gli occhi e dilatò le narici. “Se la mia idea andava contro la vostra volontà, perché non vi avete posto rimedio? ‘Signor conte’,” aggiunse con calcolato ritardo.

“In primo luogo perché non c’è più tempo: se voglio che gli uomini non vadano in battaglia ciondolando come ubriachi, devo lasciarli riposare, non spostarli di nuovo. In secondo luogo perché non m’importa di chi sta su quella maledetta collina, fintanto che non sono i miei uomini migliori: quel presidio è solo una precauzione per rallentare un attacco sul fianco che non credo ci sarà. Come vedi, l’unica ragione per cui non ti ho fatto punire è che non hai fatto danni sufficienti.” Kron si alzò in piedi, giro attorno al tavolo e andò a raccogliere la cotta imbottita e la maglia di ferro. “Per non parlare del modo in cui ti sei vestita. Hai la minima idea di cosa dicano gli uomini? Le più candide delle loro sconcezze ti farebbero venire i capelli scuri. Ho mostrato tolleranza nei loro confronti, dato che queste dicerie riguardano anche me e metterle a tacere con la forza avrebbe equivalso a riconoscere la loro veridicità. Ma sono stufo di dover tollerare la tua indisciplina.” Così dicendo, buttò armatura e tunica ai piedi di Kai. “Portale via, e chi sia l’ultima volta che te le vedo addosso.”

Kai ignorò quanto stava ai suoi piedi e fece un passo avanti. Kron serrò le labbra. “Taci. Un’altra parola e dovrò intristire tuo padre dicendogli di averti dovuta cacciare.”

“Adesso tirate in ballo mio padre? Siete un uomo meschino.”

Kron fece un passo avanti e sollevò un braccio. Per tutta risposta, Kai spostò all’indietro la gamba destra e sollevò i pugni davanti a sé. Kron si accigliò alla vista di quella posizione di guardia. “Che stai facendo?”

Senza muoversi di un millimetro, Kai rispose: “Non mi lascerò picchiare. Non l’ha mai fatto nessuno e voi non sarete il primo!”

“Se tu fossi un uomo, ti farei fustigare!”

“Se voi foste un uomo, non vi dannereste l’anima per una donna sposata!” gridò Kai. O almeno ci provò, perché prima che finisse la frase, Kron penetrò nella sua guardia, agganciò la sua gamba sinistra con la propria destra e ne mise una mano davanti alla bocca. Kai lottò per sottrarsi alla sua presa, ma Kron la premette contro di sé per immobilizzarla e la tenne stretta, pur senza farle male.

“È questo ciò che vuoi, Kai?” La rabbia nella voce di Kron svanì man mano che le parole gli uscivano di bocca. “Stare fra le mie braccia pur sapendo che non penso a te, che non penserò mai a te? È per questo che ti sei vestita da uomo e hai affrontato i rigori di una campagna militare? Hai già il mio rispetto, che stai facendo di tutto per perdere, ma esso è tutto ciò che puoi avere da me.”

Kai si rilassò e mosse leggermente la testa. Kron tolse la mano.

“È per questo che non mi volete? Perché mi rispettate?” mormorò Kai. Kron annuì e quando lo fece il suo mento sfiorò i capelli di Kai. La donna si appoggiò a lui e suo corpo fu scosso da un singhiozzo. “Allora se mi disprezzaste, se fossi una di quelle puttane che vanno e vengono dalla vostra tenda ogni notte, allora potrei stare con voi?”

Kron sussultò. “Una ragazza per bene non dovrebbe vedere certe cose.”

Kai scoppiò in una risata amara. “Oh, ma io le ho viste come, tutte magre come stecchi e con chiome scure che non avevano il giorno prima. Ho spiato la vostra tenda ogni sera, da dietro gli alberi,” aggiunse indicando un punto nascosto dalla tela della tenda. “Pensavo che, se una di loro avesse avuto un pugnale e avesse cercato di uccidervi, sarei potuta accorrere per salvarvi la vita, e avrei trovato nella vostra riconoscenza la forza per dirvi che…” Kai rise di nuovo, questa volta di se stessa. Kron vide qualcosa luccicare lungo la sua guancia. “Posso voltarmi?”

Kron annuì e mollò quella che ormai era diventata una finta presa. Kai si girò fra le sue braccia e appoggio la testa sul suo petto, cingendogli la vita. Kron le massaggiò la schiena, tracciando dei cerchi con le dita. “Non dirlo. Sarà tutto più facile se non lo fai.”

Kai deglutì. Rimasero abbracciati per un periodo di tempo indefinibile, ascoltando i propri respiri e il battito dei loro cuori.

“Mandatemi via. Mandatemi via o rimarrò qui per sempre.”

Kron mise le mani sulle spalle di Kai e, gentilmente, la spinse via. Per la prima volta in vita sua, non ebbe il coraggio di guardare un altro essere umano negli occhi. Kai si chinò a raccogliere i vestiti con cui era entrata e se li rimise addosso mentre Kron distoglieva lo sguardo, come se l’altra si stesse spogliando invece che rivestendo. Quando Kai ebbe finito, disse: “Domani, il piano di Sua Altezza potrebbe costare molte vite.”

“Lo so. Cercherò di fare del mio meglio perché ciò non accada. Perlomeno io ho obiettato a quel piano, anche se non è servito.” Questa volta fu Kai per distogliere lo sguardo, per non vedere quello che c’era negli occhi di Kron. Nella tenda calò il silenzio.

“Siamo soldati, giusto?” chiese Kai.

“No,” rispose Kron. “Io sono un soldato e devo obbedire agli ordini. Tu non lo sei. Puoi vivere felice nel modo che preferisci.”

Kai sollevò la testa. Non si era asciugata le lacrime, né cercava di nasconderle. “Vi sbagliate. Io non posso vivere come preferisco, perché questo vorrebbe dire essere al vostro fianco domani, con i capelli corti e il seno celato, oppure nel nostro letto stanotte con i capelli tinti di nero.”

Kron fece per rispondere, ma Kai lo prevenne: “Lo so. Ed è per questo che vi odio.” Kai si voltò, scostò un lembo del tessuto che copriva l’ingresso della tenda e uscì.

Kron fissò il vuoto davanti a sé per alcuni istanti, che si protrassero fino a diventare un periodo di tempo indefinibile. Poi, con tre rapidi passi, si ritrovò all’esterno. Una figura stava scendendo la collina che dominava la zona in cui erano accampate le truppe di Hogrod. La luce delle torce traeva riflessi metallici dalla sua maglia di ferro. Kron aveva il suo nome sulle labbra, ma invece di un grido, da esse uscì soltanto un mormorio. Kron rientrò nella tenda, lasciandosi cadere su una sedia di fronte al tavolo e al foglio macchiati d’inchiostro. Appoggiò i gomiti sul tavolo, si prese il volto fra le mani e rimase a lungo in quella posizione.

“Kai,” disse più volte. Ogni tanto fece una smorfia, altre volte invece sorrise di fronte ai ricordi suscitati da quel nome. Poi disse “Solveig” e il suo volto perse ogni traccia di espressione. A un certo punto sollevò lo sguardo, vide che la candela si era consumata quasi del tutto e si asciugò la fronte. Doveva dormire, altrimenti non sarebbe stato abbastanza riposato per l’indomani. Appoggiando le mani sul tavolo, si alzò in piedi e, dopo essersi tolti gli stivali con un calcio, si stese sul letto da campo. La notte estiva era fresca, ma parecchio tempo dopo, i suoi occhi continuavano a fissare l’oscurità.

“Kai.” Coprendosi gli occhi con un braccio, Kron sospirò. “Domani succederà quel che succederà. Ma dopo la battaglia, quando in un modo o nell’altro sarà stipulata la pace…” Un attimo prima di concludere quel pensiero, si addormentò.

 
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Pubblicato da su 02/07/2012 in Racconti

 

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