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Archivio mensile:aprile 2012

Nella vecchia cecchineria, ia ia oh…

Questa volta niente comunicazioni di servizio, bestemmie contro la Sony o promesse di articoli; solo un onesto articolo di storia militare. O no? ^_^

Grossomodo all’epoca della battaglia di Stalingrado, i comandi militari si resero conto che il ruolo della fanteria andava ripensato in maniera drastica: la precisione sulla lunga distanza, per circa un secolo l’obiettivo perseguito da tutte le forze armate, era divenuta secondaria rispetto al volume di fuoco e al tiro accurato a media gittata. In un’epoca di combattimenti urbani, dove il nemico può sbucare da una finestra o un angolo a venti metri di distanza ed è difficile avere una lunga linea di tiro sgombra (mettendo in conto anche qualche palazzo crollato), abbattere un colonnello nemico da 800 metri di distanza è una necessità così rara che bastano un pugno di uomini superbamente addestrati per farvi fronte; molto meglio avere il grosso delle truppe armato di fucili automatici, che possono fare fuoco di soppressione (raffiche non mirate che hanno il solo scopo di inchiodare i nemici sul posto) e passare al semiautomatico quando c’è da ingaggiare sulla distanza medio-lunga. I primi a fare esperimenti in tal senso furono i tedeschi, con l’oggi poco noto Sturmgewehr 44: il primo fucile d’assalto della Storia.

Lo Sturmgewehr visto da entrambi i lati. Come dite? Somiglia a un Kalashnikov? E secondo voi i russi da dove hanno preso l'idea? ^_^

Lo Sturmgewehr impiegava il calibro 7,92x33mm, che altro non era se non una versione più corta del 7,92x57mm utilizzato dalla Karabiner 98k, all’epoca il fucile standard della fanteria tedesca. La cartuccia “ristretta” conteneva meno polvere da sparo e, sebbene questo riducesse gittata e potenza (appena 685 metri al secondo alla bocca, contro i 760 ottenuti dalla Karabiner), rendeva l’arma più controllabile durante il fuoco automatico. Il principio dietro allo Sturmgewehr era talmente geniale e innovativo che gli sviluppatori furono costretti a tenere nascosto fino all’ultimo il progetto a Hitler, il quale considerava i fucili obsoleti e aveva ordinato che dalle fabbriche d’armi tedesche dovessero uscire soltanto mitra. Infatti la designazione ufficiale dello Sturmgewehr è Maschinenpistole 44, ossia “mitra modello 44”, perché sotto tale nome fu prodotta al fine di ingannare il Fuhrer. Purtroppo per i tedeschi (e meglio per tutti gli altri, direi), arrivò troppo tardi per modificare le sorti della guerra.

Lo Sturmgewehr, così come i fucili d’assalto che lo hanno seguito (il Kalashnikov russo, l’M16 americano, ecc) è un’arma generalista: tutti i soldati possono usarla e ottenere risultati discreti. All’opposto, i cecchini utilizzano armi da specialisti che richiedono un lunghissimo addestramento, un’ottima base da cui partire e l’uso di tattiche speciali per essere impiegati al meglio (talmente speciali che, come spiega il maggiore in pensione John R. Plaster nel suo manuale Ultimate Sniper, a questi soldati andrebbe solo indicato il settore da coprire, dopodiché andrebbero lasciati liberi di gestirsi da soli, perché nella maggior parte dei casi, gli ufficiali che non provengono dalle loro fila non sanno come impiegarli al meglio). Dietro alla scelta di armare la maggior parte dei soldati con armi “generaliste” e lasciare ai cecchini il lavoro “di fino” non c’è alcun principio etico: è una questione di praticità. Nessuno si sognerebbe mai di prendere un fante qualunque, dargli in mano un M40 (il fucile da cecchino standard delle forze USA) e sperare che colpisca la testa di una sagoma lontana un chilometro. Si potrebbe fare, a questo punto, un’analogia: lo scrittore è come un cecchino, perché il suo mestiere è molto più complicato di quanto sembra, ma i risultati ottenibili con un buon lavoro sono tali da stupire. Il resto dell’umanità è composto da soldati comuni: sanno cavarsela, a livello basilare, in quello che fanno gli specialisti, ma non è il loro mestiere e non dovrebbero improvvisarsi tali. In guerra, un errore del genere si paga con la morte e la sconfitta; purtroppo, nel caso della scrittura, la selezione naturale tende a essere meno rigida. ^_^

Cecchini russi durante la Battaglia di Stalingrado (foto dell'ottobre 1942)

Facciamo un paragone fra l’arma di un soldato-tipo e quella di un cecchino. Siccome so poco o niente di quella colossale macchina mangiasoldi che è l’esercito italiano (decine di migliaia di ufficiali, sottufficiali e soldati che ricevono lauti stipendi e in cambio si grattano la pancia in caserma, in attesa della prossima guerra con l’Austria o chissà che cosa), prenderò a esempio alcune armi famose: diciamo, dunque, che il soldato “generico” è armato con un fucile d’assalto come l’M16 americano o l’AK russo, mentre il cecchino utilizza un fucile di precisione, di tipo “bolt-action” (dopo ogni colpo, per espellere il bossolo e incamerare una nuova cartuccia, occorre azionare manualmente l’otturatore) o semiautomatico (l’arma spara un colpo ogni volta che viene premuto il grilletto), come il Barrett americano o l’SKS russo. Lo scopo di entrambe le tipologie armi è identico: sono strumenti per piazzare un pezzo di piombo appuntito nel corpo di un essere umano. Allo stesso modo, la parola scritta serve per comunicare, indipendentemente dal fatto che a usarla sia uno scrittore o una persona qualunque. L’uso corretto di entrambi gli strumenti, però, è radicalmente diverso.

Il fucile d’assalto è un’arma pensata per crivellare di colpi nemici a distanza ravvicinata, oppure costringerli a nascondersi dietro una copertura (di fatto immobilizzandoli); il fuoco automatico non si usa mai quando si ha davvero intenzione di colpire qualcuno a distanza medio-lunga, perché i proiettili vanno ovunque tranne che sul bersaglio (in Iraq, il rapporto fra numero di colpi sparati e nemici abbattuti si aggira attorno a 250.000 a 1, vedete voi). In modalità semiautomatica, può colpire bersagli distanti qualche centinaio di metri… forse. La dispersione dei colpi di un M16, che è ancora preciso, si aggira intorno ai 2 MoA (Moment of Angle)… il che significa che, se il bersaglio dista 100 yarde (91,44 metri), i colpi sparati cadranno all’interno di un cerchio del diametro di 2 pollici (5,08 cm). Per ogni 100 yarde di distanza addizionali, quest’area si ingrandisce di un ulteriore incremento, per cui a 500 metri il proiettile può cadere ovunque entro 27-28 centimetri dal punto di mira. Non è una gran cosa… non fosse che la dispersione dei colpi è dovuta a fattori puramente meccanici e non tiene in considerazione altri fattori, incluso l’errore umano. O il fatto che, a 500 metri, il soldato manco vede il bersaglio, a meno che non stia usando un’ottica. ^_^

E se il nostro soldato fosse un talebano armato di AK-47? Peggio per lui: con una dispersione dei colpi intorno ai 5 MoA, sparando a 500 metri, i suoi proettili possono finire ovunque entro 70 centimetri dal punto di mira! Meglio risparmiare munizioni e non sparare affatto. “^_^

Uno studio condotto durante la Guerra di Corea rivelò che la maggior parte dei soldati americani (la cui arma principale all’epoca era l’M1 Garand, vecchia gloria della Seconda guerra mondiale) tratteneva il fuoco fino a quando il nemico non si avvicinava sotto i 200 metri, per essere sicura di colpirlo; la distanza media a cui i soldati aprivano il fuoco era di 120 metri. Proprio in quell’occasione nacque l’idea di equipaggiare la fanteria con un’arma capace di fare fuoco automatico e, quando serviva essere precisi, sparare a colpo singolo con buona precisione a distanze inferiori ai 200 metri. Non fu una scelta facile, perché andava contro uno degli ideali militari degli Stati Uniti, che risaliva addirittura ai tempi della Rivoluzione: quello del tiratore scelto che, da grandi distanze, uccide ciascun nemico con un singolo colpo ben piazzato. Un’ideale grossomodo equivalente a quelli dell’università aperta a tutti e dei diplomati di liceo classico/laureati in lettere che sono automaticamente dei bravi scrittori. Ma per piacere. “^_^

L'M1 Garand: un arnese robusto, preciso, efficace e completamente inutile sui campi di battaglia moderni ^_^

Il soldato comune corrisponde, nel nostro esempio, alla persona qualsiasi col suo bagaglio di conoscenze riguardanti la scrittura: ne sa quanto basta per cavarsela nelle vita di tutti i giorni, ma non è assolutamente uno specialista (né ci si aspetta che lo sia). Per un impiegato, un operaio o un commesso è sufficiente parlare e scrivere un italiano corretto e riuscire a farsi capire da colleghi, clienti e superiori. Naturalmente, questo significa che un individuo del genere non dovrebbe improvvisarsi scrittore, perché i risultati sarebbero gli stessi ottenuti da un soldato armato di Kalashnikov che cerca di abbattere un uomo lontano un chilometro: un bel po’ di rumore e i cecchini nemici che se la ridono (nonché, se costui non si leva di torno alla svelta, l’occasione per questi ultimi di fare un po’ di pratica). Non tutti possono essere abili tiratori, come non tutti possono essere scrittori; non c’è alcuna vergogna in questo.

Lo stesso vale per la danza classica

A prima vista, il lavoro del cecchino è simile, se non identico, a quello del soldato comune (“attrezzatura” a parte): entrambi puntano un’arma verso qualcuno, premono il grilletto e quello cade a terra, giusto? Quando è il cecchino a sparare, ci si aspetta che la gente cada un po’ più spesso, ma in fondo è la stessa cosa. Peccato che non sia così. Ci sono moltissimi fattori che il cecchino deve tenere in considerazione quando spara, inclusi:

  • posizione del corpo
  • presa sul fucile
  • appoggio del fucile (su bipede, treppiede, sacchi di sabbia, ecc)
  • respirazione (essa provoca dei movimenti che possono spostare il fucile, per questo i cecchini trattengono il fiato un attimo prima di sparare)
  • allineamento di occhio e mirino
  • intensità e direzione del vento
  • condizioni atmosferiche
  • distanza del bersaglio

Oltre a questi, bisogna considerare anche i movimenti del bersaglio e sparare dove si troverà e non dove si trova: a distanza molto lunghe (1.000+ metri), infatti, il proiettile può impiegare diversi secondi per arrivare a destinazione. Se il colonnello nemico sta camminando, occorre stimare la sua velocità e indovinare il punto in cui si troverà quando il proiettile avrà percorso tutta la distanza… il che, a sua volta, richiede una stima precisa della velocità e della traiettoria del proettile (che dipendono da fattori come la temperatura dell’aria, la rotazione della Terra sul proprio asse – !! -, il vento e diversi altri) e anche una buona dose di culo, perché non è detto che, nei due-tre secondi impiegati dal proiettile per arrivare a destinazione, il bersaglio non si fermi all’improvviso o non si chini per allacciarsi una scarpa.

Per uno scrittore è la stessa cosa: ogni frase, ogni parola, ogni elemento della punteggiatura devono essere attentamente calibrati. È un lavoro sfiancante, che produce pochi risultati, spesso insoddisfacenti a causa di dettagli microscopici. Perché il vero scrittore non mira ai bersagli da poco; mira a quelli importanti, preziosissimi, che fanno la differenza. Uno scrittore è tale se scrive tanto bene quanto un buon idraulico ripara un rubinetto, un buon ortopedico sistema una schiena malconcia, un buon promotore finanziario investe i beni di un cliente. Scrivere non è una cosa che sanno fare tutti. Non è “solo talento”. È il frutto di studio è fatica, come molte altre cose. Non è un’attività che tutti possono intraprendere. Quindi, se vi viene in mente di scrivere, prima studiate e preparatevi, oppure fate al mondo la cortesia di desistere. ^_^

Sigla: “White Death” dei Sabaton, che è in tema e scritta pure bene. ^_^

Bonus: Il 4 maggio uscirà Sniper Elite v2, uno sparatutto in terza persona che si concentra sul tiro di precisione. Dopo aver provato la demo, ho subito effettuato il preacquisto. È un gioco consigliatissimo a chi ama il realismo balistico nei giochi. ^_^

 
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Pubblicato da su 29/04/2012 in Letteratura, Oplologia

 

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Uhlol

Geniale. Davvero geniale.

 
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Pubblicato da su 26/04/2012 in ebook

 

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I’m still alive

Lo so, è un periodaccio per il blog. Ho un mucchio di cose da fare e non riesco ad aggiornarlo. Ma ci sono ancora e riprenderò a postare il prima possibile. Chiedo scusa a tutti i lettori, soprattutto a quelli che sono iscritti: non temete, il vostro baka non vi lascia.

 

E siccome la maggior parte degli iscritti sono fanciulle, ecco un bel maschione per loro ^^

 
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Pubblicato da su 22/04/2012 in Comunicazioni di servizio

 

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Settimo rapporto sulle statistiche

Le buone notizie sono monotone, quindi questo (come i suoi fratelli maggiori) sarà un posto noioso. ^_^

Neyven ha registrato un grande aumento delle visite nei mesi di febbraio (4.147) e marzo (4.901), per un aumento rispettivamente dell’11% e del 34% rispetto al mese con più visite (gennaio con 3800). In parte l’aumento è stato dovuto al grande traffico generato dal post su iPmart, che è stato visitato ben 875 volte dalla data di pubblicazione (25 febbraio)… speriamo non solo dai troll. ^_^ Prevedo un leggero calo delle visite ad aprile, ma il fatto che nonostante la scarsissima attività di febbraio abbiamo superato le 4.000 mi fa ben sperare.

Per questa volta è tutto. Il prossimo rapporto ci sarà fra due mesi. ;-)

 
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Pubblicato da su 05/04/2012 in Comunicazioni di servizio

 

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[Rant] “C’è a chi piace scrivere gratis” (ma a me no)

Per chi non lo sapesse, il mondo del giornalismo è uno schifo. Peggio ancora di tutto il resto del mondo lavorativo, che pure non è che stia messo bene. Nella maggior parte dei lavori, potete aspettarvi contratti a tempo determinato per uno stipendio da fame, oppure di dover lavorare con la partita IVA (con tutte le grane sia dei dipendenti – visto che si tratta, quasi sempre, di fare orari d’ufficio e svolgere le stesse mansioni, nonostante in teoria sia vietato – che dei liberi professionisti) guadagnando sempre una miseria. Se volete diventare giornalisti, ci si aspetta che lavoriate gratis per anni, violando nel mentre diverse regole etiche della professione, in cambio di una prospettiva di “sistemazione” che probabilmente non si concretizzerà mai. E dovete essere “umili”, ovvero accettare di buon grado di perdere interi pomeriggi (3-4 ore fra spostamenti, raccolta delle informazioni, ritorno in redazione e scrittura del pezzo) in cambio di nulla o di compensi che non raggiungono la doppia cifra. Naturalmente, l’umiltà la predica chi è già sistemato.

Vincenzo Iurillo ha scritto, sul blog de Il fatto quotidiano, un articolo che mi sento di condividere in toto e che, anzi, trovo fin troppo cordiale:

C’è un primo via libera in Parlamento per la legge sull’equo compenso ai giornalisti: niente finanziamento pubblico alle testate che non pagano adeguatamente i loro cronisti. E speriamo che la legge vada in porto. Dice però giustamente Enzo Iacopino, presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, che la situazione non cambierà “fino a quando non collaborerà pienamente con l’Ordine chi ha responsabilità nella categoria e continua a fingere di non accorgersi o si rende complice attivo nello sfruttamento di migliaia di giovani di ogni età che continuano ad essere compensati con spiccioli di euro”.

Vero. Giusto. Sacrosanto. Ma andrebbe spesa anche una parola anche sui ‘colleghi’ che vogliono farsi sfruttare e magari sono contenti di questo. Mi riferisco a quel popolo di giornalisti o aspiranti tali che pur di vedere apparire la firma lavorano gratis. Io vivo nel napoletano e ne conosco tanti. Ho provato a ragionare con loro ma le mie parole rimbalzano su un muro di gomma. Purtroppo inquinano al ribasso il mercato della domanda e dell’offerta di collaborazioni giornalistiche. Le ragioni? Sono tante e provo a spiegare le più frequenti.

C’è chi vive di altri lavori, non giornalistici, o di rendita. Firma pezzetti da qualche parte per giustificare la dicitura ‘giornalista’ affianco agli eventi che organizza e per i quali ottiene sponsor e compensi.
C’è chi è convinto che oggi lavora gratis, ma domani le cose andranno meglio. Beata ingenuità. Di solito dopo un po’ la testata chiude o ti liquida senza un grazie per far ‘lavorare’ gratis un altro al tuo posto. E nessun avvocato riuscirà a farti ottenere un euro.
C’è chi scrive gratis perché vuole conquistare il benedetto ‘tesserino’ di pubblicista. A parte che la legge dice che necessiterebbero due anni di ‘collaborazioni retribuite’, questa prassi alimenta le ragioni di chi vorrebbe abrogare l’elenco dei pubblicisti o almeno cambiare radicalmente le regole di accesso all’Albo.

C’è chi scrive gratis sulla testata X perché tanto ha un contratto ben retribuito di ufficio stampa con il sindaco, la banca, la camera di commercio, l’azienda di soggiorno e turismo, la società mista della nettezza urbana o del servizio idrico. Quindi: ‘marchette’ gratis sul giornale o sul sito in favore del sindaco, della banca, della camera di commercio, dell’azienda di soggiorno e turismo, della società mista della nettezza urbana o del servizio idrico, che sono contenti e ti rinnovano il contratto. E nessuno controlla l’evidente conflitto d’interesse e la violazione di un centinaio di regole deontologiche. Non lo fa l’Ordine, non lo fa l’editore della testata X, che magari sa tutto, ma tollera: e dove lo trovi un altro che lavora gratis?

C’è chi scrive gratis o quasi perché in fondo in fondo pensa che il giornalismo sia una missione sacra che non può essere sporcata con una cosa vile come il denaro. Senza capire che senza le spalle larghe di una tranquillità economica non si possono intraprendere sacrosante campagne stampa, qualsiasi esse siano.
C’è chi scrive gratis perché si sente sufficientemente gratificato dal sentirsi dire quanto è bravo, senza farsi sfiorare dal dubbio che forse gli dicono che sei bravo solo per farlo continuare a lavorare gratis.

C’è infine chi scrive gratis solo perché gli piace dire in giro che è un giornalista. E’ il peggiore, non c’è verso di guarirlo. Forse può riuscirci soltanto qualcuno davvero bravo.

Sono parole sacrosante. Chi lavora gratis è una piaga sociale: non solo danneggia se stesso, sprecando il proprio tempo, ma anche e soprattutto gli altri, perché nessun editore (e nessun datore di lavoro in generale) è così scemo da assumere quando ha a disposizione una vasta riserva di imbecilli da far lavorare senza pagarli.  Il risultato è che le persone capaci non riescono a ottenere un compenso dignitoso a causa di questa concorrenza sleale, che dovrebbe essere illegale: dopotutto, se esistono leggi in proposito nell’ambito del commercio, non vedo perché non dovrebbero essercene in ambito lavorativo.

Un lavoratore gratis istruisce il figlioletto. Che teneri! ^_^

A quest’oscenità contribuiscono tutti quei professionisti che idolatrano la “gavetta”, ossia gli anni di sfruttamento a cui devono sottoporsi gli aspiranti giornalisti; sarà perché l’hanno fatta anche loro e, quindi, non sopportano l’idea che qualcuno sia retribuito da subito per il lavoro che svolge? Come se occorressero cinque-sei anni per imparare a condurre un’intervista o a scrivere un pezzo di cronaca o di colore (forse a loro sì, dato che spesso non sono neanche laureati o lo sono in materie che non c’entrano una verga di Aronne, tipo Lettere)! E poi, se questi giovani virgulti sono tanto incapaci e bisognosi di apprendere, come mai i loro articoli vengono pubblicati? Non è scorretto, considerato che non sono ancora “maturi” per essere retribuiti? Eppure (quasi) nessuno ci pensa e tutti lottano per ottenere collaborazioni a titolo gratuito come cani attorno a un osso. “^_^

Immaginate che tutta questa gente ha diritto di voto come le persone normali, le quali per il loro lavoro vogliono essere pagate! Un’anomalia, dato che, in tutti i sistemi elettorali civili, chi è incapace di intendere e di volere non vota. E, se l’incapacità di costoro fosse riconosciuta, magari avremmo dei politici un po’ meno schifosi, visto che sarebbero eletti da persone in possesso delle facoltà mentali di un essere umano medio. ^_^

Sostituire "partorire" con "lavorare" e "concepire" con "guadagnare", e la vignetta si adatta perfettamente ^_^

Il problema dei lavoratori gratis non esiste solo nel mondo del giornalismo, ma è diffuso in tutti gli ambienti creativi italiani: fumetto, pubblicità, ecc. Ovunque ci sono datori di lavoro sfruttatori pronti ad approfittarsi di chiunque e, per ciascuno di essi, un migliaio di gonzi pronti a giurare di essere disposti a tutto, che la loro è una passione “vera” o addirittura una missione e tante altre cose che non starebbero male in bocca a un prolet di 1984. Pronti a giurare che il Grande Fratello di turno (no, non parlo del reality) è buono e giusto, perché potrebbe essere in ascolto e dicendo altrimenti si giocherebbero la carriera! Ovvero qualche altro anno di lavoro gratis dopo i quali verrebbero superati, nella corsa al contratto, dal figlio dell’amante del direttore, dal nipote dell’editore a cui bisogna assegnare un posto e dal cugino di terzo grado del caposervizio di Cronaca, “che si è appena trasferito, non trova nulla e ha tanto bisogno…”

Il lavoro gratis non può essere paragonato allo schiavismo – che pure presuppone un certo grado di complicità fra schiavo e padrone – in quanto chi lavora gratis lo fa volontariamente, senza essere stato rapito da ragazzo nel proprio villaggio in Africa; né lo si può paragonare alla prostituzione, che (se volontaria) è una professione onorevolissima, riconosciuta come tale in diversi Stati e assai ben retribuita. È pura e semplice idiozia e in quanto tale andrebbe considerata e, nei limiti del possibile, curata; in alternativa, a chi ne è portatore andrebbe impedito di fare dei danni, esattamente come si limita la libertà di chi è portatore di malattie gravi e contagiose o soffre di problemi psichici o ritardo mentale (siamo tutti bravi a fare i politicamente corretti e a piangere riguardando Forrest Gump, ma alzi la mano chi vorrebbe vedere alla guida di auto o munita di porto d’armi e pistola una persona con QI 20).

Ricordate: lavorare gratis danneggia voi stessi e gli altri. Pensateci la prossima volta.

 
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Pubblicato da su 02/04/2012 in Lavoro, Rant

 

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