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Un favore restituito – Parte I

12 Dic

Non è la sorpresa che vi avevo promesso qualche giorno fa, ma un nuovo racconto su Kron, fuori antologia e con una dedica speciale al termine. Ecco la prima parte. ^_^

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«È il vostro coinvolgimento in questo affare a non rassicurarmi, Alberik!» gracchiò la donna. «Chi garantisce che, dopo che lui sarà morto, voi non facciate valere quello sputo di sangue regale nelle vostre vene per salire sul trono?»

L’interpellato, un uomo dai capelli dorati che sedeva a capo della grande tavola di granito rosa, mise giù la sua coppa d’argento e sorrise. I raggi del sole che filtravano attraverso la vetrata alle sue spalle enfatizzavano la sua bellezza un po’ diafana, non del tutto maschile, ma neppure effeminata. «Vostra Grazia, pensavo che avessimo già chiarito questo punto. Se intendo mettere a rischio la mia vita, è solo in nome della giustizia e del vero Re di Nara. Del resto, venuta a mancare l’unica persona che si frapponeva fra lui e il trono, cosa credete che farebbe il giovane Adolphus se trovasse me seduto al suo posto?»

«Adolphus è figlio di Goran e il popolo non ha mosso un dito quando è stato mandato in esilio» ribatté la contessa. Gli occhi dal taglio allungato, di un verde pallido, e i capelli color carbone le conferivano un aspetto esotico e non privo di attrattiva, ma il suono della sua voce pareva quello che avrebbe potuto produrre un corvo sottoposto a tortura. «Un uomo astuto potrebbe approfittare della volubilità della gente per conquistare il potere per sé.»

«Allora siete al sicuro, Berit: non siete stata voi, in tempi nei quali la mia ospitalità non vi era così gradita come ora, a definirmi “acuto quanto una foglia di quercia”? Ma» aggiunse, sollevando una mano in un gesto rivolto a tutti e tre gli altri convitati «non è questo il momento di pensarci. Forse Kron morirà in battaglia e la nostra piccola congiura finirà prima ancora di cominciare.»

Il terzo uomo sbatté il pugno sul tavolo, facendo tintinnare piatti e posate.«Questo non deve accadere!» esclamò da sotto la barba rossiccia che non celava del tutto i suoi numerosi menti. «Dobbiamo essere noi a uccidere l’usurpatore, altrimenti non ne ricaveremo alcuna riconoscenza dal Re!»

«E tu ne hai molto bisogno, vero Halen?» interloquì a bassa voce l’ultimo congiurato, senza sollevare lo sguardo dall’arrosto di montone nel suo piatto. I suoi capelli grigi, lunghi e raccolti in una coda, ricadevano su spalle larghe e un collo possente. Solo la pelle del volto, cotta dal sole e rovinata dalle intemperie, suggeriva che doveva essere vicino alla soglia dei cinquant’anni.

«Quello che faccio con il mio denaro non ti riguarda! Piuttosto tu, carcassa che non sei altro, vedi di aggiungerti nelle schiere di chi non deve morire prima del tempo! O vuoi che tuo figlio rimanga invendicato?»

Lo sguardo del vecchio soldato trafisse Halen come una lancia. Di fronte a quegli occhi del colore di un lago ghiacciato, il grassone si agitò sulla sedia, come a voler mettere il maggior spazio possibile fra lui e una minaccia mortale. Quando l’altro parlò, lo fece in tono piatto.

«Se Forbo… se un dio mi apparisse in sogno promettendomi che, se mi gettassi attraverso le schiere dei suoi neri, ucciderei il tiranno un attimo prima di morire io stesso, non esiterei. Ma non sono un folle e so che un simile gesto sarebbe inutile. Tu, d’altro canto, non hai guardie di alcun genere intorno a te, in questo momento.»

Prima che Halen potesse replicare, Alberik si alzò in piedi e spalancò le braccia un gesto conciliatore. «Signori! Conosciamo tutti le motivazioni di ciascuno e siamo arrivati tutti assieme fino a questo punto, quindi non è il caso di litigare. Nessuno di noi può influenzare quello che sta accadendo sul campo di battaglia.»

A bassa voce, quasi fra sé, Berit parlò: «Lui non morirà. Non è il genere d’uomo che può cadere da cavallo o morire perché un soldato qualunque lo ha preso alle spalle. Tornerà a Onoria vivo e coperto di gloria.»

«Speriamo allora che possa morire sotto i nostri pugnali e che quella gloria non sia sufficiente a trasformarlo in un idolo dopo che lo avremmo fatto. O forse quella che avete espresso è una speranza rivolta a colui che un tempo fu il vostro promesso sposo?»

«Alberik» ribatté lei, stringendo lo stelo della coppa fino a che le sue nocche non impallidirono, «quella fu una cosa decisa da mio padre, in cui io non ebbi parola. Ho incontrato il conte solo una volta e non ci siamo nemmeno parlati. Come potete pensare…»

«Il dittatore. “Conte” non è più il suo titolo da quindici anni» puntualizzò il veterano, senza sollevare lo sguardo. «Da quando fu esiliato, perdendo ogni suo diritto di nascita e di onore.»

Alberik fece un piccolo inchino all’indirizzo del soldato. «Giusto, Edvard. Kron non è nessuno, un bandito che siede sul trono in virtù della sua forza e non ha neppure il coraggio di fare propria la corona. Ma è un bandito da non sottovalutare, visto l’astuzia con cui ha catturato la città.»

Le dita grassocce di Haren tremarono, facendo cadere qualche goccia di vino sulla tovaglia immacolata. «Dicono che sia stata quella donna, la strega bianca, a farlo entrare in città nascosto sotto un velo magico.»

«Se è così, i suoi demoni devono averla abbandonata, perché so per certo che l’usurpatore la tiene sotto chiave ed è in grado di controllarla senza problemi. Ma anche se così non fosse, una strega, potente o no, è del tutto inaffidabile, pertanto l’ho esclusa dal piano che ora andrò a esporvi.»

«Pensavo che avremmo discusso il piano» obiettò Berit.

Alberik la ignorò. «In questo momento, Kron si trova lungo il fiume Dimma. Che vinca o perda questo scontro, la campagna finirà presto: i giorni si sono fatti troppo corti e le notti troppo fredde perché l’esercito possa rimanere sul campo. Entro poche settimane dovrà ritornare a Onoria, dove noi saremo pronti ad aspettarlo. Io e Berit gli chiederemo udienza, portando Edvard come guardia del corpo. Kron non rifiuterà di ricevere colei che gli fu promessa e un nobile di sangue reale, non se un uomo influente come Halen metterà una parola buona in modo che altre faccende siano presentate al dittatore come secondarie rispetto a questa. L’udienza ci darà una scusa per pernottare a palazzo.»

«Mentre io sarò già là in quanto fornitore delle cantine reali… magari con un dono per il dittatore in persona e una mancia pronta per il servo che mi lascerà andare a salutare due vecchi amici negli appartamenti degli ospiti nobili?» chiese Halen, gongolando fra sé per la propria perspicacia quando Alberik gli rivolse un cenno di assenso.

Berit bloccò l’aristocratico prima che questi potesse riprendere a spiegare. «E con che pretesto andremo da lui, Alberik, certi di farci ricevere?»

«Oh, lui non potrà ignorarci, perché gli porteremo la notizia del fidanzamento di due grandi nobili, che in base alle legge – una legge che lui, per fortuna, non si è mai curato di cambiare – deve essere autorizzato dal Re o da chi ne svolge il ruolo.»

Il tintinnio argentino della coppa di Berit che rotolava per terra creò un contrasto brutale con la sua voce strozzata. «Il nostro… voi… Ma come potete pensare che io mi presti a una cosa del genere!» riuscì infine ad articolare.

Il sorriso svanì dal volto di Alberik. «Credetemi, la prospettiva inorridisce anche me, al punto da farmi ringraziare gli Dei del fatto che si tratti di una finzione. Ma è anche l’unico modo per essere sicuri che saremo ospitati a palazzo: Kron vi ha già arrecato un torto con la faccenda della promessa infranta ed esso è troppo forte perché possa permettersi di farvene un altro. Ci darà udienza e noi andremo di fronte a lui a raccontargli quanto ci amiamo e come il regno beneficerà dalla nostra unione. E voi sorriderete per tutto il tempo, in modo che non ci siano dubbi sulla vostra sincerità.»

«Se voi credete…» cominciò Berit. Haren la interruppe.

«Certo che lo farete! Ma non capite l’opportunità che abbiamo di fronte? Pensate che il vostro stupido orgoglio di donna sia più importante di quello che tutti abbiamo da guadagnare? Fatemi il piacere, contessa! » Berit tremò di rabbia a quelle parole, ma prima che riuscisse a spiccicare parola fu Edvard a parlare.

«Vostra Grazia» esordì a bassa voce «perdonatemi se oso pronunciare queste parole, ma posso capire il vostro sentimento. Anche io, quando seppi che mio figlio era stato ucciso, fui tentato di agire come mi suggeriva il cuore e uccidermi, perché dov’è il senso nella vita di un vecchio che ha perso l’unico suo legame con il resto dell’umanità? Ma poi mi resi conto che, per soddisfare il mio cuore, avrei commesso una grave ingiustizia. Era mio dovere vendicare mio figlio. Ma non avrei potuto farlo da solo, esattamente come nessuno di noi da solo può ottenere quello che vuole, cioè la stessa cosa per tutti: che l’usurpatore muoia. Contessa, pensate che dal vostro sacrificio dipendono non solo le nostre sorti, ma quelle del Re e di Sua Maestà la Regina!»

Durante l’ultima parte del suo discorso, Edvard aveva alzato lo sguardo verso Berit e lei lo incrociò. Dopo qualche istante, durante i quali nessuno parlò, la contessa lo distolse per prima. «È giusto. Prima ancora che a noi stessi, la nostra lealtà va a loro» disse con un filo di voce gracchiante. Proseguì con maggior sicurezza: «Fingerò di essere la vostra promessa, Alberik, se questo potrà servire.»

Sulle labbra dell’interpellato ricomparve il sorriso, come se tutto stesse andando bene per lui. «Sono contento che ciascuno di noi abbia finalmente le idee chiare. Se non vi dispiace, ho un’ultima cosa da chiedervi.» Così dicendo, trasse da una piega della tunica un rotolo di pergamena e lo stese sul tavolo in modo che gli altri potessero leggerlo.

«”Noi, marchese Alberik di Rikligfalt, contessa Berit di Juvel, mastro Halen da Smutsa e mastro Edvard…” Ma questa è una confessione!» esclamò Halen.

«Precisamente. Una confessione che ognuno di noi firmerà prima di andarsene, in modo che, qualora si dimostrasse fedifrago, gli altri possano trascinarlo nella rovina assieme a loro. E, per dimostrarvi che quell’uno non sarò io, propongo che sia un vostro servo a custodirla, Berit.»

La donna annuì. Edvard non disse nulla né fece alcun gesto e Halen, dopo aver passato lo sguardo su ciascuno degli altri, sospirò e disse: «D’accordo. È la cosa migliore, per essere sicuri di poterci fidare.»

Alberik prese da un ripiano vicino una penna e un calamaio. «Passatemi la confessione» disse, «la firmerò per primo.»

Così fece e, dopo di lui, gli altri tre. «Ora siamo tutti dei traditori» disse Alberik, spingendo la pergamena verso Berit.

«Non traditori» corresse lei «ma persone che intendono restituire un favore.»

Alberik rise di gusto. «Certo, certo! Mi piace questa definizione, o mia promessa! Ci chiameremo “i Buoni Debitori”; avrei voluto pensarci io, per scriverlo in quella lettera!»
Degli altri, solo Halen rise con lui.

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2 commenti

Pubblicato da su 12/12/2011 in Racconti

 

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2 risposte a “Un favore restituito – Parte I

  1. coscienza

    12/12/2011 at 6:17 pm

    Racconto interessante sebbene forse manchi d’azione
    Non capisco sta frase :P
    ” I raggi del sole che filtravano attraverso la vetrata alle sue spalle enfatizzavano la sua un po’ diafana, non del tutto maschile, ma neppure effeminata.”
    Enfatizzavano la sua pelle? La sua figura?

     
    • bakakura

      12/12/2011 at 6:39 pm

      L’azione verrà in seguito, nella seconda e nella terza parte. ^_^
      Corretto l’errore: “bellezza” si era perso da qualche parte fra i raggi di sole. XD

       

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