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Noi abbiamo scelto

22 Nov

Noi abbiamo scelto è un racconto con cui ho partecipato al concorso Il talento giovanile bresciano. Ovviamente, non ho vinto. Mi sarebbe piaciuto conoscere il giudizio della giuria, o perlomeno il voto da essa attribuito al racconto, ma a quanto pare entrambi sono segreti non divulgabili. Vediamo cosa ne pensano i miei lettori. “^_^

«Vacci piano Gino, quella è l’ultima sigaretta.»

«Tanto poi ti chiedo un tiro della tua.»

«Ti pareva. Adesso pure le sigarette mi freghi!»

«Non te le frego: ti chiedo di condividere ciò che hai. È diverso.»

«A me sembra un dannato imbroglio.»

«Pensa quello che ti pare. Senti Mario, ho sempre voluto chiederti una cosa: com’è andare all’università?»

«Mah. Leggi un sacco di cose, un sacco di altre te le senti dire e qualcosa impari. A volte ti sembra che lo sforzo non valga i risultati. Però ti trattano con rispetto: non come alle scuole inferiori, dove sei un ragazzo che deve imparare da degli uomini. All’università sei un uomo come loro.»

«Io sono un uomo anche facendo il fornaio.»

«Sì, ma non è la stessa cosa. Gli uomini che fanno i fornai sono diversi dagli uomini che fanno gli avvocati, i medici o i letterati.»

«È vero: senza fornai si vivrebbe molto male, mentre si vive benissimo anche senza avvocati, medici o letterati.»

«Anche senza i medici?»

«Certo. Mio padre, mio nonno e io non ce lo siamo mai potuti permettere, il medico. Eppure io sono qui.»

«Sai che consolazione. A vivere come le bestie si muore come le bestie, dico.»

«Sempre meglio che andare a farsi scannare per scelta, dico io.»

«Chiedo scusa se non ho fatto l’imboscato come qualcun altro. Aggiungo il mio più profondo imbarazzo per aver continuato a servire il mio Re nonostante fosse più conveniente fare il contrario.»

«Pftui! Il Re! Quando avremo vinto, faremo la Repubblica e il Re se ne potrà stare tranquillo tutto il giorno senza niente da fare.»

«E chi governerà allora? Il Parlamento? Che bell’idea! Un palazzo pieno fino all’orlo di bifolchi che si credono aristocratici solo perché qualcuno ha detto loro che rappresentano i cittadini!»

«Tu parli male, Mario. Io conosco un sacco di bifolchi che sarebbero molto bravi in Parlamento e li conosci anche tu.»

«Certo. E quando non ci saranno più? Quando avrai un Parlamento pieno di gente per cui quello che abbiamo vissuto noi è solo una storia? Come sarà l’Italia allora, senza uno nato per governare?»

«Uno può nascere dove gli pare ed essere comunque un idiota.»

«Vero, ma un Re è un Re. Non ha bisogno di servirsi dello Stato per avere quello che vuole, per questo può servirlo al meglio.»

«L’ultima volta non è andata molto bene.»

«Per questo ci siamo qui noi, no? Per fare andare meglio le cose.»

«Vorrei che non dovessimo.»

«Qualunque uomo sano di mente lo vorrebbe. Quindi rassicurati: sei sano e ignorante. Abile.»

«Sai, obbedire al Re non voleva mica dire che dovevi venire con noi.»

«Amico mio, ho detto che ho servito il mio Re, ma ho mai detto che quel Re fosse Vittorio Emanuele? Devi avermi frainteso.»

«Può darsi. Non ho molta familiarità con quell’altro Re.»

«Quell’altro? Ti sembra qualcosa su cui fare dello spirito?»

«Non faccio dello spirito. Non mi è mai capitato di fare la sua conoscenza, ecco tutto. Ma se è onesto come dicono, mi perdonerà.»

«Sei un dannato senzadio, Gino.»

«E tu un baciapile. Hai qualcuno?»

«Beh, ci sarebbe… c’era… non importa. Tu?»

«I miei genitori. E mi dovevo sposare a novembre, ma con tutto quello che è successo non sono riuscito a tornare a casa.»

«Per fortuna, direi.»

«Già. Per fortuna. Come pensi che andrà a finire?»

«Come al solito: qualcuno vivrà per andare avanti. Qualcun altro no. Alla fine ci sarà sempre qualcuno. Siamo troppo belli per sparire.»

«A volte, però, penso che sarebbe meglio se sparissimo tutti, noi e quegli altri. Se il mondo rimanesse alle bestie e andasse avanti come quando gli uomini non c’erano. Sarebbe più naturale così: senza città, senza guerre, senza niente.»

«Ah, ma Gino, che mondo noioso sarebbe senza di noi! A cosa servirebbe tutto questo ben di Dio senza nessuno in grado di apprezzarlo? A cosa servirebbero le ricchezze della terra senza nessuno che potesse estrarle? L’umanità esiste per dare un senso a tutto quanto.»

«Anche loro

«Guarda, non lo so…»

«Passami la sigaretta.»

«Tieni. Dicevo, non lo so, ma credo che la maggior parte di loro sia come noi. Non penso che ci siano voluti venire, qui; e scommetto che quelli che lo volevano hanno cambiato idea da un pezzo. Non si può essere sani di mente e volerlo fare, ecco tutto.»

«A me sembravano piuttosto determinati. Mi sembrano ancora.»

«Te l’ho detto: non si può essere sani di mente e volerlo fare.»

«E tu, allora?»

«Gino, se fossi stato sano di mente credi che sarei venuto con voi invece di nascondermi in un buco fino alla fine della guerra?»

«Chissà cosa succederà, dopo la guerra. Come diventerà il nostro paese. Mio padre, che ha fatto l’altra guerra, mi ha detto una volta: “Quando ci hanno chiamati, abbiamo preso e siamo andati in Italia.” Per lui era un posto lontano quanto l’Austria, lui che era nato nel suo paesello e pensava che ci sarebbe morto. Per me… forse, ma io ci ho voluto credere.»

«Siamo in due.»

«Quello che mi preoccupa non sono gli odi, la guerra, il rancore… quelle cose svaniscono, prima o poi. Si fa pace. Io ho paura di tutti quelli che non hanno fatto niente, a cui non importa di niente di quello che succede. Sono come le zanzare: ritornano sempre e fanno ammalare il corpo. Cosa ne faranno dell’Italia?»

«Non lo so, ma… Ascolta. Qualunque cosa accada, qualcuno si ricorderà di noi e saprà che noi abbiamo scelto. Magari non saranno d’accordo con le nostre decisioni… per come vanno le cose, credo che la maggior parte non sarà d’accordo… ma lo sapranno. E, quando verrà il momento, sapranno scegliere per loro stessi invece di lasciare che altri decidano per loro.»

«È tutto qui, alla fine, vero? Se solo lo avessimo fatto prima…»

«Ehi, quella sigaretta è quasi finita. Passamela. Non si piange sulla farina versata.»

«Credevo fosse il latte.»

«Versione per fornai.»

«Mario, che sta dicendo quel tizio?»

«Non lo so. Non parlo tedesco.»

Il plotone d’esecuzione aprì il fuoco.

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Pubblicato da su 22/11/2011 in Racconti

 

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