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Il racconto dell’anello – Lei

19 Nov

Il mio creatore era freddo. Quando sono nato dal fuoco, dall’oro e dal rubino, lui mi ha toccato con le sue mani fredde e sotto lo sguardo dei suoi occhi freddi mi ha esaminato. «Servirai al tuo scopo» disse, mettendomi su uno scaffale. Sono rimasto lì per un’eternità, solo, con il ronzio dei suoi strumenti come unico compagno dei miei pensiero. Odio il mio creatore. Lui non mi ha mai toccato dopo quella volta, non mi ha mai guardato come se fossi bello e prezioso, non mi ha mai più parlato.

Un giorno un uomo è venuto da lui e il mio creatore, senza dire una parola, mi ha indicato. Quest’uomo mi ha preso in mano e anche la sua mano era fredda, ma in essa c’era come un tremito, una scintilla di calore. Qualcosa che volevo, ma non riuscivo ad afferrare. Lui mi ha portato via e non ho più rivisto il mio creatore. Se mai lo rivedrò, si pentirà di avermi dato via.

Il mio padrone mi chiuse dentro una scatola di ferro poco più larga di me e miportò con sé in un lungo viaggio. Era gelida, più delle sue mani quando mi tirarono fuori. Mi infilò su un dito secco e per la prima volta sentii la luce del sole su di me, accarezzare col suo tepore l’oro del mio corpo e scindersi in mille riflessi scarlatti attraverso il mio rubino. Ma il sangue che scorreva sotto la sua pelle era tiepido appena a sufficienza per farmi capire che era vivo.

Il mio padrone mi portò di fronte ad altri uomini in una grande stanza bianca e, mentre faceva loro un discorso, mosse le mani in modo che loro mi vedessero bene. Sentivo i loro sguardi su di me e il calore dentro di loro che fluiva attraverso i loro occhi, accarezzandomi come i raggi del sole, ma più forte. Vi aggiunsi una scintilla del mio, facendolo divampare e crogiolandomi in esso, fino a quando non furono tutti in piedi ad acclamare l’uomo che mi aveva portato via dal mio creatore, pensando che fossero state le sue parole a suscitare in loro quel sentimento invece che la mia fame. Sentii il suo sangue riscaldarsi un poco per l’approvazione che io gli avevo garantito. Ma non era tutto. In uno degli spettatori, il calore era tanto che la mia piccola spinta aveva provocato un incendio. Si trattava di una donna, che venne dal mio padrone in lacrime, lodando la sua saggezza e il suo grande spirito. Il suo calore era così forte da riattizzare persino quello del mio padrone e riscaldare la sua pelle. Lui la condusse nelle sue stanze e nel suo letto. Dopo aver fatto quello che fanno di solito gli esseri umani in quelle circostanze, lui si addormentò. Lei finse di farlo a sua volta, ma io sentivo che il suo calore non si era sopito.

Dopo che il mio padrone era rimasto immobile e silenzioso per un po’ di tempo, lei scivolo fuori dalle coperte e mi prese in mano. La sua pelle era calda come la fornace in cui fui formato. «Io e te faremo grandi cose, gioiello mio» disse accarezzandomi. «Nelle mani di quel vecchio eri sprecato come una bella fanciulla.» Tremò nel pronunciare quelle parole e io, con orrore, sentii il suo calore affievolirsi.

Il vecchio è un morto che cammina! Tu sei splendida e piena di vita; cosa importa quello che fai, finché dentro di te batte il cuore? cantai al suo cuore.

«Anellino mio, quali pensieri bisbigli al mio animo?» sussurrò, sollevandomi per ammirarmi alla luce della luna. Forse fu il riflesso nel mio rubino a svegliare il mio padrone, o forse il suo udito era ancora fino nonostante l’età. Afferrò il braccio della donna e urlò: «Ridammelo! Non hai idea di cosa sia, stupida vacca!»

Sentii il calore ruggire dentro di lei come nella fornace che mi generò. Così brillante, così forte! Allunga il braccio dietro di te, così, e chiudi le dita. Senti il metallo? Prendilo! Usalo!

La donna roteò il candelabro e colpì la testa del mio padrone. Io aggiunsi forza al suo colpo, sentii il calore danzare dentro di lei, e ne aggiunsi ancora di più a quello successivo. Colpisci ancora, prendi il sangue, nessuno ti umilierà più cantai. Come ruggì il suo calore! Lei colpì ancora, in alto e poi in basso, e alla fine di ciò che rendeva il mio padrone un uomo non rimasero che frammenti e poltiglia. Lei gettò via il candelabro deformato e mi baciò con labbra umide e roventi. «Siamo io e te adesso, anellino mio. Andiamo a strappare le stelle dal cielo.»

Afferrò i suoi vestiti e corse nella notte. Quando intravide un uomo armato, un brivido incrinò il suo calore; io vi soffiai sopra e gettai un manto su di lei, così freddo che nessuno avrebbe potuto guardarlo. Camminagli davanti agli occhi e lui ti ignorerà dissi. Lei esitò, ma io rinforzai il suo calore e allora raddrizzò la schiena e camminò a passo lento verso la guardia, come una regina cammina sapendo che un servo è nei paraggi: ignorandolo completamente. Così fece anche l’uomo, il cui sguardo incrociò la sua ombra e se ne allontanò subito. Vedi? bisbigliai al suo cuore.

«Camminare invisibile fra gli uomini? La tua è una magia che le donne già possiedono, anellino mio. Eppure c’è qualcosa in essa che rende utile ciò che è dannoso. Sei davvero meraviglioso.»

Sì, padrona risposi io.

 

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Pubblicato da su 19/11/2011 in Racconti

 

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