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Archivio mensile:novembre 2011

Cosa sta combinando WordPress con le immagini?

Se qualcuno ha visualizzato alcuni degli articoli più vecchi di recente, avrà notato che certe immagini sono fuori scala. Non ho idea del perché. “^_^ Modificando le dimensioni e salvando le cose tornano alla normalità, ma non conoscendo l’origine del problema non so dire se questo fix sia definitivo o se il problema si ripresenterà in futuro. Per il momento, vediamo come vanno le cose.

 

 
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Pubblicato da su 30/11/2011 in Comunicazioni di servizio

 

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Siate come Kirk

Questo mio articolo è apparso il 23 novembre 2011 su Sognando Leggendo. Lo ripropongo a tutti voi in forma riveduta e corretta. ^_^

State scrivendo l’ultima scena del vostro romanzo, quella in cui la protagonista affronta il suo nemico per l’ultima volta. Avete l’impressione che le vostre mani siano possedute, mentre battono sulla tastiera e narrano di come la spada di Lei squarcia la corazza del malvagio e gli spacca il cuore. È un momento catartico, fortissimo, il culmine emotivo del vostro romanzo. Una settimana dopo la pubblicazione, qualcuno dimostrerà come sia una cazzata apocalittica.

Prima di procedere, un avviso ai naviganti: dire “qualcuno” e dire “metà dell’universo”, nell’era telematica, è grossomodo la stessa cosa. Pensare che l’opinione di una sola persona non conti nulla è stupido, sopratutto quando può diffondersi a macchia d’olio e trovare grande supporto. Ma non è di questo che dovreste preoccuparvi: se siete lo scrittore dell’esempio, avete infranto il vostro patto con il lettore, lasciando che la vostra supponenza si sostituisse a una ricerca seria e approfondita.

Non ho descritto l'abbigliamento della fanciulla, ma da bravo autore fantasy avevo in mente questo!

Nel suo libro L’ultima lezione, scritto mentre il cancro lo stava uccidendo, Randy Pausch racconta di quando conobbe William Shatner, l’attore che interpretò il capitano Kirk in Star Trek. Pausch descrive Shatner come “a man who knew what he didn’t know, was perfectly willing to admit it, and didn’t want to leave until he understood”. Questa descrizione, quella di un uomo che Pausch definisce “eroico” (lui che stava lottando contro una malattia mortale!), coincide con l’attitudine che dovrebbe avere uno scrittore: ci si approccia alla materia di cui si scrive conoscendone poco o nulla e ci si documenta fino a quando non si è in grado di scriverne in modo serio e informato. Questo non significa che uno scrittore di fantasy debba diventare un esperto di rango accademico in storia medievale, metallurgia e scherma storica; significa, tuttavia, che deve sapere cosa succede quando una spada colpisce una lastra di metallo angolata spessa due millimetri. Documentarsi è un atto di rispetto nei confronti del lettore, che vi paga con soldi veri e ha tutto il diritto di esigere un lavoro vero in cambio. È anche un atto di rispetto nei confronti della vostra opera: si può prendere un anello di ferro, coprirlo di vernice dorata e incastonarci un pezzo di vetro, ma il risultato non sarà mai bello quanto un vero anello con solitario. E voi volete la cosa vera.

Detto questo, il mio consiglio per quando dovete fare una ricerca di questo tipo è: non andate troppo a fondo. Se volete narrare un duello, è importante che impariate come si usano le spade, ma non è necessario conoscere l’esatta composizione dell’acciaio delle lame del IX secolo dopo Cristo, né derivarne la probabilità percentuale che una lama si spezzi colpendo una pietra. Gli scrittori hanno ancora il diritto a prendersi delle licenze drammatiche, per cui la spada si romperà o meno a seconda di quale evento vi pare migliore dal punto di vista drammatico. D’altro canto, lasciatevi incuriosire: se, cercando informazioni su un argomento, vi capita di imbattervi in articoli o testi correlati che trattano argomenti di nicchia, provate a darci un’occhiata. Qualche tempo fa, mentre mi stavo documentando sulle armi da fuoco, ho trovato una guida (ovviamente pubblicata negli Stati Uniti) sul portare armi nascoste; l’ho letta per curiosità e ci ho trovato un sacco di spunti, nonché le soluzioni a un paio di problemi che avevo incontrato quando avevo tentato di scrivere un romanzo in cui il protagonista aveva necessità di girare armato (e io non avevo la minima idea di come avrebbe potuto nascondere una pistola). Se avessi ignorato la mia curiosità e mi fossi limitato a leggere libri che parlano di armi in senso stretto, avrei perso un’ottima occasione e quel romanzo non sarebbe mai stato scritto; a dire il vero non lo è ancora stato, ma ho superato uno degli scogli più importanti.

"Non me ne andrò finché non avrò saputo tutto di questa... uh... palla!" Bravo Kirk!

La documentazione è un processo divisibile in tre fasi, a ciascuna delle quali corrisponde una diversa consapevolezza: sapere di non sapere, sapere cosa cercare e saper leggere quello che si ha trovato.

In primo luogo, lo scrittore deve essere capace di ammettere la propria ignoranza. Mentre scrivete, dovreste chiedervi continuamente: “ho una preparazione su quello di cui sto scrivendo? Quanto mi sto basando sulle mie conoscenze e quanto sto inventando di sana pianta?” Se la risposta all’ultima domanda è qualunque cosa diversa da “molto e niente”, è tempo di andare alla ricerca di documenti (libri, articoli, ecc) su cui basare la vostra opera. Questa è la consapevolezza più difficile da raggiungere, perché a molti sembra pericolosamente vicina a un’ammissione di debolezza; e in un certo senso lo è, ma non del tipo vergognoso. Anche le persone più intelligenti, prive delle basi teoriche, possono commettere degli errori quando si tratta di scrivere una storia: documentarsi consente di applicare la propria intelligenza in modo produttivo.

Cosa deve cercare lo scrittore? La tentazione sarebbe quella di aprire Wikipedia, leggere quanto scritto lì sopra e mettersi il cuore in pace. Purtroppo, il suo essere aperta alle modifiche da parte di chiunque la squalifica come fonte affidabile: le informazione inserite non sono sottoposte ad alcun vaglio o, se lo sono, chi valuta non è uno studioso qualificato, ma una persona comune. Wikipedia può essere un punto di partenza, soprattutto come fonte bibliografica: andate in fondo agli articoli e guardate le sezioni “Bibliografia” e “Collegamenti esterni”, segnatevi quei titoli e date un’occhiata a quelle pagine web. Per quanto riguarda i libri, abbiate cura di leggerne almeno due o tre sull’argomento che vi interessa, in modo da confrontare i pareri degli autori e non rischiare di basare il vostro lavoro su quello di un ciarlatano deriso da tutti (può capitare, sopratutto per chi si approccia per la prima volta a un argomento che non gli è noto). Gli articoli sul web sono più difficili da valutare, sopratutto perché, come nel caso di Wikipedia, c’è poco o nessun controllo sul loro contenuto; per questo è meglio non usarli come fonti uniche di informazione e, sopratutto, preferire quelli che contengono una bibliografia e/o citano di frequente le loro fonti (indice del fatto che l’autore si è documentato a sua volta).

Sembra superfluo dirlo, ma lo diciamo lo stesso: non sono assolutamente fonti affidabili le opere di immaginazione, come film e romanzi, nemmeno quando sono autobiografiche o raccontano fatti realmente accaduti. Persino chi ha vissuto gli eventi in prima persona può avere una visione parziale o errata di essi (ad esempio, un soldato che definisce “precisa” un’arma che non lo è, sottovalutando le proprie doti di tiratore), mentre le opere di fantasia sono spesso piuttosto “elastiche” dal punto di vista della rappresentazione della realtà.

Soprattutto, non considerate i romanzi che parlano di mezzelfe emo dal baricentro inverosimile

Una volta raccolto un quantitativo sufficiente di fonti, bisogna leggersele. È una cosa che va fatta con attenzione, prendendo appunti e segnandosi i passi più interessanti: facendo altrimenti, si rischia di leggere molto senza assimilare niente. Resistete alla tentazione di saltare i brani che vi sembrano meno interessanti, perché potrebbero contenere informazioni cruciali (non tutti i saggisti sono bravi a mettere in evidenza i fatti principali). Una volta terminata la lettura delle opere che avete trovato, ricominciate dalla prima e rileggetele tutte almeno una volta: troverete che qualcosa vi era sfuggito, oppure che l’ultimo articolo letto vi ha illuminato su qualcosa che c’era scritto nel primo libro. Provare per credere.

Documentarsi può sembrare un processo lungo e tedioso, e per un’ottima ragione: lo è. Ma è anche una pratica estremamente utile per due motivi. In primo luogo, un racconto o un romanzo documentati hanno una base concreta, reale, in cui gli spettatori possono identificarsi (per non parlare delle curiosità, scoperte durante la documentazione, che avrete incluso e che susciteranno il loro stupore); in secondo luogo perché fa dello scrittore una persona più colta, che è sempre un bene.

Quando scrivete un racconto, un romanzo o un articolo, siate come il capitano Kirk. Documentatevi!

 
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Pubblicato da su 29/11/2011 in Consigli per scrittori, Letteratura

 

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Davvero davvero?

Davvero è un fumetto sceneggiato da Paola Barbato e disegnato da alcuni autori italiani. Nelle parole dell’autrice, tratte dal sito del progetto:

Da tempo ne parlavo con Mauro Marcheselli, ci chiedevamo perché in Italia nessuno tentasse di scrivere una serie intimista, romantica, di formazione, uno shojomanga ma ambientato qui, nel bel paese con tutte le sue magagne. Secondo noi era un errore non tener conto di tutti i lettori amanti di quel genere. Perché nessuno offriva loro un prodotto seriale simile ma ambientato in Italia? Qualcosa che parlasse della vita di tutti i giorni, l’amore, l’amicizia, i rapporti con i genitori, le esperienze, la conoscenza di sé stessi, il dolore… La realtà, insomma. Una storia sulle cose vere.

Il webcomic segue le vicende di Martina Ferrari, 19enne di Brescia (toh, siamo conterranei!), studentessa universitaria in piena crisi esistenziale. Finora sono state pubblicate tre puntate di sei tavole ciascuna, che mostrano la ragazza alle prese con i problemi della vita di tutti i giorni (causati, in massima parte, dal suo pessimo carattere).

L’idea dietro Davvero non è una novità: come dice Barbato, è una cosa che all’estero (sopratutto in Giappone) si fa da diverso tempo, ma che in Italia fatica a prendere piede per via del tradizionalismo della nostra editoria (dove l’editore non è “imprenditore” nel vero senso del termine, cioè una persona che accetta dei rischi con la prospettiva del profitto, ma preferisce tenere il culo ben appoggiato sulla poltrona e andare solo a colpo sicuro). L’autrice ha così deciso per la via del webcomic, ed è una scelta che mi piace molto: la pubblicazione sul web ha un pubblico potenziale molto ampio (compreso chi, di solito, non legge i fumetti) e costi assai contenuti. Inoltre, l’assenza di un editore assicura agli artisti il controllo completo della loro opera e, di conseguenza, contribuisce a scongiurare l’omologazione e a spingere verso l’originalità.

La prima apparizione di Martina. Notare il fanservice ^_^

Per quanto riguarda il fumetto vero e proprio, i disegni sono molto interessanti. Essendo opera di persone diverse, l’uniformità non è eccessiva, ma sono riusciti a fare un buon lavoro, evitando che i personaggi siano irriconoscibili quando passano da una penna all’altra (sì, disegnatori di Volto Nascosto, sto parlando con voi!); cosa più importante, nessuno dei disegnatori fa schifo, cosa che non si può dire di gente che ancora lavora a livello professionale (sì, Roberto Diso, sto parlando proprio di te).

Davvero, purtroppo, ha un problema molto grave a livello narrativo: la sua premessa è implementata malissimo. Martina non è una persona “qualunque”, in cui tutti si possano identificare: certo, non ha il viso più affascinante del mondo, ma è bionda, magra e con un bel sedere. Ha il futuro assicurato, perché entrambi i suoi genitori sono imprenditori (“[Se Martina molla l’università], finisce o in ditta col padre o in agenzia con la madre”), e quando suo padre la caccia di casa lo fa regalandole ventimila euro, che è poco meno di quanto uno dei miei genitori (insegnanti a fine carriera) guadagna in un anno. Quanti giovani “veri” possiedono tutti questi privilegi? Uno su diecimila? Uno su centomila? Quello che succede “davvero” a Brescia e nel resto dell’Italia è che un terzo dei giovani dell’età di Martina o più vecchi non ha lavoro, non ha genitori che potrebbero assumerli nelle loro aziende e non ha modo di recevere “incentivi” da ventimila euro. E, se hanno problemi coi genitori, se li devono tenere, perché non hanno la possibilità di andare a vivere altrove. A differenza di Martina. Un’analogia per chiarire quanto sia assurdo, nel contesto, il background della protagonista: sarebbe come se Pasolini, per rappresentare la “vita di borgata” della Roma dei suoi tempi, avesse scelto di puntare i riflettori su una famiglia della media borghesia, per di più di buona tradizione (Martina si riferisce ai frequentatori di Cortina come a “cafoni arricchiti”, il che implica che i soldi della sua famiglia siano “vecchi”).

Parlando della protagonista: è insopportabile e poco credibile dal punto di vista caratteriale. Nella sua vita non ci sono problemi: è lei che se li crea, probabilmente per dare all’autrice qualcosa di cui scrivere. Tanto per cominciare, non si capisce perché dovrebbe avercela con i propri genitori: sua madre non si accorge nemmeno dello sgarbo con cui lei la tratta e l’atteggiamento del padre è giustificato da quello della figlia (anzi, da come la tratta sembra genuinamente preocupato per lei). Il corso di laurea che frequenta non le piace, ma non sembra che i suoi genitori l’abbiano costretta a intraprenderlo (anche se, da questo punto di vista, il dialogo con il padre nella terza puntata è ambiguo). Per concludere, Martina ha un mucchio di amici. Che ha per essere tanto incazzata?

Capricci come questi li facevo anche io... a quindici anni. Martina ne ha diciannove

I tonti “intimisti” prospettati nelle parole dell’autrice che ho citato non si trovano da nessuna parte e la stessa definizione di “manga italiano”, con cui l’autrice si riferisce al progetto, non ha senso: il manga è un’istituzione tipica della cultura giapponese, a cui Davvero non assomiglia né per lo stile né per i contenuti. Certo, può darsi che “manga” colpisca di più i gggiovani e abbia una visibilità maggiore sui motori di ricerca…

Per lo stesso motivo, mi convincono poco le immagini pin-up raccolte nella pagina Facebook del progetto, a cominciare dall’avatar in alto a sinistra che mostra una protagonista abbellita e più pettoruta di quanto appare nel fumetto (guarda caso, la scritta è proprio a quell‘altezza). Che senso ha mostrarla sorridente o ammiccante, se nel fumetto ha perennemente il muso? Capirei se si trattasse di un personaggio più sfacettato e “multiforme”, come la Gea di Luca Enoch, ma qui siamo di fronte a un blocco di ossidiana vestito da festa. Per carità, ognuno ha il diritto di pubblicizzarsi come gli pare, ma secondo me farlo così è scorretto (e potenzialmente controproducente: una Martina ringhiante o rappresentata nell’atto di mandare al diavolo il mondo sarebbe stata più appetibile per il pubblico dei suoi simili, ovvero i giovani che fanno i ribelli ma frequentano le scuole più prestigiose finanziati da papà).

Credo che continuerò a seguire Davvero, un po’ per curiosità e un po’ per vedere se i miei dubbi troveranno risposte. Al momento, però, la mia opinione è abbastanza negativa. C’è da dire che le “puntate” di Davvero sono davvero brevissime rispetto a un fumetto normale (a cui di solito dò tre numeri per convincermi), quindi può darsi che, una volta che gli artisti avranno finito di illustrare la prima infornata di sceneggiature, Barbato si accorgerà che qualcosa non va e prenderà provvedimenti. Staremo a vedere.

 
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Pubblicato da su 25/11/2011 in Fumetti

 

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“Noi abbiamo scelto” nell’archivio

Noi abbiamo scelto è stato inserito nell’Archivio dei Racconti in formato .pdf, .epub, .prc e .txt. Buona lettura! ^_^

Ricordo a tutti che i racconti pubblicati sul blog appariranno nell’Archivio entro 1/2 giorni dalla pubblicazione. Per accedere all’Archivio, clicca su “Archivio Racconti” in alto a destra della Home Page.

 
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Pubblicato da su 24/11/2011 in Comunicazioni di servizio

 

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Noi abbiamo scelto

Noi abbiamo scelto è un racconto con cui ho partecipato al concorso Il talento giovanile bresciano. Ovviamente, non ho vinto. Mi sarebbe piaciuto conoscere il giudizio della giuria, o perlomeno il voto da essa attribuito al racconto, ma a quanto pare entrambi sono segreti non divulgabili. Vediamo cosa ne pensano i miei lettori. “^_^

«Vacci piano Gino, quella è l’ultima sigaretta.»

«Tanto poi ti chiedo un tiro della tua.»

«Ti pareva. Adesso pure le sigarette mi freghi!»

«Non te le frego: ti chiedo di condividere ciò che hai. È diverso.»

«A me sembra un dannato imbroglio.»

«Pensa quello che ti pare. Senti Mario, ho sempre voluto chiederti una cosa: com’è andare all’università?»

«Mah. Leggi un sacco di cose, un sacco di altre te le senti dire e qualcosa impari. A volte ti sembra che lo sforzo non valga i risultati. Però ti trattano con rispetto: non come alle scuole inferiori, dove sei un ragazzo che deve imparare da degli uomini. All’università sei un uomo come loro.»

«Io sono un uomo anche facendo il fornaio.»

«Sì, ma non è la stessa cosa. Gli uomini che fanno i fornai sono diversi dagli uomini che fanno gli avvocati, i medici o i letterati.»

«È vero: senza fornai si vivrebbe molto male, mentre si vive benissimo anche senza avvocati, medici o letterati.»

«Anche senza i medici?»

«Certo. Mio padre, mio nonno e io non ce lo siamo mai potuti permettere, il medico. Eppure io sono qui.»

«Sai che consolazione. A vivere come le bestie si muore come le bestie, dico.»

«Sempre meglio che andare a farsi scannare per scelta, dico io.»

«Chiedo scusa se non ho fatto l’imboscato come qualcun altro. Aggiungo il mio più profondo imbarazzo per aver continuato a servire il mio Re nonostante fosse più conveniente fare il contrario.»

«Pftui! Il Re! Quando avremo vinto, faremo la Repubblica e il Re se ne potrà stare tranquillo tutto il giorno senza niente da fare.»

«E chi governerà allora? Il Parlamento? Che bell’idea! Un palazzo pieno fino all’orlo di bifolchi che si credono aristocratici solo perché qualcuno ha detto loro che rappresentano i cittadini!»

«Tu parli male, Mario. Io conosco un sacco di bifolchi che sarebbero molto bravi in Parlamento e li conosci anche tu.»

«Certo. E quando non ci saranno più? Quando avrai un Parlamento pieno di gente per cui quello che abbiamo vissuto noi è solo una storia? Come sarà l’Italia allora, senza uno nato per governare?»

«Uno può nascere dove gli pare ed essere comunque un idiota.»

«Vero, ma un Re è un Re. Non ha bisogno di servirsi dello Stato per avere quello che vuole, per questo può servirlo al meglio.»

«L’ultima volta non è andata molto bene.»

«Per questo ci siamo qui noi, no? Per fare andare meglio le cose.»

«Vorrei che non dovessimo.»

«Qualunque uomo sano di mente lo vorrebbe. Quindi rassicurati: sei sano e ignorante. Abile.»

«Sai, obbedire al Re non voleva mica dire che dovevi venire con noi.»

«Amico mio, ho detto che ho servito il mio Re, ma ho mai detto che quel Re fosse Vittorio Emanuele? Devi avermi frainteso.»

«Può darsi. Non ho molta familiarità con quell’altro Re.»

«Quell’altro? Ti sembra qualcosa su cui fare dello spirito?»

«Non faccio dello spirito. Non mi è mai capitato di fare la sua conoscenza, ecco tutto. Ma se è onesto come dicono, mi perdonerà.»

«Sei un dannato senzadio, Gino.»

«E tu un baciapile. Hai qualcuno?»

«Beh, ci sarebbe… c’era… non importa. Tu?»

«I miei genitori. E mi dovevo sposare a novembre, ma con tutto quello che è successo non sono riuscito a tornare a casa.»

«Per fortuna, direi.»

«Già. Per fortuna. Come pensi che andrà a finire?»

«Come al solito: qualcuno vivrà per andare avanti. Qualcun altro no. Alla fine ci sarà sempre qualcuno. Siamo troppo belli per sparire.»

«A volte, però, penso che sarebbe meglio se sparissimo tutti, noi e quegli altri. Se il mondo rimanesse alle bestie e andasse avanti come quando gli uomini non c’erano. Sarebbe più naturale così: senza città, senza guerre, senza niente.»

«Ah, ma Gino, che mondo noioso sarebbe senza di noi! A cosa servirebbe tutto questo ben di Dio senza nessuno in grado di apprezzarlo? A cosa servirebbero le ricchezze della terra senza nessuno che potesse estrarle? L’umanità esiste per dare un senso a tutto quanto.»

«Anche loro

«Guarda, non lo so…»

«Passami la sigaretta.»

«Tieni. Dicevo, non lo so, ma credo che la maggior parte di loro sia come noi. Non penso che ci siano voluti venire, qui; e scommetto che quelli che lo volevano hanno cambiato idea da un pezzo. Non si può essere sani di mente e volerlo fare, ecco tutto.»

«A me sembravano piuttosto determinati. Mi sembrano ancora.»

«Te l’ho detto: non si può essere sani di mente e volerlo fare.»

«E tu, allora?»

«Gino, se fossi stato sano di mente credi che sarei venuto con voi invece di nascondermi in un buco fino alla fine della guerra?»

«Chissà cosa succederà, dopo la guerra. Come diventerà il nostro paese. Mio padre, che ha fatto l’altra guerra, mi ha detto una volta: “Quando ci hanno chiamati, abbiamo preso e siamo andati in Italia.” Per lui era un posto lontano quanto l’Austria, lui che era nato nel suo paesello e pensava che ci sarebbe morto. Per me… forse, ma io ci ho voluto credere.»

«Siamo in due.»

«Quello che mi preoccupa non sono gli odi, la guerra, il rancore… quelle cose svaniscono, prima o poi. Si fa pace. Io ho paura di tutti quelli che non hanno fatto niente, a cui non importa di niente di quello che succede. Sono come le zanzare: ritornano sempre e fanno ammalare il corpo. Cosa ne faranno dell’Italia?»

«Non lo so, ma… Ascolta. Qualunque cosa accada, qualcuno si ricorderà di noi e saprà che noi abbiamo scelto. Magari non saranno d’accordo con le nostre decisioni… per come vanno le cose, credo che la maggior parte non sarà d’accordo… ma lo sapranno. E, quando verrà il momento, sapranno scegliere per loro stessi invece di lasciare che altri decidano per loro.»

«È tutto qui, alla fine, vero? Se solo lo avessimo fatto prima…»

«Ehi, quella sigaretta è quasi finita. Passamela. Non si piange sulla farina versata.»

«Credevo fosse il latte.»

«Versione per fornai.»

«Mario, che sta dicendo quel tizio?»

«Non lo so. Non parlo tedesco.»

Il plotone d’esecuzione aprì il fuoco.

 
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Pubblicato da su 22/11/2011 in Racconti

 

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Il racconto dell’anello – Lei

Il mio creatore era freddo. Quando sono nato dal fuoco, dall’oro e dal rubino, lui mi ha toccato con le sue mani fredde e sotto lo sguardo dei suoi occhi freddi mi ha esaminato. «Servirai al tuo scopo» disse, mettendomi su uno scaffale. Sono rimasto lì per un’eternità, solo, con il ronzio dei suoi strumenti come unico compagno dei miei pensiero. Odio il mio creatore. Lui non mi ha mai toccato dopo quella volta, non mi ha mai guardato come se fossi bello e prezioso, non mi ha mai più parlato.

Un giorno un uomo è venuto da lui e il mio creatore, senza dire una parola, mi ha indicato. Quest’uomo mi ha preso in mano e anche la sua mano era fredda, ma in essa c’era come un tremito, una scintilla di calore. Qualcosa che volevo, ma non riuscivo ad afferrare. Lui mi ha portato via e non ho più rivisto il mio creatore. Se mai lo rivedrò, si pentirà di avermi dato via.

Il mio padrone mi chiuse dentro una scatola di ferro poco più larga di me e miportò con sé in un lungo viaggio. Era gelida, più delle sue mani quando mi tirarono fuori. Mi infilò su un dito secco e per la prima volta sentii la luce del sole su di me, accarezzare col suo tepore l’oro del mio corpo e scindersi in mille riflessi scarlatti attraverso il mio rubino. Ma il sangue che scorreva sotto la sua pelle era tiepido appena a sufficienza per farmi capire che era vivo.

Il mio padrone mi portò di fronte ad altri uomini in una grande stanza bianca e, mentre faceva loro un discorso, mosse le mani in modo che loro mi vedessero bene. Sentivo i loro sguardi su di me e il calore dentro di loro che fluiva attraverso i loro occhi, accarezzandomi come i raggi del sole, ma più forte. Vi aggiunsi una scintilla del mio, facendolo divampare e crogiolandomi in esso, fino a quando non furono tutti in piedi ad acclamare l’uomo che mi aveva portato via dal mio creatore, pensando che fossero state le sue parole a suscitare in loro quel sentimento invece che la mia fame. Sentii il suo sangue riscaldarsi un poco per l’approvazione che io gli avevo garantito. Ma non era tutto. In uno degli spettatori, il calore era tanto che la mia piccola spinta aveva provocato un incendio. Si trattava di una donna, che venne dal mio padrone in lacrime, lodando la sua saggezza e il suo grande spirito. Il suo calore era così forte da riattizzare persino quello del mio padrone e riscaldare la sua pelle. Lui la condusse nelle sue stanze e nel suo letto. Dopo aver fatto quello che fanno di solito gli esseri umani in quelle circostanze, lui si addormentò. Lei finse di farlo a sua volta, ma io sentivo che il suo calore non si era sopito.

Dopo che il mio padrone era rimasto immobile e silenzioso per un po’ di tempo, lei scivolo fuori dalle coperte e mi prese in mano. La sua pelle era calda come la fornace in cui fui formato. «Io e te faremo grandi cose, gioiello mio» disse accarezzandomi. «Nelle mani di quel vecchio eri sprecato come una bella fanciulla.» Tremò nel pronunciare quelle parole e io, con orrore, sentii il suo calore affievolirsi.

Il vecchio è un morto che cammina! Tu sei splendida e piena di vita; cosa importa quello che fai, finché dentro di te batte il cuore? cantai al suo cuore.

«Anellino mio, quali pensieri bisbigli al mio animo?» sussurrò, sollevandomi per ammirarmi alla luce della luna. Forse fu il riflesso nel mio rubino a svegliare il mio padrone, o forse il suo udito era ancora fino nonostante l’età. Afferrò il braccio della donna e urlò: «Ridammelo! Non hai idea di cosa sia, stupida vacca!»

Sentii il calore ruggire dentro di lei come nella fornace che mi generò. Così brillante, così forte! Allunga il braccio dietro di te, così, e chiudi le dita. Senti il metallo? Prendilo! Usalo!

La donna roteò il candelabro e colpì la testa del mio padrone. Io aggiunsi forza al suo colpo, sentii il calore danzare dentro di lei, e ne aggiunsi ancora di più a quello successivo. Colpisci ancora, prendi il sangue, nessuno ti umilierà più cantai. Come ruggì il suo calore! Lei colpì ancora, in alto e poi in basso, e alla fine di ciò che rendeva il mio padrone un uomo non rimasero che frammenti e poltiglia. Lei gettò via il candelabro deformato e mi baciò con labbra umide e roventi. «Siamo io e te adesso, anellino mio. Andiamo a strappare le stelle dal cielo.»

Afferrò i suoi vestiti e corse nella notte. Quando intravide un uomo armato, un brivido incrinò il suo calore; io vi soffiai sopra e gettai un manto su di lei, così freddo che nessuno avrebbe potuto guardarlo. Camminagli davanti agli occhi e lui ti ignorerà dissi. Lei esitò, ma io rinforzai il suo calore e allora raddrizzò la schiena e camminò a passo lento verso la guardia, come una regina cammina sapendo che un servo è nei paraggi: ignorandolo completamente. Così fece anche l’uomo, il cui sguardo incrociò la sua ombra e se ne allontanò subito. Vedi? bisbigliai al suo cuore.

«Camminare invisibile fra gli uomini? La tua è una magia che le donne già possiedono, anellino mio. Eppure c’è qualcosa in essa che rende utile ciò che è dannoso. Sei davvero meraviglioso.»

Sì, padrona risposi io.

 

 
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Pubblicato da su 19/11/2011 in Racconti

 

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Bakakura immagina le lettrici del blog – II

È passato molto tempo dall’ultima volta in cui ho scritto un post del genere. La tendenza di Neyven ad attirare sopratutto lettrici si conferma e, come nell’altro articolo, in questo cercherò di dare loro un volto tramite immagini rinvenute su Internet. ^_^

PlatinumV

Talesdreamer

 
 

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