RSS

Amore d’acciaio

27 Ott

Il visitatore si era aspettato una fucina, non una cittadella. Un muro di granito alto cinquanta piedi circondava un terreno dalle dimensioni tali che lo sguardo non riusciva ad abbracciarlo completamente. Tetti spioventi color carbone facevano capolino al di sopra del muro e da essi uscivano enormi camini che vomitavano fumo bianco o nero, creando una cappa di nuvole sopra la cittadella. Al visitatore pareva una visione d’Inferno.

Si guardò intorno. Il muro si estendeva da una parte all’altra di una conca circondata da rilievi, da uno dei quali scendeva un fiume che scompariva in un canale sotto le mura; il paesaggio era brullo, di un colore grigio smorto, senza un albero in vista.

Il visitatore si avvicinò al grande portale di bronzo, alto come cinque uomini, che chiudeva l’ingresso della cittadella, e afferrò uno dei batacchi: era un semplice anello attaccato a un supporto, privo di qualunque decorazione. Fece per picchiare, ma proprio in quel momento l’altro battente del portale cominciò ad aprirsi, lentamente e senza il minimo rumore. Il visitatore indietreggiò. Di fronte a lui era apparso un uomo, o forse era la statua bronzea di un uomo che si muoveva come un uomo, perché la sua espressione era congelata in un sorriso splendente come l’argento e il suo petto non si muoveva. Era vestito con dei calzoni e una camicia da uomo di fatica, neri di fuliggine, ma il suo volto era talmente lucido che il visitatore poteva scorgervi il proprio. Senza muovere le labbra, la cosa disse con voce squillante: «Benvenuto, signore. Mastro Weiland vi attende. Se gradite, vi porterò da lui; altrimenti, vi indicherò come raggiungerlo.»

La mano del visitatore si mosse verso il coltello che portava alla cintura, ma non lo estrasse. L’uomo-statua non sembrò scomporsi e rimase in attesa, la sua postura priva di quei piccoli movimenti involontari tipici degli esseri umani. Dopo alcuni lunghi attimi, sentendosi vagamente imbarazzato, il visitatore disse: «Vi ringrazio per l’accoglienza. Conducetemi dal vostro padrone.»

L’uomo-statua annuì, un gesto meccanico, e gli fece strada attraverso un complesso di edifici dei quali il visitatore non aveva mai visto eguali: le pareti e i tetti erano di un metallo opaco simile all’acciaio e le finestre erano coperte da una sostanza trasparente la cui presenza era tradita dal modo in cui filtrava, distorcendola, la luce rossa proveniente dall’interno. Tra un edificio e l’altro correva un largo acciottolato. Figure simili a quella che lo aveva accolto lo percorrevano spingendo carriole colme di carbone o tirando carretti pieni di barre di ferro, argento e altri metalli che il visitatore non riconobbe come se non pesassero nulla; ciascuna di esse aveva un proprio aspetto distintivo e ce n’erano di maschi e di femmine, se tale distinzione aveva un senso. Qualche sporadico raggio di sole traeva riflessi metallici dalla loro pelle.

La sua guida lo condusse lungo un vicolo, fino a una parete di metallo talmente lucido che il loro riflesso era distinguibile in ogni minimo dettaglio. Il visitatore guardò i propri abiti impolverati e lisi, al confronto dei quali quelli della statua sembravano un vestito della festa, e provò una fitta di vergogna. Strinse i denti e la ricacciò indietro.

L’uomo-statua afferrò una corta barra fissata al muro senza scopo apparente e, con stupore del visitatore, fece scorrere di lato una sezione di parete, scoprendo l’ingresso di una stanza in penombra. Con un inchino e un cenno educato, disse: «Prego, signore.»

Il visitatore oltrepassò la soglia, strizzando gli occhi nel tentativo di distinguere le forme degli oggetti. C’era una luce rossa, proveniente dal fondo della stanza, che delineava i contorni di scaffali ricolmi di strumenti bizzarri e le sagome di armi appese alle pareti, di alcune delle quali egli non aveva mai visto eguali: accanto a una spada dalla lama troppo larga e pesante per sembrare utilizzabile stava quello che pareva in tutto e per tutto un arco di oro brillante, in tensione nonostante la corda non fosse incoccata. La stanza doveva essere enorme, ma non un pollice del muro era libero e c’erano scaffali ovunque, dal pavimento di mattoni al soffitto. Un ronzio, dal tono più basso rispetto a quello di un’ape o di un calabrone, faceva vibrare l’aria.

Mentre il visitatore osservava un altro oggetto, una cintura fatta di numerosi dischi di rame e argento alternati, il colore della luce che illuminava la stanza virò dal rosso al verde per qualche attimo, poi ritornò normale. L’uomo si mise alla ricerca della fonte di quel bagliore e, oltrepassato uno scaffale, la trovò.

C’era una fucina – o meglio, la funzione dello strumento era indubbiamente quella, anche se non vi erano tracce di carbone né di fuoco. Era composto da una base di metallo verde opaco, su cui era poggiato un ripiano con un lato arrossato dal calore, e sopra di esso, al posto del camino, da un secondo blocco metallico che, per contrasto, sembrava assolutamente freddo. Il ronzio proveniva da sopra. Sospesa fra le due parti della fucina che non era una fucina stava una spada con la lama lunga forse due piedi e mezzo e, di fronte a essa, con una mano guantata sull’elsa, stava un uomo dai capelli biondi tagliati corti, con indosso una camicia e dei calzoni immacolati e senza il tradizionale grembiule di cuoio di chi lavorava fra carboni ardenti e schegge di metallo arroventato.

Il visitatore si schiarì la voce. «Mastro Weiland?»

Il fabbro voltò appena la testa. Era un uomo giovane, poco più che ventenne, con gli zigomi alti e le guance leggermente incavate. I suoi occhi azzurri non tradivano alcuna emozione alla vista del visitatore. «Conosco il motivo della vostra visita e vi suggerisco di desistere, per scongiurare le disgrazie che potrebbero derivare dalla vostra richiesta se fosse esaudita.»

A quelle parole, l’espressione del visitatore si indurì ed egli fece un passo avanti, puntando un dito contro Weiland. «Non intendo rinunciare. So bene che voi non avete mai negato una vostra opera chi ve l’ha chiesta e, a giudicare da quanto raccontano le storie e dalle parole che avete pronunciato, credo che non potreste farlo neppure volendo. Dico bene?»

Weiland distolse lo sguardo dal visitatore per lanciare un’occhiata alla spada che stava tenendo sospesa fra le due lastre argentate con la mano sinistra. Era un’arma lunga e sottile, con una guardia a croce ansata e un’elsa che non pareva risentire del calore che arroventava la lama. Infilò la destra in un vaso di marmo perlaceo poggiato su un vicino tavolo e ne trasse una manciata di polvere smeraldina che sparse sulla lama. Di nuovo la luce rossa virò verso il verde e il visitatore ebbe l’impressione che Weiland, di corporatura snella, si trasformasse in una cavalletta o in un filo d’erba. «Non esistono spade per uomini, donne o fanciulli» disse Weiland. «Esistono solo spade.»

«Lo so bene, mastro Weiland. Per questo intendo forgiare chi la userà come voi forgerete la lama.»

Weiland ritrasse la spada e, con un gesto rapido, la immerse in un catino accanto alla fucina. Il visitatore udì un ribollire simile al borbottio di una palude e intravide un sottile filo di fumo tinto di rosso. Weiland asciugò la lama con un panno e vi passò lo sguardo, dicendo: «E pensate che lei gradirà essere forgiata?»

Il visitatore digrignò i denti. «Lei obbedirà a suo padre! Ora, mastro Weiland, ascoltate quello che vi chiedo. Voglio una spadache dia forza al braccio di chi la usa e che, da sola, sia in grado di tagliare l’acciaio.»

Weiland annuì.

«Voglio una spada che asciughi le ferite, fermando il sangue che ne esce.»

Weiland annuì di nuovo.

«Voglio una spada leggera, ma talmente robusta che nulla la possa spezzare e che non si arrugginisca mai né perda il filo.»

Weiland girò l’arma che teneva in mano e la porse al visitatore per l’elsa. L’uomo lo guardò sbalordito. «Ma come può essere… come potevate sapere…»

«Questa spada ha le qualità che voi desiderate. Se così non fosse stato, ve ne avrei data una delle molte altre che ho forgiato. Ma se un altro uomo dovesse venire qui a chiedere una spada simile, esaudirei anche il suo desiderio e se quell’uomo dovesse incontrare vostra figlia, sarebbe un uomo contro una donna.»

«Lo so» disse il visitatore, afferrando l’impugnatura della spada e affondando la punta nel petto di Weiland. L’arma trapassò carne e ossa con tanta facilità da sbilanciare per un attimo il visitatore, che si era aspettato una resistenza maggiore di quella che avrebbe potuto offrire l’aria stessa; quando tentò di svellerla, si fece largo attraverso il torace di Weiland, aprendo uno squarcio sul suo fianco sinistro. Il fabbro sussultò, ma non ebbe il tempo di dare voce al proprio dolore, perché la sua spada gli aveva spaccato il cuore. Il sangue imbrattò i suoi abiti, la spada fino all’impugnatura e le vesti stracciate del visitatore, che quando ritrasse la lama lo vide scivolare via dal metallo senza lasciare traccia. Quella era veramente un’arma perfetta. Il metallo della lama era grigio come gli occhi che vedeva riflessi in esso.

Il visitatore si voltò e il suo sguardo incontrò dell’altro metallo – quello, sagomato in guisa umana, di una delle statue viventi che popolavano la cittadella. Questa aveva boccoli di filo di rame che incorniciavano il viso d’argento di una giovane donna, con le labbra piene e grandi occhi sognanti e un fisico tornito che si intravedeva sotto gli abiti da lavoro. Il visitatore sollevò la spada per colpire, chiedendosi se una statua potesse avere degli organi vitali o avesse bisogno della testa per continuare a muoversi.

«Non avete bisogno di distruggermi, signore. Né io né gli altri come me vi impediranno di lasciare questo luogo con l’arma che avete in mano.»

Il visitatore fece un passo indietro, valutando i movimenti della figura e chiedendosi se ci fosse lo spazio per sgusciarle oltre. «Come faccio a sapere che non vendicherete il vostro padrone?»

«Come avete detto voi stesso, a nessuno che giunga fin qui può essere rifiutato quello che chiede. Che senso avrebbe una legge simile, se il postulante venisse ucciso dopo aver ottenuto il suo tesoro? Siete libero di andare.» Come a voler dare prova della propria onestà, la statua si spostò fino a toccare il muro con la schiena, lasciando al visitatore ampio spazio per oltrepassarla.

L’uomo la guardò con sospetto, poi scattò attraverso il corridoio che gli aveva lasciato. La statua non mosse un dito per fermarlo. L’uomo corse fuori dalla fucina e lungo la strada che conduceva al portale della cittadella, ignorato dalle statue viventi che continuavano a svolgere i loro compiti come se il padrone fosse stato ancora vivo. Nonostante le gambe gli si fossero fatte pesanti come piombo, non smise di correre fino a quando non fu sul sentiero di montagna che aveva percorso per arrivare laggiù, dove il suo baio lo attendeva pazientemente legato a un picchetto conficcato nel terreno.

Il suo sguardo cadde sulla spada che ancora stringeva nella mano destra. Era pulita, ma i suoi vestiti no. Il visitatore aveva ucciso molti uomini nel corso della propria vita, ma era stato in battaglia o in duello, mai in quel modo. Si chiese se, con quel gesto, non si fosse dannato l’anima e decise che non gli importava: aveva la spada e ne avrebbe fatto dono a sua figlia, che l’avrebbe usata per vincere le debolezze del proprio corpo e diventare una grande guerriera. Con quel pensiero in mente, il visitatore intraprese il cammino che lo avrebbe condotto a casa.


«Svegliati, profeta» disse la statua al corpo di Weiland.

Sì udirono lo strisciare umido di muscoli e organi che tornavano al loro posto, il crepitio di ossa che si saldavano e il risucchio di squarci che si richiudevano da soli. Piccoli scatti animarono il corpo di Weiland, che alla fine di tutto emise un grugnito di sofferenza e un sospiro profondo.

«Ancora una volta, ti sei dimostrato in torto; ancora una volta, l’amore è stato più forte del tuo acciaio.»

Weiland allungò un braccio per aggrapparsi al ripiano della forgia e si tirò in piedi. «Forse, o Divina, o forse no.» Diede uno sguardo alla camicia squarciata e, sospirando, la sfilò e la gettò da parte. Aprì una cesta che teneva sull’ultimo ripiano di uno scaffale e ne prese una nuova.

«Non si fa gli enigmatici con una dea, Weiland» disse una voce dietro le sue spalle. Non era più la voce metallica di una statua animata, prodotta e modulata da organi artificiali, ma quella calda e sensuale di una donna esperta del mondo. A Weiland non parve fare il minimo effetto. Quando si voltò, non mostrò sorpresa vedendo che nella figura di fronte a lui l’argento era stato rimpiazzato da carne soda e il rame da capelli brillanti come metallo ardente in una fornace. La donna si era appoggiata a uno scaffale, con la schiena inarcata a sufficienza da mettere in evidenza le proprie grazie ma non abbastanza perché chiunque potesse trovarla volgare o, in effetti, altro che splendida. Lui non replicò al suo sorriso. «Se quello che intendi, o Dea, che l’amore di quell’uomo per sua figlia sarebbe più forte del rispetto per la legge, la vita e il lavoro degli altri uomini, allora tu sei in torto e io avevo ragione: sei una piaga.»

L’ira lampeggiò negli occhi cerulei della donna. «Hai dimenticato che la tua condizione è il prezzo della tua insolenza, omuncolo?»
Weiland incontrò quello sguardo senza scomporsi. «E quale pena potresti infliggermi che sia peggiore di questa?»

«E allora torna alla tua pena!» esclamò la dea, sollevando il braccio e puntando il dito contro il suo petto. «Torna alle tue visioni di morte e alla tua opera assassina! Ancora un secolo, o forse due, e forse darai una risposta diversa.» Ci furono un lampo accecante e un bagliore, come se un fulmine avesse dato fuoco a un mucchio di erba secca; quando la luce fu svanita, la carne era tornata metallo e i capelli rame. Gli occhi della statua, impassibili, si posarono su Weiland. «Comanda, padrone» disse la statua.

Weiland barcollò. Si appoggiò a uno scaffale per sostenersi e chiuse gli occhi, mormorando a denti stretti frasi smozzicate. Poi, mordendosi le labbra, sputò una frase compiuta: «Dammi il nepente.»

La statua si mosse immediatamente, afferrando una boccetta scura da un ripiano all’altezza della sua vita e porgendola al padrone. Weiland la stappò e bevve un sorso del liquido in essa contenuto. Ispirò ed espirò profondamente tre volte, dopodiché riaprì gli occhi. Le pupille erano dilatate, il bianco iniettato di sangue ed essi sembravano faticare a focalizzarsi, ma il fabbro riuscì a tenersi in piedi abbastanza per raggiungere una sedia e a crollarvi sopra. Dopo un istante, cominciò a mormorare rapidamente, ma in modo compiuto e intelligibile.

Parlò di strane forge, grandi come palazzi, da dove uscivano lance tonanti che potevano uccidere da centinaia di passi di distanza e rise quando, poco dopo, descrisse spade in grado di tagliare attraverso la roccia e l’aria e nel contempo rendere invulnerabile chi le brandiva. Poi i suoi discorsi furono tutti su componenti, ricette e tecniche di forgia e poi di nuovo, descrisse un coltello la cui punta poteva affondare nel corpo del padre dell’uomo che colpiva e che consentiva al suo proprietario di svanire dalla vista; dipinse nel minimo dettaglio il processo della sua costruzione, dalle materie prime fino all’ultima saldatura. Inframezzati a questi discorsi ce n’erano altri, confusi e incoerenti, colmi di scene sanguinolente che mettevano in mostra ogni singola conseguenza possibile dell’uso di tali armi: lunghe poesie di sangue, fuoco e grida. A un certo punto la voce di Weiland si fece esitante, fino a quando non disse: «Portami tre lingotti di ferro e due d’argento, una delle Pietre di Kowal e due misure di Polvere di U’zhul.» Poi tacque del tutto e rimase appoggiato allo schienale, immobile. La statua si inchinò e uscì dalla stanza, chiudendo la porta scorrevole dietro di sé.


Weiland si asciugò la fronte dal sudore e osservò la propria mano che tremava. Si morse le labbra per non pronunciare una maledizione contro la sua serva che tardava a portargli i materiali che le aveva chiesto. Solo quando avrebbe potuto cominciare a lavorare, la sua agonia si sarebbe placata. Il nepente l’aveva solo fatta recedere a un livello appena sopportabile; grazie a esso, Weiland era in grado di distinguere la realtà dalle visioni e non rischiava di soffocarsi o tagliarsi la lingua coi denti. E scongiurava una nuova visita della Dea per venirlo a resuscitare.

Al pensiero di costei, un sorriso gli spuntò sulle labbra. Le visioni erano un dono che gli era sempre appartenuto, ma quelle visioni erano la maledizione della dea, che lo costringeva a costruire strumenti di morte e a cederli a chiunque li desiderasse da più tempo di quanto lui potesse calcolare. Ed erano le uniche che Weiland avesse avuto da quando l’aveva sfidata per la prima volta.

Proprio una di quelle visioni, adesso, lo faceva sorridere. In essa aveva visto il visitatore attraversare le montagne fino alla sua soglia, prendere la spada che lui stesso gli porgeva e trafiggerlo con essa. Lo aveva visto ripercorrere la strada al contrario, fino a una casa di legno e a una matrona dai capelli color carbone. La donna si era frapposta fra il visitatore e una figurina magra, vestita con una tunica lisa, che aveva la sua stessa chioma. L’uomo l’aveva spinta da parte e si era avvicinato alla bambina, lei aveva cercato nuovamente di allontanarlo e si era guadagnata una cascata di pugni e calci che l’avevano lasciata a terra, immobile. L’uomo aveva afferrato la bambina urlante per un braccio, l’aveva trascinata fuori dalla casa e schiaffeggiata fino a quando non era salita sul suo cavallo senza fare storie. I due si erano allontanati.

Weiland aveva visto il visitatore cavalcare attraverso una foresta, su per un sentiero montuoso, fino a raggiungere una valletta riparata dove gli alberi erano stati abbattuti e il terreno spianato. Al centro della valletta era stata costruita una capanna, piccola e malferma. Aveva visto l’uomo scendere da cavallo, tirare giù sua figlia e gesticolare verso la baracca. La bambina aveva piagnucolato qualcosa e il visitatore l’aveva colpita con un pugno abbastanza forte da gettarla a terra, poi aveva messo le mani sui fianchi e atteso che si rialzasse. La bambina perdeva sangue dal labbro spaccato, ma non piangeva più.

Mentre la visione proseguiva, Weiland aveva visto l’uomo prendere dalla capanna una coppia di spade smussate e passarne una alla figlia. Dopo che lei l’ebbe raccolta, tenendola con entrambe le mani, lui l’aveva colpita sul braccio sinistro, strappandole un grido di dolore. Il visitatore l’aveva colpita di nuovo immediatamente, al che lei aveva cercato di affondare la spada verso il suo torace, sbilanciandosi e cadendo a terra, guadagnandosi una nuova botta sulla schiena. Weiland aveva rivisto quello scontro mille volte, con mille piccole varianti: a volte la bambina non cadeva subito, altre volte riusciva a sferrare un colpo o due (che il visitatore parava) e man mano che la visione procedeva i suoi muscoli si allungavano, il suo volto si asciugava e la sua altezza cresceva, mentre i baffi e i capelli del visitatore ingrigivano. A un certo punto, la spada nelle mani della figlia del visitatore aveva assunto l’aspetto di quella forgiata da Weiland e, alla fine di quel duello, una giovane donna dai capelli d’ebano e gli occhi spenti stava in piedi davanti al corpo sventrato del proprio padre.

Weiland aveva visto la donna lasciare la valletta con la spada alla cintura e uno zaino semivuoto sulle spalle. Poi la visione era sfumata e i capelli scuri della fanciulla non le ricadevano più sulle spalle, ora coperte da una corazza. Molto sangue scorreva lungo la lama della sua spada, lasciandola immacolata, e accanto a lei camminavano prima dozzine, poi centinaia e infine migliaia di uomini. Weiland aveva visto fortezze e Re cadere ai piedi della fanciulla, la spada sempre brillante come il giorno che aveva lasciato le mani del fabbro. L’aveva vista sedere su un trono dorato, con uomini dalle ricche vesti che si inginocchiavano di fronte a lei e le offrivano le loro spade. Sul suo volto aveva visto sempre la stessa espressione di quanto aveva ucciso suo padre: vuota, distante, indifferente. Quegli uomini ben vestiti erano stati trascinati via urlanti da guardie armate.

L’ultima parte della visione era stata buia. Weiland aveva visto una camera da letto, la donna distesa fra le coltri e le dita di un uomo strette intorno alla sua gola. Aveva visto le stesse dita circondare l’elsa della spada che lui stesso aveva forgiato e sollevarla per condurre i guerrieri verso un nuovo mondo, uno in cui a nessuna donna sarebbe stato concesso di detenere il potere e che avrebbe visto la rovina di tutto ciò che potesse ricordare i tempi della figlia del visitatore.

Incluso, pensò Weiland sorridendo, il culto di una certa dea dell’amore.

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su 27/10/2011 in Racconti

 

Tag: , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: