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Archivio mensile:ottobre 2011

Fra mezz’ora parto per Lucca…

… dove mi divertirò e incontrerò tante persone simpatiche. ^_^

Arrivederci a lunedì o martedì!

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Pubblicato da su 28/10/2011 in Comunicazioni di servizio

 

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Amore d’acciaio

Il visitatore si era aspettato una fucina, non una cittadella. Un muro di granito alto cinquanta piedi circondava un terreno dalle dimensioni tali che lo sguardo non riusciva ad abbracciarlo completamente. Tetti spioventi color carbone facevano capolino al di sopra del muro e da essi uscivano enormi camini che vomitavano fumo bianco o nero, creando una cappa di nuvole sopra la cittadella. Al visitatore pareva una visione d’Inferno.

Si guardò intorno. Il muro si estendeva da una parte all’altra di una conca circondata da rilievi, da uno dei quali scendeva un fiume che scompariva in un canale sotto le mura; il paesaggio era brullo, di un colore grigio smorto, senza un albero in vista.

Il visitatore si avvicinò al grande portale di bronzo, alto come cinque uomini, che chiudeva l’ingresso della cittadella, e afferrò uno dei batacchi: era un semplice anello attaccato a un supporto, privo di qualunque decorazione. Fece per picchiare, ma proprio in quel momento l’altro battente del portale cominciò ad aprirsi, lentamente e senza il minimo rumore. Il visitatore indietreggiò. Di fronte a lui era apparso un uomo, o forse era la statua bronzea di un uomo che si muoveva come un uomo, perché la sua espressione era congelata in un sorriso splendente come l’argento e il suo petto non si muoveva. Era vestito con dei calzoni e una camicia da uomo di fatica, neri di fuliggine, ma il suo volto era talmente lucido che il visitatore poteva scorgervi il proprio. Senza muovere le labbra, la cosa disse con voce squillante: «Benvenuto, signore. Mastro Weiland vi attende. Se gradite, vi porterò da lui; altrimenti, vi indicherò come raggiungerlo.»

La mano del visitatore si mosse verso il coltello che portava alla cintura, ma non lo estrasse. L’uomo-statua non sembrò scomporsi e rimase in attesa, la sua postura priva di quei piccoli movimenti involontari tipici degli esseri umani. Dopo alcuni lunghi attimi, sentendosi vagamente imbarazzato, il visitatore disse: «Vi ringrazio per l’accoglienza. Conducetemi dal vostro padrone.»

L’uomo-statua annuì, un gesto meccanico, e gli fece strada attraverso un complesso di edifici dei quali il visitatore non aveva mai visto eguali: le pareti e i tetti erano di un metallo opaco simile all’acciaio e le finestre erano coperte da una sostanza trasparente la cui presenza era tradita dal modo in cui filtrava, distorcendola, la luce rossa proveniente dall’interno. Tra un edificio e l’altro correva un largo acciottolato. Figure simili a quella che lo aveva accolto lo percorrevano spingendo carriole colme di carbone o tirando carretti pieni di barre di ferro, argento e altri metalli che il visitatore non riconobbe come se non pesassero nulla; ciascuna di esse aveva un proprio aspetto distintivo e ce n’erano di maschi e di femmine, se tale distinzione aveva un senso. Qualche sporadico raggio di sole traeva riflessi metallici dalla loro pelle.

La sua guida lo condusse lungo un vicolo, fino a una parete di metallo talmente lucido che il loro riflesso era distinguibile in ogni minimo dettaglio. Il visitatore guardò i propri abiti impolverati e lisi, al confronto dei quali quelli della statua sembravano un vestito della festa, e provò una fitta di vergogna. Strinse i denti e la ricacciò indietro.

L’uomo-statua afferrò una corta barra fissata al muro senza scopo apparente e, con stupore del visitatore, fece scorrere di lato una sezione di parete, scoprendo l’ingresso di una stanza in penombra. Con un inchino e un cenno educato, disse: «Prego, signore.»

Il visitatore oltrepassò la soglia, strizzando gli occhi nel tentativo di distinguere le forme degli oggetti. C’era una luce rossa, proveniente dal fondo della stanza, che delineava i contorni di scaffali ricolmi di strumenti bizzarri e le sagome di armi appese alle pareti, di alcune delle quali egli non aveva mai visto eguali: accanto a una spada dalla lama troppo larga e pesante per sembrare utilizzabile stava quello che pareva in tutto e per tutto un arco di oro brillante, in tensione nonostante la corda non fosse incoccata. La stanza doveva essere enorme, ma non un pollice del muro era libero e c’erano scaffali ovunque, dal pavimento di mattoni al soffitto. Un ronzio, dal tono più basso rispetto a quello di un’ape o di un calabrone, faceva vibrare l’aria.

Mentre il visitatore osservava un altro oggetto, una cintura fatta di numerosi dischi di rame e argento alternati, il colore della luce che illuminava la stanza virò dal rosso al verde per qualche attimo, poi ritornò normale. L’uomo si mise alla ricerca della fonte di quel bagliore e, oltrepassato uno scaffale, la trovò.

C’era una fucina – o meglio, la funzione dello strumento era indubbiamente quella, anche se non vi erano tracce di carbone né di fuoco. Era composto da una base di metallo verde opaco, su cui era poggiato un ripiano con un lato arrossato dal calore, e sopra di esso, al posto del camino, da un secondo blocco metallico che, per contrasto, sembrava assolutamente freddo. Il ronzio proveniva da sopra. Sospesa fra le due parti della fucina che non era una fucina stava una spada con la lama lunga forse due piedi e mezzo e, di fronte a essa, con una mano guantata sull’elsa, stava un uomo dai capelli biondi tagliati corti, con indosso una camicia e dei calzoni immacolati e senza il tradizionale grembiule di cuoio di chi lavorava fra carboni ardenti e schegge di metallo arroventato.

Il visitatore si schiarì la voce. «Mastro Weiland?»

Il fabbro voltò appena la testa. Era un uomo giovane, poco più che ventenne, con gli zigomi alti e le guance leggermente incavate. I suoi occhi azzurri non tradivano alcuna emozione alla vista del visitatore. «Conosco il motivo della vostra visita e vi suggerisco di desistere, per scongiurare le disgrazie che potrebbero derivare dalla vostra richiesta se fosse esaudita.»

A quelle parole, l’espressione del visitatore si indurì ed egli fece un passo avanti, puntando un dito contro Weiland. «Non intendo rinunciare. So bene che voi non avete mai negato una vostra opera chi ve l’ha chiesta e, a giudicare da quanto raccontano le storie e dalle parole che avete pronunciato, credo che non potreste farlo neppure volendo. Dico bene?»

Weiland distolse lo sguardo dal visitatore per lanciare un’occhiata alla spada che stava tenendo sospesa fra le due lastre argentate con la mano sinistra. Era un’arma lunga e sottile, con una guardia a croce ansata e un’elsa che non pareva risentire del calore che arroventava la lama. Infilò la destra in un vaso di marmo perlaceo poggiato su un vicino tavolo e ne trasse una manciata di polvere smeraldina che sparse sulla lama. Di nuovo la luce rossa virò verso il verde e il visitatore ebbe l’impressione che Weiland, di corporatura snella, si trasformasse in una cavalletta o in un filo d’erba. «Non esistono spade per uomini, donne o fanciulli» disse Weiland. «Esistono solo spade.»

«Lo so bene, mastro Weiland. Per questo intendo forgiare chi la userà come voi forgerete la lama.»

Weiland ritrasse la spada e, con un gesto rapido, la immerse in un catino accanto alla fucina. Il visitatore udì un ribollire simile al borbottio di una palude e intravide un sottile filo di fumo tinto di rosso. Weiland asciugò la lama con un panno e vi passò lo sguardo, dicendo: «E pensate che lei gradirà essere forgiata?»

Il visitatore digrignò i denti. «Lei obbedirà a suo padre! Ora, mastro Weiland, ascoltate quello che vi chiedo. Voglio una spadache dia forza al braccio di chi la usa e che, da sola, sia in grado di tagliare l’acciaio.»

Weiland annuì.

«Voglio una spada che asciughi le ferite, fermando il sangue che ne esce.»

Weiland annuì di nuovo.

«Voglio una spada leggera, ma talmente robusta che nulla la possa spezzare e che non si arrugginisca mai né perda il filo.»

Weiland girò l’arma che teneva in mano e la porse al visitatore per l’elsa. L’uomo lo guardò sbalordito. «Ma come può essere… come potevate sapere…»

«Questa spada ha le qualità che voi desiderate. Se così non fosse stato, ve ne avrei data una delle molte altre che ho forgiato. Ma se un altro uomo dovesse venire qui a chiedere una spada simile, esaudirei anche il suo desiderio e se quell’uomo dovesse incontrare vostra figlia, sarebbe un uomo contro una donna.»

«Lo so» disse il visitatore, afferrando l’impugnatura della spada e affondando la punta nel petto di Weiland. L’arma trapassò carne e ossa con tanta facilità da sbilanciare per un attimo il visitatore, che si era aspettato una resistenza maggiore di quella che avrebbe potuto offrire l’aria stessa; quando tentò di svellerla, si fece largo attraverso il torace di Weiland, aprendo uno squarcio sul suo fianco sinistro. Il fabbro sussultò, ma non ebbe il tempo di dare voce al proprio dolore, perché la sua spada gli aveva spaccato il cuore. Il sangue imbrattò i suoi abiti, la spada fino all’impugnatura e le vesti stracciate del visitatore, che quando ritrasse la lama lo vide scivolare via dal metallo senza lasciare traccia. Quella era veramente un’arma perfetta. Il metallo della lama era grigio come gli occhi che vedeva riflessi in esso.

Il visitatore si voltò e il suo sguardo incontrò dell’altro metallo – quello, sagomato in guisa umana, di una delle statue viventi che popolavano la cittadella. Questa aveva boccoli di filo di rame che incorniciavano il viso d’argento di una giovane donna, con le labbra piene e grandi occhi sognanti e un fisico tornito che si intravedeva sotto gli abiti da lavoro. Il visitatore sollevò la spada per colpire, chiedendosi se una statua potesse avere degli organi vitali o avesse bisogno della testa per continuare a muoversi.

«Non avete bisogno di distruggermi, signore. Né io né gli altri come me vi impediranno di lasciare questo luogo con l’arma che avete in mano.»

Il visitatore fece un passo indietro, valutando i movimenti della figura e chiedendosi se ci fosse lo spazio per sgusciarle oltre. «Come faccio a sapere che non vendicherete il vostro padrone?»

«Come avete detto voi stesso, a nessuno che giunga fin qui può essere rifiutato quello che chiede. Che senso avrebbe una legge simile, se il postulante venisse ucciso dopo aver ottenuto il suo tesoro? Siete libero di andare.» Come a voler dare prova della propria onestà, la statua si spostò fino a toccare il muro con la schiena, lasciando al visitatore ampio spazio per oltrepassarla.

L’uomo la guardò con sospetto, poi scattò attraverso il corridoio che gli aveva lasciato. La statua non mosse un dito per fermarlo. L’uomo corse fuori dalla fucina e lungo la strada che conduceva al portale della cittadella, ignorato dalle statue viventi che continuavano a svolgere i loro compiti come se il padrone fosse stato ancora vivo. Nonostante le gambe gli si fossero fatte pesanti come piombo, non smise di correre fino a quando non fu sul sentiero di montagna che aveva percorso per arrivare laggiù, dove il suo baio lo attendeva pazientemente legato a un picchetto conficcato nel terreno.

Il suo sguardo cadde sulla spada che ancora stringeva nella mano destra. Era pulita, ma i suoi vestiti no. Il visitatore aveva ucciso molti uomini nel corso della propria vita, ma era stato in battaglia o in duello, mai in quel modo. Si chiese se, con quel gesto, non si fosse dannato l’anima e decise che non gli importava: aveva la spada e ne avrebbe fatto dono a sua figlia, che l’avrebbe usata per vincere le debolezze del proprio corpo e diventare una grande guerriera. Con quel pensiero in mente, il visitatore intraprese il cammino che lo avrebbe condotto a casa.


«Svegliati, profeta» disse la statua al corpo di Weiland.

Sì udirono lo strisciare umido di muscoli e organi che tornavano al loro posto, il crepitio di ossa che si saldavano e il risucchio di squarci che si richiudevano da soli. Piccoli scatti animarono il corpo di Weiland, che alla fine di tutto emise un grugnito di sofferenza e un sospiro profondo.

«Ancora una volta, ti sei dimostrato in torto; ancora una volta, l’amore è stato più forte del tuo acciaio.»

Weiland allungò un braccio per aggrapparsi al ripiano della forgia e si tirò in piedi. «Forse, o Divina, o forse no.» Diede uno sguardo alla camicia squarciata e, sospirando, la sfilò e la gettò da parte. Aprì una cesta che teneva sull’ultimo ripiano di uno scaffale e ne prese una nuova.

«Non si fa gli enigmatici con una dea, Weiland» disse una voce dietro le sue spalle. Non era più la voce metallica di una statua animata, prodotta e modulata da organi artificiali, ma quella calda e sensuale di una donna esperta del mondo. A Weiland non parve fare il minimo effetto. Quando si voltò, non mostrò sorpresa vedendo che nella figura di fronte a lui l’argento era stato rimpiazzato da carne soda e il rame da capelli brillanti come metallo ardente in una fornace. La donna si era appoggiata a uno scaffale, con la schiena inarcata a sufficienza da mettere in evidenza le proprie grazie ma non abbastanza perché chiunque potesse trovarla volgare o, in effetti, altro che splendida. Lui non replicò al suo sorriso. «Se quello che intendi, o Dea, che l’amore di quell’uomo per sua figlia sarebbe più forte del rispetto per la legge, la vita e il lavoro degli altri uomini, allora tu sei in torto e io avevo ragione: sei una piaga.»

L’ira lampeggiò negli occhi cerulei della donna. «Hai dimenticato che la tua condizione è il prezzo della tua insolenza, omuncolo?»
Weiland incontrò quello sguardo senza scomporsi. «E quale pena potresti infliggermi che sia peggiore di questa?»

«E allora torna alla tua pena!» esclamò la dea, sollevando il braccio e puntando il dito contro il suo petto. «Torna alle tue visioni di morte e alla tua opera assassina! Ancora un secolo, o forse due, e forse darai una risposta diversa.» Ci furono un lampo accecante e un bagliore, come se un fulmine avesse dato fuoco a un mucchio di erba secca; quando la luce fu svanita, la carne era tornata metallo e i capelli rame. Gli occhi della statua, impassibili, si posarono su Weiland. «Comanda, padrone» disse la statua.

Weiland barcollò. Si appoggiò a uno scaffale per sostenersi e chiuse gli occhi, mormorando a denti stretti frasi smozzicate. Poi, mordendosi le labbra, sputò una frase compiuta: «Dammi il nepente.»

La statua si mosse immediatamente, afferrando una boccetta scura da un ripiano all’altezza della sua vita e porgendola al padrone. Weiland la stappò e bevve un sorso del liquido in essa contenuto. Ispirò ed espirò profondamente tre volte, dopodiché riaprì gli occhi. Le pupille erano dilatate, il bianco iniettato di sangue ed essi sembravano faticare a focalizzarsi, ma il fabbro riuscì a tenersi in piedi abbastanza per raggiungere una sedia e a crollarvi sopra. Dopo un istante, cominciò a mormorare rapidamente, ma in modo compiuto e intelligibile.

Parlò di strane forge, grandi come palazzi, da dove uscivano lance tonanti che potevano uccidere da centinaia di passi di distanza e rise quando, poco dopo, descrisse spade in grado di tagliare attraverso la roccia e l’aria e nel contempo rendere invulnerabile chi le brandiva. Poi i suoi discorsi furono tutti su componenti, ricette e tecniche di forgia e poi di nuovo, descrisse un coltello la cui punta poteva affondare nel corpo del padre dell’uomo che colpiva e che consentiva al suo proprietario di svanire dalla vista; dipinse nel minimo dettaglio il processo della sua costruzione, dalle materie prime fino all’ultima saldatura. Inframezzati a questi discorsi ce n’erano altri, confusi e incoerenti, colmi di scene sanguinolente che mettevano in mostra ogni singola conseguenza possibile dell’uso di tali armi: lunghe poesie di sangue, fuoco e grida. A un certo punto la voce di Weiland si fece esitante, fino a quando non disse: «Portami tre lingotti di ferro e due d’argento, una delle Pietre di Kowal e due misure di Polvere di U’zhul.» Poi tacque del tutto e rimase appoggiato allo schienale, immobile. La statua si inchinò e uscì dalla stanza, chiudendo la porta scorrevole dietro di sé.


Weiland si asciugò la fronte dal sudore e osservò la propria mano che tremava. Si morse le labbra per non pronunciare una maledizione contro la sua serva che tardava a portargli i materiali che le aveva chiesto. Solo quando avrebbe potuto cominciare a lavorare, la sua agonia si sarebbe placata. Il nepente l’aveva solo fatta recedere a un livello appena sopportabile; grazie a esso, Weiland era in grado di distinguere la realtà dalle visioni e non rischiava di soffocarsi o tagliarsi la lingua coi denti. E scongiurava una nuova visita della Dea per venirlo a resuscitare.

Al pensiero di costei, un sorriso gli spuntò sulle labbra. Le visioni erano un dono che gli era sempre appartenuto, ma quelle visioni erano la maledizione della dea, che lo costringeva a costruire strumenti di morte e a cederli a chiunque li desiderasse da più tempo di quanto lui potesse calcolare. Ed erano le uniche che Weiland avesse avuto da quando l’aveva sfidata per la prima volta.

Proprio una di quelle visioni, adesso, lo faceva sorridere. In essa aveva visto il visitatore attraversare le montagne fino alla sua soglia, prendere la spada che lui stesso gli porgeva e trafiggerlo con essa. Lo aveva visto ripercorrere la strada al contrario, fino a una casa di legno e a una matrona dai capelli color carbone. La donna si era frapposta fra il visitatore e una figurina magra, vestita con una tunica lisa, che aveva la sua stessa chioma. L’uomo l’aveva spinta da parte e si era avvicinato alla bambina, lei aveva cercato nuovamente di allontanarlo e si era guadagnata una cascata di pugni e calci che l’avevano lasciata a terra, immobile. L’uomo aveva afferrato la bambina urlante per un braccio, l’aveva trascinata fuori dalla casa e schiaffeggiata fino a quando non era salita sul suo cavallo senza fare storie. I due si erano allontanati.

Weiland aveva visto il visitatore cavalcare attraverso una foresta, su per un sentiero montuoso, fino a raggiungere una valletta riparata dove gli alberi erano stati abbattuti e il terreno spianato. Al centro della valletta era stata costruita una capanna, piccola e malferma. Aveva visto l’uomo scendere da cavallo, tirare giù sua figlia e gesticolare verso la baracca. La bambina aveva piagnucolato qualcosa e il visitatore l’aveva colpita con un pugno abbastanza forte da gettarla a terra, poi aveva messo le mani sui fianchi e atteso che si rialzasse. La bambina perdeva sangue dal labbro spaccato, ma non piangeva più.

Mentre la visione proseguiva, Weiland aveva visto l’uomo prendere dalla capanna una coppia di spade smussate e passarne una alla figlia. Dopo che lei l’ebbe raccolta, tenendola con entrambe le mani, lui l’aveva colpita sul braccio sinistro, strappandole un grido di dolore. Il visitatore l’aveva colpita di nuovo immediatamente, al che lei aveva cercato di affondare la spada verso il suo torace, sbilanciandosi e cadendo a terra, guadagnandosi una nuova botta sulla schiena. Weiland aveva rivisto quello scontro mille volte, con mille piccole varianti: a volte la bambina non cadeva subito, altre volte riusciva a sferrare un colpo o due (che il visitatore parava) e man mano che la visione procedeva i suoi muscoli si allungavano, il suo volto si asciugava e la sua altezza cresceva, mentre i baffi e i capelli del visitatore ingrigivano. A un certo punto, la spada nelle mani della figlia del visitatore aveva assunto l’aspetto di quella forgiata da Weiland e, alla fine di quel duello, una giovane donna dai capelli d’ebano e gli occhi spenti stava in piedi davanti al corpo sventrato del proprio padre.

Weiland aveva visto la donna lasciare la valletta con la spada alla cintura e uno zaino semivuoto sulle spalle. Poi la visione era sfumata e i capelli scuri della fanciulla non le ricadevano più sulle spalle, ora coperte da una corazza. Molto sangue scorreva lungo la lama della sua spada, lasciandola immacolata, e accanto a lei camminavano prima dozzine, poi centinaia e infine migliaia di uomini. Weiland aveva visto fortezze e Re cadere ai piedi della fanciulla, la spada sempre brillante come il giorno che aveva lasciato le mani del fabbro. L’aveva vista sedere su un trono dorato, con uomini dalle ricche vesti che si inginocchiavano di fronte a lei e le offrivano le loro spade. Sul suo volto aveva visto sempre la stessa espressione di quanto aveva ucciso suo padre: vuota, distante, indifferente. Quegli uomini ben vestiti erano stati trascinati via urlanti da guardie armate.

L’ultima parte della visione era stata buia. Weiland aveva visto una camera da letto, la donna distesa fra le coltri e le dita di un uomo strette intorno alla sua gola. Aveva visto le stesse dita circondare l’elsa della spada che lui stesso aveva forgiato e sollevarla per condurre i guerrieri verso un nuovo mondo, uno in cui a nessuna donna sarebbe stato concesso di detenere il potere e che avrebbe visto la rovina di tutto ciò che potesse ricordare i tempi della figlia del visitatore.

Incluso, pensò Weiland sorridendo, il culto di una certa dea dell’amore.

 
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Pubblicato da su 27/10/2011 in Racconti

 

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Il blog compie un anno!

In realtà lo compiva il 23, ma fa niente. Ogni giorno è buono per festeggiare! XD

Oltre alla candelina per il primo anno di vita, il blog ne accende 144 più piccole per gli articoli pubblicati, divise fra le 22 torte delle categorie; offre inoltre 11.500 pastine (una per ciascuna visita) e 450 bottiglie di spumante (una per commento ricevuto). Buona festa virtuale a tutti! ^_^

 

 
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Pubblicato da su 26/10/2011 in Comunicazioni di servizio

 

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24-minutes RPG: un gioco di ruolo per voi

Ogni tanto mi viene l’impulso di scrivere un 24-minutes RPG, ossia un gioco di ruolo da realizzare in 24 minuti. Questo mi è venuto in mente ascoltando Purple Heart dei Sabaton. ^_^

 

Heart of the Brave

Per giocare a questo gioco servono:

* due persone;

* un mazzo di carte da briscola (40 carte con i valori A, 2, 3, 4, 5, 6, 7, J, Q, K);

* un tavolino con due sedie che si fronteggiano.
Il giocatore che ha proposto il gioco scopre la prima carta e pronuncia la frase: “Un tempo, eravamo giovani…”, procedendo a descrivere (seguendo lo spunto della carta) le ragioni che lo hanno spinto ad arruolarsi. Il secondo giocatore scopre la seconda carta e fa lo stesso. Il primo giocatore scopre la terza carta e, sempre seguendo lo spunto, narra una breve scena che lo vede coinvolto nella vita militare. Il secondo giocatore fa lo stesso.

Si procede così fino a quando non rimangono solo due carte; a questo punto, il primo giocatore scopre la penultima e pronuncia la frase: “Un tempo, eravamo soldati…” e racconta la propria morte. Il secondo giocatore può decidere se accettare la descrizione, inserendo la propria morte in questo contesto, o prendere l’ultima carta e narrare la propria fine in base a ciò che essa gli ispira. Se decide per la prima opzione, gira lo stesso l’ultima carta, usandola come spunto per raccontare la fine della guerra.

Terminata questa fare, il primo giocatore pronuncia la frase: “Un tempo eravamo giovani, un tempo eravamo soldati.” Il secondo giocatore replica: “Niente più luce, niente più gioia. Una tomba fredda nella nostra patria. Il Cuore del Coraggio non ci riporterà in vita.” Poi, assieme, entrambi dicono: “Per sempre fratelli in armi.” Il gioco è finito.

Guida all’interpretazione delle carte

Cuori: Affetto, rabbia, sofferenza, pietà, sacrificio.

Quadri: Dovere, onore, disciplina, vittoria, cameratismo.

Fiori: Straniamento, stupore, rimpianto, casa, delusione.

Picche: Violenza, calcolo, abuso, ribellione, distruzione.

Il valore delle carte può essere interpretato dal giocatore come egli gradisce. Le figure hanno un significato speciale:

Fante: Soldati, sottufficiali e guerriglieri.

Donna: Giornalisti, civili o altre persone non coinvolte nella guerra.

Re: I generali e il Governo.

Jocker: Un elemento talmente estraneo al contesto da far strabuzzare gli occhi.

 

 
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Pubblicato da su 25/10/2011 in Giochi di ruolo

 

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Le tre regole del punto di vista

Ripropongo qui, in forma riveduta e corretta, un mio articolo apparso originariamente sul blog Sognando Leggendo, dove ho cominciato a scrivere da qualche tempo. ^_^

Guardate le vostre mani. Sì, quelle cose che stanno in fondo alle braccia e che avete usato per navigare fino a questo articolo. Giratele e osservate bene il dorso e il palmo. Fatto? Bene. Ora guardatevi intorno e provate a descrivere, con poche parole, quello che vedete. Prendetevi il tempo che vi serve, ma non troppo: vogliamo fare una cosa veloce qui.

Va bene, adesso concentratevi su voi stessi e sulle vostre sensazioni. Come vi sentite? Di che umore siete? C’è qualche doloretto o fastidio che vi irrita? Vi piace dove siete in questo momento o vorreste essere altrove, magari a fare qualcos’altro? Provate, anche qui, a descrivere in poche parole quello che provate.

Quello che avete esaminato finora è il vostro punto di vista. Se doveste descrivere la vostra giornata, come si faceva nei temi delle elementari, lo usereste per raccontare quello che avete visto, le sensazioni che avete provato e quant’altro. Ora immaginate che qualcuno entri nella stanza e vi guardi. Vi vedrebbe secondo il suo punto di vista, che è al tempo stesso più e meno completo rispetto al vostro: saprebbe descrivere il vostro aspetto fisico come voi non potreste fare senza avere uno specchio (incluso il fatto che il vento vi ha spettinato i capelli e che c’è una macchia bianca sulla vostra maglietta, a sinistra del vostro ombelico), ma non potrebbe parlare a ragion veduta del vostro stato d’animo, a meno che esso non traspaia dal vostro viso e dal vostro linguaggio corporeo. E, se voi aveste un’arma nascosta e aveste fatto le cose per bene, lui non potrebbe saperlo fino a quando non sarebbe troppo tardi. Questo perché il suo punto di vista è diverso dal vostro.

La padronanza del punto di vista è fondamentale per pianificare un omicidio!

Come scrittori, voi siete gli occhi di chi legge. È compito vostro far sì che le informazioni che gli arrivano provengano da un punto di vista univoco e identificabile; in caso contrario lo confonderete e distruggerete la sua immersione nella storia. Un errore nell’uso del punto di vista rende chiaro che quanto si sta leggendo è una finzione, un artificio, e che i personaggi non sono persone reali ma semplici invenzioni; voi non volete questo.

Quando la narrazione è in prima persona, il punto di vista è facile da gestire, sopratutto se il tempo della storia è il passato: quelli che sarebbero errori in una narrazione in terza persona possono essere giustificati dal fatto che il personaggio ha già vissuto le vicende narrate e, quindi, possiede informazioni che all’epoca dei fatti gli mancavano. Ecco un esempio:

Qualcuno sparò dall’edificio di fronte all’uscita della metropolitana. Mi buttai a terra dietro un taxi parcheggiato, distruggendomi i gomiti nel processo; un buon prezzo per tagliare la linea di fuoco del cecchino. Johnson e Mitraglia non furono così rapidi e un paio di colpi li abbatterono. Hoogie-boogie e Principessa erano accanto a me, affannati ma vivi. Purtroppo, i compagni del cecchino avevano tutta l’intenzione di correggere quest’ultimo dettaglio e una granata innescata rotolò in mezzo a noi, mentre sopra le nostre teste volavano i colpi del fuoco di soppressione.

L’esempio di cui sopra, sebbene accettabile, non è il massimo: manca di suspense, perché il protagonista racconta i fatti in modo asettico, col senno di poi. Inoltre, sebbene il punto di vista del militare legittimi l’uso di termini tecnici come “fuoco di soppressione”, bisogna tenere in considerazione il fatto che i lettori potrebbero non capire: sarebbe meglio pertanto usarli regolarmente solo dopo che sono stati spiegati (“«Fuoco di soppressione!» gridò il sergente. Obbedimmo con gioia, facendo cantare gli M-16 e inchiodando il nemico al suolo mentre Boom Boom prendeva la mira con il lanciarazzi.”).

«Boom Boom, non fare scherzi perdio!»

Andrebbe bene se si trattasse, ad esempio, di un rapporto che il soldato fa a un superiore, ma in un romanzo di guerra fa abbastanza schifo. Meglio questo:

Mentre uscivo alla luce del sole, un colpo mi passò tanto vicino al collo da scottarmi. Il mio orecchio mi disse che era arrivato da qualche parte in alto e a sinistra e i miei occhi identificarono un taxi, parcheggiato proprio di fronte all’uscita, che avrebbe potuto essere sulla linea di fuoco del cecchino. Corsi verso l’auto e mi tuffai al riparo, distruggendomi i gomiti nel processo. Mentre cadevo udii altri due spari e due corpi cadere dietro le mie spalle. Un attimo dopo mi ritrovai spinto pericolosamente in là da Hoogie-boogie e, a giudicare dal profumo, quello alla mia destra doveva essere Principessa. Feci per ordinare al mitragliere di scovare quel cecchino e di fargli abbassare la cresta, ma in quel momento qualcosa di rotondo, metallico e innescato rotolò in mezzo a noi e sopra le nostre teste fischiò una tempesta di proiettili. Merda.

Notate le differenze: il soldato non pensa subito al cecchino, ma agisce d’istinto, cercando copertura dal fuoco nemico; non nomina i compagni caduti, perché in questo momento non può vederli e non sa chi sono; riconosce chi gli sta accanto per un dettaglio, non perché si ricorda quello che è successo; descrive i fatti in termini di sensazioni e dettagli frammentari che è in grado di cogliere durante l’azione. Questo è un punto di vista molto migliore di quello del primo esempio, che in un certo senso non è altro che una variante di questo:

Il cecchino sparò dall’edificio di fronte all’uscita della metropolitana. Michael si buttò a terra dietro un taxi parecchiato, distruggendosi i gomiti nel processo; un buon prezzo per tagliare la linea di fuoco del cecchino. Johnson e Mitraglia non furono così rapidi e un paio di colpi li abbatterono. Hoogie-boogie e Principessa erano accanto a lui, affannati ma vivi. Purtroppo, i compagni del cecchino avevano tutta l’intenzione di correggere quest’ultimo dettaglio e una granata innescata rotolò in mezzo ai tre, mentre sopra le loro teste volavano i colpi del fuoco di soppressione.

Usando la terza persona invece della prima, gli errori diventano chiari. Il punto di vista cambia repentinamente da neutrale a Michael, poi ai compagni di squadra del tiratore scelto: una gran confusione, che infastidisce chi legge. In generale, il punto di vista dovrebbe rimanere il più possibile fisso e i cambiamenti dovrebbero essere segnalati in modo vigoroso, ad esempio staccando i paragrafi:

«Pidocchi!» esclamò Giuseppe, tenendo fra le dita un insettino verde. «Non bastavano gli austriaci, pure le bestie ci si mettono!»

A centocinquanta metri di distanza, nella trincea austriaca, un gruppo di fanti aveva lo stesso problema, ma ne aveva tratto vantaggio organizzando una gara di salto dei pidocchi con sigarette in palio.

Trincea. A giudicare dagli elmetti, i soldati dovrebbero essere inglesi, ma mi piaceva la foto

Il punto di vista cambia, da quello di Giuseppe a quello di un osservatore neutro, ma in mezzo c’è uno stacco netto che rende il passaggio meno traumatico. Nella narrazione in terza persona è fondamentale non commettere l’errore di introdurre informazioni che il punto di vista corrente non può includere, come in questo caso:

Conor, stremato, si puntellò con la propria spada. Non vide arrivare il colpo che lo trafisse alla schiena.

Se il colpo arriva da dietro le spalle di Conor, come fa questi ad accorgersene? Non lo fa, infatti, e per questo la seconda frase contiene un errore. Meglio scrivere così:

Conor, stremato, si puntellò con la propria spada. All’improvviso un dolore terribile gli esplose nella schiena e nel petto, accompagnato dal rumore di qualcosa che veniva lacerato. L’aria fuggì dai suoi polmoni e la bocca gli si riempì di sangue. Abbassò lo sguardo e vide la punta di una spada spuntare fra due costole, il rosso brillante del sangue che contrastava col bianco dell’osso spezzato.

Questa narrazione è molto più efficace della prima: dovendo mantenere il punto di vista di Conor, l’autore è costretto ad arricchirla con i dettagli che fanno capire al personaggio che cosa è successo. Questo rende il tutto più coinvolgente, avvicinando personaggio e lettore.

Il punto di vista di un personaggio, per essere espresso in modo credibile, deve tenere conto delle caratteristiche di quest’ultimo. Un operaio milanese del 1861 non può esprimersi come un uomo istruito, perché difficilmente lo sarà, mentre un civile che non ha mai preso in mano un’arma difficilmente saprà identificare il modello di una pistola a prima vista. Errori di questo tipo sono molto facili da fare. Ecco un esempio, in cui il punto di vista è quello di un giovane mendicante:

Alzai lo sguardo e vidi una signora con un lungo abito di seta bianca, i capelli neri raccolti in uno chignon tenuto insieme da due bacchette d’argento e una pelliccia di zibellino sulle spalle. Si chinò su di me dicendo, con voce tremante: «Povero bambino, non hai freddo qui fuori?»

Confrontate questa narrazione con quella che segue:

Alzai lo sguardo e per poco non rimasi abbagliato dalla luce riflessa sull’abito della signora, candido e brillante come una stella. I suoi capelli, neri e lisci, erano raccolti in cima alla testa, con in mezzo due bastoncini di metallo brillante; sulle spalle aveva una pelliccia bianca che sembrava molto calda. Si chinò su di me dicendo, con voce tremante: «Povero bambino, non hai freddo qui fuori?»

Il poverello non ha mai visto dell’argento o della seta in vita sua, quindi li descrive ricorrendo a metafore o termini abbastanza vaghi. La seconda descrizione non è perfetta (non si descrive l’aspetto fisico della donna al di là dei capelli, per dirne una), ma rende l’idea di come l’attenzione al punto di vista possa migliorare la scrittura.

Riassumendo, le tre regole più importanti riguardo il punto di vista sono:

  1. Mantenete il punto di vista saldo e non cambiatelo senza avvertire il lettore.

  2. Descrivete gli eventi come li descriverebbe il personaggio di cui state usando gli occhi.

  3. Quando scrivete in prima persona, pensate alle impressioni del personaggio nel momento in cui viveva la storia e scrivete quelle.

 
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Pubblicato da su 24/10/2011 in Consigli per scrittori, Letteratura

 

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Il senso dell’editoria digitale

Questo non è un post sullo stato dell’editoria digitale. Non vi troverete dati sulle vendite, le quote di mercato o altro. Questo post riguarda un caso in cui mi sono imbattuto su Facebook e che mi ha fatto lollare tanto da meritare la condivisione. Tuttavia, è d’obbligo qualche informazione per i non introdotti.

L’editoria digitale è quella branca dell’editoria che si occupa della pubblicazione di ebook. Rispetto a quella tradizionale ha molti vantaggi e un solo svantaggio, che però è talmente grave da minarne l’esistenza. Cominciamo dai vantaggi:

– l’editoria digitale non ha spese di stampa: gli ebook non costano niente;

– l’editoria digitale ha spese di distribuzione quasi nulle: al massimo il costo di un server su cui è caricato un negozio online. Niente a che vedere con gli sconti che bisogna praticare ai distributori perché mettano i libri sugli scaffali e al costo del trasporto dai magazzini alle librerie o alle case degli acquirenti;

– l’editoria digitale non conosce resi: proprio perché non si stampa nulla, non c’è il rischio di copie invendute che poi bisogna mandare al macero (a spese dell’editore).

Il grave problema dell’editoria digitale deriva proprio da questi vantaggi: chi glielo fa fare allo scrittore di farsi pubblicare quando la stampa e la distribuzione dell’opera non sono un problema? In altre parole, perché dare soldi a un editore digitale quando si può benissimo pubblicarsi da soli?

“L’editore offre editing e promozione!” diranno alcuni. Falso. L’editing, almeno in italia, è un mito: la maggior parte dei romanzi pubblicati contiene errori macroscopici a livello narratologico e di stile, che nessuno ha corretto (senza scomodare Licia Troisi, basta pensare ai romanzi di Manfredi… ed entrambi sono pubblicati dal più grosso editore italiano). Per quanto riguarda la promozione, pensateci bene: quanti spot televisivi di romanzi che non fossero in allegato a qualche giornale avete visto nell’ultimo anno? Quanti annunci a tutta pagina sui giornaIi? Quanti cartelli per le strade? Quante fiancate di autobus dedicate? Certo, ci sono le presentazioni e le fiere del libro, ma quelle costano poco o niente e comunque si rivolgono a un pubblico specializzato (i lettori del genere a cui appartiene il vostro romanzo), non a tutti.

Supponiamo che voi pubblichiate (in digitale) un romanzo prezzato a 2 euro (il prezzo giusto, come da qualche parte scriveva il Duca) e vendiate, ullallà, diecimila copie (il numero non è casuale; leggete sotto per scoprire perché). Con royalties del 10%, a voi vengono in tasca duemila euro, mentre diciottomila vanno all’editore. Quanto ha speso, costui, per voi?

Immaginiamo che abbia effettivamente pagato un editor per rivedere la vostra opera; sarà stato sicuramente un poveraccio con contratto a progetto, pagato (se va bene) un migliaio di euro al mese. Ipotizziamo che abbia passato un mese intero a lavorare solo su di voi: sono mille euro. La copertina sarà stata realizzata da un altro poveraccio che avrà preso un centinaio di euro o giù di lì. Supponiamo anche che l’editore vi abbia fatto partecipare a qualche fiera (abbastanza inutile, visto che non esiste la possibilità che il pubblico acquisti d’impulso il romanzo, ma tant’é) e vi abbia rimborsato il viaggio e il pranzo: altri cinquecento euro in un anno, a spararla grossa. Siete un esordiente, quindi niente pubblicità costosa; al massimo un francobollo in una delle pagine interne di un quotidiano nazionale, apparso tre o quattro volte nel mese precedente all’uscita (non so quanto costi una cosa del genere, ma non penso più di tre-quattromila euro per lo spazio e zero per la grafica fatta da un dipendente dell’editore). Totale delle spese: 5.600 euro circa. E l’editore se ne intasca 18.000.

“Ma io devo anche pagare i dipendenti, il riscaldamento, l’affitto!” strillerà qualche editore. E a me, scrittore, cosa me ne importa? Perché dovrei regalarti dodicimila e passa euro, cioè più di sei volte quello che guadagno io? I servizi che mi hai prestato li ho già pagati fino all’ultimo centesimo! A questo punto, farei molto meglio a pagare direttamente qualcuno che mi faccia copertina ed editing e pubblicizzarmi sul web, per esempio inviando la mia opera gratuitamente a qualche blogger in cambio di una recensione e pubblicizzandola su siti e forum dedicati (come aNobii). Anche se questo portasse a dimezzare le vendite, incasserei il prezzo pieno di ciascuna copia, per un totale di 9.000 euro o quattro volte e mezza la cifra che avrei guadagnato facendomi pubblicare. Alla faccia della perdita!

Video random per spezzare il post:

Questa riflessione nasce, come ho scritto, da una pubblicità che mi è capitato di trovare su Facebook. Un bel giorno scorro la pagina degli aggiornamenti e trovo scritto, nello “stato” di una pagina che dovrebbe parlare di musica metal:

SCRIVI LIBRI??

SEI UN APPASSIONATO SCRITTORE??

CONTATTACI, DIVENTERAI FAMOSO!!

(sic!)

Oltre a questo invitante annuncio, c’era un link al sito di un editore digitale. Ecco alcune perle tratte dalla pagina di “autodescrizione” (nell’originale, ciascun paragrafo è scritto in un corpo differente):

[L’editore] è un’idea nuova, una concezione nuova, un nuovo sorprendente modo di intendere l’editoria e la lettura, un nuovo modo di dare spazio alle vostre proposte, un nuovo servizio che si mette, davvero, alle vostre dipendenze, la vostra unica, irripetibile, occasione.

[L’editore], infatti, è un porto franco all’interno del caotico e tempestoso mare dell’editoria moderna, incapace di scrollarsi di dosso i retaggi di un passato fastoso, tragicamente decaduto, e di abbracciare, con forza d’intenti e convinzione, il futuro. Un passato, glorioso certo, ma ormai ingessato nella glorificazione dei maestri, schematizzato in riti ormai inutili, tronfio di sé. Un porto franco, dicevamo, che [l’editore] si è costruita con costanza, passione, determinazione, attenzione, pazienza, fatica. Uno spazio, completamente vuoto, grazie al quale dare a voi, lettori o scrittori, la possibilità di creare il vostro spazio, uno spazio, completamente, vuoto, che personalizzeremo insieme, in sinergia, in collaborazione, che costruiremo, giorno dopo giorno, per diventare grandi insieme, per scrivere la nostra storia, per riscrivere la storia, per lasciare un segno indelebile in futuro che sarà soltanto nostro.

A voi, futuri scrittori, compositori, creatori capaci di esprimere e sintetizzare la più sublime della arti, noi vogliamo offrire fama e ricchezza.
E, badate bene, la nostra non è una vana promessa, ma una certezza.

Già il fatto che questa gente usi il classico wall of text di figure retoriche prive di significato (uno stratagemma da cui ormai chiunque ha imparato a guardarsi) per attirare l’attenzione mi è sembrato significativo. Comunque, dopo un po’ arriva la descrizione dell’offerta…

Non troverete mai, per quanto accuratamente possiate cercare, un nostro punto vendita, un nostro canale di distribuzione, non aspetterete con ansia l’arrivo del postino con l’esito del nostro giudizio, non troverete, mai, il vostro manoscritto stampato, con tanto di copertina e riassunto. Il nostro scopo primario, infatti è quello di abbattere i costi permettendo, a voi, di venir corrisposti del vero e reale valore che saprete dimostrare.

Come ci riusciamo?
Semplice. Distruggendo ed alleggerendo, sensibilissimamente, le antiquate strutture produttive, le vecchie filiere della distribuzione, gli inutili tradizionali canali di vendita.
Tutto ciò è possibile, e siamo i primi, in Italia, ad averlo intuito, sfruttando le capacità offerte dal meraviglioso mondo di internet.
Lavorando, infatti, esclusivamente online, [l’editore] può, nella maniera più ottimale, riunire al proprio interno e, in definitiva, eliminare, i canalii distributivi, i punti vendita, le agenzie, le campagne pubblicitarie.

Pensate, per un momento ed in maniera concreta, alla possibilità che vi stiamo offrendo.

E pensiamoci! Anche se quell'”eliminare i canalii (sic!) distributivi, i punti vendita, le agenzie e le campagne pubblicitarie” mi suona maluccio: ma come, non fanno nemmeno promozione? C’è qualquaglia che non cosa (cit.)…

Supponiamo, per esempio, che il vostro manoscritto abbia ottenuto un successo globale e che un’importante catena di supermercati australiani abbia ordinato 10.000 copie del vostro libro. Fino ad oggi, come potete facilmente intuire, per ottenere questo risultato era necessario stampare, fisicamente, 10.000 copie dell’opera (con tanti ringraziamenti del tipografo), caricare questi capolavori su una qualche forma di mezzo di trasporto, attraversare numerose dogane (pagando dazi improponibili), dunque arrivare a destinazione e cominciare a sistemarli sugli scaffali.
Quante persone sono coinvolte?
Quanti passaggi?
Quanto tempo è stato impiegato?
Quale inutile, esorbitante, spesa si è rivelata questa tattica?
Pensate, ora, di aver creato, con il nostro aiuto, un e-book e che questo abbia avuto successo.
Pensate, ora, che vi siano 10.000 aborigeni desiderosi di poterlo leggere, Pensate, ora, di cliccare una semplice, banalissimo, bottone che, istantaneamente, permette a 10.000 copie del vostro incorporeo capolavoro di giungere, senz’alcun intermediario, sul dispositivo mobile del richiedente che, un istante dopo averlo acquisto, può già leggerlo.
Pensate, ora, quanti passaggi e quante persone sono state risparmiate, sono rimaste escluse da un procedimento che ha riguardato soltanto voi e il vostro fedele lettore.
E la differenza? E i soldi così risparmiati? Il vantaggio economico prospettato, a chi va?
Ovviamente a voi, nostri cari creatori.
[L’editore], infatti, non incassa un centesimo in più rispetto a quanto necessario per la propria sopravvivenza. Tutto il resto, anche quanto si riesce a risparmiare scegliendo il mondo virtuale che vi proponiamo, va soltanto ed esclusivamente a voi. Esentasse, naturalmente.

“Oooh, con loro arriverò addirittura a vendere diecimila copie in Australia!” dovrebbe pensare l’allocco. Io sarei più interessato a sapere quante vendite possono garantirmi in Italia, prima di pensare all’estero… “^_^ Inoltre, ho evidenziato due affermazioni molto sospette: la falsità della prima verrà dimostrata subito, mentre quella della seconda è palese, dal momento che i soldi guadagnati vendendo e-book agli aborigeni, anche se non tassati direttamente (le royalties sono esentasse? boh!), vanno inseriti nella dichiarazione dei redditi! Va bene che quasi nessuno lo fa, ma in teoria bisognerebbe! “^_^

Adesso arriva la parte divertente…

Parliamo di numeri? La sfida non ci spaventa.

Se con un editore classico, abbindolato (eccheccazz* vuol dire? ndr) ancora e per sempre, negli scricchiolanti meccanismi di cui parlavamo poc’anzi, il vostro guadagno si aggira intorno al 10% del prezzo di copertina, noi riusciamo ad offrirvi addirittura il 30%.
E non è tutto.
Che di voi, infatti, si riuscirà a distinguere in termini di vendite, siano esse ottenute con un solo capolavoro o con più manoscritti, potrebbe vedere salire la propria quota di guadagni sino al 50%.
Non stiamo scherzando.
Abbiamo tutte le intenzioni di premiare i nostri scrittori più fedeli e prolifici, quelli che hanno deciso di buttarsi a capofitto nell’avventura della scrittura, prendendola davvero sul serio, e di abbracciare, senza timori e con totale fiducia, il nostro progetto.
Ma non è ancora finita. Il premio di cui parlavamo non si limità, infatti, alle mere questioni economiche.
Chiunque riuscirà a raggiungere e superare i target prestabiliti, infatti, avrà a propria disposizione un curatore dedicato, insieme al quale elaborare strategie d’attacco, creazioni di raccolte, redigere nuovi capolavori, la copertina personalizzata di tutti i propri libri nonché, udite udite, una campagna marketing dedicata che si soffermi e che valorizzi, i migliori libri della propria produzione personale.

Cioè, fatemi capire: l’editore non offre editing, pubblicità e diffusione in cambio “solo” del 70% del ricavato? Quello che dovrebbe essere il minimo offerto da una casa editrice deve essere “guadagnato” raggiungendo un target, come se lo scrittore fosse un piazzista? Ma lol! Anzi, no: qui non c’è niente da ridere, solo da vomitare. Altro che “non incassare un centesimo in più rispetto a quanto necessario per la propria sopravvivenza”: costoro pretendono di guadagnare non facendo niente e si mobilitano solo in caso trovino una gallina dalle uova d’oro. Dalla vendita di quelle famose diecimila copie, l’autore ricaverebbe il 30%, ossia 6.000 euro in cambio di mesi o anni di duro lavoro (esatto, bambini, scrivere è un lavoro e non un passatempo o un’abilità acquisita naturalmente); l’editore, senza fare nulla e sostenendo pochissime spese, ne incasserebbe il doppio. Una “sopravvivenza” piuttosto costosa, devo dire. “^_^
Anche nel caso l’autore ottenesse la quota del 50%, quelli dell’editore sarebbero comunque soldi rubati legalmente. Peggio, perché si fa passare come “ricompensa” o “privilegio” quello che dovrebbe essere il minimo della decenza, esattamente quello che accade nel mercato del lavoro con straordinari, ferie pagate e tredicesima. L’editore deve aver visto uno spot del Gratta e vinci di troppo…

La pubblicazione in digitale è una gran cosa, ma solo se gli autori fanno da sé o sono seguiti da una casa editrice (meglio, un’agenzia) seria, che fa pagare i servizi che offre e non il fumo. Personalmente, voglio rassicurare i miei lettori: qualunque cosa farò uscire, siano le antologie su Kron o altro, voi potrete stare certi che i vostri soldi andranno a me e non serviranno a mantenere qualche sedicente “editore digitale”. Non sono abbastanza ricco per regalare dei soldi a qualcuno. “^_^

 
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Pubblicato da su 22/10/2011 in ebook

 

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Anticipazioni: i prossimi racconti

Tempo fa, chiesi ai lettori quali racconti volessero leggere in futuro. In due hanno risposto, indicando peraltro idee diverse, quindi me ne sono fregato e ho deciso da solo. =:-D

A breve uscirà Amore d’acciaio, il racconto della visita di un uomo determinato a un fabbro maledetto. A seguire, il primo crossover del blog: una storia in cui Kron e Apranik si incontrano nell’Iran del VII secolo dopo Cristo!

Abbiate pazienza, stiamo lavorando per voi. ^_^

 
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Pubblicato da su 20/10/2011 in Comunicazioni di servizio

 

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