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Rubada (III)

15 Set

Ogni fibra del suo corpo le diceva di correre indietro e barricarsi dentro prima che il mostro la prendesse. Apranik ignorò quel consiglio. Scese le scale al buio, facendo attenzione a ogni passo, e quando arrivò in fondo seppe di essere nella sala al pianterreno da dove era entrata. Posò la lucerna spenta per terra, trasse di tasca due pietre focaie e accese lo stoppino.

L’androne era desolatamente vuoto, il suo pavimento impolverato e sporco. Un tempo le pareti dovevano essere state dipinte; tutto ciò che rimaneva erano muri di mattoni scrostati e macchie di umidità. Alla sua destra c’era l’ingresso di una grande sala rettangolare, mentre in linea con il vano del portone si intravedeva un cortile interno invaso dall’erba alta. Apranik si incamminò lentamente verso il salone.

Le dimensioni e le finestre lo qualificavano come una stanza dei banchetti. Apranik riusciva quasi a vedere il grande tavolo posizionato al centro e i cuscini colorati su cui avevano seduto gli ospiti; tutto ciò che rimaneva di quelle cose erano cumuli di marciume sul pavimento. Sui muri c’erano ancora i ganci per le lucerne e le finestre, di cui rimanevano solo le aperture, avrebbero lasciato entrare la luce del mattino e il fresco della sera.

Qualcosa brillò sotto la fiamma della lucerna. Apranik si chinò a guardare. Erano pezzi di vetro blu; ce n’erano diversi mucchietti sparsi per la stanza, in corrispondenza di macchie scure sul pavimento, come se qualcuno si fosse divertito a gettare per terra bottiglie ancora piene. Mescolati a essi c’erano cocci quasi trasparenti, probabilmente di bicchieri. Apranik provò ad avvicinare il volto ai frammenti e ad annusarli, ma non c’era più alcuna traccia di odori. Dovevano essere lì da anni.

Si rialzò e si guardò intorno alla ricerca di una scala che scendesse o di qualcosa che assomigliasse alla porta di una dispensa. Per poco non gridò quando una folata di vento quasi impercettibile le sfiorò il collo e, scambiandola per un segno premonitore, girò su se stessa per illuminare ogni singolo angolo buio. Nessuna bestia era pronta a balzarle addosso; in compenso intravide, seminascosta da una falsa parete in un angolo, una porticina di legno che conservava ancora qualche traccia della pittura scura che un tempo l’aveva ricoperta. Provò a spingerla. Non si mosse. L’unica porta intatta su quel piano, pensò, ed era chiusa a chiave.

Apranik avvicinò il volto alla serratura e, coprendosi la bocca con le mani, cominciò a cantare sottovoce in una lingua che nessuno, tranne un pugno di sapienti, avrebbe potuto capire. Il bisbiglio del vento si quietò e tutti i piccoli rumori a cui nessuno avrebbe fatto caso – erba che frusciava, cicale che suonavano, pipistrelli in volo – svanirono uno dopo l’altro, come se chi li aveva prodotti si fosse fermato ad ascoltare la canzone della donna. A un certo punto la notte sembrò farsi più fredda e Apranik ebbe l’impressione che altre creature, provenienti da un mondo più buio e silenzioso di quello, stessero dietro le sue spalle con le orecchie tese. Continuò a cantare. Quando ebbe terminato e le ultime sillabe smisero di far tremolare l’aria, la serratura scattò e la porta si aprì verso l’interno. Tenendo lo sguardo fisso davanti a sé, nel caso altri che non avrebbe voluto vedere le stessero rendendo omaggio, Apranik la oltrepassò.

La lucerna illuminò una stretta scala di pietra che si perdeva nel buio. Apranik scese i gradini fino a raggiungere una stanza, lunga una cinquantina di piedi e larga venti, dove l’aria era più fresca e secca rispetto a sopra. Lungo gli scaffali erano disposte con ordine bottiglie di vetro dal collo lungo e sottile. Apranik ne stappò una e arricciò il naso all’odore del contenuto.

Collegata a quella stanza ce n’era un’altra. Alcuni grandi sacchi di tela, pieni per metà o meno, erano appoggiati alle pareti, mentre altri, vuoti, erano buttati in giro alla rinfusa e occupavano la maggior parte dello spazio assieme a ceste rovesciate o senza coperchio. Apranik immerse la mano in uno dei sacchi pieni e la ritirò sporca di farina. A giudicare dalle dimensioni dei contenitori, il cibo un tempo contenuto in quella stanza avrebbe potuto nutrire un piccolo villaggio per anni.

Eccezion fatta per il passaggio da cui era entrata, non c’erano altre uscite. Si mise carponi e, aiutandosi con la lucerna, cercò sul pavimento un segno rivelatore. Alcuni dei sacchi erano consumati come se qualcuno ci avesse camminato sopra molte volte; seguendo quella pista, giunse davanti a un cesto, uno dei pochi chiusi da un coperchio. Il sacco davanti a esso era distinto da segni simili a quelli di un telo per inginocchiarsi. Lo aprì e trovò quello che cercava.

Un senso di nausea la assalì, ma lo ricacciò indietro. Prese uno dei sacchi da terra, ci infilò dentro la cosa e lasciò quel luogo maledetto.

Risalì le scale e riaprì la porta con la chiave che aveva sfilato dalla tasca di Rubada. Entrò nell’anticamera con il sacco in mano e lì si fermò per alcuni, lunghi momenti, guardando nella direzione della camera da letto come se il suo sguardo potesse attraversare i muri. Chinò il capo, il volto teso, dopodiché si raddrizzò e nascose la sacca dietro al divano. Si liberò della camicia, delle scarpe e dei calzoni; slacciò la fascia di stoffa che portava intorno al petto e sfilò il panno che le copriva l’inguine. In punta di piedi, camminò nel corridoio fino a raggiungere la stanza dove Rubada dormiva.

Alla luce della fiammella, le forme della ragazza supina si delineavano chiaramente attraverso la coperta sottile. Era tutta curve morbide e piene, l’opposto dei muscoli asciutti e piatti di Apranik. Dormiva con un braccio sopra la fronte, le labbra semiaperte e una guancia premuta contro il cuscino, i riccioli scuri sparsi sulla federa verde. Il suo petto formava due dolci colline sotto le lenzuola.

Apranik sollevò la coperta e si infilò accanto a lei. Sentì Rubada muoversi, immobilizzarsi un attimo quando i loro corpi si sfiorarono, poi le dita della ragazza le toccarono il viso e i capelli come per accertarsi che fosse veramente lì.

«Pensavo che tu non volessi» bisbigliò la giovane. Nella sua voce si mescolavano in parti eguali speranza e paura, assieme a un filo nero di solitudine.

In risposta, Apranik fece scorrere la mano destra lungo il suo fianco, accarezzandola gentilmente, fino all’anca. «Tu lo vuoi?»

«Sì. Per favore.»

Apranik infilò la sinistra fra i suoi capelli e la attirò a sé, mentre con la destra traeva da lei piccoli gemiti e tremori. Poi le sue labbra scesero e Rubada la strinse come se lei fosse stata lo scoglio che le impediva di affogare. Fu una cosa lenta e dolce, che richiese ad Apranik tutta il suo controllo per non bruciare col fuoco del proprio bisogno quella cosina tenera e fragile. Quando venne il suo turno, Rubada si mosse con un’incertezza e una goffaggine che la fecero sorridere per un istante, prima che la prendesse e le mostrasse quasi con brutalità quello che doveva fare. Fu una buona maestra e la sua allieva la lasciò soddisfatta. Poi toccò di nuovo a Rubada e così andarono avanti, esplorandosi e dandosi piacere a vicenda, fino a quando, di muto e comune accordo, non si addormentarono abbracciate l’una all’altra, Rubada con la testa appoggiata sopra il cuore di Apranik, cullate dal piacevole tepore che aveva preso il posto del calore ardente che le aveva invase.

Apranik si svegliò per prima, quando la luce penetrò attraverso le persiane. Districarsi dall’abbraccio di Rubada senza svegliarla sarebbe stato impossibile, così la accarezzò fino a quando i suoi occhi non si aprirono e sulle sue labbra non comparve un sorriso stordito. La giovane la baciò sulla guancia, come avrebbe fatto una figlia con la madre. Spiccicò qualche verso di una poesia che paragonava una certa donna a una stella, poi rise di se stessa e disse: «Ti voglio bene.»

«Anche io, piccina» rispose Apranik. Era vero, anche se in quel momento si sentiva come il discepolo traditore di un certo profeta ebreo. Non era il suo ruolo e lo sapeva, eppure non poteva farne a meno. Baciò Rubada a sua volta e andò a recuperare i propri abiti.

Quando tornò da lei, anche Rubada si era vestita. Indossava la solita veste bianca e un paio di ciabatte da donna di casa. Allargò le braccia quando la vide, ma dopo un attimo assunse un’aria perplessa. «Cosa c’è in quel sacco?»

Apranik sospirò. «So come possiamo andarcene di qui. Come far sparire la bestia una volta per tutte.»

Un lampo di ansia attraversò il viso di Rubada, che però subito dopo ritornò a sorridere. «Certo che lo sai. Tu sai tutto. Anche come farmi stare bene.»

«È proprio questo il punto. Tu non stai bene, Rubada.»

L’altra la guardò stranita. «Come?»

«Tuo padre ti faceva del male, vero? Ti teneva rinchiusa per evitare che altri posassero gli occhi su di te e ti trattava in tutto e per tutto come sua moglie morta. Anche nel letto.»

L’espressione di Rubada cambiò in un istante. I suoi occhi divennero polle di terrore e la sua bocca si spalancò in un grido silenzioso. Dopo un lungo istante, balbettò: «Mio padre…»

Apranik soperchiò la sua voce con la propria «Ti voleva bene? Certo che te ne voleva. Te ne voleva tanto da volerti solo per sé. Tu non sei vergine, Rubada, e so che non hai mentito quando hai detto di aver sempre vissuto da sola con lui.» Ogni nota di durezza era un morso al suo stesso cuore, ma Apranik doveva comportarsi in quel modo se voleva dare una speranza a se stessa e a Rubada, anche se questo significava guardare negli occhi quella ragazza tremante e sapere che stava soffrendo per causa sua.

«Poi, un giorno, deve aver parlato di te con quel nobile. Forse costui gli aveva concesso di bere con lui e tuo padre si è ubriacato, vantandosi di te. O forse ha pensato che, se tu lo avessi impressionato, egli avrebbe ricevuto dei doni, magari della terra.»

«No!» strillò Rubada, la voce arrochita dalle lacrime che ora le scorrevano lungo le guance. «Lui non lo avrebbe mai fatto! Mi voleva bene!» Era disperata, Apranik lo sapeva, perché la storia che le aveva raccontato era qualcosa che aveva ripetuto a se tante volte da crederla vera, e ora quell’illusione si stava incrinando. Apranik avrebbe voluto tornare indietro e cercare un altro sistema; ma non ce n’era un altro e tentare avrebbe potuto infrangere per sempre la mente della ragazza. Così proseguì.

«Ma quel nobile era una persona generosa, che condivideva tutto con i suoi compagni. Quando tuo padre si è fatto male sono venuti da te e ti hanno presa uno dopo l’altro, a turno. O magari più di uno alla volta.» Per poco le sue stesse parole non la fecero vomitare. Rubada cominciò a scuotere violentemente la testa e a singhiozzare parole incomprensibili.

«Scommetto che hai cercato di tenere nascosta la violenza a tuo padre, ma non ci sei riuscita: dovevi essere piena di lividi, o semplicemente troppo terrorizzata per non darlo a vedere. Lui si è infuriato, perché avevano preso qualcosa che gli apparteneva, e nella sua rabbia deve aver alzato troppo la voce con quel signore. Per questo lo hanno ucciso.» Apranik rovesciò il sacco e un oggetto bianco e tondeggiante rotolò per terra. Rubada scattò per afferrarlo, ma un attimo prima che le sue dita lo sfiorassero parve cambiare del tutto idea e indietreggiò fino a cadere seduta sul letto, senza distogliere lo sguardo dalle orbite del teschio nudo. Sul cranio c’era un solco profondo, il genere di danno provocato da una spada.

«Ti hanno portata in questo palazzo e sei diventata la puttana di corte. Quello non potevi sopportarlo, così hai aspettato che cominciassero a fidarsi di te e li hai uccisi avvelenando il loro vino.»

«Non è vero! Non è vero!» Rubada aprì la bocca per protestare un’altra volta. Apranik pestò un piede per terra e la ragazza sobbalzò.

«È andata così! Non c’era nessuna bestia, allora. Quelle morti durante le cacce erano incidenti provocati dalla spavalderia degli uomini. Le altre…»

Per la prima volta fu Rubada a interrompere Apranik. «Non sono stata io!» gridò. Poi la guardò attraverso il velo delle lacrime, come implorandola di confermare quella menzogna. Una cosa che Apranik non poteva fare.

«Sì, sei stata tu.»

Rubada premette il mento contro il petto. I capelli le ricaddero di fronte al viso, nascondendo la sua espressione. Apranik sapeva che stava cercando rifugio in se stessa e che, se glielo avesse permesso, non sarebbe più riuscita a riportarla indietro. Così le si avvicinò, scavalcando il teschio che assisteva alla scena con un ghigno mortale, e le parlò a bassa voce, dando alle parole una cadenza regolare: «Bambina mia, subire il male non è una colpa. Quello che hai fatto è una conseguenza di ciò che hai sofferto. Tuo padre ti ha tradito e non merita che tu conservi e adori la sua memoria.» Così dicendo si voltò e, sollevato un piede, lo calò sul cranio sghignazzante. L’osso antico si frantumò come legno secco e i frammenti si sparsero sul pavimento. Rubada sollevò la testa e guardò stolidamente le schegge. Poi il suo sguardo salì e il suo volto si rianimò per la paura, dato che sulla soglia erano apparse quattro zampe nere e, sollevando lo sguardo, lei vide anche il corpo enorme e il muso zannuto della bestia. «L’hai fatta entrare! Ora ci ucciderà»

«Tu l’hai fatta entrare e no, non ti ucciderà. È me che vuole.» L’essere ringhiò e dischiuse le fauci bavose, come per confermare le sue parole.

«Lui è nato da te, Rubada, dalla tua paura e dal tuo senso di colpa. Come tu hai ucciso chi ti ha ferito, così lui uccide chiunque crede possa ferirti. Ora ucciderà me, se tu non lo fermerai.» Di nuovo, come se agisse in concerto con le parole di Apranik, il mostro si raccolse su se stesso, preparandosi a spiccare un balzo.

Rubada strillò: «Dimmi cosa devo fare!»

«Io posso dirti i suoi nomi: Paura, Colpa, Ferita. Solo tu puoi impedirgli di divorarmi e di farti rimanere sola un’altra volta.» Ciò detto, Apranik chiuse gli occhi e, quando udì le unghie del mostro grattare sul pavimento mentre le zampe si staccavano da terra e una ventata di aria fetida le investì la faccia, un pensiero le attraversò la mente: Spero di essere stata buona.

«Vai via!» In quell’urlo c’erano tutto il dolore e la rabbia di una strega potente il cui dono era stato mutilato. Apranik avvertì una spinta simile a quella che avrebbe potuto esercitare un forte vento, ma niente la scaraventò a terra e nessuna chiostra di denti si chiuse sulla sua gola. Riaprì gli occhi e di fronte a lei non c’era nessuna bestia, solo i frammenti biancastri di un incubo.

Si voltò e vide Rubada. O meglio, la Rubada che avrebbe potuto essere: una donna più alta di lei, con gli occhi fieri e l’ovale perfetto del volto, ormai senza traccia del grasso della gioventù, decorato da quel genere di rughe sulla fronte e attorno alla bocca che ha chi pensa e sorride molto. Intuì quello che stava accadendo e deglutì.

Come leggendole nel pensiero, Rubada scosse piano la testa. «Non essere triste, cara. Sono libera. Tu mi hai resa felice.» Diramandosi dai suoi occhi, una ragnatela di rughe si diffuse sul suo viso e i suoi capelli, mentre Apranik li guardava, assunsero il colore della celere. Ma sorrideva e non smise di sorridere nemmeno quando la schiena si incurvò, il corpo statuario parve svuotarsi e la pelle cominciò a ricadere in pieghe grottesche. Apranik era al suo fianco e la sorreggeva, mentre un velo latteo ricopriva i suoi occhi e il respiro si faceva pesante.

«Non sono nemmeno riuscita a vedermi» disse Rubada con un filo di voce. «Come sarei stata, Apranik?»

«Bellissima. La donna più bella che io abbia mai visto, proprio come eri la più bella delle fanciulle» rispose Apranik, mordendosi l’interno del labbro.

«Spero che ne incontrerai di più belle» furono le ultime parole che uscirono dalla bocca di Rubada.

Apranik strinse a sé con delicatezza quel mucchietto d’ossa a cui qualcuno aveva rubato un’intera vita. «Mai» bisbigliò.

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Pubblicato da su 15/09/2011 in Racconti

 

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