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Rubada (II)

05 Set

Il profumo del pane caldo svegliò Apranik in un istante; per poco non pianse quando si rese conto che non era un sogno. La luce del giorno filtrava dalle persiane e, così illuminata, l’anticamera in cui aveva dormito le sembrava un luogo lasciato a metà: parzialmente arredato, parzialmente abitato, parzialmente vivo. Era una sensazione bizzarra. La mano le bruciava ancora, ma meno di prima: la notte aveva portato guarigione, se non consiglio.

Rubada entrò nella stanza con un vassoio su cui campeggiava una pagnotta fumante che doveva pesare almeno una libbra, di forma irregolare ma dall’odore ottimo. Apranik si leccò le labbra quasi senza accorgersene.

«Perdonami se non è molto grande» si scusò Rubada «ma ormai mi resta poca farina.»

Apranik le avrebbe perdonato qualunque cosa. Si sedette al tavolo assieme a lei e attese che la ragazza le tagliasse una fetta, mettendogliela davanti, e poi servisse se stessa. Si sforzò di non ingozzarsi, anche se al primo morso le parve di avere in bocca il cibo servito ai giusti nell’Aldilà. Per distrarsi, intavolò un discorso.

«Rubada, ho bisogno di sapere tutto il possibile su quella creatura. Forse posso portarci via da qui.»

La mano di Rubada e la fetta di pane che stringeva si fermarono a metà strada fra il vassoio e la sua bocca. «Tu? E come?»

«Fidati. Forse conosco il modo, ma non posso esserne sicura finché tu non mi dici quello che sai.»

«Ma io non so niente! Un giorno quella cosa non c’era, l’altro…» La sua voce si ruppe in un singhiozzo e Apranik, vedendo le lacrime spuntare agli angoli dei suoi occhi, si sentì stringere il cuore. Allungò la mano destra per stringere quella di Rubada. «So che hai passato…» Si fermò. Non aveva idea di quanto tempo Rubada fosse rimasta in quel rudere, da sola, con un mostro che girava per la foresta circostante. Anni, probabilmente, a giudicare dal fatto che non conosceva la propria età. Ma era sopravvissuta, una giovane sola in una regione disabitata. Aveva diritto a piangere una volta ogni tanto.

Rubada strinse la sua mano buona con entrambe le proprie. C’erano una sofferenza e un bisogno talmente forti, in quella stretta, che Apranik ebbe l’istinto di ritrarsi prima che i sentimenti avessero la meglio su di lei. Ma non lo fece. Si alzò, senza rompere il contatto delle mani, e passò intorno al tavolo per abbracciare Rubada da dietro la sedia. La ragazza appoggiò la testa contro il suo petto e Apranik sentì la camicia inumidirsi. Accarezzo la nuca di Rubada e le mormorò che tutto sarebbe andato bene, che non doveva farsi remore a piangere e che lei era lì al suo fianco. Non ricordava neppure quanto era stata l’ultima volta che qualcuno si era stretto a lei in quel modo. Le sensazioni che avvertiva in quel momento le erano mancate molto.

«Perdonami. Non volevo soffiare sul tuo dolore, Rubada.»

«No, no, hai ragione» singhiozzò l’altra. Si staccò da Apranik, ma le loro dita rimasero intrecciate. «Ti racconterò tutto.»

Apranik annuì.

«Mio padre era il capocaccia del signore di queste terre. Ogni giorno, all’alba, lasciava la nostra casa per condurre quel gentiluomo e il suo seguito sulle tracce del cerco o del cinghiale, e ogni sera tornava da me. Una volta, quando tornò, il suo viso era sconvolto: mi raccontò che durante l’ultima battuta lui e i gentiluomini che cacciavano con il signore avevano avvistato una bestia senza eguali, un mostro simile a un lupo che stava divorando la carcassa di un grande orso bruno. Era la cosa più orribile su cui mio padre avesse mai posato gli occhi. Lui, il signore e gli altri cacciatori erano rimasti paralizzati alla sua vista e, se la belva li avesse attaccati, non avrebbero saputo farle fronte; ma essa fuggì nel bosco. Mio padre disse che il signore, dopo essersi ripreso dallo spavento, aveva proclamato che quell’abominio doveva essere per forza inviso al Cielo e che quindi era suo compito sbarazzarsene. Il giorno dopo mio padre avrebbe dovuto guidarli sulle sue tracce.

Così fu. Tornò a sera tarda, sporco e a capo chino, e mi raccontò che due gentiluomini erano stati uccisi e divorati dal mostro dopo essere caduti da cavallo. L’astuzia di quella creatura la faceva somigliare a un demone più che a una bestia. Quella notte mio padre dormì con fatica e, all’alba, ripartì per il palazzo del signore.»

«Questo palazzo» disse Apranik.

Rubada annuì e continuò: «Quella volta tornò dopo che il sole era già tramontato da un pezzo. Io lo aspettavo sulla soglia con una lanterna e vidi il suo volto deformato dalla preoccupazione. Mi disse che il mostro aveva aggredito quattro uomini, spaventando i loro cavalli mentre guadavano un fiume e facendoli affogare. Il signore aveva giurato che l’avrebbe ucciso, anche a costo di perdere la propria vita. Feci entrare mio padre in casa e fui tenuta sveglia dal rumore dei suoi passi.

Ancora una volta mio padre se ne andò. Aspettai sulla soglia fino a quando l’alba successiva non colorò il cielo, ma lui non tornava. Alla fine giunse un cavaliere che non conoscevo e che rise della mia paura: mio padre stava bene, disse, ma era stato colpito alla testa da un ramo spezzato e lo avevano vegliato fino a quando non aveva ripreso i sensi, poco tempo prima. Bagnai la mano di quel gentiluomo con le mie lacrime e gli chiesi di portarmi da lui, ma egli mi spiegò che il signore era così affezionato a mio padre che lo avrebbe accompagnato personalmente fino alla nostra casa. Aspettammo insieme e, poco dopo, l’intero gruppo di una ventina di cacciatori arrivò davanti alla nostra piccola dimora. I loro cavalli erano giganti bianchi, i loro abiti di cuoio e seta; su una barella in mezzo a due animali stava mio padre, la testa fasciata. Corsi da lui, udendo appena le rassicurazioni dei cavalieri. Mentre gli mormoravo parole di affetto, udii qualcuno descrivermi come la migliore delle figlie; mi voltai e vidi un uomo talmente bello e dagli abiti talmente ricchi da non poter essere altro che il signore. “Se anche tuo padre fosse morto al mio servizio” disse “non avrei esitato un momento ad adottarti.”» Quelle parole mandarono un brivido lungo la schiera di Apranik. Affermazioni del genere non andavano fatte alla leggera, non quando c’erano forze ultraterrene all’opera, perché qualcuna di esse avrebbe potuto udirle e renderle vere. Non disse nulla.

«Mio padre dovette stare a letto per tre giorni. Il terzo arrivò un messaggero che chiese quando avrebbe potuto guidare una caccia; lui rispose che sarebbe stato pronto il giorno dopo. Quando venne il momento mi disse di lasciare sul tavolo pane e formaggio, così al ritorno non avrebbe dovuto svegliarmi per cucinare.. Lo pregai di non andare e lui mi accarezzò, ma alla fine andò via. Non tornò quella sera, né il mattino dopo, né mai più. Mi addormentai sulla soglia aspettandolo; il cavaliere che era venuto a trovarmi la volta prima mi svegliò. “Il mio signore manterrà la sua promessa” disse. Io non piansi; non ero nemmeno sicura di volerlo fare. Era come se avessi sempre saputo che mio padre sarebbe morto facendo il suo dovere.»

Rubada tacque. Mentre la cullava come se fosse stata una bambina, Apranik immaginò il seguito della storia: l’ossessione del signore per la bestia che cresceva sempre di più, il suo seguito che si faceva sempre più minuto a causa delle morti, fino a che Rubada non era rimasta sola in quel palazzo ridotto a un rudere. La immaginò mentre, con le sue manine, faceva a pezzi tavoli e mobili per trasformarli in legna da ardere, fino a rimanere con quei pochi che arredavano l’anticamera e la stanza da letto. La vide sudare d’estate e tremare d’inverno, senza nessuno che le facesse vento o la riscaldasse col proprio corpo. La mano sinistra riprese a bruciarle, perché la stava stringendo a pugno in preda alla frustrazione per non essere giunta lì prima, per aver vissuto mentre Rubada soffriva da sola.

«È tutto finito adesso» le bisbigliò in un orecchio. «Ce ne andremo presto da qui.»

Rubada tirò su col naso. «Sei una maga?»

«Conosco molte cose» rispose Apranik. «Quello che ti perseguita non è un demone, fiorellino. Se lo fosse, la polvere che gli ho gettato sul muso lo avrebbe fatto scappare oltre i confini del mondo. Dev’essere una creatura naturale di qualche genere. Questo significa che può essere ucciso.» Non le disse che quella era solo una delle ipotesi che le passavano per la testa. Certo, la Polvere di Alessandro – una mistura di argento, peli di leone, tritati, sale e cenere – era una contromisura buona a tutto e a niente, ma il fatto che la sua utilità in quel caso avesse teso verso il niente l’aveva lasciata inquieta. Ignorava del tutto che cosa si apprestava ad affrontare e quell’ignoranza la faceva sentire impotente. La odiava.

«Ma come? È troppo astuto! Ha ucciso molti uomini da solo e noi siamo solo due donne.»

«Non si è mai “solo” donne, piccola mia» replicò Apranik, accarezzandola. «Ne usciremo come un generale uscirebbe da un assedio. Tu e io.»

Rubada alzò la testa e sorrise. «Aspetta.» Apranik avvertì una piccola fitta quando la ragazza scivolò fuori dal suo abbraccio e si allontanò. Udì i suoi passi lungo il corridoio, poi un tintinnio di contenitori di vetro. Quando ritornò, Rubada portava con sé un barattolo grande quanto la sua testa pieno di una sostanza scura. Lo posò sul tavolo e, quando lo aprì, un odore di more si diffuse nell’aria.

«Marmellata. La mia preferita. L’ho fatta io» disse con orgoglio.

Apranik raggelò.

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Pubblicato da su 05/09/2011 in Racconti

 

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