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Rubada (I)

01 Set

Qualcosa si stava nutrendo. Apranik udiva il rumore liquido di carne e interiora tranciate dai denti e lo schiocco di ossa che si spezzavano sotto mascelle poderose. Era sdraiata su qualcosa di duro, probabilmente il suolo, con la testa che le doleva e qualcosa che le solleticava il viso. Cercò di riscuotersi dallo stordimento e per poco non vomitò. Alla fine, riuscì ad aprire gli occhi.

Era caduta in mezzo a un cespuglio. I ramoscelli le avevano strappato la camicia e tagliato la pelle in diversi punti. Lentamente, una parte del corpo alla volta, provò a muoversi: le faceva male dappertutto, ma non aveva nulla di rotto. Tendendo le orecchie alla ricerca di qualunque suono potesse indicare che l’attenzione della bestia si era rivolta verso di lei, si alzò.

Il sole al tramonto quasi la abbagliò. Si schermò gli occhi con una mano e intravide, a una dozzina di passi da lei, una forma quadrupede col muso immerso nel ventre del suo cavallo. Il corpo era quello di un lupo ben nutrito, tutto muscoli guizzanti e pelo grigio, ma le dimensioni erano eccessive. Il sangue del cavallo imbrattava il suo petto e le zampe anteriori.

Apranik si guardò intorno. Era caduta oltre il margine della strada; dietro le sue spalle c’era il bosco, di fronte la via in terra battuta che conduceva nel nulla verde. Aveva contato di trovare un posto dove dormire prima che calasse la notte, supponendo che quella regione dall’aria fertile fosse popolata; non aveva intravisto un solo villaggio in tutto il giorno. Ora intuiva il perché.

La creatura alzò la testa dal suo pasto e si voltò verso di lei. Il suo non era il muso di un lupo: troppo corto e piatto, con troppi denti e una ferocia che solo un volto umano avrebbe potuto esprimere. Il mostro snudò le zanne in un ringhio e si mosse lentamente, gli occhi fissi sulla donna. Le zampe anteriori avevano una struttura bizzarra, con articolazioni che ad Apranik parvero più simili a gomiti e polsi che a quelle di arti animali.

Lei rimase immobile, ma la sua mano destra scese lentamente verso una piccola borsa appesa alla cintura. Il ringhio della bestia aumentò di volume e della bava gocciolò fra i suoi denti. Scattò in avanti, pronta a balzare, e il suo muso fu investito da una nube di polvere biancastra che Apranik aveva tirato fuori dalla borsa; barcollò, ringhiando furiosamente e scuotendo la testa. Apranik rimase a bocca aperta per una frazione di secondo, poi si girò e cominciò a correre.

Il sottobosco non era troppo fitto e lei aveva le gambe lunghe, allenate dalle marce a cui era costretta nei periodi in cui non possedeva un cavallo; tutto ciò non rese meno salda la morsa della paura quando sentì la belva ruggire dietro le sue spalle. Non osò voltarsi, ma era certa che la stesse inseguendo. Davanti a sé non vedeva che foglie, rami e cespugli. Qualcosa le si impigliò in una caviglia; Apranik afferrò la prima cosa a portata di mano per non cadere e le spine di una pianta di more le morsero a fondo la carne del palmo e delle dita. Soffocò un grido, si asciugò gli occhi con la manica e continuò a correre. Il suo sangue gocciolò dietro di lei, formando una pista per la creatura da seguire.

Cominciò a udire i rumori prodotti dal mostro: rami spezzati, vegetazione strappata, versi a metà fra insulti urlati e l’abbaiare di un cane. A ogni istante aumentavano di intensità. Socchiuse gli occhi per vedere attraverso il bosco semibuio e vide, in lontananza, una massa scura dalla forma regolare, alta e lunga: un muro di pietra o mattoni. Ci doveva essere una casa o una tenuta. La speranza infuse nuova energia nelle sue gambe e Apranik corse più forte di prima, cercando di ignorare il latrato della bestia e di non immaginare un paio di zampe deformi che urtavano la sua schiena e la gettavano a terra, la nuca esposta a un morso letale.

Giunse al limitare del bosco e di fronte al muro. Era di mattoni rossi, alto una decina di metri; guardando a destra e a sinistra, non riusciva a scorgerne la fine. Con la coda dell’occhio intravide del movimento nella foresta e pensò a dove avrebbe potuto essere l’ingresso della proprietà; se avesse sbagliato avrebbe dovuto fare tutto il giro e, ansimante com’era, non era certa di riuscirci. O di poter distanziare la bestia ancora a lungo.

Se la strada era ancora alle sue spalle, pensò, era probabile che il cancello si trovasse alla sua sinistra, in modo da avervi accesso facilmente; d’altro canto, poteva anche esserci un sentiero che lei non aveva visto e che conduceva nell’entroterra. Ma i rifornimenti avrebbe dovuto comunque passare per la strada. Il tempo di un respiro e Apranik stava correndo accanto al muro, tallonata dal mostro che le sembrava sempre più vicino. Dopo una cinquantina di metri intravide un angolo, dietro al quale poteva esserci la salvezza o la morte. Lo girò.

Il muro curvava a N e dietro quell’angolo, un tempo, doveva esserci stato un cancello. Ora c’era solo un’apertura oltre la quale si apriva un cortile ampio, invaso dalla vegetazione. Sul lato opposto all’ingresso si estendeva la facciata di una grande casa signorile, o quello che ne rimaneva dopo che parte del tetto e dell’ala sinistra erano crollate. Nella semioscurità Apranik scorse le sagome di altri edifici in rovina, probabilmente stalle e alloggi per i servi. Il cuore le si fermò per un attimo, poi le balzò nel petto e le sue pulsazioni le fecero dolere la mano sanguinante. Si guardò intorno alla ricerca di una porta intatta, ignorando la voce interiore che le diceva che una cosa del genere era difficile e che, nel caso, sarebbe stata chiusa; ma del portone del palazzo rimaneva solo la soglia e lo stesso era vero per la fila di casette di mattoni su un lato del cortile. Il muro doveva rappresentare la sua salvezza si era rivelato una trappola.

Apranik fece un respiro profondo e ruotò sul piede sinistro per guardare negli occhi la cosa che l’avrebbe uccisa e divorata. Un grido la fermò a metà. «Vieni su!»

C’era qualcuno a una delle finestre. Una donna, a giudicare dalla voce. Apranik intravide una sagoma snella che gesticolava da sotto una chioma scura. «Entra e sali le scale alla tua destra, presto!» Più ancora del tono di urgenza di quella voce, fu il ringhio che udì alle proprie spalle a spingere Apranik attraverso il cortile e a dare fondo alle proprie energie per oltrepassare il portone sfondato, attraversare un’anticamera vuota tranne che per le ragnatele e salire una rampa di gradini di pietra che parevano infiniti. «Di qua!» urlava la voce.

In cima alle scale c’era una porta. Apranik ci si buttò contro ed ebbe il tempo di battere un colpo prima che si aprisse, facendola rovinare addosso a qualcosa di bianco, morbido e profumato che la spinse da parte e trafficò per qualche istante con un mazzo di chiavi. Un rassicurante “click” precedette di un battito di ciglia l’urto di una massa pelosa contro il legno e un ruggito di rabbia.

Apranik si appoggiò contro un muro e si lasciò scivolare fino al pavimento. La testa aveva ripreso a pulsarle, accompagnata dal petto e dalle gambe in una sinfonia di stanchezza e dolore. La mano sinistra le bruciava dove i rovi avevano lacerato la pelle. Nel complesso, si sentiva come se avesse potuto addormentarsi sul posto e dormire per una decina di anni.

«Stai bene?»

Apranik impiegò un momento a capire che la ragazza si stava rivolgendo a lei. Non riusciva a parlare, così annuì. Una mano piccola e candida le accarezzò la testa, esitando, come se stesse cercando un modo per rassicurarla ma non sapesse bene come fare. Apranik sollevò lo sguardo e rimase a bocca aperta.

Lei era abbastanza giovane da poter essere sua figlia, o perlomeno guardarla da vicino rendeva Apranik dolorosamente consapevole della propria età. Non una ruga o un’imperfezione macchiava la sua pelle candida. Da una cascata di riccioli neri emergeva un viso ovale ornato da una bocca generosa, un naso piccolo e grandi occhi scuri. In quegli occhi si leggeva una preoccupazione tale da far sentire Apranik in colpa per averla causata.

Le dita della ragazza si intrecciarono con quelle della sua mano sinistra, strappandole un gemito. La giovane guardò in basso e impallidì. «Perdonami! Ti fa molto male?»

«No» rispose lei. È solo la stupida ferita di una donna stupida avrebbe voluto aggiungere, ma non aveva il fiato. Quando la ragazza le prese l’avambraccio e lo sollevò per guardare meglio, Apranik seguì il suo sguardo e comprese il motivo della sua reazione: il palmo e le dita erano solcati da tagli dai bordi slabbrati, abbastanza profondi da intaccare la carne viva. La manicadella camicia era imbrattata di sangue. L’atto di guardarle fece bruciare le ferite ancora di più e le diede la nausea.

La ragazza le accarezzò il dorso della mano con i polpastrelli. «Ho ancora qualche benda e dei rimedi» mormorò. «Aspetta qui.» Si alzò in un frusciare di gonne e attraversò di corsa la stanza in cui si trovavano, arredata come un’anticamera, per poi svanire dietro una curva del corridoio.

Apranik si guardò intorno. Quella stanza, a differenza di quella che aveva attraversato di corsa, aveva ancora dei mobili: un divano, un tavolo su cui era poggiato un vassoio d’argento, scaffali ornati da statuine e altri piccoli oggetti preziosi. Il pavimento era coperto da un tappeto rosso, verde, nero e dorato. Tutto aveva un’aria di vecchio, ma ben tenuto: l’impressione che avrebbe dato la casa di una donna povera e orgogliosa di sé, che per qualche motivo era riuscita a entrare in possesso di oggetti propri di un’altra condizione sociale.

La ragazza tornò di corsa, portando con sé un rotolo di bende e alcune boccette. Si inginocchiò accanto ad Apranik sul tappeto, mormorando frasi rassicuranti come a una bambina mentre imbeveva il tessuto con un liquido chiaro e spalmava una pasta giallastra sui tagli con un pennellino. Apranik riconobbe quelle sostanze dall’odore e non protestò.

«Ecco» disse la giovane, stringendo delicatamente la benda. Fece un sorriso forzato. «Va meglio, vero?»

Apranik annuì. Spostò una ciocca che le si era incollata alla fronte e, sentendo il bruciore alla mano quietarsi, riconobbe dentro di sé le abilità di guaritrice della ragazza. «Vivi qui?» chiese, indicando la stanza.

L’altra smise di sorridere. «Sì.»

«Da sola?»

«Sì.»

«Come mai non te ne vai?»
La ragazza accennò con il capo alla porta e, Apranik intuì, a ciò che essa teneva fuori. Sul suo volto cadde come un’ombra, che un nuovo, piccolo sorriso cercò eroicamente di combattere. «Mi chiamo Rubada. E tu?»

«Apranik.»

Rubada ripeté il nome a bassa voce. Si alzò e le tese una mano; Apranik accettò l’aiuto, ma per poco non rovinarono a terra entrambe, quando lei tirò e Rubada fu sul punto di caderle addosso. La ragazza rise come un uccellino e Apranik, nonostante tutto, fu contagiata da quella risata.

Rubada le prese un braccio e lo passò intorno alle proprie spalle sottili. Era più bassa di lei di tutta la testa «Vieni, andiamo a riposare.» Apranik pensò che l’avrebbe fatta stendere sul divano, ma Rubada proseguì verso l’arcata che conduceva al corridoio.

Passarono accanto agli scaffali. Apranik vide che le statuette rappresentavano famiglie di animali – un leone con la sua leonessa e i cuccioli, un gruppetto di antilopi, diverse specie di uccelli e persino un coccodrillo con i suoi piccoli – raccolte intorno a una figura femminile alta due spanne. La donna somigliava a Rubada, ma lo scultore non aveva tralasciato le rughe di espressione sul volto sorridente o la rotondità materna delle forme che ne rivelavano l’età.

«Quella statuina rappresenta tua madre?» chiese.

Rubada seguì il suo sguardo e, annuendo, sorrise. «Papà diceva sempre che le somigliavo, ma non ci ho mai creduto.»

«Sei bella quanto lei» disse Apranik prima di riuscire a mordersi la lingua. Rubada arrossì. Cercò un altro argomento di conversazione. «Quanti anni hai?»

Rubada sorrise imbarazzata. «Non lo so. Le stagioni sembrano tutte uguali in questa regione e non ho un calendario. Penso di averne sedici, o forse diciotto.» Apranik non poté fare a meno di notare le fossette che si formavano sulle sue guance.

Il corridoio era spoglio, ma pulito. Una singola lucerna a olio, delle molte appese alle pareti, spandeva un po’ di luce. Fuori dalle finestre c’era solo la notte. Rubada guidò Apranik fino a una stanza più piccola dell’anticamera, arredata con un tavolino, una sedia e un paravento che doveva nascondere un vaso da notte. E un letto singolo.

«Se ci stringiamo possiamo starci in due» disse Rubada. Apranik si sentì invadere dal panico.

«No. Voglio dire, quello è il tuo letto. Ti ringrazio, ma dormirò sul divano.»

«Proprio perché il letto è mio, sarei contenta se ti aiutasse a trovare sollievo dalle tue fatiche» ribatté la ragazza, sorridendo. Apranik si morse le labbra. Il letto sembrava la cosa più morbida e calda del mondo, ma per lei non era quella la tentazione più grande. Pertanto disse: «I miei abiti sono sporchi e la mia pelle sudata. Non vorrei mai sporcare il tuo letto. Il divano andrà benissimo» e pregò dentro di sé che la ragazza non ripetesse l’offerta una terza volta.

«Va bene» disse Rubada, sollevandole un peso enorme dal cuore. La trasportò di nuovo nell’anticamera e la aiutò a stendersi; solo allora, quando i muscoli logorati dalla cavalcata e dalla corsa e tesi dalla paura si rilassarono, Apranik capì quanto era stanca.

Rubada chiese timidamente: «Se vuoi darmi i tuoi vestiti, in modo che possa lavarli assieme ai miei domani mattina…»

Apranik sentì ogni imperfezione del proprio corpo mettersi a urlare: «No!» Riuscì a contenere quell’uscita moderandone il tono e aggiungendovi: «Grazie, ma sarebbe troppo. Lo farò da me.» Rubada annuì, illuminando la semioscurità della stanza con il suo solito sorriso. «Spero che dormirai bene» disse.

«Ti ringrazio. Ce ne andremo di qui, vedrai. Ti porterò via.» Le ultime parole erano una stupida promessa baldanzosa che le era uscita dalle labbra prima che potesse fermarla. Vide Rubada sussultare e se ne pentì. Per sua fortuna, la giovane non colse il vero significato di quelle parole; o, altrimenti, fece finta di nulla.

«Buona notte, Apranik.»

«Buona notte a te, Rubada. E grazie.»

Rubada le accarezzò i capelli e se ne andò in fruscio candido.

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Pubblicato da su 01/09/2011 in Racconti

 

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