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Archivio mensile:settembre 2011

Nuovi futuri racconti

Altra roba su cui esprimere le vostre preferenze! :D

L’Ombra: Il viaggio di Corallo-al-tramonto e dei suoi compagni in un epoca dove i fiumi erano ghiacciati e il Popolo Brillante strappava molte lacrime a chi voleva solo vivere in pace.

Nato di strega: La sapienza oscura dei millenni passati si scontra con le mitragliatrici della Prima guerra mondiale.

 
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Pubblicato da su 30/09/2011 in Racconti

 

“Dead Island” e la credibilità della fiction

«La fantasy non deve essere realistica! È fantasy!» Stranamente, questa obiezione tipica dei fanboy ha senso: sostenere il valore del realismo in un contesto dove, per definizione, le leggi della realtà sono violate non è esattamente una battaglia facile. Tuttavia, il fatto che una fiction non sia realistica non elimina il requisito della credibilità: lo scrittore dovrebbe essere in grado di rispondere alla domanda “Se tutto ciò accadesse nel mondo reale, con persone e oggetti reali, le cose potrebbero andare così?”, ovviamente ammettendo tutte le eccezioni miracolose del caso. Fallire in questo compito significa fallire come autore, perché un “no” da parte di chi legge alla domanda di cui sopra significa che il romanzo è scritto male.

Il protagonista della saga non è credibile e il secondo volume, con quel macello di POV alternativi, pare fatto per allungare la broda e spillare quattrini

Credibilità e sospensione dell’incredulità, infatti, sono legate a doppio filo. Un romanzo che fa inarcare di continuo le sopracciglia perché non è credibile, difficilmente favorirà l’immersione del lettore: costui continuerà a pensare che “questa roba non ha senso” e, alla fine, abbandonerà la lettura o comunque non avrà una buona impressione dell’autore (e non leggerà più i suoi scritti successivi, che magari saranno migliori). Da notare che un romanzo può non essere credibile per una pletora di motivi, inclusi ma non limitatamente a: personaggi di cartone, eventi che non seguono una logica di causa-effetto, elementi presi dal mondo reale che non si comportano come nel mondo reale senza una ragione plausibile (vedi il 90% delle narrazioni di combattimento), ecc.

Il concetto di credibilità è strettamente legato a quello di logica. È logico che un capitalista faccia tutto il possibile, nei limiti della legge, per aumentare il proprio capitale? Sì; e allora perché nella maggior parte dei mondi fantasy, inclusi quelli in cui la magia è diffusa, l’economia è identica a quella medievale? Perché non si producono pozioni in serie e le malattie non sono state debellate una volta per tutte? Inoltre, che bisogno c’è di vivere dietro cinte murarie quando il primo mago che passa le può abbattere in una dozzina di modi diversi? Come fanno i tiranni a continuare a esistere, quando una maledizione ben mirata potrebbe rimuoverli con facilità? Se esistono i mostri, perché la gente non si organizza per combatterli (o allevarli)? I romanzi e i racconti migliori rispondono senza fallo a queste domande, quelli mediocri danno risposte così così o stanno sul vago (lasciando intravedere comunque una qualche spiegazione), i peggiori non si preoccupano nemmeno di sembrare credibili.

Questo bambino soldato sorride alla macchina fotografica prima di gettarsi nella battaglia che potrebbe costare la vita a lui e al suo compagno

La credibilità è nemica dei fenomeni che accadono “perché sì”. La magia è proprio uno degli elementi più a rischio: se viene percepita come un semplice strumento dell’autore per mandare avanti la trama o per trasmettere messaggi di natura morale (vedi il caso della Forza), la sospensione dell’incredulità svanisce e il lettore si rende conto di essere preso in giro. Per evitarlo basta dare alla magia un senso, renderla un elemento vivo e reale del mondo immaginario: esattamente come per i personaggi. Un esempio su tutti è The Dresden files, dove la magia deve sottostare alla maggior parte delle leggi naturali e pertanto un mago non può “creare” del fuoco senza abbassare la temperatura dell’ambiente circostante; questo fatto diventa parte della trama quando Harry (segue spoiler in bianco) congela la superficie di un lago e scarica l’energia sottratta all’acqua in una enorme colonna di fuoco, salvando se stesso e altre persone.

Il principio della credibilità vale ovunque vi sia un elemento di racconto o rappresentazioner della realtà: romanzi, racconti, videogiochi. Nell’ultimo caso, è ovvio che alcuni elementi del gameplay (livelli, “punti ferita”, ecc) sono presenti solo per garantire una giocabilità migliore e non hanno alcun corrispettivo nella realtà rappresentata dal gioco; l’importante è che l’insieme risulti credibile, ovvero che favorisca l’immersione. Un gioco in cui la fiction non è credibile è come un romanzo scritto male: fa schifo.

Prendiamo l’esempio di Dead Island. In questo gioco il protagonista si trova su un’isola turistica di lusso della Nuova Zelanda, infestata dagli zombi. La maggior parte delle armi che utilizza sono improprie: remi, tubi di ferro, coltelli da cucina, ecc. Solo a un certo punto della storia si trovano armi da fuoco. Fino a qui, va tutto bene.

Tremate di fronte al potere del Remo Vorpal +5!

Il problema viene dopo, quando ci si rende conto che le varie borse e casse sparse per l’isola droppano armi a casaccio che spesso non hanno senso di essere lì. Che ci fa una mannaia dentro un gabinetto? O una chiave inglese nella borsa di un turista? Per non parlare del fatto che, secondo la wiki del gioco, anche le armi da fuoco hanno una probabilità – seppur bassa – di apparire in qualunque contenitore sull’isola… e questo include shotgun e fucili d’assalto di tipo militare. In mezzo a uno stabilimento turistico (la faccenda comincia ad avere più senso quando il gioco si sposta in altri ambienti, come una città abbandonata… ma anche qui: pistole semiautomatiche al supermercato? wait woot?).

Da notare che, per contrasto, uno dei personaggi giocabili è una guardia del corpo, ma nella sua stanza d’albergo (dove inizia il gioco) non c’è neppure una pistola, sebbene per sua stessa dichiarazione lei stia lavorando quando esplode la piaga degli zombi. Si tratta ovviamente di scelte dovuta alla necessità di bilanciare l’esperienza di gioco (sarebbe troppo facile se uno dei personaggi cominciasse avendo a disposizione un’arma da fuoco, mentre affrontare alcuni degli zombi più potenti è tendenzialmente impossibile a meno di non avere un buon fucile o un sacco di pazienza e una buona abilità nel kiting), ma nel contesto stride tantissimo; esattamente come il fatto che riparare le armi al tavolo da lavoro costi denaro, anche se il personaggio lo fa da solo. O che, in piena crisi di zombie, nelle “zone sicure” dell’isola ci sia gente che compra e vende oggetti in tutta tranquillità, senza nemmeno pensare che forse i soldi sono il problema minore in una situazione come questa. O che gli zombi respawnino alla carlona e con tanta rapidità che si può (quasi) letteralmente ripulire un’area, girare su se stessi di 360° e ritrovarsi a fronteggiare zombi apparsi dal nulla. O che si possano svuotare le tasche delle zombie in bikini uccise, anche se queste non hanno tracolle o altri contenitori dove potrebbero tenere il portafogli. La credibilità di tutto ciò è zero e questo fatto non può essere giustificato con motivi legati alla giocabilità: se al posto dei dollari ci fosse stata una risorsa chiamata, chessò, “determinazione” (guadagnata uccidendo zombie e spendibile per riparare o migliorare le armi), il tutto sarebbe stato accettable.

«Posso smettere di riprendere adesso?»

Intendiamoci: Dead Island è un gioco divertente, ma solo perché fa bene quello che deve fare e cioè trasmettere un senso di minaccia costante (gli zombi tirano di quegli urlacci da far paura anche dopo averli sentiti centinaia di volte) e di scarsità di risorse vitali (le armi che si rompono, i proiettili che scarseggiano). I dettagli sopra menzionati, tuttavia, sono molto fastidiosi e se qualche altro aspetto del gioco fosse di qualità anche solo leggermente inferiore rispetto a quello che è, Dead Island farebbe schifo. Proprio come un sacco di romanzi fantasy che ci sono in giro.


Concludendo, cosa deve fare uno scrittore per produrre un romanzo credibile? Semplicemente chiedersi di continuo “questa cosa ha senso?” e agire di conseguenza. Questo va oltre il semplice reality check che tutti gli scrittori devono fare riguardo alle materie di cui scrivono: é un atteggiamento continuamente critico nei confronti di se stessi, da non lasciar cadere mai. Se un elemento della fiction non è credibile, va eliminato o riscritto, anche a costo di dover effettuare cambiamenti pesanti su tutto il lavoro. Un racconto o un romanzo poco credibile, ma scritto in fretta, è peggiore di uno che ha impiegato del tempo a nascere, ma è sensato. Magari quest’ultimo non sarà automaticamente bello (si può scrivere un romanzo credibile, ma brutto e noioso), però di sicuro avrà una marcia in più… come le elfe di Lungopalo. ^_^

Vignetta da "Il Signore dei ratti" di Ortolani

 
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Pubblicato da su 30/09/2011 in Letteratura

 

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È uscito il nuovo Kindle

Anzi, sarebbe più corretto dire i nuovi Kindle, visto che sulla home di Amazon ne sono apparsi due: Touch e non Touch (chiamato semplicemente Kindle e-Reader), oltre al tablet di cui mi importa poco. Entrambi sono più piccoli del precedente modello (di circa il 18%), ma solo perché non hanno la tastiera; mi chiedo come si faccia a navigare su internet, visto che anche i Kindle nuovi hanno Wi-Fi e (nel caso del Touch) 3G opzionale, ma non vedo un modo per digitare gli indirizzi. Misteri di Amazon. “^_^

Edit: Come non detto, mi sono perso la foto in cui si vede la tastiera virtuale. Immagino la tortura di dover selezionare le lettere e i simboli uno per uno con il controller…



Kindle e-Reader Kindle Touch

Lo schermo è definito “most advanced E Ink display”, ma in realtà si tratta del vecchio schermo E-ink Pearl, come descritto nelle specifiche tecniche. Probabilmente un trucco di Amazon per far credere ai gonzi che abbiano montato un nuovo schermo sul lettore nuovo; per poco non ci sono cascato anche io. >_< Per il resto, il Kindle e-Reader è nettamente peggiore rispetto al Kindle Touch, visto che la memoria e la durata della batteria sono dimezzate (due giga e un mese) anche rispetto al vecchio Kindle con tastiera. Le specifiche tecniche del Touch, schermo a parte, sono identiche a quelle del Kindle 3.

I prezzi (109$ il Kindle e-Reader, 139$ il Kindle Touch) potrebbero sembrare interessanti, ma in realtà non lo sono: i trenta dollari di differenza fra Kindle e-Reader e Kindle 3 sono giustificati dalle caratteristiche superiori di quest’ultimo è il prezzo del Touch è giusto. Queste osservazioni sono basate sulle caratteristiche dichiarate nelle pagine dei prodotti; per quanto ne so, magari i nuovi lettori sono velocissimi e hanno dei software della Madonna che fanno anche il caffé (in effetti, da qualche parte nella descrizione c’è scritto che i nuovi Kindle sarebbero ottimizzati meglio e quindi più veloci… ma dovrei vedere un video di terze parti per farmi un’idea). Allo stato attuale delle cose, i prezzi sono competitivi ma non eccezionali.

EDIT: Un paio di recensioni indipendenti che ho trovato su YouTube danno i nuovi Kindle come più veloci del 10% rispetto al vecchio modello. Nulla di eccezionale, ma un miglioramento c’è.

Vale la pena comprare il lettore nuovo se si ha già il vecchio? Probabilmente no (nemmeno con l’eventuale refresh più rapido). Il Kindle e-Reader è peggiore o tutt’al più equivalente al Kindle 3, a meno di non considerare quegli 0,3×0,2″ di differenza come fondamentali; il Kindle Touch è più o meno la stessa cosa, con l’ovvia eccezione del touchscreen (che io non amo: mi dà fastidio la polvere sullo schermo, figuratevi le strisce di grasso delle ditate “-_-). Credo proprio che le tanto attese “novità” in campo e-reader di Amazon deluderanno molti: niente schermi a colori, niente definizione migliorata… giusto i fanatici del touchscreen avranno qualcosa di cui gioire.

 
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Pubblicato da su 29/09/2011 in ebook

 

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«Quando arriva il prossimo racconto?»

Fra un po’. In questo periodo sono stato impegnato con delle cose da scrivere per alcuni concorsi e ne ho appena scovato un altro a cui penso di partecipare. Tuttavia, non intendo trascurare l’aspetto “narrativo” del blog e ho già in mente diversi possibili argomenti per racconti. Al solito, chiedo a voi quali preferireste leggere per primi (tanto prima o poi li scrivo tutti ^_^):

edit semi-immediato perché mi ero dimenticato un’opzione: Fate di provincia: la storia delle fate Giulia e Anita, ambientata in una città italiana moderna;

A wizard’s trial (in inglese): un mago al suo processo per tradimento;

L’uccisore dei due mondi (titolo provvisorio): un’avventura di un cacciatore di mostri italiano emigrato negli Stati Uniti nella seconda metà dell’Ottocento;

– qualche altro racconto su Apranik.

Bestie: Racconto fantasy-horror ambientato nell’Austria del primo XVIII secolo.

Herr Mannelig: Racconto ispirato all’omonima ballata svedese, ma con la vicenda notevolmente rielaborata.

Oppure, se nessuno di questi mi piace, suggerite voi qualcosa. ;-)

 
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Pubblicato da su 27/09/2011 in Comunicazioni di servizio

 

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È morto Sergio Bonelli

Stanotte ho fatto un sogno: discutevo assieme ad alcuni amici del costo di pubblicare un fumetto in Italia e ricordo di aver detto che “Per risparmiare potreste fare come fanno tutti, tranne Bonelli, e usare il computer per il lettering”. Stamattina ho letto su Repubblica.it la ferale notizia (relegata, ahimé, nella colonnina laterale). Sarà un caso?

La morte di Sergio Bonelli mi è dispiaciuta molto. Sebbene, come editore, Sergio fosse ancorato a idee ormai superate da tempo (“le ricerche di mercato sono inutili”, “su una pagina ci devono stare sei vignette, punto”, ecc), il suo ruolo storico nella creazione di una cultura del fumetto in Italia non può essere negato da nessuno. E come scrittore di fumetti (parecchi Tex, Mister No, ecc) era parecchio bravo. Mi mancherà.

 
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Pubblicato da su 26/09/2011 in Fumetti

 

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[Il post inguardabile] MarySue check!

Una MarySue (o GaryStu, al maschile) è un personaggio che presenta alcune caratteristiche particolari, tali da renderlo assolutamente odioso e molto poco credibile. Secondo l’ottimo riassunto postato da topolinamarta sul suo blog Pensieri d’inchiostro, una Marysue, per essere tale, deve:

a) essere pressoché privo di difetti e godere di tutti i pregi possibili;
b) godere dell’incondizionata simpatia dell’autore, al punto di incarnare i suoi ideali e rubare di continuo la scena agli altri personaggi anche più importanti di lei;
c) essere spaventosamente brava, coraggiosa, forte [inserire qui aggettivi random] anche rispetto agli standard della sua razza;
d) essere sempre la beniamina di tutti gli altri personaggi, nonostante la sua insopportabile “perfettinosità”;
e) possedere caratteristiche innaturali: capelli o occhi di colori strani, capacità sovrumane e poteri magici a non finire;
f) essere poco o per niente sviluppata per quanto riguarda il carattere e la personalità, o esserlo malissimo.

topolinamarta aggiunge che il personaggio si qualifica come MarySue se possiede “una o più” delle caratteristiche suddette; secondo me (e secondo TvTropes) un solo tratto non basta e occorre osservare la maggior parte di quelli elencati, se non tutti, per poter dire che il personaggio x è una MarySue. Anche perché, se così non fosse, nove decimi dei protagonisti fantasy si qualificherebbero come tali semplicemente per una caratteristica estetica. “^_^

Questo detto, l’argomento del post è il seguente: prendiamo personaggi fantasy a casaccio e li mettiamo a confronto con la lista di cui sopra. Segnamo in verde le caratteristiche possedute dall’eroe, in rosso quelle che mancano all’appello e in arancione (ho provato col giallo, ma non si leggeva una strumento usato dai falegnami per tagliare il legno) quelle che rimangono ambigue. Quante MarySue scopriremo?

Conan (dai racconti di Robert E. Howard)

a) essere pressoché privo di difetti e godere di tutti i pregi possibili: Conan è un ubriacone, un donnaiolo e un giocatore d’azzardo. È facile all’ira e occasionalmente ingenuo, specialmente nei confronti delle donne;
b) godere dell’incondizionata simpatia dell’autore, al punto di incarnare i suoi ideali e rubare di continuo la scena agli altri personaggi anche più importanti di lei: Howard era un uomo robusto e amante delle donne, ma di sicuro i suoi ideali non includevano il furto e l’omicidio. Senza contare il fatto che Conan è il personaggio più importante in tutte le storie in cui appare;
c) essere spaventosamente brava, coraggiosa, forte [inserire qui aggettivi random] anche rispetto agli standard della sua razza: nonostante sia fisicamente superiore alla maggior parte degli uomini, Conan viene sconfitto in più di un’occasione (in Nascerà una strega lo crocifiggono addirittura!);
d) essere sempre la beniamina di tutti gli altri personaggi, nonostante la sua insopportabile “perfettinosità”: decisamente no;
e) possedere caratteristiche innaturali: capelli o occhi di colori strani, capacità sovrumane e poteri magici a non finire: Conan è un uomo normale, senza poteri particolari;
f) essere poco o per niente sviluppata per quanto riguarda il carattere e la personalità, o esserlo malissimo: Conan ha una personalità sviluppata per il genere a cui appartengono le sue storie.

Conclusione: Conan non è un GaryStu.

Elric di Melniboné (dalla saga di Michael Moorcock a lui dedicata)

a) essere pressoché privo di difetti e godere di tutti i pregi possibili: Elric è albino e malato, dipende dalle droghe o dalla sua spada demoniaca per la propria sopravvivenza ed è solo parzialmente “umano” nel senso positivo del termine;
b) godere dell’incondizionata simpatia dell’autore, al punto di incarnare i suoi ideali e rubare di continuo la scena agli altri personaggi anche più importanti di lei: se Elric gode della simpatia di Moorcock, non voglio sapere cosa accade ai personaggi che questi detesta;
c) essere spaventosamente brava, coraggiosa, forte [inserire qui aggettivi random] anche rispetto agli standard della sua razza: parzialmente vero. Elric è lo stregone più potente di Melniboné, ma è anche l’unico a provare emozioni umane, che difficilmente è un tratto da Mary Sue;
d) essere sempre la beniamina di tutti gli altri personaggi, nonostante la sua insopportabile “perfettinosità”: LOL. No.
e) possedere caratteristiche innaturali: capelli o occhi di colori strani, capacità sovrumane e poteri magici a non finire: decisamente sì;
f) essere poco o per niente sviluppata per quanto riguarda il carattere e la personalità, o esserlo malissimo: assolutamente no.

Conclusione: Elric non è un GaryStu.

Harry Dresden (dal ciclo The Dresden Files di Jim Butcher)

a) essere pressoché privo di difetti e godere di tutti i pregi possibili: Harry ha un sacco di difetti, inclusi un senso distorto della cavalleria che lo mette sempre nei guai e un’antipatia poco igienica per l’autorità;
b) godere dell’incondizionata simpatia dell’autore, al punto di incarnare i suoi ideali e rubare di continuo la scena agli altri personaggi anche più importanti di lei: che Harry sia un personaggio creato per stare simpatico è chiaro a tutti. Tuttavia, essendo i romanzi narrati in prima persona, è praticamente impossibile che Harry “rubi la scena” a qualcuno di più importante;
c) essere spaventosamente brava, coraggiosa, forte [inserire qui aggettivi random] anche rispetto agli standard della sua razza: Harry è un mago potente, ma manca di controllo e nel corso della saga appaiono numerosi personaggi più potenti di lui;
d) essere sempre la beniamina di tutti gli altri personaggi, nonostante la sua insopportabile “perfettinosità”: più volte gli stessi amici di Harry arrivano a dubitare di lui (comprensibile, quando hai una storia che include l’omicidio del tuo mentore e un angelo caduto nella tua testa).
e) possedere caratteristiche innaturali: capelli o occhi di colori strani, capacità sovrumane e poteri magici a non finire: Harry è un mago, come lo sono molti altri personaggi della storia (in effetti, quelli normali si contano sulle dita di una mano monca);
f) essere poco o per niente sviluppata per quanto riguarda il carattere e la personalità, o esserlo malissimo: la personalità di Harry è ben definita e si evolve con il passare degli episodi.

Conclusione: Harry Dresden non è un GaryStu.

Nihal (dalla prima trilogia di Licia Troisi)

a) essere pressoché privo di difetti e godere di tutti i pregi possibili: no. Nihal è una piagnona e un’incapace. Il problema è che la storia va avanti lo stesso;
b) godere dell’incondizionata simpatia dell’autore, al punto di incarnare i suoi ideali e rubare di continuo la scena agli altri personaggi anche più importanti di lei: nonostante Nihal sia un’incapace e una piagnona, la storia va avanti lo stesso;
c) essere spaventosamente brava, coraggiosa, forte [inserire qui aggettivi random] anche rispetto agli standard della sua razza: Nihal è una donna che combatte bene quanto un uomo, anzi, meglio; e naturalmente è descritta come molto femminile, con tanto di seno abbondante che una donna muscolosa (come dovrebbe essere lei, visti gli allenamenti che fa) non può avere;
d) essere sempre la beniamina di tutti gli altri personaggi, nonostante la sua insopportabile “perfettinosità”: decisamente sì. Tutti vogliono bene a Nihal, inclusi coloro i quali rischiano ogni volta la pellaccia per colpa della sua incompetenza;
e) possedere caratteristiche innaturali: capelli o occhi di colori strani, capacità sovrumane e poteri magici a non finire: capelli blu, check; occhi viola, check; poteri magici, check.
f) essere poco o per niente sviluppata per quanto riguarda il carattere e la personalità, o esserlo malissimo: Nihal frigna. E basta.

Conclusione: Nihal è una MarySue e i romanzi in cui appare fanno schifo.

Richard Rahl (dal ciclo della “Spada della Verità” di Terry Goodkind)

a) essere pressoché privo di difetti e godere di tutti i pregi possibili: ehm, uhm, sì.
b) godere dell’incondizionata simpatia dell’autore, al punto di incarnare i suoi ideali e rubare di continuo la scena agli altri personaggi anche più importanti di lei: tendenzialmente sì. Richard è una dichiarazione vivente delle idee dell’autore, le quali si dimostrano sempre superiori a qualunque cosa si ponga sulla sua strada;
c) essere spaventosamente brava, coraggiosa, forte [inserire qui aggettivi random] anche rispetto agli standard della sua razza: nonostante le sue capacità, Richard viene ripetutamente umiliato nel corso della serie;
d) essere sempre la beniamina di tutti gli altri personaggi, nonostante la sua insopportabile “perfettinosità”: almeno due delle cattive si innamorano di lui;
e) possedere caratteristiche innaturali: capelli o occhi di colori strani, capacità sovrumane e poteri magici a non finire: *coff coff* l’unico mago al mondo nato con entrambi i tipi di magia *coff coff* Portatore di Morte *coff coff*
f) essere poco o per niente sviluppata per quanto riguarda il carattere e la personalità, o esserlo malissimo: decisamente no. Richard ha una personalità molto approfondita e decisamente originale.

Conclusione: Richard Rahl è probabilmente un GaryStu.

Una MarySue e mezza su cinque casi esaminati. Non è male, o forse sì? “^_^

 
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Pubblicato da su 25/09/2011 in Letteratura

 

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Dieci fatti per lo scrittore di fantasy II (abbigliamento)

1) Solo il più stupido degli assassini si vestirebbe di nero e/o indosserebbe un’uniforme come quella dei ninja di Holliwood. Un abbigliamento mimetico deve essere il meno distinguibile possibile dallo sfondo su cui si prevede di muoversi; gli sfondi neri sono rarissimi, sia in natura che negli ambienti urbani, pertanto tale “colore” risalta un po’ dappertutto. Molto meglio il blu scuro, il grigio o (in caso si preveda di agire all’aperto) il verde scuro.

Per quanto riguarda la classica “tutina” ninja, il problema è che ha il brutto difetto di dare nell’occhio: come reagireste, voi, alla visione di un tizio col volto coperto e vestito come lo stereotipo del sicario? I veri ninja si travestivano da servitori, mendicanti o altri individui che la gente “per bene” tendeva a guardare il meno possibile, ma che in un modo o nell’altro avevano accesso ai luoghi frequentati dalle loro vittime. Questa tattica è molto utile non sono per avvicinarsi al bersaglio, ma anche per allontanarsi senza essere inseguiti da una dozzina di guardie armate.

2) Sempre a proposito di colori, nella maggior parte dei casi gli abiti medioevali erano grigi o bianchi (i colori naturali delle stoffe): la tintura era costosa e riservata per gli abiti della festa o i vestiti dei nobili.

3) I mantelli sono utili per difendersi dalla pioggia e dal freddo, ma come abbigliamento da duello fanno abbastanza schifo. Le cappe hanno una qualche utilità se si è addestrati nel loro uso e non sono abbastanza lunghe da intralciare i movimenti.

4) La seta è un tessuto estremamente elastico e resistente. Sebbene ceda sotto i colpi delle armi e delle frecce, una camicia di seta non si romperà (a meno che non ci spariate contro, è ovvio) e impedirà alla ferita di infettarsi, oltre a consentire una facile estrazione dei dardi.

5) Le uniformi non esistevano nel Medioevo. Non che la cosa importi più di tanto (personalmente adoro inventare uniformi bizzarre nelle mie storie fantasy ^_^), ma ricordate che nella realtà gli eserciti non ne erano forniti: le leggi di guerra non riservavano trattamenti diversi ai combattenti “regolari” in uniforme e agli “irregolari” in abiti civili (come invece accade oggi) e i campi di battaglia non erano tanto pieni di fumo (come invece è accaduto durante l’Età Moderna e fino alla fine dell’Ottocento) da rendere necessario l’uso di colori vivaci per distinguere le proprie truppe da quelle del nemico. Tutt’al più, i soldati portavano nastri di stoffa con i colori del signore o della fazione che servivano.

6) I calzoni hanno fatto parte, fino all’Ottocento, dell’abbigliamento di popolani e soldati, mentre l’aristocrazia preferiva soluzioni diverse (dalle tuniche alle braghe a sbuffo del Rinascimento fino alle culotte del Settecento), caratterizzate proprio dal fatto che non erano adatte come abbigliamento da lavoro.

7) Le pellicce non erano esclusiva di nobili e mercanti. La maggior parte dei contadini e dei cacciatori possedeva capi d’abbigliamento foderati di pelliccia (mantelli, cappelli, guanti, ecc): del resto, ai tempi bastavano un arco e una buona conoscenza della foresta per procurarsene. Naturalmente, le pellicce del popolo erano diverse da quelle dei signori: i primi non potevano pagare qualcuno che uccidesse per loro un orso o che passasse le giornate a caccia di zibellini e non avevano il tempo materiale per farlo da sé, dovendo anche lavorare nei campi o nella bottega.

8) Le gemme usate nel Medioevo per decorare tessuti e gioielli erano lisce o sfacettate naturalmente. La tecnologia per ottenere pietre simii a quelle che vediamo oggi nelle gioiellerie risale al Rinascimento.

Questo fatto è dipinto correttamente in Conan il barbaro (quello del 1982, non lo schifo uscito quest’anno), dove sia le pietre preziose rubate dai ladri che quelle donate loro dal Re sono lisce o rozzamente sfacettate.

9) Sembrerà bizzarro, ma nei Secoli Bui non esistevano le mutande.

10) D’inverno e nei periodi freddi, la norma medioevale era indossare strati di abiti pesanti: non c’erano cappotti e giacche a vento.

 
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Pubblicato da su 23/09/2011 in Consigli per scrittori, Letteratura

 

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Musica!

Questa volta niente ispirazioni per romanzi, solo una selezione di musica dai miei artisti preferiti. ^_^

I Sabaton, un gruppo metal le cui canzoni sono ispirate alla storia militare:


I Folkstone, un gruppo metal sinfonico con l’unico difetto di essere composto da bergamaschi:


I Running Wild, gruppo di metal… boh, metal (XD):


Le Celtic Woman, coro di voci femminili meravigliose:


Spero che piacciano anche a voi. ^_^

 
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Pubblicato da su 22/09/2011 in Musica

 

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Consigli per scrittori: cinque armi che sembrano fighe, ma sono solo stupide

Ovvero: se volete essere presi sul serio, non inseritele nelle vostre storie.

Ascia bipenne

L’ascia bipenne era l’emblema del potere dei re di Creta, oltre che un simbolo religioso generico diffuso in Grecia e, successivamente, a Roma. Era anche uno strumento utilizzato per sacrificare animali di grossa taglia agli dèi. Non è mai stata utilizzata come arma: rispetto a una scure comune (come questa) è troppo lenta e pesante e offre solo il discutibile vantaggio di avere una seconda lama da utilizzare quando la prima si è consumata (ma un guerriero morto non ha bisogno di cambiare lama). Il peso incrementato non significa nemmeno che l’arma “colpisce più duro”, come dimostrato dal discorso sulla buster sword subito sotto.

A parte questo, l’ascia di per sé è un’arma di seconda scelta, che la maggior parte dei guerrieri eviterebbe in favore di una spada, una lancia o un’arma inastata (rispettivamente un’arma versatile e robusta, un’arma lunga e un’arma tendenzialmente più efficace contro le armature). Certo, non sempre si può scegliere, ma lo stereotipo del nano armato di ascia sa ormai di stantio e non ha nemmeno basi tecniche plausibili: una compagnia di guerrieri nani farebbe meglio a utilizzare lance o alabarde, o meglio ancora delle picche, per sfruttare al massimo la propria compattezza (meno larghi sono gli uomini, più se ne possono accumulare e più fitto è il muro di punte) e diminuire lo svantaggio dato dalle braccia corte. Oppure, dato che i nani sono spesso dipinti come artigiani abilissimi, potrebbero costruire le fortificazioni migliori del mondo e fare “marameo!” a chiunque passi di lì, certi di non poter essere vittime di rappresaglie. ^_^

Buster sword (e spade giganti in generale)

Per buster sword si intendono quelle spade sovradimensionate che si vedono in alcuni Final Fantasy e in Berserk. Nonostante l’aspetto minaccioso, sono armi estremamente inefficienti, come dimostra questo video:

Alla base dell’idiozia di queste armi sta la formula dell’energia cinetica:

Come potete vedere, raddoppiare il peso raddoppia l’energia cinetica e raddoppiare la velocità la quadruplica; è dunque molto meglio avere una spada leggera con cui si possono sferrare fendenti veloci, che non una spada il cui peso costringe chi la usa a colpire con la lentezza del genio nel video. A parità di muscolatura e addestramento, la prima colpirà con maggior forza e stancherà di meno il combattente. E prima che qualcuno lo chieda: sì, le vere spade a due mani pesano più di quelle a una mano, ma hanno una portata maggiore e i loro colpi sono “spinti” da entrambe le braccia (ma vah!), quindi riescono  a essere utili. Le buster sword no.

Fucile revolver

Carabina revolver prodotta da Colt

“Ecco un’idea geniale per caratterizzare il protagonista del mio romanzo: gli farò usare un fucile con un tamburo simile a quello dei revolver! Scommetto che nessuno ci ha mai pensato prima!”

In realtà qualcuno lo ha fatto. Anzi, diverse persone; fra queste c’è stato nientemeno che Samuel Colt, il famoso inventore e produttore di armi. I fucili revolver sono stati prodotti in pochissimi esemplari e non hanno mai preso piede per via di alcuni minuscoli difetti; fra questi, il fatto che usarli fosse pericoloso per il tiratore. ^_^ Il meccanismo dei revolver, infatti, prevede che ci sia dello spazio vuoto fra le camere di sparo e la canna, per consentire al tamburo di ruotare; tale mancanza di tenuta stagna consente la fuoriuscita di gas e scintille al momento dello sparo (sopratutto con le cartucce a polvere nera, che si usavano al tempo di Colt e compagnia). Non è un problema quando si usa una pistola, visto che la mano o le mani sono posizionate in basso e indietro rispetto al tamburo; un fucile, tuttavia, si impugna con una mano avanzata, che viene a trovarsi (per forza di cose) di fronte al tamburo ed è quindi esposta a vampate di fumo rovente e fiammate varie (le cartucce da fucile sono più potenti di quelle da pistola, pertanto il problema risulta accentuato). Per non parlare poi del rischio di “fuoco a catena”, un fenomeno che può capitare con le armi a percussione: in tale caso, tutte le camere del tamburo sparano contemporaneamente. Quando succede con un revolver, provoca qualche bestemmia; quando succede con un fucile a revolver, dove una mano viene a trovarsi lungo la traiettoria di due o tre proiettili, è un problema grosso. ^_^

Gunblade

“Seconda idea geniale: mettiamo un revolver nell’impugnatura di una spada e avremo un’arma che combina i vantaggi di entrambe!”

Purtroppo, un’affermazione del genere è veritiera solo in un mondo con le leggi della meccanica e della fisica di Final Fantasy. Nella realtà, i gunblade sono armi inutili: la lama sbilancia terribilmente la pistola, rendendo il tiro impreciso, e il revolver appesantisce troppo l’impugnatura della spada (che, fra parentesi, non può essere adatta allo stesso tempo per il tiro o per il combattimento corpo a corpo: bisogna scegliere!). Per non parlare degli enormi rischi di fuoco accidentale quando l’arma cozza violentemente contro qualcosa di duro (tipo la lama di una spada o il bordo di uno scudo), o della quasi certezza che una parata o un colpo sferrato male rovineranno il meccanismo di fuoco, rendendo la parte “pistola” inutilizzabile.

Armi simili ai gunblade sono esistite storicamente, ma erano a colpo singolo e avevano lame di coltello; un modello, la Elgin cutlass pistol calibro .54, è stata prodotta negli Stati uniti nel 1838 e adottata da una spedizione americana nei Mari del Sud. In teoria avrebbe dovuto essere utilizzata durante gli arrembaggi, per sparare un colpo e avere subito a disposizione un coltellaccio per il corpo a corpo; considerato che non ha mai avuto successo, non doveva essere poi tanto utile. “^_^

Spada a doppia lama

La spada a doppia lama è stata resa famosa da giochi di ruolo come Dungeons&Dragons e videogiochi come Neverwinter Nights. Può sembrare un ibrido tra la capacità difensiva e la versatilità di un bastone e il potenziale offensivo di una spada, ma in realtà non è così: poiché l’arma può essere afferrata in un numero limitato di punti (indizio: non ci deve essere una lama dove si mettono le dita!), il numero di prese possibili è molto limitato e la sua lunghezza non può essere sfruttata interamente. L’unico suo pregio sta nel fatto che, se l’avversario para un’estremità, è possibile colpirlo immediatamente con l’altra mentre la sua arma è bloccata… a meno che non abbia uno scudo o due armi. Dato il tipo di prese possibili, inoltre, ho dei seri dubbi sul fatto che il taglio e l’affondo siano efficaci quando quelli di una spada a due mani tradizionale. Molto meglio eliminare una delle due lame, allungare l’asta e usare il naginata che ne risulta.

 
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Pubblicato da su 21/09/2011 in Consigli per scrittori, Letteratura

 

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Indovina chi viene a cena? Harry Dresden! (warning: spoilers inside)

Questa volta sono passati solo quindici giorni dall’ultimo articolo in cui parlo dei romanzi di Jim Butcher dedicati all’unico mago sulla guida del telefono di Chicago. Il mio ritmo di lettura sta aumentando. ^_^ Oggi parliamo di Proven Guilty e White Night, rispettivamente l’ottavo e il nono volume della serie.

Proven Guilty è, narrativamente, un mezzo macello: il “cattivo” principale è patetico e tutta la storia del rapimento di Molly fa acqua (d’accordo, magari si chiarirà nelle prossime puntate, ma per ora non si capisce un accidente). Per fortuna ci sono la suddetta Molly e Charity che, con il loro approfondimento, salvano la situazione; la prima, in particolare, si scopre essere molto più interessante del previsto. E il povero Harry deve rinunciare a una parte ulteriore della sua virilità verso la fine del romanzo. ^_^

A proposito del finale: il deus ex machina è abbastanza ridicolo, ma il vero problema è il modo in cui Harry racconta quello che succede. Siccome il tempo della narrazione è il passato, il protagonista sa quello che è accaduto e non ha la minima ragione di pensare “Oh God, oh God, ohgodohgodohgod” quando le cose precipitano. È ridicolo, non ha senso, tantopiù che alla fine non si vanta mica di aver tenuto i lettori sulle spine. Questa volta Butcher ha preso un bel granchio e si merita un “sei” tirato.

White Night è un pelo migliore, ma nemmeno tanto. Quando l’identità degli antagonisti è stata rivelata, mi è salito alla labbra un “Meh” di delusione; per carità, la spiegazione ha senso e il finale fa assumere al tutto ben altra tonalità, ma sono rimasto perplesso dal modo in cui un vecchio antagonista di Harry ha fatto la sua ricomparsa e, sopratutto, dal blaterare insensato e fuori luogo sulle origini di Harry e sua madre. Inoltre, ma forse è solo una mia impressione, l’infodump (che non manca mai nei romanzi della serie, anche se non è particolarmente fastidioso) in questo episodio si sente parecchio, con Harry che nel bel mezzo di scene concitate spiega al lettore questa o quella faccenda. Per non parlare di Molly, che in questo romanzo sembra aver perso buona parte della sua profondità per adeguarsi allo stereotipo dell’apprendista maldestra e buona solo a spaventarsi e attirare le simpatie di una certa fetta di pubblico. E poi: d’accordo, ci sono motivi pratici per cui Molly si taglia i capelli e rinuncia a un certo tipo di abbigliamento, ma il fatto che passi da gothic lolita piena di piercing a ragazza normale con qualche piercing proprio durante l’apprendistato con Harry mi puzza non poco di sciovinismo. Però magari sono io.

Un personaggio che invece si rivela più interessante del previsto (come fa praticamente in ogni romanzo) è Marcone. Sarà perché, nonostante sia un “cattivo”, non si può non provare rispetto nei suoi confronti; sarà perché è superiore a Harry sotto molti aspetti, pur essendo un comune normale; sta di fatto che Marcone è uno dei miei personaggi preferiti e, in questo romanzo, si rivelano ulteriori sfacettature della sua personalità. Certo però che Butcher poteva risparmiarsi di far dire a Dresden “Eh, ma io questo lo sapevo dal momento in cui gli ho guardato dentro l’anima nel primo romanzo”, però. “^_^

Ora sto leggendo Small Favor, che finora (sono al nono capitolo) non mi dice molto. Per carità, è sempre scritto benissimo, ma la storia mi sembra poco attraente, forse perché i satiri non mi convincono un granché o forse perché Mab mi sembra sempre più un personaggio che appare per sparare frasi misteriose a casaccio e lasciare il tempo a Butcher di pensare a cosa fare per mandare avanti la trama. Vedremo se è così o no. ^_^

 
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Pubblicato da su 18/09/2011 in Letteratura

 

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