RSS

Kron (finale)

16 Ago

9. Il Re diavolo

Visto da vicino, il tempio di Forborgad somigliava a una grossa pietra rotonda dagli strani colori – verde scuro, rosso spento e un rosa pallido – avvolta dai rampicanti bianchi e dorati che erano le colonne, le torri e i tetti. Osservare troppo a lungo quel guazzabuglio di linee curve e dritte poteva far girare la testa a un uomo, così la maggior parte di coloro che in quel momento erano radunati di fronte a esso prestava attenzione a guardare altrove.

Kron fronteggiava un ometto grassoccio con la tonsura imperlata di sudore e una barba candida che copriva il pettorale ingemmato. «Non potete entrare armato,Maestà, né voi né gli uomini che vi accompagnano» disse il vecchio, col tono di chi era abituato a essere obbedito persino dai Re, gesticolando a indicare la ventina di neri armati di sciabola che stazionavano cinque passi indietro il nuovo sovrano. I pochi bianchi mescolati a loro – ufficiali e qualche notabile che, per istinto, avevano camminato dietro al Re fino a lì – apparivano intimoriti dall’uomo, impaludato in una lunga tunica di seta scarlatta. Kron sorrideva.

«Siete stato veloce ad adattare quel titolo a un uomo nuovo, Eminenza. Potrei considerarlo una prova di scarsa lealtà.»

Il sacerdote avvampò. «Il Nascosto non ha doveri nei confronti degli uomini, Maestà. Sono loro a non dover rischiare la sua ira.»

«E, naturalmente, poiché il Dio agisce per vie misteriose, la sua vendetta non può essere prevista e quando giunge potrebbe essere confusa per qualunque altra cosa, vero?» Kron sollevò una mano per prevenire la risposta adirata del prete e, chinandosi in avanti, mormorò:

«Il popolo potrebbe non gradire il fatto che al loro liberatore sia impedito di rendere grazie al loro Dio, Eminenza. In effetti, potrebbe gradirlo talmente poco da ricordarsi che quei tetti d’oro sono stati donati dal vecchio Re e, di conseguenza, pagati col loro denaro.»

Il colore del vecchio passò dal rosso a un purpureo acceso. Inspirò profondamente, preparandosi forse a lanciare un’invettiva, ma ancora una volta Kron lo fermò, avvicinandosi ulteriormente, la voce ridotta a un bisbiglio:

«Se state per condannarmi all’Inferno, Eminenza, potete risparmiare il fiato. Ci sono già stato, ho visto il cielo scarlatto e i mostri mangiatori di uomini. Non mi hanno spaventato e non lo farete voi.»

La maledizione del prete gli morì in gola e il colore defluì dal suo volto, lasciandolo pallido come un osso spolpato. «Voi avete letto i testi proibiti! Questo è sacrilegio!» mormorò, ma nella sua voce c’era più paura che sdegno.

«No, Eminenza, non ho letto un bel niente. Ho visto.» Nel pronunciare quelle parole Kron sollevò un braccio avvolto nella tunica di seta blu che lo ricopriva da capo a piedi e fece un ampio gesto rivolto ai suoi uomini. I neri obbedirono subito, avanzando a passo svelto, le mani sui pomi delle sciabole; i dignitari, tremando, li seguirono.

«Ricordate le mie parole, Eminenza.»

Le spalle del vecchio precipitarono. Si fece da parte e guardò gli stivali degli uomini passargli accanto, senza dire una parola. Qualcuno dei bianchi rivolse lo sguardo nella sua direzione, ma nessuno parlò.

L’anticamera del tempio, delle dimensioni di una piazza, era un trionfo di affreschi, stucchi e arazzi appesi a sostegni dorati. I protagonisti delle scene dipinte o intessute erano familiari a tutti gli uomini civilizzati che, tranne uno, in quel momento andavano alla ricerca delle loro sagome per trarne conforto dal disagio che provavano: eroi leggendari, uccisori di demoni, santi e qualche Re che era una o tutte queste cose. I neri si guardarono intorno a occhi aperti e furono sul punto di sfoderare le armi, come se quegli uomini e quei mostri fossero nemici che li circondavano; poi parvero rendersi conto della verità, o forse fu l’occhiata d’acciaio che Kron rivolse loro a convincerli che non sarebbe stato opportuno sfregiare quelle opere d’arte con le loro lame.

Un’arcata di marmo intarsiato d’oro, tanto larga che dieci uomini avrebbero potuto stare fianco a fianco sotto di essa, immetteva nella camera centrale, somigliante a un uovo per via delle pareti che convergevano in un alto con curve impossibili. Il colore dominante era un grigio venato di verde e rosso, che contrastava con il candore della piattaforma su cui era posta la statua di un uomo, proprio in corrispondenza dell’apice del soffitto. L’individuo rappresentato nel marmo sollevava una mano verso l’ingresso, come per ingiungere agli intrusi di fermarsi; il suo abbigliamento era indefinibile se non come un accumulo di panneggi in tutti i colori freddi che si potessero immaginare. Il volto della statua era coperto da una maschera d’oro con le sembianze di un giovane imberbe, dalla chioma riccia e con un sorriso che contrastava con la sua gestualità.

Kron si avvicinò alla statua camminando su un tappeto blu ricamato in oro. Anche da vicino, essa pareva in tutto e per tutto un essere umano: la pelle era dipinta del colore della vita e ogni dettaglio delle forme e dei panneggi era scolpito in modo magistrale.

«Vostra Maestà! Nemmeno voi potete avvicinarvi tanto!»

Questa volta, Kron ignorò le proteste dell’anziano sacerdote, come ignorò il suo urlo inorridito quando allungò una mano per toccare la maschera del Dio. Da quella distanza poteva distinguere i cordini di seta quasi trasparente che la legavano alla testa. Sotto i suoi polpastrelli, la superficie metallica era gelida.

Ci furono rumori di lotta dietro alle sue spalle. Quando si voltò, vide il sacerdote paonazzo immobilizzato da un nero mentre gridava: «Sacrilegio! Sacrilegio!» Kron sorrise all’indirizzo del barbaro e riportò la sua attenzione sulla maschera della statua, cercando un modo per sciogliere il nodo. Lo trovò e sollevò la spessa lamina d’oro, scoprendo il vero volto del Dio.

Non era un volto umano. Quell’essere avrebbe potuto assomigliare a un uomo da una certa distanza, ma solo fino a quando avesse potuto nascondere i suoi occhi simili a gemme azzurre incastonate obliquamente sul viso magro, colorato di un rosa talmente leggero da sembrare un bianco sfumato. C’era qualcosa di alieno nella forma delle ossa, troppo lunghe e troppo sottili, e nella tinta d’oro rosso dei capelli tagliati corti.

«È questo, dunque, il vero volto di Forborgad? Gli uomini di Nara adorano un demone?» chiese Kron, freddamente, ad alta voce.

«Voi non potete capire! Il Dio ha due volti perché…»

L’anziano sacerdote fu interrotto dallo sbattere di una porticina a destra dell’arcata. Da questa emerse un gruppetto di uomini tonsurati in tunica blu, armati con lance e corte spade, che si immobilizzarono e sbarrarono gli occhi alla vista del loro decano prigioniero di un gigante dalla pelle scura e del loro idolo dissacrato.

«Io non muoverei un dito, venerandi padri» disse Kron. «Potreste ritrovarvi senza un alto sacerdote da difendere. Stavate dicendo, Eminenza?»

Il vecchio deglutì. «La statua rappresenta il passato, quando gli uomini non erano che bestie paurose e i demoni governavano la terra. La maschera rappresenta il presente e il futuro, per questo è d’oro incorruttibile. Quando il cerimoniale lo prevede…»

«Conosco il cerimoniale.» Kron guardò la maschera che teneva in mano: era una lamina spessa quanto un’unghia, liscia e perfetta in ogni dettaglio, comprese alcune rughe sottili sulla fronte. La girò e sul retro, in corrispondenza della fronte, vide un’iscrizione in caratteri svolazzanti. «Cosa significa questa scritta?»

«Maestà, questo è troppo…»

«Sono io a decidere quanto è troppo!» L’eco del ruggito di Kron parve schiacciare gli uomini bianchi come una forza fisica. «Allora?»

Uno dei giovani armati parlò. «Non lo sappiamo, Sire. Nessuno lo sa.»

«Taci!» lo ammonì il prete anziano, ma ormai la verità era stata rivelata. Kron camminò verso Sua Eminenza, tenendo la maschera sollevata all’altezza del proprio volto.

«E così, i sacerdoti di Forborgard non conoscono il significato dell’incisione sulla maschera del loro Dio. Mi chiedo a cosa serviate, se non a terrorizzare il popolo e a chiedere denaro al Re. Forse dovrei abolirvi.»

Questa volta il nomade che tratteneva il prete dovette fare uno sforzo per tenerlo fermo. «Non spetta a voi decidere sulle questioni sacerdotali! Ricordate che un anatema può cadere anche sulle vostre spalle!»

Una mano che faceva capolino da una manica bianca sfiorò il fianco del nero, che vide a chi apparteneva e si scostò come se fosse stata una lama. «Sono certa che Sua Maestà ha spalle larghe a sufficienza per portare qualunque maledizione» disse Adrianna. La strega avanzò fino a un braccio di distanza dal Re e stette lì, con le mani giunte. Non chiese né fece gesti per farlo, ma il suo sguardo era colmo di aspettativa.

«Che genere di conoscenza malefica è quella iscritta qui dietro, strega?»

Adrianna fece una piccola smorfia. «Mostratemela e lo saprete.»

Kron infilò le dita nelle fessure per gli occhi della maschera e la sollevò all’altezza degli occhi di Adrianna. «Leggi dentro di te e poi traduci. Se dovessi sentire una sola parola che non capisco, la tua testa ornerà il frontone del mio palazzo.» Ripeté le ultime parole nella lingua dell’Ora e un nero annuì, sfoderando la scimitarra e portandosi alle spalle della strega.

Adrianna non ebbe bisogno di pronunciare una parola intera: la prima sillaba fu seguita da un coro di urla laceranti che risuonarono nella sala a forma di uovo. I sacerdoti e i notabili bianchi crollarono a terra piangendo e contorcendosi come animali feriti; i neri persero la presa sulle armi e caddero in ginocchio. In quella stessa posizione, Kron premette le mani ai lati della testa nel tentativo di contenere il dolore che minacciava di farla scoppiare. L’agonia, in ogni caso, non era confinata nel suo cranio: era come se il dolore di tutte le ferite che aveva ricevuto nell’arco della sua vita si stesse riversando tutto assieme in ogni fibra del suo corpo, bruciandolo e ghiacciandolo al tempo stesso. Era solo vagamente consapevole di Adrianna, del fatto che la strega stesse allacciando il cordino della maschera dietro la propria nuca. Sentì sulla lingua il sapore del sangue quando si morse le labbra per non urlare e udì un’altra cantilena filtrare attraverso la lamina d’oro.

Un nobile pallido, nelle sue convulsioni, sbatté la testa contro il pavimento e smise di muoversi. Kron lottò per rialzarsi in piedi e avvicinare la mano destra all’elsa della spada; fu ricompensato con la sensazione che qualcosa gli stesse scavando nei muscoli del braccio e delle gambe, divorandolo nel processo. Il nero dietro le spalle di Adrianna, invece, era riuscito ad appoggiarsi al braccio sinistro e ne approfittò per sferrare un fendente contro le gambe della donna. La lama si infranse come vetro; un istante dopo, con un rumore osceno di rami spezzati, il braccio del nomade si piegò in modo innaturale e ricadde come quello di una bambola di stracci. Il nero non gridò, forse perché non gli rimaneva la forza per farlo; crollò svenuto.

Adrianna parlò. Era lo stesso, osceno linguaggio, ma questa volta il tono era quello di un discorso. Ancora una volta interrotto, Kron ebbe l’impressione di essere vicino a capire le parole e che esse, per il solo fatto di appartenere a quella lingua bizzarra, non promettessero nulla di buono. Qualunque discordo la figura mascherata stesse facendo fu interrotto da una risata. «Sono millenni che non parlo il tuo linguaggio, cucciolo. Mi ero dimenticato quanto suonasse male.»

Immerso nel dolore, Kron riuscì comunque a provare disgusto e paura. Quella che aveva parlato con un accento indefinibile non era la voce di Adrianna, ma quella squillante di un uomo.

«Questa cucciola deve odiarti molto per aver usato la Parola del Dolore su di te… Kron? Sì, Kron. Quella statua dovrebbe rappresentare me? Immagino che qualcuno si aspetterebbe di sentirmi esprimere orgoglio, ma…» L’imprecazione che l’uomo lanciò subito dopo non doveva avere equivalenti in una lingua umana, perché le parole che sputò erano nella sua. «Voi mi adorate

Dalla bocca di Kron uscirono dei suoni indistinti.

«Oh, dimenticavo.» L’essere parlò e Kron fu sollevato dal dolore; non del tutto, ma quanto bastava per poter pensare.

«Tu… sei Forborgad?»

Un’altra parola risuonò nella stanza. Questa volta Kron non riuscì a trattenere il grido.

«Il fatto che mi degni di parlarti non implica che tu possa permetterti tanta familiarità, cucciolo. Nella tua lingua bastarda, “voi” è l’espressione usata con i superiori e con essa ti rivolgerai a me. “Forborgad” è il nome che date alla figura rappresentata in quella statua?» Parlò nuovamente e nuovamente il dolore si attenuò.

Kron sollevò la testa per guardare la maschera. Attraverso i buchi per gli occhi vide due pozze nere simili a pupille mostruosamente dilatate. «Quello è un Dio.»

Forborgad si avvicinò alla statua, incurante degli esseri umani che agonizzavano ai suoi piedi. Alcuni, sopratutto fra i giovani sacerdoti, non si muovevano più. La creatura sfiorò il volto di pietra e, dal modo in cui si mosse, parve rendersi conto solo allora della differenza di altezza fra quel corpo e quello che abitava in quel momento.

Kron si guardò intorno. C’erano diverse armi alla sua portata. Attirò a sé una lancia, soppesandola con il braccio destro, ancora vittima di contrazioni muscolari.

«Sono deluso, cucciolo. La tua razza è nata per imparare, eppure vedo qui la dimostrazione del fatto che ignorate ciò che non volete conoscere. La mia maschera…»

Kron scagliò la lancia. Arrivata a un pollice dalle scapole di Adrianna la punta si piegò, poi l’asta si ruppe nel punto in cui era avvitata ed entrambi i pezzi caddero al suolo. La maschera d’oro brillò alla luce delle candele.

«Perché lo hai fatto? Sai già che le armi non possono farmi nulla.» C’era della curiosità onesta nel tono di quella voce.

Quella di Kron era rotta dal respiro affannoso. «Perché non sarei un uomo se ti consentissi di ignorarmi» rispose. Quindi, sorrise.

«Oh, certo. Cercare la sofferenza senza averne bisogno è un segno distintivo della tua specie, dunque.» Così dicendo, arrotolò una delle maniche della tunica di Adrianna, mostrando un reticolo di linee pallide che si diramavano dal polso lungo tutto il braccio formando disegni geometrici e simboli alieni quanto l’alfabeto misterioso inciso sulla maschera e – ora Kron ricordava – sulla stele che si troavava lungo la Strada nell’Ombra. Erano scarnificazioni, tagli tenuti aperti a lungo in modo che lasciassero segni profondi. La pelle della strega ne era ricoperta.

«Sai dirmi perché questa cucciola ha fatto questo a se stessa?»

Kron sputò un po’ di sangue prima di rispondere. «Ha detto di essere promessa a qualcuno. Ora so di chi parlava. Quei tagli devono essere parte di una stregoneria.»

«Per risvegliare me? La follia deve aver contaminato questa linea di sangue» disse Forborgad, osservando una vena semisepolta dalle cicatrici. «O forse la cucciola non era ignorante a sufficienza da avere paura di quello che faceva. Per fortuna le funzioni del corpo non sono danneggiate… non per quello che mi interessa, perlomeno.»

Kron non era in grado di sfoderare la propria spada, ma riuscì ad afferrare per la lama quella del nero col braccio spezzato. La trascinò a sé, stringendo i denti, e una volta afferrata l’impugnatura usò l’arma come appoggio per alzarsi in piedi. La lama si piegò sotto il suo peso, ma resse.

Forborgad parlò.

Fu come se ciascun nervo di Kron fosse estratto dal corpo e immerso nel sale. La parola lo fece bruciare da dentro, un dolore talmente forte da toglierli quasi subito ogni sensibilità e gettarlo in uno stordimento dove l’unica sensazione era la sofferenza. Si accorse vagamente di aver toccato terra con un ginocchio e una mano.

«La cucciola ti odiava, Kron. Non meriti di essere oggetto dello stesso sentimento da parte mia, ma non mi costa nulla dare una soddisfazione al suo spirito.» Forborgad si tolse la maschera. Dietro di essa stava il viso di Adrianna, i muscoli tesi in maniera inverosimile e gli occhi invasi quasi interamente dalle pupille. Gli afferrò il mento con dita che sembravano d’acciaio.

«Addio, piccolo Re.»

Ripeti esattamente quello che udrai adesso disse qualcuno a cui Kron non poté fare a meno di obbedire. Parlò, sebbene la sua lingua bruciasse e parte del suo cervello si ribellasse all’idea stessa di formare quei concetti dentro di sé. Udì un rumore come di corde tese e ramoscelli spezzati; un istante dopo Forborgad aveva mollato la presa ed era indietreggiato urlando. Anch’egli parlò, ma il dolore doveva ostacolarlo, perché i rumori continuarono e dalle labbra rosse di Adrianna colò del sangue.

Fin troppo abile per un cucciolo si complimentò la voce. Kron scosse la testa. La sofferenza lo aveva abbandonato e lo stesso, notò guardandosi attorno, pareva valere per gli altri: quelli che respiravano ancora, perlomeno, avevano smesso di contorcersi.

Alla fine Forborgad azzeccò la formula giusta. «Chi ti ha insegnato la Lingua della Creazione, bestia!» ruggì.

Kron ghignò. «Sono un condottiero, un nobile e un Re. Con le mie parole ho mandato a morte migliaia di uomini e concluso una dinastia. Conosco bene il tuo potere.» Un momento dopo si rese conto di aver parlato in quella medesima lingua oscena che tanto disprezzava. Le parole gli erano venute spontaneamente, come se fossero nate dal suo desiderio di trasmettere all’altro il proprio odio.

Il volto di Adrianna si deformò ancora di più quando Forborgad snudò i denti e indietreggiò a passo lento, come una belva all’angolo. Kron parlò ancora, ma questa volta nemmeno il significato delle parole gli apparteneva; anzi, era come se ciascuna sillaba lo spingesse sempre più indietro nella sua stessa mente, lasciando spazio a qualcosa d’altro. «Non avevo idea che si potessero lasciare indicazioni per il Risveglio, Amichab. Sei proprio un vile.»

Forborgard gridò un sortilegio, ma prima ancora che avesse terminato la bocca di Kron pronunciò una sillaba e l’aria di fronte a lui ondeggiò come un miraggio. La pelle dell’uomo si arrossò come se fosse stata scottata. Un flusso di parole nella Lingua della Creazione scaturì dalle labbra di entrambi gli umani e un vento soprannaturale invase la sala, la terra tremò e sui loro corpi apparvero lesioni nere e rosse dove non erano riusciti ad arrestare del tutto le rispettive stregonerie. Dietro le spalle di Kron, quegli uomini che erano ancora vivi osservavano impietriti la scena.

Ormai il condottiero era ridotto a uno spettatore dietro ai propri occhi. Vedeva e sentiva, ma non aveva il controllo sulle proprie azioni; percepiva come se fossero sue le emozioni della volontà che si era risvegliata in lui, un misto di felicità e rabbia unito a una rivalità a lungo sopita. Si chiese, mentre una ciocca dei suoi capelli andava in fumo, se Adrianna fosse nella medesima situazione, intrappolata come lui in mezzo alla gioia fratricida di una coppia di mostri. Poi dimenticò quel pensiero e si concentrò sul proprio corpo, percorrendone con la mente ogni muscolo, cercando di provocare uno qualsiasi delle migliaia di riflessi che aveva accumulato durante tutta la vita. All’improvviso sentì la propria mano sinistra chiudersi a pugno e, al tempo stesso, avvertì la sorpresa della volontà aliena.

Kron non aveva bocca, in quel momento, per cui pensò con tutta la propria forza: Concentrati sulle tue stregonerie e lascia a me il resto!

Cosa vuoi fare? Non puoi avere il tuo corpo indietro! È mio adesso!

Per tutta risposta, Kron diresse la propria volontà lungo il braccio sinistro, piegando il gomito. Poi risalì fino alla spalla e, con uno sforzo, riuscì ad agitare il tutto in una parodia di saluto a Forborgad, in quel momento impegnato – non avrebbe saputo dire come lo sapeva – nel tentativo di far bollire il sangue che scorreva nelle vene del corpo occupato dal suo avversario.

Fermo! Vuoi distruggerci entrambi? Lasciami fare!

Troppo tardi, demone pensò Kron di rimando. Avresti dovuto scegliere un altro ricettacolo. Adesso fai il tuo dovere! Le gambe erano più difficili da raggiungere e, quando ci riuscì, muoverne una gli parve difficile quanto spingere un carro carico di piombo lungo una strada in salita; ma ci riuscì. Un lampo di paura balenò in lui; non era la sua. Il flusso di incantesimi che usciva dalla sua bocca slittò e per un attimo vide tutto nero; poi l’altro spirito ritrovò la compostezza e contrattaccò ferocemente, crepando il pavimento di pietra.

Il corpo di Kron fece un passo avanti, barcollando come un infante, poi un altro ancora. Forborgad, immobilizzato nello scambio di maledizioni, sbarrò gli occhi e raddoppiò gli sforzi, ma questa volta l’emozione altrui che Kron percepì fu come un ruggito di trionfo e, al tempo stesso, una risata maligna. Per quanto lo disgustasse, non poté fare a meno di godere anch’egli del terrore che leggeva sul volto di Forborgad mentre sentiva il proprio corpo muoversi, un passo dopo l’altro, verso il falso Dio, che stava dando fondo alle proprie conoscenze di magia nera per tentare di distruggere lui e chiunque fosse con lui. Invano.

Conquistò un metro, poi un altro e un altro ancora, e alla fine fu abbastanza vicino per sollevare il braccio e stringere la mano attorno alla gola candida di Adrianna, impedendo all’aria di entrarvi o di uscirvi. L’altra volontà ruggì trionfante e parlò.

Perlomeno, tentò di farlo. Kron glielo impedì, esercitando sulle labbra lo stesso comando che gli aveva consentito di muovere gambe e braccia. Sentì lo spirito, il demone, o quello che era opporsi al suo sforzo e tenne duro. Dopotutto quello era il suo corpo, addomesticato alla sua volontà.

Vuoi risparmiarlo? Perché?

Non lui ribatté Kron. Non sopporto di perdere ciò che mi appartiene di diritto. Avvertì, in risposta al suo pensiero, un riluttante rispetto. Ne approfittò per chiedere: Da dove venite fuori voi demoni?

Da nessuna parte, cucciolo. Da ciò che vedo nei tuoi ricordi, hai percorso la Via per Ogni Luogo; attraverso quella strada noi – Amichab, io e molti altri – spostavamo le nostre legioni e conquistavamo terre che poi ci contendevamo. Un giorno, scoprimmo che in essa si era intrufolato un gruppo di quelle scimmie che abitavano alcune delle terre calde. Dovevano essere rimaste lì per dei secoli, perché quando le scovammo erano mutate in modi assai bizzarri, adattandosi al nuovo ambiente. Incuriositi, facemmo un esperimento sulle loro cugine.

Seguì una spiegazione riguardante libri scritti all’interno dei corpi, fluidi e manipolazioni, che Kron non capì. Il senso gli era comunque chiaro.

In quel modo, ognuno di noi avrebbe avuto parte di sé all’interno di una di quelle scimmie e delle sue discendenti, e delle discendenti delle sue discendenti, fino a quando la linea di sangue non fosse stata abbastanza evoluta da far emergere le caratteristiche più elevate… o il Risveglio non fosse stato provocato in qualche modo. Non sapevo che Amichab avesse sviluppato una formula atta allo scopo.

Che io non ho usato obiettò Kron.

Non poteva vedere il sorriso dell’altro, ma lo immaginò. L’istinto di sopravvivenza può essere altrettanto efficace, sopratutto se l’evoluzione è a buon punto.

Gli rimaneva solo un ultimo dubbio. Come mai siete spariti senza lasciare traccia?

Questa volta la presenza rise. Ma come! Ci siamo uccisi a vicenda, ovviamente! È stato un gran divertimento! Chissà se presto non lo rifaremo.

Kron ragionò. Se quell’essere era nel suo cervello, in esso doveva esserci anche la conoscenza della Lingua della Creazione; la cercò come avrebbe cercato un vecchio ricordo e la trovò. Quindi, facendo violenza a se stesso e cogliendo il suo demone di sorpresa, sibilò un incantesimo che penetrò nelle orecchie di Adrianna, percorse tutta la strada fino all’interno del cranio e, una volta lì, colpì come la lama arroventata di un chirurgo, cauterizzando il tessuto infetto. La strega urlò; un urlo di uomo che sfumò nel lamento di una donna.

No! Cosa hai fatto! Spettava a me questo onore!

«Mi dispiace, ma i giochi sono finiti» disse Kron, ad alta voce. Pronunciò di nuovo la formula, modificando l’accentazione di due parole, e il suo cervello esplose in fiamme.

Quando rinvenne era accerchiato da montagne scure i cui occhi neri erano fissi su di lui. Udì mormorare scongiuri in dialetti barbari che, per un terribile istante, gli sembrarono familiari come la lingua che aveva imparato dalla balia; poi quel momento passò e una cappa di benedetta ignoranza calò su di lui. Il suo corpo obbedì fedelmente all’ordine di alzarsi.

La sala del tempio era semidistrutta. Qualunque cosa non fosse composta della pietra delle pareti era stata frantumata, strappata, bruciata o liquefatta da forze che non appartenevano al mondo dei mortali. I corpi che Kron aveva visto a terra erano spariti e, dei visi che lo circondavano, solo una manciata apparteneva a coloro che erano entrati con lui.

«Masambe? N’ambe? Akaub?» chiamò.

Un nomade scosse la testa. «Sono morti, o Potente. La strega li ha uccisi con i suoi sortilegi e i demoni li hanno reclamati.»

Kron rabbrividì ed elencò altri nomi. La risposta fu la stessa. Ci sarebbe stato del lavoro da acchiappatopi da fare, presto: i mostri ancestrali a cui aveva dato accesso al mondo dovevano essere distrutti, prima che qualcuno notasse la loro somiglianza con gli uomini e decidesse di indagare.

«La strega dov’è?»

Il nero che aveva parlato per primo indicò dietro le spalle di Kron. «Laggiù.»

Kron si voltò. La piattaforma si era spezzata e il basamento della statua l’aveva seguita; quest’ultima giaceva a terra, il braccio teso separato dal busto e la testa staccata. Il volto, per quanto Kron potesse dire da quella distanza, era distrutto. Adrianna era riversa sul torace di Forborgad, un braccio intorno alle spalle di marmo dipinto. La sua schiena si muoveva nel ritmo del respiro, ma per il resto la strega era immobile. Kron si avvicinò a lei e vide gli occhi arrossati e nuove rughe sul volto un tempo senza età.

La schiaffeggiò con tanta forza da sollevarle la testa. Lei si svegliò e per un momento Kron rivide nei suoi occhi la crudeltà e la freddezza che l’avevano contraddistinta; poi, di fronte a lui ci fu solo una donna stanca e delusa.

«Perché non mi ha ucciso?» chiese Adrianna.

«Hai preso qualcosa di mio, strega, e non ti lascerò andare senza sdebitarti. Gli uomini che il tuo demone ha divorato erano la mia guardia del corpo: guerrieri scelti, capi fra le loro genti. Le loro vite mi appartenevano.»

«Sappiamo tutti e due che non era un demone, Kron.» Adrianna aveva parlato a voce tanto bassa che solo Kron l’aveva udita.

«Ma per tutti sarà così. Il popolo apprenderà di essere stato ingannato dai preti adoratori di un demonio e di come il loro Tiranno e la sua strega li hanno salvati. Sarai prigioniera della loro gratitudine per quanto ti resta da vivere.»

«E se rifiutassi?»

«Avrai accanto una guardia giorno e notte e qualunque cosa tu beva o mangi sarà controllata. Non avrai modo di liberarti da sola, quindi preparati a svolgere le tue funzioni con abnegazione; un giorno potrei usarti la gentilezza di ucciderti.»

Adrianna arricciò le labbra. «Tu non hai bisogno di diavoli che ti possiedano. Tu sei un diavolo.»

«Credo che ormai lo sappiano tutti» ribatté lui, sorridendo. Poi la sua espressione si indurì. «E qualunque cosa emerga dalla sua cloaca di tenebre per insozzare il mondo degli uomini lo imparerà presto!»

Annunci
 
9 commenti

Pubblicato da su 16/08/2011 in Racconti

 

Tag: , , ,

9 risposte a “Kron (finale)

  1. Artic Swan

    02/09/2011 at 10:11 pm

    Beh, colpo di scena…però ho molti dubbi.
    I mostriciattoli, ad esempio, sono spariti..non dovevano seguire l’esercito e papparsi i defunti?
    E sti due demoni, alla fine? Non sono dei, si dice non siano demoni, ergo?

    Dì la verità…è per via dell’alcool! Nella sbronza ha avuto visioni apocalittiche!

     
    • bakakura

      02/09/2011 at 10:20 pm

      Lol! XD
      I mostriciattoli ci sono ancora, infatti i cadaveri dei neri sono stati portati via per essere pappati (“i demoni li hanno reclamati”). Si conferma, tra l’altro la profezia del vecchio nero alla fine del capitolo 1: «saremo tutti Re o tutti morti.» Infatti sono morti tutti. :-P
      Le origini dei due “demoni” (che, nell’epoca di Kron, non sono altro che blocchi di tratti genetici recessivi) sono descritte nel testo. ^_^

       
  2. Artic Swan

    02/09/2011 at 11:43 pm

    Si. ho visto, la descrizione, saputello!
    Però…mah, non so…
    E poi! Ma dovevi proprio farli fuori quei poveretti?!?!?

    “Blocchi di tratti genetici recessivi”…voglio la mappa genica dei recessivi in questione.
    Recessivi rari, mi auguro, perché ti assicuro che non conosco recessivi “normali” che diano quegli effetti…nemmeno TUTTI insieme!

    Però è anche vero che non conosco nessuno delle popolazioni da te citate…
    Ti ho mai detto che un amico mio che scrive fantasy adora darmi della pignola in pubblico?

    P.S.: hai dato un’occhiata a quei capitoli che ti ho linkato? Che ne pensi?

     
    • bakakura

      03/09/2011 at 12:15 am

      Eh, sono stati vicini al loro signore fino alla morte. Mica è colpa mia se Kron si è andato a mettere contro qualcosa che uccide gli esseri umani per sfizio. :-P

      ““Blocchi di tratti genetici recessivi”…voglio la mappa genica dei recessivi in questione.
      Recessivi rari, mi auguro, perché ti assicuro che non conosco recessivi “normali” che diano quegli effetti…nemmeno TUTTI insieme!”

      Evidentemente non possiedi le conoscenze scientifiche di quel popolo pre-umano che dominava il mondo decine di migliaia di anni prima della migrazione dei figli di Ario. ^_^

      “P.S.: hai dato un’occhiata a quei capitoli che ti ho linkato? Che ne pensi?”

      Quelli che mi hai segnalato via mail? Ho dato una scorsa al primo e mi sembra scritto male, con descrizioni campate in aria e infodump a go-go. Però dopo magari migliora.

       
  3. Artic Swan

    03/09/2011 at 12:40 am

    Infodump ci può stare, descrizioni campate in aria…è un po’ difficile, visto che il tizio, come dire…è molto addentro a ciò di cui parla.
    Come dire che Leonardo non sapeva descrivere la Gioconda,per intenderci… ;-)

    Mica è colpa mia…ma guarda…come non lo avesse scritto lui!

     
    • bakakura

      03/09/2011 at 12:45 am

      Per “campate in aria” non intendo che sono sbagliate nel contenuto, ma nella forma. Per esempio:

      “Hitler, con occhi iniettati di fluido omicida e in preda al suo abituale delirio di onnipotenza, con un ghigno maligno […]”

      Cosa diavolo è il “fluido omicida” e cosa, nell’aspetto di Hitler, fa intuire che sia in preda al delirio di onnipotenza (e da cosa si intuisce che questo è “abituale”?)? Per non parlare dell’orrida assonanza ghigno-maligno. :-/

      “Mica è colpa mia…ma guarda…come non lo avesse scritto lui!”

      Kron si è scritto praticamente da solo. Fosse stato per me, l’avrei chiuso alla fine del terzo capitolo. Il protagonista non era d’accordo. U_U

       
  4. Artic Swan

    07/09/2011 at 12:18 am

    Si è scritto da solo, eh? Il protagonista non era d’accordo, eh?

    Ok, raga, questo ormai ce lo siamo giocato…

     
    • bakakura

      07/09/2011 at 1:05 am

      Se fossi sano di mente non scriverei fantasy, ma Harmony U_U

       

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: