RSS

Il prezzo della scelta

01 Ago

Ecco il racconto per chi non lo ha già letto. Il .pdf sta qui.

 

La odiavano. Odiavano la sua pelle chiara e il naso dritto, odiavano i suoi capelli scuri e il modo in cui fluttuavano liberi dal velo che le loro donne erano costrette a portare; odiavano il fatto che cavalcasse e il modo sconveniente in cui stava in sella, a cavalcioni come un uomo. I loro sguardi trasudavano odio, eppure nessuno la insultò o afferrò pietre per lanciargliele contro, nonostante gli Arabi fossero famosi per quell’usanza. Invece, un uomo dalla barba bianca indicò le torri scintillanti che si ergevano più in alto delle cime degli alberi e disse:

«Il demone vive in quella fortezza. Non osiamo più andare a caccia o a far legna, perché ha già preso molti dei nostri. Credi di poterlo scacciare?»

Apranik passò lo sguardo sugli uomini che l’avevano accolta al di fuori del cerchio di capanne costruite in cima alla collina. «Non temete che il vostro Dio vi punisca per esservi rivolti a una come me?»

L’anziano sputò per terra. «Egli è clemente e misericordioso. Dopo averci messi alla prova ha deciso di inviare te, una strega, per cacciare questo demonio; o forse desidera liberarsi di te, nel qual caso sarai tu a scomparire. La Sua volontà sarà fatta in ogni modo.»

«Tutto ciò che chiedo sono ristoro per me e il mio cavallo, più cibo sufficiente per una settimana di viaggio. Se qualcuno di voi ha visto il demone, vorrei parlargli.»

Il vecchio annuì gravemente. Indicando un grande masso rotondo un po’ più in là, disse: «Aspetta laggiù e ti porteremo quello che chiedi.» Poi le girò le spalle e se ne andò, seguito dagli altri che, pure, esitarono a distogliere lo sguardo da lei, abituati com’erano a vedere donne la cui bellezza potevano solo immaginare.

Apranik smontò e condusse il cavallo, un baio dai fianchi magri, fino alla roccia, dove gli tolse la sella e il bagaglio. Lo accarezzò, mormorandogli parole gentili che, se non gli tolsero la fame, perlomeno gli strapparono un piccolo sbuffo di contentezza. Lei stessa non era più in carne di lui: il tessuto della blusa e dei calzoni formava delle pieghe dove un tempo era stato ben teso.

Dopo un po’, tre donne velate le portarono un pane piatto e duro, una brocca d’acqua e una ciotola di stufato di montone e lenticchie. Due di loro avevano gli occhi contornati di rughe e la pelle delle mani secca e venosa; la terza camminava più sicura e più dritta e i suoi occhi erano colmi di paura più che di disgusto. Mentre le anziane si allontanavano, la giovane andò a sedersi sull’erba lontano dalla roccia.

Apranik rivolse uno sguardo compassionevole alla ragazza, che si ritrasse come se quell’occhiata avesse potuto renderla sterile. «Puoi togliertelo, se vuoi. Ci siamo solo io e te.»

«Non posso: un uomo potrebbe passare e vedermi! È proibito!»

«Non dal profeta Mohamad. È stato un greco di nome Paolo, uno dei primi seguaci del profeta Joshua, a dire che le donne avrebbero dovuto coprirsi il capo e tacere in compagnia degli uomini.»

«Io non capisco queste cose. Vi prego, chiedetemi quello che dovete e lasciatemi andare!»

Apranik accolse il sugo dello stufato col pane, bevve l’ultimo goccio d’acqua e lasciò che il suo sguardo fosse attratto dalla costruzione che faceva capolino fra gli alberi. Quello che vedeva non somigliava a un palazzo arabo né a uno persiano: erano torri slanciate che parevano leggere come l’aria, sormontate da cupole dorate e color lapislazzulo. Intorno a esse brillava una luce più forte di quella del giorno, eppure così delicata da non infastidire gli occhi.

«Io l’ho visto» mormorò la giovane. «Non per mia volontà! Ero andata a riempire un otre alla fonte quando ho visto Altair… mio fratello… che camminava verso la foresta, guardandosi intorno come se avesse temuto di essere visto. Volevo chiamarlo, chiedergli dove stava andando, ma in quel momento è apparso lui

«Un uomo? Che aspetto aveva?»

«Somigliava a voi: la pelle, il volto, quei capelli strani…» Mimò con un dito tremante il gesto di una persona che si arricciava una ciocca. «È andato incontro a mio fratello e gli ha appoggiato la mano sulla spalla; in quel momento ho provato a gridare, ma era come se una mano mi avesse chiuso la bocca. Mio fratello ha seguito… quell’uomo verso la grande casa e non l’ho visto mai più.»

Apranik annuì. «Ti ringrazio. Aspetta!» aggiunse, vedendola scattare in piedi e cominciare ad allontanarsi. «Di cosa hai paura? Non hai fatto nulla di cui chiunque possa rimproverarti.»

«Ho parlato con voi, che siete una strega, e ho visto un demone. Non sono queste cose gravi?»

Apranik aprì la bocca per parlare, ma la richiuse senza dire nulla, lasciando che l’altra fuggisse verso la propria rassicurante schiavitù. Da una delle sacche trasse un involto di panno piegato con cura; svolgendolo apparve un magnifico specchio d’argento la cui cornice d’oro filigranato riproduceva un sole e i suoi raggi. Apranik ne sfiorò con delicatezza la superficie, lucida come quando Re Dario vi si era specchiato prima della sconfitta per mano del barbaro Alessandro, e il suo sguardo si perse nel proprio riflesso. Dalle sue labbra presero a sgorgare parole in Persiano antico: non era un discorso né una canzone, ma aveva qualcosa di entrambi. Mentre il sole proseguiva il suo cammino, Apranik continuò a ripetere quelle frasi fino a quando non ebbe l’impressione che fosse il suo riflesso a parlarle e che lei stesse semplicemente ascoltando.

In lontananza, un gruppetto di Arabi vide la strega persiana cantilenare sortilegi a una goccia di fuoco e fece scongiuri.

In tutta la sua vita, non aveva mai udito il silenzio. C’era qualche rumore: il vento tra le foglie, piccoli animali invisibili all’occhio. In quella foresta, invece, il suono del suo stesso respiro le giungeva ovattato; nulla si muoveva, nemmeno un filo d’erba. Non era il silenzio spaventoso che denuncia l’avvicinarsi di un pericolo: in mezzo a quella calma, Apranik sentiva i suoi pensieri espandersi fino a toccare il Cielo, liberi da ogni distrazione. Le vennero in mente idee a cui, in passato, si era avvicinata, ma dalle quali qualcuno o qualcosa l’aveva distolta, e si rammaricò di non avere con sé carta e inchiostro per fissarle prima che la abbandonassero di nuovo.

«Ti piace questo posto?»

La voce era bassa, calda e vellutata. Apranik si voltò e vide una donna, vestita con una tunica celeste e dei sandali bianchi, che le sorrideva con la schiena appoggiata a un tronco. Il sole traeva riflessi rossi dai suoi capelli castani. Nella mano destra reggeva un rotolo di pergamena.

«Sì, signora. Vi appartiene?»

«Certo che no, bambina. Come può la foresta essere di qualcuno? Vivo qui vicino e mi piace camminare, quando voglio stare tranquilla.»

Apranik non protestò per il modo in cui l’altra l’aveva chiamata: guardandola mentre si avvicinava, si rese conto che la sconosciuta doveva essere molto più anziana di lei, sebbene avesse la chioma e la postura di una giovane. Sulla sua fronte, attorno agli occhi e agli angoli della bocca c’erano rughe sottili, che tuttavia non ne offuscavano la bellezza; la sua pelle era chiara e tonica, gli zigomi alti e, quando sorrise ancora di fronte, le labbra scoprirono denti bianchi e regolari.

«Come ti chiami, bambina?»

«Apranik, signora.»

«Come la guerriera che combatté i Ratti del Deserto? Un nome impegnativo, figlia mia. Devi esserne orgogliosa.»

«L’ha scelto mio padre. Lui odiava gli Arabi.»

«Aveva torto?»

Apranik non sapeva cosa rispondere. Intuì che rispondere di no avrebbe dato un dispiacere a quella donna gentile, però non voleva mentire. Per fortuna, l’altra la salvò da quel dilemma.

«Perdona la mia scortesia, cara. Il mio palazzo è a pochi passi da qui; verresti a bere una limonata con me?»

«Non voglio disturbarvi, signora.»

«Non lo faresti: vivo da sola e mi manca qualcuno con cui parlare. Ti piacciono le storie?»

«Molto, signora. Ma non ho nulla con me da offrire in cambio della vostra ospitalità.»

«Hai la tua intelligenza. Si può imparare di più da un’ora di dialogo che da una giornata di letture e io amo imparare.»

«Vi ringrazio, signora. Temo di non avere una grande cultura.»

«Come puoi saperlo, bambina mia? Ecco, dimmi se conosci quest’opera.»

La donna porse il rotolo ad Apranik e lei, posato lo sguardo sulle prime righe, sgranò gli occhi.

«Questo è… non è possibile! I Romani lo bruciarono secoli fa!»

La donna sorrise. «Eppure è davanti ai tuoi occhi. Pochi saggi sanno della sua esistenza; quante cose conosci che io ignoro?»

Apranik chinò la testa e restituì la pergamena. «Sono onorata di accettare il vostro invito.»

Visto da vicino, il palazzo non era tanto imponente: aveva due soli piani e una facciata semplice, squadrata, decorata con strisce di stucchi azzurri e dorati. Le torri erano molto più alte del corpo principale.

La padrona di casa aprì la porta con una chiave di bronzo. Varcata la soglia, Apranik si trovò in un cortile ombreggiato da un pergolato, con al centro una polla contornata da aiuole di fiori bianchi, rossi e azzurri. La donna la fece sedere su una panca all’ombra e le versò da bere in un bicchiere di vetro da una caraffa d’argento. Abranik assaggiò la limonata: era dolce al punto giusto, senza che lo zucchero coprisse del tutto l’asprezza del limone.

«Ti piace, cara? Ne sono felice. È da molto che non ho un’ospite giovane come te. Prendine quanta ne vuoi.»

Apranik annuì pudicamente di fronte alla cortesia della signora. La bibita e l’ombra del pergolato sembravano capaci di lavare via la polvere, il sudore e la stanchezza… dei quali, peraltro, non riusciva a ricordare l’origine. Ricordava di esseri messa in cammino, ma l’idea di non sapere perché e dove le fece venire una stretta al cuore.

«Va tutto bene, cara?»

«Non lo so, signora. Mi sento come se gli avvoltoi stessero volando in cerchio, chiedendosi come mai non sono ancora arrivata. Non sono nel posto giusto.»

«Chi di noi lo è? Presto non ci sarà più un “posto giusto” per noi. Ci sarà solo il “posto dei Ratti”, il “posto degli uomini”, e noi saremmo come il silenzio che ti ha accolta: la culla dei pensieri di altri. Per fortuna questa Casa è più antica di Allah e sopravviverà al suo popolo. Ma non ti ho invitata per fare discorsi d’odio, figlia mia. Seguimi, ti mostro la mia biblioteca.»

La donna condusse Apranik oltre un ingresso, attraverso un corridoio stretto e fino a una stanza illuminata dai raggi del sole che trapelavano da un lucernario. L’unico arredamento di quel locale, di cui non si riusciva a vedere il fondo, era una quantità di scaffali alti fino al soffitto e colmi di rotoli di pergamena. L’aria era satura dell’odore della pelle e dell’inchiostro antichi.

A bocca aperta, Apranik domandò: «Tutti questi sono libri di storie?»

«La maggior parte. Provengono dalle biblioteche di Babilonia, Cartagine, Alessandria d’Egitto e altre di cui persino i nomi sono andati perduti. Alcuni non sono mai stati scritti ed esistono solo come echi di parole fissati sulla pergamena. Prendine uno.»

Apranik allungò la mano verso il rotolo più vicino e lo svolse. «Che segni sono questi? Non so leggerli.»

«È la lingua segreta dei saggi di un’isola lontana. Racconta la storia di un Re, figlio della violenza del padre sulla moglie di un altro, che fece la guerra a un amico dopo che questi aveva salvato la regina dai suoi stessi abusi e morì per mano del figlio forzato tempo prima nel ventre della sorella. Ora i discendenti dei suoi sudditi lo celebrano come un grande cavaliere e si auspicano che risorga per governare sul mondo intero.»

«Nonostante quello che fece?»

L’altra donna esplose in una risata amara. «Oh, certo, bambina mia! Le sue vittime e i testimoni contro di lui erano donne, e il suo era un regno cristiano: fece spargere la voce che la regina l’aveva tradito e la sorella aveva usato la stregoneria per sedurlo e tutti credettero a quelle invenzioni. Così un mostro è ricordato come un eroe.»

Apranik si guardò intorno, in preda a uno strano senso di disagio. «Tutti questi libri contengono sapere nascosto o perduto?»

L’ospite sorrise. «Hai capito, bambina mia. Ma nemmeno io li ho letti tutti, nonostante sia più vecchia di quanto sembri. Tu potresti aiutarmi a farlo, se volessi.»

«Lo vorrei, ma tempo fa…»

«Cosa, bambina mia?»

«Non lo so. Non ricordo. Non so cosa stavo per dire.»

La donna le sfiorò una guancia. «Sembri sperduta, piccola mia. Sarei felice se rimanessi con me per qualche tempo. Potresti avere questi libri tutti per te e conoscere tutte le verità del passato.»

Non stava mentendo; Apranik ne era certa. Non capiva perché il suo cuore le dicesse di temere quella persona così gentile e materna: aveva forse paura di conoscere la verità, di perdere i punti di riferimento che si era creata nel corso di una vita?

Come se le avesse letto nel pensiero, la donna la abbracciò, offrendole il proprio petto su cui posare il capo. «Cara, capisco la tua confusione. Non ricordare chi si è stati, non sapere chi si è, è qualcosa di terribile. Abbiamo perso molto per colpa dei Ratti: hanno rubato la nostra terra, la nostra libertà, le nostre anime. Un giorno dimenticheremo che siamo stati e saremo semplici schiavi dei loro sacerdoti. Ma io morirò prima che venga quel giorno e tu, bambina, potresti evitare che venga.»

«Come?» chiese Apranik, con le gote umide.

«Dando loro quello che vogliono, cara. I desideri di una donna o di un uomo vanno spesso contro la sua educazione e possono essere usati per spezzarlo. Ciò che è proibito è la più potente delle armi.»

Dalla bocca di una persona tanto saggia non potevano che uscire parole veritiere. Apranik avrebbe voluto baciare quelle mani gentili e quelle labbra sorridenti, eppure, quando cercò di esprimere a parole il proprio sentimento, rimase a bocca aperta senza emettere un suono.

«Sei ancora dubbiosa, bambina mia? Vieni con me: ti mostrerò qualcosa e poi deciderai.»

Apranik seguì la donna fino a una porticina. Oltre questa c’era una stanza buia, nonostante le candele della biblioteca che avrebbero dovuto illuminarne la soglia.

«Cosa c’è qui dentro?» chiese Apranik.

«Una storia, la più grande e importante di tutte.» La donna fece un passo avanti e svanì dalla vista; Apranik, deglutendo, la seguì. Nell’oscurità faceva freddo e il silenzio era assoluto.

All’improvviso percepì una vibrazione, come una musica senza suono. Era tutta intorno a lei e colma di una vitalità così forte da farle paura. La sentì crescere d’intensità fino a che non arrivò a un punto in cui credette che le avrebbe staccato le carne dalle ossa; fu allora che la luce esplose, un cuore di fuoco bianco rutilante che diede vita a un’infinità di puntini tanto fitti da sembrare polvere. Essi diedero il via a una danza sconosciuta, aggraziata al punto da toglierle il fiato: formavano figure meravigliose, di una complessità arcana, che accelerarono il battito del suo cuore. Apranik capì cosa stava guardando e i suoi occhi si riempirono di lacrime, che cercò di asciugare per non perdersi neppure un istante di quello spettacolo: era la storia segreta dell’Universo quella che si dispiegava di fronte a lei. Poteva distinguere ogni singola stella e i mondi intorno a essa e sfiorare con la mente l’ordine divino che reggeva tutto quanto. Non aveva mai visto qualcosa di tanto bello.

«Allora, bambina, resterai con me per imparare quello che ho da insegnarti?»

«Sì, sì, sì!» gridò. O almeno così credette, perché le sue labbra non smisero di muoversi e lei si rese conto che avevano formato altre parole rispetto a quelle che aveva pensato di dire. L’Universo cominciò a svanire e al suo posto si fece strada la visione di una stanzetta dalle pareti di nuda pietra; dietro le sue spalle, qualcuno barcollò e cadde in un fruscio di vesti. Inorridita, Apranik portò le mani alla bocca, ma una forza misteriosa le impedì di tapparsela.

«Bambina, perché mi fai questo?» rantolò la donna. Apranik si chinò su di lei, ma fu respinta da un gesto inorridito, mentre le parole misteriose continuavano a fluire dalla sua bocca. La donna urlò e si coprì le orecchie.

Apranik avrebbe voluto strapparsi la lingua o immergerla nel sale, ma nemmeno l’amore per il demone poteva sconfiggere la suggestione che aveva impiantato nella propria mente con l’ausilio dello specchio, rafforzandola con le formule antiche tramandate da madre in figlia. La pelle della donna si screpolò e cadde a pezzi, rivelando squarci di una cosa nera e viscida; quando ciò accadde al volto, Apranik distolse lo sguardo, ma non abbastanza in fretta da non scorgere uno scintillio di zanne d’avorio e occhi rossi sfaccettati come quelli di un insetto. Qualunque cosa stesse dicendo non poteva certo averla trasformata; e in effetti si trattava di un esorcismo, non di un sortilegio, come ricordò quando le mura intorno a lei e l’intero palazzo svanirono in una nube di polvere e l’ipnosi, portata a compimento, svanì.

Apranik si trovava ora al centro di una radura, sola, circondata da una foresta il cui silenzio appariva ora un artificio mortale piuttosto che un miracolo. Ai suoi piedi, non più celate dall’illusione, giacevano scomposte le ossa spezzate di decine di uomini, ben ripulite e svuotate del midollo. Quei mucchi biancheggianti erano uno spettacolo nauseabondo, eppure il pensiero di Apranik andava a tutta la conoscenza perduta con la morte del demone, che non aveva mentito: presto, anche la storia della Persia non sarebbe stata che un racconto proibito. Gli Arabi avrebbero distrutto la sua fede, cancellato la sua gloria, abbattuto i suoi monumenti; eppure per loro Apranik aveva distrutto una creatura che amava. Perché un demone del desiderio temeva solo l’amore e Apranik, velando i propri ricordi, era arrivata ad amarla.

Se avesse provato a spiegarlo loro, gli Arabi non avrebbero capito le sue motivazioni. Loro credevano in un Dio onnipotente del quale non erano altro che schiavi; Apranik credeva che il Bene e il Male fossero forze in contrasto e avessero bisogno degli esseri umani per vincere. Il Bene non tollerava l’inganno e l’omicidio, così Apranik vi aveva posto fine, salvando quegli uomini che forse, un giorno, le avrebbero strappato la vita perché aveva parlato in pubblico, o si era mostrata scoperta, o li aveva fatti sentire inferiori.

Quello era il prezzo della sua scelta.

Annunci
 
7 commenti

Pubblicato da su 01/08/2011 in Racconti

 

Tag: , , , ,

7 risposte a “Il prezzo della scelta

  1. amnell

    01/08/2011 at 6:22 pm

    Apprezzo la lieve sfilettata a san Paolo ^_^
    Trovo che sia un bel racconto. Diciamo che, se ne facessi un libro, lo comprerei volentieri. Solo una cosa (anche se la dico ammantata di ben poca autorità!): credo sia poco mostrato, verso la fine. Ci sono molti aggettivi o giri di parole che non aggiungono granchè all’immagine che dobbiamo farci: “musica senza suono”, “danza sconosciuta”, “complessità arcana”…
    Ma in un racconto non è un problema, neanche per la scorrevolezza: è una lettura che vale il tempo dedicatole ;)

     
  2. Matteo Turini

    01/08/2011 at 7:26 pm

    Sono d’accordo con amnell: il racconto è davvero bello.

    Ma sono d’accordo anche sul fatto che alcune parti siano un po’ troppo raccontate, pure con il punto di vista della strega, e con qualche infodump. Ad esempio, una delle prime frasi:
    “I loro sguardi trasudavano odio, eppure nessuno la insultò o afferrò pietre per lanciargliele contro, nonostante gli Arabi fossero famosi per quell’usanza.”
    si sarebbe potuta scrivere solamente come:
    “Ma nessuno la insultò o afferrò pietre per lanciargliele contro.”
    senza perdere di senso.

    Comunque, bella l’idea e anche lo svolgimento!

     
    • bakakura

      01/08/2011 at 7:56 pm

      Con quella frase ho voluto far esprimere ad Apranik un pizzico di disprezzo nei confronti di “certi” costumi, ma forse hai ragione nel dire che ho ecceduto con l’inforigurgito. Ci penserò. ^_^

      P.S. La parola “strega” ricorre due volte nel racconto e in entrambi i casi è usata dal punto di vista degli Arabi. Personalmente, non ho ben chiaro nemmeno io dove finisca l’istruzione in “campi poco igienici del sapere” e dove inizi la stregoneria, ma nonostante ciò so che Adrianna è una strega, Apranik no. Però ignoro il perché. Sono scemo. U_U

       
  3. Matteo Turini

    01/08/2011 at 8:19 pm

    Uh, be’, io non sono superstizioso, per cui non mi sono nemmeno posto il problema. Intendevo Apranik (a proposito, a un certo punto è scritta Abranik), ovviamente. Chi è Adrianna?

     
  4. papà armando

    02/08/2011 at 11:43 am

    Mi è veramente piaciuto. Complimenti!

     

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: