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Archivio mensile:agosto 2011

Superate le 2.000 visite mensili

Per la precisione, al momento siamo a 2100 (+15% rispetto al mese scorso). In agosto. Sono contento. ^_^

 
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Pubblicato da su 30/08/2011 in Comunicazioni di servizio

 

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Bakakura va in vacanza

Questo fine settimana sarò via, quindi non ci saranno nuovi post. Al mio ritorno riprenderò a lavorare sul secondo racconto con protagonista Apranik; la celerità con cui lo porterò a termine dipenderà dal numero di visite che troverò guardando le statistiche del blog. ;-)

(questo non vuol dire che dovete aprire articoli a casaccio come dei forsennati, ma diffondere la conoscenza dell’esistenza del blog nella Rete! maledetti bari :))

 
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Pubblicato da su 26/08/2011 in Comunicazioni di servizio

 

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Il futuro di Kron

Kron è concluso. Lunga vita a Kron!

Quando cominciai a scrivere il racconto, avevo in mente di finirlo intorno al capitolo tre. Kron avrebbe dovuto rispondere all’offerta di Adrianna spezzandole entrambe le gambe e dicendole che, se i suoi demoni l’avessero aiutata a trovare un riparo prima che il sole sorgesse (eventualità improbabile, considerato che i demoni non amano la luce e che Adrianna si occupava d’altro), avrebbe potuto considerarla degna della sua attenzione. O qualcosa del genere. Purtroppo (per me!), Kron non era d’accordo e invece di fare quello che gli ordinavo ha tirato avanti, ha conquistato la capitale del suo nuovo regno (bisogna vedere se saprà mantenere il potere) e ucciso il suo nemico; già che c’era, ha fatto fuori anche un paio degli esseri (forse) responsabili dell’evoluzione umana. Il tutto in oltre 22.000 parole, che fanno 37 pagine in A4 o 74 pagine circa di un libro tascabile. In pratica un romanzo breve. Prima di controllare questi numeri, non mi ero reso conto di aver scritto così tanto in questi tre mesi. Diverse persone mi hanno chiesto se dopo Kron ci sarebbero stati altri racconti con protagonista questo eroe; la risposta è . Ecco quel che accadrà.

Il futuro di Kron sarà in due antologie, le cui dimensioni e i cui titoli devo ancora definire. Una riguarderà il passato di Kron, inteso come il periodo che va dell’esilio all’inizio delle vicende narrate sul blog; l’altra racconterà del suo futuro, ossia di ciò che accadde in seguito a quegli eventi. Si tratterà di veri e propri libri con tanto di copertina, di lunghezza considerevole; per farvi un’idea, immaginate le antologie dei racconti di Howard o di quelli di Lovecraft (tranne per il fatto che qui non ci saranno editor a cambiare i finali e a modificare testi e metaplot “perché a loro sembrava più bello così” “^_^). Come tutto quello che scrivo, anche le antologie saranno rilasciate sotto licenza Creative Commons.

Le antologie saranno vendute, con un prezzo intorno ai due euro ciascuna, nei soliti formati: pdf, epub e mobipocket (un solo acquisto per tutti, naturalmente). Mi costeranno molto tempo e molto impegno, per cui ritengo giusto farle pagare quello che credo sia il prezzo corretto per dei prodotti elettronici. Non so bene quale canale utilizzerò per la vendita (Amazon, Lulu, vendita diretta con pagamento tramite Paypal…), ma tanto devo ancora scrivere i racconti, quindi c’è tempo. ^_^ Per la cronaca, il prezzo può apparire basso, ma è probabilmente più di quanto guadagnerei a copia se pubblicassi il tutto con un editore… e, a differenza di quanto accadrebbe in quel caso, l’acquisto servirà realmente a “dar da mangiare” all’autore invece che al tipografo, agli impiegati del marketing della casa editrice, all’amante del direttore di collana e a un sacco di altra gente che con la scrittura non ha niente a che fare. Gli acquirenti avranno il vantaggio di spendere, per due libri, un quarto del prezzo di copertina medio di un singolo romanzo stampato. Il digitale fa tutti contenti. ^_^

“Come mai”, si chiederà qualcuno, “mettere sotto Creative Commons qualcosa che vuoi vendere? Non temi che questo ridurrà i tuoi guadagni?” Al contrario: spero che la licenza aiuti la diffusione del mio lavoro, in modo che sempre più persone possano leggerlo e, nel caso lo ritengano meritevole, esprimere il loro apprezzamento tramite l’acquisto. In fondo due euro non sono molti e, diciamolo, un eventuale divieto avrebbe fermato qualcuno dal diffondere i file piratati? No, non lo credo nemmeno io. Perlomeno così costoro potranno fare la stessa cosa senza commettere un reato. Ringraziatemi. ^_^

Dopo la pubblicazione delle antologie, che costituiranno il “canone” di Kron per quanto mi riguarda, la licenza sul personaggio cambierà per consentire le opere derivate e l’uso commerciale del suddetto. In Italiano: chiunque potrà scrivere su Kron e vendere le proprie opere. Magari in futuro riprenderò in mano io stesso il personaggio e scriverò altre storie su di lui, ma nel frattempo chi lo vorrà fare sarà libero di farlo.

Le antologie non concluderanno il periodo dei racconti gratuiti pubblicati sul blog. Continuerò a scriverne (a dire il vero lo sto già facendo), perché mi piace farlo e perché ci sono persone a cui piace leggerli. Magari da alcune di queste storie e da alcuni di questi personaggi nasceranno altre antologie o romanzi; magari no. Lo sapremo solo vivendo. ;-)

 

P.S. Nel frattempo, ricordo a tutte/i che potete inviare i vostri disegni sul mondo di Kron al mio indirizzo email. I migliori saranno pubblicati e commentati. ^_^

 
 

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Bakakura immagina le lettrici del blog

Un sacco di donne leggono Neyven. Praticamente tutti i commenti provengono da utentesse dell’Internet e gli abbonati sono per il 95% fanciulle. Siccome non ho mai visto nessuna di loro (a parte giullina, che comunque ha una sua foto come gravatar ^_^), ricorro a delle immagini prese dal web per visualizzare le frequentatrici più assidue, che conosco meglio. Spero che piacciano alle interessate. ^_^

Amnell

Artic Swan

Werehare

 
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Pubblicato da su 22/08/2011 in Immagini

 

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Kron nell’Archivio

Grazie a Santa Giulia da Torino, sono riuscito a creare gli ebook di Kron. Li trovate nell’Archivio, in alto a destra della home page. ^_^

Ricordo a tutti che i racconti pubblicati sul blog appariranno nell’Archivio entro 1/2 giorni dalla pubblicazione. Per accedere all’Archivio, cliccate su “Archivio Racconti” in alto a destra della Home Page.

 
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Pubblicato da su 20/08/2011 in Comunicazioni di servizio

 

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Concorso: disegna Kron!

Ora che il racconto è finito e (quasi) pubblicato, posso annunciare l’evento dell’anno (o del fine settimana, è lo stesso): il concorso Disegna Kron! Chi di voi ha è un artista e/o ama essere umiliato in pubblico può disegnare un personaggio, una scena o tutto il racconto in una tavola (se ci riesce) e inviarlo al mio indirizzo email, che trovate nella barra laterale; le opere migliori saranno pubblicate sul blog e commentate dal sottoscritto. Non ci sono limiti di tempo né di numero di opere inviate. È il concorso migliore del mondo, perché tutti vincono e all’organizzatore squattrinato non costa niente. ^_^

I disegni possono essere realizzati con qualunque tecnica (penna, matita, china, tavola grafica, mosaico pompeiano, tatuaggio, gioielleria, divina scuola di Hokuto e vodoo), ma devono rispettare le regole che seguono:

  • il formato dei file deve essere il jpeg (altrimenti WordPress non me lo lascia caricare);
  • le immagini devono pesare al massimo 5 megabyte (come sopra);
  • i soggetti non devono essere osceni o disgustosi (no, Artic, non puoi disegnare Kron sbudellato, anche se ti farebbe piacere).

Per poter postare le immagini senza che si deformino dovrò ridimensionare il thumbnail a una larghezza massima intorno ai 650 pixel, quindi sarebbe meglio evitare di inviare disegni apprezzabili solo se visualizzati in tutta la loro gloria (tipo 1920×1080 pixel): chiunque legga il blog potrà comunque visualizzarli a dimensione intera con un semplice click, ma l’effetto di un bel colpo d’occhio scorrendo la home page non è da sottovalutare.

Inviando le immagini si autorizza implicitamente il loro uso per la sola pubblicazione sul blog, di durata indefinita, al fine di esporre l’artista al pubblico ludibrio. Tutti i diritti rimangono agli autori.

Cosa aspettate? Mano ai pennini!

 
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Pubblicato da su 20/08/2011 in Comunicazioni di servizio

 

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Il ritorno di Harry Dresden sul blog

Tempo fa ho promesso che avrei letto e recensito i romanzi dal quarto in giù del ciclo di Harry Dresden. In effetti ne ho letti due e sto leggendone un terzo, oltre a essermi guardato il telefilm (protip: non fatelo). Purtroppo, non tutte le mie aspettative sono state soddisfatte.

Summer Knight è qualcosa di imbarazzante. Non a livello di stile (Butcher sa scrivere e tiene incollati alla lettura), ma a livello di trama: il “caso” ricostruito da Harry è piuttosto complesso, ma leggendo ci si rende conto man mano che gli eventi non hanno senso a meno di non presuppore la follia di uno dei potenziali “colpevoli”… che è esattamente la spiegazione del tutto. Ora, non so voi, ma a me essere liquidato con “X era pazza/o e questo è quanto” sembra un mezzo imbroglio. Inoltre, Butcher continua a soffrifre della “sindrome dell’ok”, dove “ok” è la reazione dei suoi personaggi a eventi traumatici… come la ricomparsa di Elaine, vecchio amore della gioventù di Harry, che lui credeva morta. Harry non prova alcun sentimento, se non una leggera sorpresa, di fronte a lei, il che è abbastanza bizzarro (d’accordo, è preoccupato per Susan, ma nemmeno un pensierino ci fa!): personalmente non amo le scene lagrimose, ma qui siamo all’inverosimile.

Per il resto il romanzo è decente, con un Harry che suscita compassione per i guai in cui è finito (la Corte Rossa lo vuole morto, un po’ di gente nell’High Council – l’organo di governo dei maghi – pure e una Regina delle fate ha rilevato l’ipoteca sulla sua anima!) e alcune belle scene d’azione. È un romanzo da sei, sei e mezzo: letteratura di consumo.

Copertina di Summer Knight, il quarto volume della serie

Death Masks è più interessante, se non altro perché la personalità di Harry si approfondisce e il “metaplot” della serie avanza un bel po’. Non mancano, purtroppo, i momenti di stanca: l’Archivio è un personaggio inutile, Kinkaid è antipatico e Michael (il più carismatico dei Cavalieri della Croce, che nel romanzo hanno un ruolo fondamentale) è assente per metà del romanzo. Butcher si fa quasi perdonare con lo scontro finale (un mago, un mafioso e due cavalieri – ciascuno armato con una spada che incorpora uno dei chiodi della Vera Croce contro due angeli caduti sopra un treno in corsa)… che purtroppo si conclude con un nulla di fatto, perché il cattivo scappa. L’ultima scena dà qualche brivido, ma contiene anche una parziale contraddizione: perché Harry può toccare la moneta senza conseguenze negative?

Death Masks è un romanzo tutto sommato decente. Il mio voto è sette e mezzo. Ora sto leggendo Blood Rites, che promette di essere migliore. Vedremo cosa ne verrà…

Copertina di Death Masks, il quinto volume della serie

Ora, il telefilm.

La serie TV tratta dai romanzi di Butcher… non è tratta dai romanzi di Butcher! È quello che si dice un’opera “liberamente ispirata”, nel senso che gli sceneggiatori hanno preso alcuni spunti dai romanzi e li hanno rimaneggiati (male) fino a ottenere qualcosa di completamente diverso: i personaggi, con la possibile eccezione di Harry, non assomigliano né esteticamente (Murphy è alta e mora, Susan bionda, Morgan passa addirittura da bianco a nero!) né caratterialmente a quelli originali e le trame degli episodi sono spesso del tutto inventate. Butcher è arrivato a giustificare questo cumulo di idiozie scrivendo:

The show is not the books. It is not meant to follow the same story. It is meant as an alternate world, where the overall background and story-world is similar, but not all the same things happen. The show is not attempting to recreate the books on a chapter-by-chapter or even story-by-story basis.

Jim, se io avessi visto il mio lavoro macellato da un pugno di incapaci avrei chiesto scusa ai lettori, invece di tirar fuori la spiegazione (molto marvelliana) della “realtà alternativa”… “^_^

Murphy disegnata in base alla descrizione dei romanzi (il suo "character concept" è "poliziotta alta un metro e un tappo che di carino ha solo l'aspetto")...

The Dresden Files (la serie) è realizzata malissimo, con trame che non stanno in piedi condite da effetti speciali da quattro soldi. Si vede subito che il budget era basso: della magia “istantanea” di Harry, famoso nei romanzi per dare fuoco agli edifici con incantesimi mal realizzati, non c’è quasi traccia (non potevano permettersela) e la taumaturgia si riduce nel 95% dei casi all’uso di bamboline vodoo. Sì, bamboline vodoo. Con lo schermo che lampeggia in bianco e nero per trasmettere l’idea della “stregoneria all’opera” e del dolore provato dalle vittime… sigh! Tra l’altro, nell’episodio 8 (ispirato a Storm Front, primo romanzo della serie) Harry fa un uso molto liberale di telecinesi, fulmini e quant’altro, dal che si evince che quello è stato il primo episodio girato (con un budget più alto) e che poi qualcuno ha deciso di spostarlo verso la fine della serie, piuttosto che promettere implicitamente al pubblico effetti speciali che poi non ci sarebbero stati. Peccato che così si venga a creare un errore di continuità mica da ridere, visto che Harry non usa quel tipo di magia né prima né dopo l’episodio 8.

... e Murphy nel telefilm, interpretata da Valerie Cruz. Le hanno pure cambiato il nome, da Karrin a Connie (diminutivo di Costanza), per giustificare l'aspetto "mediterraneo" "^_^

Come ho già anticipato, gli episodi sono sceneggiati malissimo. Nei migliori dei casi, siamo di fronte alla brutta copia di Buffy o Streghe; in quelli peggiori, la trama non ha senso. Nell’episodio 3, per dirne una, l’antagonista deve uccidere nove licantropi per liberarsi dalla sua stessa maledizione; per farlo si mette d’accordo col proprio amante e assieme decidono di infettare giovani ragazze da sacrificare sotto gli artigli della lupa mannara. Fin qui andrebbe tutto bene, se non fosse che le licantrope vengono poi liberate in un parco pubblico in modo che l’antagonista possa dare loro la caccia! Che senso ha una cosa del genere? Personalmente, se fossi stato io il mannaro avrei morso le ragazze dopo averle legate con delle catene d’argento e avrei sparato loro da una distanza di sicurezza con un bel fucile di precisione. Invece no: l’antagonista dell’episodio mette a rischio la propria guarigione con questo sistema idiota, che guardacaso funziona! Questo non è sceneggiare, ma prendere in giro gli spettatori!

Il massimo dell’abiezione lo si raggiunge nell’episodio 10, dove Bob (che nella serie non è uno spirito, ma il fantasma di un mago) viene resuscitato dal clone senza poteri dello zio malvagio di Harry, Justin Qualcosa, affinché usi la propria conoscenza della negromanzia per riportare in vita il “vero” Justin. A un certo punto, però, Bob cambia idea e sacrifica la propria vita (tornando alla condizione di fantasma) per salvare quella di Harry. A parte il fatto che non si capisce come mai il clone può resuscitare Bob, ma non lo zio di Harry, tutta la serie di eventi che conduce al sacrificio di Bob è una cagata pazzesca (cit.): senza poteri magici, il clone di Justin non ha i mezzi per costringere Bob ad aiutarlo! Bob avrebbe potuto (e dovuto) ucciderlo un istante dopo essere ritornato umano, per poi portare ad Harry la notizia dello scampato pericolo. Invece no, lo spettatore è costretto (se vuole vedere il finale della storia) a subire 43,48 minuti di idiozia pura. Moltiplicate questo per dodici episodi e avrete un’idea di quello che ho sopportato per poter dare un giudizio sull’intera serie, che… indovinate un po?

Fa schifo!

Alla prossima per il parere di Bakakura su Blood Rites e Dead Beat. ^_^

 
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Pubblicato da su 18/08/2011 in Letteratura

 

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Gente che cerca III

Più il blog va avanti, più gente strana ci arriva tramite ricerche bizzarre. Il famoso Giovanni delle altrettanto famose puttanate pare aver trovato un concorrente ne…

le puttanate di lupi

Qualcun altro condivide la mia opinione sulle migliaia di persone che paghiamo per poltrire in caserma o per fare guerre operazioni di pace inutili che non portano nessun guadagno al Paese:

esercito italiano dementi

A chi ha cercato

dove posso scaricare il gioco might and magic 4 x pc poi trasferirlo sul telefono?

rispondo che non lo so, mentre a chi ha cercato

giochi spara cammina abbassati armi regina d inghilterra

chiedo se stesse cercando un FPS in cui l’obiettivo fosse approfittare del matrimonio di HRH William e Kate per far fuori la regina.

Qualcuno ha cercato l’indirizzo di un post:

https://neyven.wordpress.com/2010/11/04/post-lucca-comics-games/

Mi piacerebbe sapere perché diavolo ce l’avesse salvato e, sopratutto, perché avesse salvato l’indirizzo di uno dei post più inutili che io abbia mai fatto. O_o

Alla signorina che ha cercato

cercasi fidanzato ricco

dico che ha proprio sbagliato posto. Ahimé, aggiungerei. “^_^

Qualcuno di poco sano di mente ha cercato…

fatemi vedere se l’ hokuto shinken esiste e fatemelo imparare

Sì, esiste e per impararlo devi sbattere con forza la testa contro un muro di pietra. Più volte. Fino a quando non senti un rumore tipo melone sfondato. ^_^

Ci sono poi i “cercatori” giocatori di ruolo pigri:

storia di un nobile per gdr

Capisco che, nei giochi tradizionali, il background sia del tutto inutile, ma farselo fare da altri mi sembra un po’ troppo. O_o

(a proposito: Denise C., tu eri interessata a Gioco da Ragazze, ti andrebbe di fondare un gruppo di giocatori bresciani? noi siamo già in due. Fammi sapere!)

Qualcuno è giunto qui cercando…

puttana di lusso definizione

Boh, forse intendevi Nicole Minetti?

Almeno un infame, ladro e fanegotto (cit.) ha trovato questo blog cercando…

amazon italia sconti parlamentari

Cos’é, avete fatto una legge per affossarlo dopo che si sono rifiutati di farvi ulteriori sconti? “-_-

Altro infame è chi ha cercato…

esoterroristi.pdf scaricare

Cribbio, lo vendono a dieci euro e tu vuoi piratarlo? Corri a chiedere scusa a giullina!

Infine, un *pat pat* di incoraggiamento a colui che ha cercato…

kenshiro canna

No, amico mio, la divina arte di Hokuto non si chiama così perché i praticanti sono tutti tossici…

 

 
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Pubblicato da su 17/08/2011 in Comunicazioni di servizio

 

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Kron (finale)

9. Il Re diavolo

Visto da vicino, il tempio di Forborgad somigliava a una grossa pietra rotonda dagli strani colori – verde scuro, rosso spento e un rosa pallido – avvolta dai rampicanti bianchi e dorati che erano le colonne, le torri e i tetti. Osservare troppo a lungo quel guazzabuglio di linee curve e dritte poteva far girare la testa a un uomo, così la maggior parte di coloro che in quel momento erano radunati di fronte a esso prestava attenzione a guardare altrove.

Kron fronteggiava un ometto grassoccio con la tonsura imperlata di sudore e una barba candida che copriva il pettorale ingemmato. «Non potete entrare armato,Maestà, né voi né gli uomini che vi accompagnano» disse il vecchio, col tono di chi era abituato a essere obbedito persino dai Re, gesticolando a indicare la ventina di neri armati di sciabola che stazionavano cinque passi indietro il nuovo sovrano. I pochi bianchi mescolati a loro – ufficiali e qualche notabile che, per istinto, avevano camminato dietro al Re fino a lì – apparivano intimoriti dall’uomo, impaludato in una lunga tunica di seta scarlatta. Kron sorrideva.

«Siete stato veloce ad adattare quel titolo a un uomo nuovo, Eminenza. Potrei considerarlo una prova di scarsa lealtà.»

Il sacerdote avvampò. «Il Nascosto non ha doveri nei confronti degli uomini, Maestà. Sono loro a non dover rischiare la sua ira.»

«E, naturalmente, poiché il Dio agisce per vie misteriose, la sua vendetta non può essere prevista e quando giunge potrebbe essere confusa per qualunque altra cosa, vero?» Kron sollevò una mano per prevenire la risposta adirata del prete e, chinandosi in avanti, mormorò:

«Il popolo potrebbe non gradire il fatto che al loro liberatore sia impedito di rendere grazie al loro Dio, Eminenza. In effetti, potrebbe gradirlo talmente poco da ricordarsi che quei tetti d’oro sono stati donati dal vecchio Re e, di conseguenza, pagati col loro denaro.»

Il colore del vecchio passò dal rosso a un purpureo acceso. Inspirò profondamente, preparandosi forse a lanciare un’invettiva, ma ancora una volta Kron lo fermò, avvicinandosi ulteriormente, la voce ridotta a un bisbiglio:

«Se state per condannarmi all’Inferno, Eminenza, potete risparmiare il fiato. Ci sono già stato, ho visto il cielo scarlatto e i mostri mangiatori di uomini. Non mi hanno spaventato e non lo farete voi.»

La maledizione del prete gli morì in gola e il colore defluì dal suo volto, lasciandolo pallido come un osso spolpato. «Voi avete letto i testi proibiti! Questo è sacrilegio!» mormorò, ma nella sua voce c’era più paura che sdegno.

«No, Eminenza, non ho letto un bel niente. Ho visto.» Nel pronunciare quelle parole Kron sollevò un braccio avvolto nella tunica di seta blu che lo ricopriva da capo a piedi e fece un ampio gesto rivolto ai suoi uomini. I neri obbedirono subito, avanzando a passo svelto, le mani sui pomi delle sciabole; i dignitari, tremando, li seguirono.

«Ricordate le mie parole, Eminenza.»

Le spalle del vecchio precipitarono. Si fece da parte e guardò gli stivali degli uomini passargli accanto, senza dire una parola. Qualcuno dei bianchi rivolse lo sguardo nella sua direzione, ma nessuno parlò.

L’anticamera del tempio, delle dimensioni di una piazza, era un trionfo di affreschi, stucchi e arazzi appesi a sostegni dorati. I protagonisti delle scene dipinte o intessute erano familiari a tutti gli uomini civilizzati che, tranne uno, in quel momento andavano alla ricerca delle loro sagome per trarne conforto dal disagio che provavano: eroi leggendari, uccisori di demoni, santi e qualche Re che era una o tutte queste cose. I neri si guardarono intorno a occhi aperti e furono sul punto di sfoderare le armi, come se quegli uomini e quei mostri fossero nemici che li circondavano; poi parvero rendersi conto della verità, o forse fu l’occhiata d’acciaio che Kron rivolse loro a convincerli che non sarebbe stato opportuno sfregiare quelle opere d’arte con le loro lame.

Un’arcata di marmo intarsiato d’oro, tanto larga che dieci uomini avrebbero potuto stare fianco a fianco sotto di essa, immetteva nella camera centrale, somigliante a un uovo per via delle pareti che convergevano in un alto con curve impossibili. Il colore dominante era un grigio venato di verde e rosso, che contrastava con il candore della piattaforma su cui era posta la statua di un uomo, proprio in corrispondenza dell’apice del soffitto. L’individuo rappresentato nel marmo sollevava una mano verso l’ingresso, come per ingiungere agli intrusi di fermarsi; il suo abbigliamento era indefinibile se non come un accumulo di panneggi in tutti i colori freddi che si potessero immaginare. Il volto della statua era coperto da una maschera d’oro con le sembianze di un giovane imberbe, dalla chioma riccia e con un sorriso che contrastava con la sua gestualità.

Kron si avvicinò alla statua camminando su un tappeto blu ricamato in oro. Anche da vicino, essa pareva in tutto e per tutto un essere umano: la pelle era dipinta del colore della vita e ogni dettaglio delle forme e dei panneggi era scolpito in modo magistrale.

«Vostra Maestà! Nemmeno voi potete avvicinarvi tanto!»

Questa volta, Kron ignorò le proteste dell’anziano sacerdote, come ignorò il suo urlo inorridito quando allungò una mano per toccare la maschera del Dio. Da quella distanza poteva distinguere i cordini di seta quasi trasparente che la legavano alla testa. Sotto i suoi polpastrelli, la superficie metallica era gelida.

Ci furono rumori di lotta dietro alle sue spalle. Quando si voltò, vide il sacerdote paonazzo immobilizzato da un nero mentre gridava: «Sacrilegio! Sacrilegio!» Kron sorrise all’indirizzo del barbaro e riportò la sua attenzione sulla maschera della statua, cercando un modo per sciogliere il nodo. Lo trovò e sollevò la spessa lamina d’oro, scoprendo il vero volto del Dio.

Non era un volto umano. Quell’essere avrebbe potuto assomigliare a un uomo da una certa distanza, ma solo fino a quando avesse potuto nascondere i suoi occhi simili a gemme azzurre incastonate obliquamente sul viso magro, colorato di un rosa talmente leggero da sembrare un bianco sfumato. C’era qualcosa di alieno nella forma delle ossa, troppo lunghe e troppo sottili, e nella tinta d’oro rosso dei capelli tagliati corti.

«È questo, dunque, il vero volto di Forborgad? Gli uomini di Nara adorano un demone?» chiese Kron, freddamente, ad alta voce.

«Voi non potete capire! Il Dio ha due volti perché…»

L’anziano sacerdote fu interrotto dallo sbattere di una porticina a destra dell’arcata. Da questa emerse un gruppetto di uomini tonsurati in tunica blu, armati con lance e corte spade, che si immobilizzarono e sbarrarono gli occhi alla vista del loro decano prigioniero di un gigante dalla pelle scura e del loro idolo dissacrato.

«Io non muoverei un dito, venerandi padri» disse Kron. «Potreste ritrovarvi senza un alto sacerdote da difendere. Stavate dicendo, Eminenza?»

Il vecchio deglutì. «La statua rappresenta il passato, quando gli uomini non erano che bestie paurose e i demoni governavano la terra. La maschera rappresenta il presente e il futuro, per questo è d’oro incorruttibile. Quando il cerimoniale lo prevede…»

«Conosco il cerimoniale.» Kron guardò la maschera che teneva in mano: era una lamina spessa quanto un’unghia, liscia e perfetta in ogni dettaglio, comprese alcune rughe sottili sulla fronte. La girò e sul retro, in corrispondenza della fronte, vide un’iscrizione in caratteri svolazzanti. «Cosa significa questa scritta?»

«Maestà, questo è troppo…»

«Sono io a decidere quanto è troppo!» L’eco del ruggito di Kron parve schiacciare gli uomini bianchi come una forza fisica. «Allora?»

Uno dei giovani armati parlò. «Non lo sappiamo, Sire. Nessuno lo sa.»

«Taci!» lo ammonì il prete anziano, ma ormai la verità era stata rivelata. Kron camminò verso Sua Eminenza, tenendo la maschera sollevata all’altezza del proprio volto.

«E così, i sacerdoti di Forborgard non conoscono il significato dell’incisione sulla maschera del loro Dio. Mi chiedo a cosa serviate, se non a terrorizzare il popolo e a chiedere denaro al Re. Forse dovrei abolirvi.»

Questa volta il nomade che tratteneva il prete dovette fare uno sforzo per tenerlo fermo. «Non spetta a voi decidere sulle questioni sacerdotali! Ricordate che un anatema può cadere anche sulle vostre spalle!»

Una mano che faceva capolino da una manica bianca sfiorò il fianco del nero, che vide a chi apparteneva e si scostò come se fosse stata una lama. «Sono certa che Sua Maestà ha spalle larghe a sufficienza per portare qualunque maledizione» disse Adrianna. La strega avanzò fino a un braccio di distanza dal Re e stette lì, con le mani giunte. Non chiese né fece gesti per farlo, ma il suo sguardo era colmo di aspettativa.

«Che genere di conoscenza malefica è quella iscritta qui dietro, strega?»

Adrianna fece una piccola smorfia. «Mostratemela e lo saprete.»

Kron infilò le dita nelle fessure per gli occhi della maschera e la sollevò all’altezza degli occhi di Adrianna. «Leggi dentro di te e poi traduci. Se dovessi sentire una sola parola che non capisco, la tua testa ornerà il frontone del mio palazzo.» Ripeté le ultime parole nella lingua dell’Ora e un nero annuì, sfoderando la scimitarra e portandosi alle spalle della strega.

Adrianna non ebbe bisogno di pronunciare una parola intera: la prima sillaba fu seguita da un coro di urla laceranti che risuonarono nella sala a forma di uovo. I sacerdoti e i notabili bianchi crollarono a terra piangendo e contorcendosi come animali feriti; i neri persero la presa sulle armi e caddero in ginocchio. In quella stessa posizione, Kron premette le mani ai lati della testa nel tentativo di contenere il dolore che minacciava di farla scoppiare. L’agonia, in ogni caso, non era confinata nel suo cranio: era come se il dolore di tutte le ferite che aveva ricevuto nell’arco della sua vita si stesse riversando tutto assieme in ogni fibra del suo corpo, bruciandolo e ghiacciandolo al tempo stesso. Era solo vagamente consapevole di Adrianna, del fatto che la strega stesse allacciando il cordino della maschera dietro la propria nuca. Sentì sulla lingua il sapore del sangue quando si morse le labbra per non urlare e udì un’altra cantilena filtrare attraverso la lamina d’oro.

Un nobile pallido, nelle sue convulsioni, sbatté la testa contro il pavimento e smise di muoversi. Kron lottò per rialzarsi in piedi e avvicinare la mano destra all’elsa della spada; fu ricompensato con la sensazione che qualcosa gli stesse scavando nei muscoli del braccio e delle gambe, divorandolo nel processo. Il nero dietro le spalle di Adrianna, invece, era riuscito ad appoggiarsi al braccio sinistro e ne approfittò per sferrare un fendente contro le gambe della donna. La lama si infranse come vetro; un istante dopo, con un rumore osceno di rami spezzati, il braccio del nomade si piegò in modo innaturale e ricadde come quello di una bambola di stracci. Il nero non gridò, forse perché non gli rimaneva la forza per farlo; crollò svenuto.

Adrianna parlò. Era lo stesso, osceno linguaggio, ma questa volta il tono era quello di un discorso. Ancora una volta interrotto, Kron ebbe l’impressione di essere vicino a capire le parole e che esse, per il solo fatto di appartenere a quella lingua bizzarra, non promettessero nulla di buono. Qualunque discordo la figura mascherata stesse facendo fu interrotto da una risata. «Sono millenni che non parlo il tuo linguaggio, cucciolo. Mi ero dimenticato quanto suonasse male.»

Immerso nel dolore, Kron riuscì comunque a provare disgusto e paura. Quella che aveva parlato con un accento indefinibile non era la voce di Adrianna, ma quella squillante di un uomo.

«Questa cucciola deve odiarti molto per aver usato la Parola del Dolore su di te… Kron? Sì, Kron. Quella statua dovrebbe rappresentare me? Immagino che qualcuno si aspetterebbe di sentirmi esprimere orgoglio, ma…» L’imprecazione che l’uomo lanciò subito dopo non doveva avere equivalenti in una lingua umana, perché le parole che sputò erano nella sua. «Voi mi adorate

Dalla bocca di Kron uscirono dei suoni indistinti.

«Oh, dimenticavo.» L’essere parlò e Kron fu sollevato dal dolore; non del tutto, ma quanto bastava per poter pensare.

«Tu… sei Forborgad?»

Un’altra parola risuonò nella stanza. Questa volta Kron non riuscì a trattenere il grido.

«Il fatto che mi degni di parlarti non implica che tu possa permetterti tanta familiarità, cucciolo. Nella tua lingua bastarda, “voi” è l’espressione usata con i superiori e con essa ti rivolgerai a me. “Forborgad” è il nome che date alla figura rappresentata in quella statua?» Parlò nuovamente e nuovamente il dolore si attenuò.

Kron sollevò la testa per guardare la maschera. Attraverso i buchi per gli occhi vide due pozze nere simili a pupille mostruosamente dilatate. «Quello è un Dio.»

Forborgad si avvicinò alla statua, incurante degli esseri umani che agonizzavano ai suoi piedi. Alcuni, sopratutto fra i giovani sacerdoti, non si muovevano più. La creatura sfiorò il volto di pietra e, dal modo in cui si mosse, parve rendersi conto solo allora della differenza di altezza fra quel corpo e quello che abitava in quel momento.

Kron si guardò intorno. C’erano diverse armi alla sua portata. Attirò a sé una lancia, soppesandola con il braccio destro, ancora vittima di contrazioni muscolari.

«Sono deluso, cucciolo. La tua razza è nata per imparare, eppure vedo qui la dimostrazione del fatto che ignorate ciò che non volete conoscere. La mia maschera…»

Kron scagliò la lancia. Arrivata a un pollice dalle scapole di Adrianna la punta si piegò, poi l’asta si ruppe nel punto in cui era avvitata ed entrambi i pezzi caddero al suolo. La maschera d’oro brillò alla luce delle candele.

«Perché lo hai fatto? Sai già che le armi non possono farmi nulla.» C’era della curiosità onesta nel tono di quella voce.

Quella di Kron era rotta dal respiro affannoso. «Perché non sarei un uomo se ti consentissi di ignorarmi» rispose. Quindi, sorrise.

«Oh, certo. Cercare la sofferenza senza averne bisogno è un segno distintivo della tua specie, dunque.» Così dicendo, arrotolò una delle maniche della tunica di Adrianna, mostrando un reticolo di linee pallide che si diramavano dal polso lungo tutto il braccio formando disegni geometrici e simboli alieni quanto l’alfabeto misterioso inciso sulla maschera e – ora Kron ricordava – sulla stele che si troavava lungo la Strada nell’Ombra. Erano scarnificazioni, tagli tenuti aperti a lungo in modo che lasciassero segni profondi. La pelle della strega ne era ricoperta.

«Sai dirmi perché questa cucciola ha fatto questo a se stessa?»

Kron sputò un po’ di sangue prima di rispondere. «Ha detto di essere promessa a qualcuno. Ora so di chi parlava. Quei tagli devono essere parte di una stregoneria.»

«Per risvegliare me? La follia deve aver contaminato questa linea di sangue» disse Forborgad, osservando una vena semisepolta dalle cicatrici. «O forse la cucciola non era ignorante a sufficienza da avere paura di quello che faceva. Per fortuna le funzioni del corpo non sono danneggiate… non per quello che mi interessa, perlomeno.»

Kron non era in grado di sfoderare la propria spada, ma riuscì ad afferrare per la lama quella del nero col braccio spezzato. La trascinò a sé, stringendo i denti, e una volta afferrata l’impugnatura usò l’arma come appoggio per alzarsi in piedi. La lama si piegò sotto il suo peso, ma resse.

Forborgad parlò.

Fu come se ciascun nervo di Kron fosse estratto dal corpo e immerso nel sale. La parola lo fece bruciare da dentro, un dolore talmente forte da toglierli quasi subito ogni sensibilità e gettarlo in uno stordimento dove l’unica sensazione era la sofferenza. Si accorse vagamente di aver toccato terra con un ginocchio e una mano.

«La cucciola ti odiava, Kron. Non meriti di essere oggetto dello stesso sentimento da parte mia, ma non mi costa nulla dare una soddisfazione al suo spirito.» Forborgad si tolse la maschera. Dietro di essa stava il viso di Adrianna, i muscoli tesi in maniera inverosimile e gli occhi invasi quasi interamente dalle pupille. Gli afferrò il mento con dita che sembravano d’acciaio.

«Addio, piccolo Re.»

Ripeti esattamente quello che udrai adesso disse qualcuno a cui Kron non poté fare a meno di obbedire. Parlò, sebbene la sua lingua bruciasse e parte del suo cervello si ribellasse all’idea stessa di formare quei concetti dentro di sé. Udì un rumore come di corde tese e ramoscelli spezzati; un istante dopo Forborgad aveva mollato la presa ed era indietreggiato urlando. Anch’egli parlò, ma il dolore doveva ostacolarlo, perché i rumori continuarono e dalle labbra rosse di Adrianna colò del sangue.

Fin troppo abile per un cucciolo si complimentò la voce. Kron scosse la testa. La sofferenza lo aveva abbandonato e lo stesso, notò guardandosi attorno, pareva valere per gli altri: quelli che respiravano ancora, perlomeno, avevano smesso di contorcersi.

Alla fine Forborgad azzeccò la formula giusta. «Chi ti ha insegnato la Lingua della Creazione, bestia!» ruggì.

Kron ghignò. «Sono un condottiero, un nobile e un Re. Con le mie parole ho mandato a morte migliaia di uomini e concluso una dinastia. Conosco bene il tuo potere.» Un momento dopo si rese conto di aver parlato in quella medesima lingua oscena che tanto disprezzava. Le parole gli erano venute spontaneamente, come se fossero nate dal suo desiderio di trasmettere all’altro il proprio odio.

Il volto di Adrianna si deformò ancora di più quando Forborgad snudò i denti e indietreggiò a passo lento, come una belva all’angolo. Kron parlò ancora, ma questa volta nemmeno il significato delle parole gli apparteneva; anzi, era come se ciascuna sillaba lo spingesse sempre più indietro nella sua stessa mente, lasciando spazio a qualcosa d’altro. «Non avevo idea che si potessero lasciare indicazioni per il Risveglio, Amichab. Sei proprio un vile.»

Forborgard gridò un sortilegio, ma prima ancora che avesse terminato la bocca di Kron pronunciò una sillaba e l’aria di fronte a lui ondeggiò come un miraggio. La pelle dell’uomo si arrossò come se fosse stata scottata. Un flusso di parole nella Lingua della Creazione scaturì dalle labbra di entrambi gli umani e un vento soprannaturale invase la sala, la terra tremò e sui loro corpi apparvero lesioni nere e rosse dove non erano riusciti ad arrestare del tutto le rispettive stregonerie. Dietro le spalle di Kron, quegli uomini che erano ancora vivi osservavano impietriti la scena.

Ormai il condottiero era ridotto a uno spettatore dietro ai propri occhi. Vedeva e sentiva, ma non aveva il controllo sulle proprie azioni; percepiva come se fossero sue le emozioni della volontà che si era risvegliata in lui, un misto di felicità e rabbia unito a una rivalità a lungo sopita. Si chiese, mentre una ciocca dei suoi capelli andava in fumo, se Adrianna fosse nella medesima situazione, intrappolata come lui in mezzo alla gioia fratricida di una coppia di mostri. Poi dimenticò quel pensiero e si concentrò sul proprio corpo, percorrendone con la mente ogni muscolo, cercando di provocare uno qualsiasi delle migliaia di riflessi che aveva accumulato durante tutta la vita. All’improvviso sentì la propria mano sinistra chiudersi a pugno e, al tempo stesso, avvertì la sorpresa della volontà aliena.

Kron non aveva bocca, in quel momento, per cui pensò con tutta la propria forza: Concentrati sulle tue stregonerie e lascia a me il resto!

Cosa vuoi fare? Non puoi avere il tuo corpo indietro! È mio adesso!

Per tutta risposta, Kron diresse la propria volontà lungo il braccio sinistro, piegando il gomito. Poi risalì fino alla spalla e, con uno sforzo, riuscì ad agitare il tutto in una parodia di saluto a Forborgad, in quel momento impegnato – non avrebbe saputo dire come lo sapeva – nel tentativo di far bollire il sangue che scorreva nelle vene del corpo occupato dal suo avversario.

Fermo! Vuoi distruggerci entrambi? Lasciami fare!

Troppo tardi, demone pensò Kron di rimando. Avresti dovuto scegliere un altro ricettacolo. Adesso fai il tuo dovere! Le gambe erano più difficili da raggiungere e, quando ci riuscì, muoverne una gli parve difficile quanto spingere un carro carico di piombo lungo una strada in salita; ma ci riuscì. Un lampo di paura balenò in lui; non era la sua. Il flusso di incantesimi che usciva dalla sua bocca slittò e per un attimo vide tutto nero; poi l’altro spirito ritrovò la compostezza e contrattaccò ferocemente, crepando il pavimento di pietra.

Il corpo di Kron fece un passo avanti, barcollando come un infante, poi un altro ancora. Forborgad, immobilizzato nello scambio di maledizioni, sbarrò gli occhi e raddoppiò gli sforzi, ma questa volta l’emozione altrui che Kron percepì fu come un ruggito di trionfo e, al tempo stesso, una risata maligna. Per quanto lo disgustasse, non poté fare a meno di godere anch’egli del terrore che leggeva sul volto di Forborgad mentre sentiva il proprio corpo muoversi, un passo dopo l’altro, verso il falso Dio, che stava dando fondo alle proprie conoscenze di magia nera per tentare di distruggere lui e chiunque fosse con lui. Invano.

Conquistò un metro, poi un altro e un altro ancora, e alla fine fu abbastanza vicino per sollevare il braccio e stringere la mano attorno alla gola candida di Adrianna, impedendo all’aria di entrarvi o di uscirvi. L’altra volontà ruggì trionfante e parlò.

Perlomeno, tentò di farlo. Kron glielo impedì, esercitando sulle labbra lo stesso comando che gli aveva consentito di muovere gambe e braccia. Sentì lo spirito, il demone, o quello che era opporsi al suo sforzo e tenne duro. Dopotutto quello era il suo corpo, addomesticato alla sua volontà.

Vuoi risparmiarlo? Perché?

Non lui ribatté Kron. Non sopporto di perdere ciò che mi appartiene di diritto. Avvertì, in risposta al suo pensiero, un riluttante rispetto. Ne approfittò per chiedere: Da dove venite fuori voi demoni?

Da nessuna parte, cucciolo. Da ciò che vedo nei tuoi ricordi, hai percorso la Via per Ogni Luogo; attraverso quella strada noi – Amichab, io e molti altri – spostavamo le nostre legioni e conquistavamo terre che poi ci contendevamo. Un giorno, scoprimmo che in essa si era intrufolato un gruppo di quelle scimmie che abitavano alcune delle terre calde. Dovevano essere rimaste lì per dei secoli, perché quando le scovammo erano mutate in modi assai bizzarri, adattandosi al nuovo ambiente. Incuriositi, facemmo un esperimento sulle loro cugine.

Seguì una spiegazione riguardante libri scritti all’interno dei corpi, fluidi e manipolazioni, che Kron non capì. Il senso gli era comunque chiaro.

In quel modo, ognuno di noi avrebbe avuto parte di sé all’interno di una di quelle scimmie e delle sue discendenti, e delle discendenti delle sue discendenti, fino a quando la linea di sangue non fosse stata abbastanza evoluta da far emergere le caratteristiche più elevate… o il Risveglio non fosse stato provocato in qualche modo. Non sapevo che Amichab avesse sviluppato una formula atta allo scopo.

Che io non ho usato obiettò Kron.

Non poteva vedere il sorriso dell’altro, ma lo immaginò. L’istinto di sopravvivenza può essere altrettanto efficace, sopratutto se l’evoluzione è a buon punto.

Gli rimaneva solo un ultimo dubbio. Come mai siete spariti senza lasciare traccia?

Questa volta la presenza rise. Ma come! Ci siamo uccisi a vicenda, ovviamente! È stato un gran divertimento! Chissà se presto non lo rifaremo.

Kron ragionò. Se quell’essere era nel suo cervello, in esso doveva esserci anche la conoscenza della Lingua della Creazione; la cercò come avrebbe cercato un vecchio ricordo e la trovò. Quindi, facendo violenza a se stesso e cogliendo il suo demone di sorpresa, sibilò un incantesimo che penetrò nelle orecchie di Adrianna, percorse tutta la strada fino all’interno del cranio e, una volta lì, colpì come la lama arroventata di un chirurgo, cauterizzando il tessuto infetto. La strega urlò; un urlo di uomo che sfumò nel lamento di una donna.

No! Cosa hai fatto! Spettava a me questo onore!

«Mi dispiace, ma i giochi sono finiti» disse Kron, ad alta voce. Pronunciò di nuovo la formula, modificando l’accentazione di due parole, e il suo cervello esplose in fiamme.

Quando rinvenne era accerchiato da montagne scure i cui occhi neri erano fissi su di lui. Udì mormorare scongiuri in dialetti barbari che, per un terribile istante, gli sembrarono familiari come la lingua che aveva imparato dalla balia; poi quel momento passò e una cappa di benedetta ignoranza calò su di lui. Il suo corpo obbedì fedelmente all’ordine di alzarsi.

La sala del tempio era semidistrutta. Qualunque cosa non fosse composta della pietra delle pareti era stata frantumata, strappata, bruciata o liquefatta da forze che non appartenevano al mondo dei mortali. I corpi che Kron aveva visto a terra erano spariti e, dei visi che lo circondavano, solo una manciata apparteneva a coloro che erano entrati con lui.

«Masambe? N’ambe? Akaub?» chiamò.

Un nomade scosse la testa. «Sono morti, o Potente. La strega li ha uccisi con i suoi sortilegi e i demoni li hanno reclamati.»

Kron rabbrividì ed elencò altri nomi. La risposta fu la stessa. Ci sarebbe stato del lavoro da acchiappatopi da fare, presto: i mostri ancestrali a cui aveva dato accesso al mondo dovevano essere distrutti, prima che qualcuno notasse la loro somiglianza con gli uomini e decidesse di indagare.

«La strega dov’è?»

Il nero che aveva parlato per primo indicò dietro le spalle di Kron. «Laggiù.»

Kron si voltò. La piattaforma si era spezzata e il basamento della statua l’aveva seguita; quest’ultima giaceva a terra, il braccio teso separato dal busto e la testa staccata. Il volto, per quanto Kron potesse dire da quella distanza, era distrutto. Adrianna era riversa sul torace di Forborgad, un braccio intorno alle spalle di marmo dipinto. La sua schiena si muoveva nel ritmo del respiro, ma per il resto la strega era immobile. Kron si avvicinò a lei e vide gli occhi arrossati e nuove rughe sul volto un tempo senza età.

La schiaffeggiò con tanta forza da sollevarle la testa. Lei si svegliò e per un momento Kron rivide nei suoi occhi la crudeltà e la freddezza che l’avevano contraddistinta; poi, di fronte a lui ci fu solo una donna stanca e delusa.

«Perché non mi ha ucciso?» chiese Adrianna.

«Hai preso qualcosa di mio, strega, e non ti lascerò andare senza sdebitarti. Gli uomini che il tuo demone ha divorato erano la mia guardia del corpo: guerrieri scelti, capi fra le loro genti. Le loro vite mi appartenevano.»

«Sappiamo tutti e due che non era un demone, Kron.» Adrianna aveva parlato a voce tanto bassa che solo Kron l’aveva udita.

«Ma per tutti sarà così. Il popolo apprenderà di essere stato ingannato dai preti adoratori di un demonio e di come il loro Tiranno e la sua strega li hanno salvati. Sarai prigioniera della loro gratitudine per quanto ti resta da vivere.»

«E se rifiutassi?»

«Avrai accanto una guardia giorno e notte e qualunque cosa tu beva o mangi sarà controllata. Non avrai modo di liberarti da sola, quindi preparati a svolgere le tue funzioni con abnegazione; un giorno potrei usarti la gentilezza di ucciderti.»

Adrianna arricciò le labbra. «Tu non hai bisogno di diavoli che ti possiedano. Tu sei un diavolo.»

«Credo che ormai lo sappiano tutti» ribatté lui, sorridendo. Poi la sua espressione si indurì. «E qualunque cosa emerga dalla sua cloaca di tenebre per insozzare il mondo degli uomini lo imparerà presto!»

 
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Pubblicato da su 16/08/2011 in Racconti

 

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Armature da donna e fantasy

L’iconografia fantasy tende ad avere un doppio standard per quanto riguarda la rappresentazione dei personaggi maschili e femminili, sopratutto se si tratta di guerrieri. Questo video di CollegeHumor riassume perfettamente il tema dell’articolo:

Le armature da uomo nell’iconografia fantasy sono funzionali (oddio, quasi sempre); quelle femminili sono erotiche. Il che, di per sé, non sarebbe male… se, appunto, le illustrazioni del secondo tipo fossero classificate fra quelle erotiche. Purtroppo non è così e il risultato è che qualcuno confonde le due cose e produce aborti. “^_^

Nella realtà un’armatura da uomo e una da donna sono funzionalmente identiche e le differenze riguardano solo la sagomatura di alcune parti (e lo spessore, a meno che la guerriera non sia un donnone colossale); forgiarle in modo diverso è stupido e opporre l’obiezione che “le armature complete riducono l’agilità” (come si dice, ironicamente, nel video) contraddice millenni di storia: se la goffaggine dovuta ai chili di metallo fosse stata considerata eccessiva, nessuno avrebbe usato armature. Invece, qualunque guerriero potesse mettere le mani sopra una lo faceva; chissà perché…

Donne con armature "realistiche". Si può essere belle senza rinunciare alla protezione!

Le caratteristiche tipiche delle armature da donna fantasy sono: scollature, spacchi, ventre scoperto, gambali troppo corti o aperti ai lati, braccia nude, fino ad arrivare a oscenità (in tutti i sensi) come il bikini di maglia (metti un po’ di carne su quelle ossa, tappa!): perfetto per una serata hot da nerd, un po’ meno per combattere. “^_^

Braccia scoperte, scollatura e ombelico al vento, con l'aggravante della trippa "^_^

Ripeto: non c’è nulla di male nel disegnare signorine discinte (con qualunque abbigliamento) o nel farsi fotografare in costumi erotici. Tali raffigurazioni, però, non sono fonti accettabili per uno scrittore, a meno che egli non voglia scrivere una storia comica o raccontare il mondo dei nerd. Per un combattente addestrato (ma anche per l’ultimo dei pirla con una spada in mano) tutto quel rosa indica arterie esposte, tendini da tranciare e ossa da frantumare, tanto per fare della poesia. Ci sono poi la lettura etica e quella psicologica, ma le lascio ad altri (qualche lettrice, magari?).

Una signora che difende il proprio castello potrebbe indossare la corazza per proteggersi, coprendola con una gonna per non turbare i suoi soldati, come fa questa modella

Un articolo che parla di fantasy in modo negativo non può prescindere dalle citazioni di Licia Troisi, quindi eccole qua, ringraziando la Leprotta nazionale per averle riportate su Yahooo! answers (ci sono arrivato per caso):

Nihal portava un lungo mantello nero da cui spuntava solo la spada. Un cappuccio le copriva interamente il volto. Non meno cupo era l’abbigliamento che il mantello nascondeva: corsetto e pantaloni in pelle, anch’essi rigorosamente neri. Si sentiva un’anima vendicatrice. Aveva promesso a se stessa che fino a quando l’orrore del Tiranno non fosse cessato non avrebbe smesso quella sorta di lutto.

Un corsetto, magari senza spalline, non è proprio il massimo della protezione: il cuore e i polmoni sono scoperti, così come spalle e collo. I pantaloni di pelle sono un altro errore: coprendo integralmente le gambe e l’inguine devono per forza essere molto leggeri (altrimenti Nihal non riuscirebbe a muoversi!) e dunque poco utili, nonché piuttosto appariscenti. Nihal avrebbe fatto meglio a indossare un’armatura di cuoio sotto una camicia larga o una tunica e dei pantaloni comuni, sacrificando un po’ la protezione delle gambe (del resto, se il nemico la crede scoperta mirerà probabilmente al torace, dove stanno gli organi vitali).

Nihal, o la vacca fantasy per eccellenza

Seconda descrizione:

[…] c’erano una corazza splendente, un paio di spallacci, un elmo e due gambali. Erano tutti di cristallo, nero come la notte e lucente di terribili bagliori. Come la sua spada. La corazza era levigata a regola d’arte e dalla parte bassa della vita partiva un fregio: rappresentava un drago ritorto su se stesso, che con mille volute si arrampicava su per il busto fino all’altezza del petto, dove troneggiava la testa; la bocca spalancata sputava due fiotti di fiamme che si avvolgevano intorno al profilo dei seni. Gli spallacci erano foggiati come due teschi di drago, i denti aguzzi sprofondati nella linea delle spalle. Sui gambali tornava il motivo delle fiamme. Infine, l’elmo aveva due grossi spuntoni che partivano dai lati del capo.

Sorvoliamo sul “cristallo nero” (è fantasy!!!1one) e concentriamoci sul design dell’armatura. A parte la decorazione erotica che sottolinea il seno (potrebbe trattarsi di un espediente per distrarre il nemico…), si nota subito la mancanza di bracciali e di guanti: un fendente ben assestato da parte di un avversario significherebbe un bracco amputato o, nel migliore dei casi, inutilizzabile per la rottura di un osso o il taglio di un tendine, per non parlare delle arterie che potrebbero essere lacerate. Gli spallacci dentati sono una cretinata, dal momento che nella realtà si conficcherebbero nelle carni della fanciulla ogni qualvolta ella volesse sferrare un colpo, così come gli spuntoni sull’elmo, che oltre ad aggiungere peso inutile mettono in pericolo la testa e il collo (un colpo che avrebbe mancato senza gli spuntoni potrebbe colpirli e far girare la testa della guerriera, distraendola e rischiando di provocare danni anche gravi). Come sempre, il design più semplice sarebbe stato quello più funzionale: una bella armatura a piastre e passa la paura. Forse però sarebbe parsa poco fantasy. “^_^

Le armature storiche sono belle di per sé: non c’è bisogno di inventare elementi assurdi per renderle più affascinanti. Lo stesso vale per le donne in armatura; anzi, il contrasto fra la femminilità del corpo e la mascolinità dell’abbigliamento (la corazza) può essere molto erotico. Di sicuro più di certe descrizioni e illustrazioni, buone solo per ragazzini brufolosi e lesbiche non troppo schizzinose. ^_^

Povera werehare: alla fine una fan di Licia l'ha catturata!

 
16 commenti

Pubblicato da su 11/08/2011 in Letteratura

 

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