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Kron (8)

22 Lug

8. «Lunga vita al Re!»

Un’ondata di luce abbagliò i visitatori. Man mano che i loro occhi si adattavano al passaggio dal corridoio semibuio alla stanza illuminata, davanti a essi apparve un tripudio di colori brillanti: il rosso acceso, l’oro e il blu scuro degli arazzi, l’argento di dozzine di candelieri che reggevano candele di cera bianca e profumata, la striscia di porpora sul pavimento che conduceva ai troni di legno dorato, dietro i quali campeggiava un affresco grande come la facciata di un palazzo. Come le costole di un gigante, le colonne che reggevano il soffitto della grande sala si inarcavano verso l’alto, anche se un osservatore non avrebbe potuto dire se fossero realmente curve o la loro altezza fosse tale da farle sembrare deformate.

Per alcuni lunghi istanti, la sala fu immersa nel silenzio. Poi, come il rombo di un tuono lontano che diventava più forte man mano che si avvicinava, fino a squassare i muri di una casa, si udì la voce di Kron.

«Dove sono i miei uomini, Goran?»

L’uomo seduto sul trono più alto arricciò le labbra disgustato. «Dimenticati, come dovrebbero essere tutti i traditori. Anche quelli del proprio sangue.»

Kron fissò lo sguardo nell’azzurro vacuo di quegli occhi, due feritoie sul volto attraente coperto dal una corta barba bionda. «Se dovessi accendere una candela per ciascun soldato che è morto invano con il nome del suo Re mescolato al proprio sangue sulle labbra, al loro confronto questa stanza sarebbe buia come una notte nuvolosa. I tuoi rinforzi, quelli sì che sono stati dimenticati! O meglio, non sono mai esistiti!»

Gli altri uomini presenti assistevano increduli allo scambio di battute fra i due potenti: si riferivano a cose che loro ignoravano e lo facevano con tanta foga da sembrare pazzi. Re Goran sollevò un braccio avvolto nella manica di seta rossa della tunica e puntò il dito contro Kron. «Non avrai il mio trono finché sarà vivo, bestia, e una volta che mi avrai ucciso potrai sedertici sopra, ma non possederlo. E questo non vale solo per il trono!»

La bocca di Kron sorrise, ma non i suoi occhi. «Ah, Goran! Ancora quella vecchia storia? Non riesci proprio a renderti conto che il mondo non ruota intorno a lei? Forse anche io sono pazzo come te, perché ho promesso di risparmiarti la vita, quando avrei dovuto strangolarti come ho fatto con i capi barbari che mi erano d’intralcio. Scendi da quella sedia: il tuo regno è finito.»

«Mai! Mai! Mai!» urlò il Re, il volto coperto di goccioline di sudore.

«Padre, vi supplico, obbedite! Ormai non siete più Re nemmeno per i vostri soldati; è inutile continuare a recitarne la parte. Si tratta di una scelta onorevole…»

«Voi! Mi è parso di avervi già detto quello che avreste dovuto fare! Ah, se almeno potessi dire… Ma no, è meglio che taccia e risparmi a questo regno la sua ultima umiliazione.»

Il principe chinò il capo in rispettoso silenzio, senza lasciar trasparire alcun sentimento. Kron versò del vino nella coppa e la sollevò verso Goran e verso l’affresco. In quest’ultimo, sullo sfondo di un campo di battaglia insanguinato e coperto di cadaveri, un Re più giovane, sbarbato e senza corona guidava una schiera di cavalieri contro nemici che erano soltanto ombre e punte di lancia che sbucavano dall’orlo inferiore. I vivi e i morti vestivano sopratuniche di vari colori accostati: rosse e bianche, viola e blu, gialle e nere e altre combinazioni, fra le quali grande assente era quella verde e oro che aveva un tempo contraddistinto le truppe del Conte di Hogrod. A fianco di Goran cavalcava un uomo alto e magro, con la barba bianca e il volto scavato dall’età, che tuttavia brandiva la spada come un giovane; sopra il camaglio portava la corona.

«Brindo a Re Gustav, ultimo re di Nara. Il suo lignaggio era puro come il suo animo. Non sarà dimenticato.» Sotto lo sguardo attonito di Goran, di suo figlio e del Lupo, vuotò la coppa in un unico sorso.

«Signore» domandò il principe «cosa avete voluto dire?»

«Conte, avete fatto un giuramento!» esclamò il Lupo. Uno dei giganti neri che accompagnavano Kron afferrò il braccio con cui stava estraendo la spada e glielo torse dietro la schiena, strappandogli un grugnito di dolore; sebbene anche l’ufficiale fosse un uomo possente, la sua muscolatura non poteva competere con quella di chi, fin dall’infanzia, aveva dovuto combattere per sopravvivere.

Kron snudò la scimitarra e ne sollevò la lama ancora macchiata , perché tutti la vedessero. «Questo è il sangue che ho sparso per arrivare fino a qui. Un milione di volte tanto scorre nelle vene di coloro che ho risparmiato oggi e altrettanto ne ho fatto scorrere per diventare quello che sono. In nome di questo diritto di sangue, mi proclamo dittatore di Nara e stabilisco che i miei figli o i successori da me designati ricopriranno tale carica dopo di me.»

I bianchi nella sala del trono impallidirono.

«Per amore degli Dei, conte! Voi siete nato nobile!» protestò il principe. L’interessato sorrise: un ghigno che qualcuno avrebbe definito un “sorriso da lupo”, sbagliando, perché un lupo non provava piacere nella consapevolezza che il suo morso terminava una vita.

«Altezza, ho semplicemente rispettato i patti: non potendo uccidere vostro padre, ho ucciso la monarchia. Avete ancora i vostri titoli, ma essi non valgono più nulla. Potete tenere la corona, se lo desiderate: ormai è preziosa solo per l’oro di cui è fatta e per le gemme che la decorano.»

Con gli occhi spiritati, Goran portò una mano al cerchio che gli ornava il capo, come per assicurarsi che fosse ancora lì. Era un oggetto splendido, una pesante banda d’oro decorata con tre file di gemme blu, verdi e viola e un emblema raffigurante un orso alzato sulle zampe posteriori.

«Io sono il Re!»

«Tu sei un miserabile» ribatté Kron, i denti così bianchi che parevano brillare alla luce delle candele. «In questa città non c’è un uomo che ti abbia difeso, che ti abbia giudicato prezioso quanto se stesso: hanno visto l’opportunità di sbarazzarsi di te e ne hanno approfittato. Un uomo del genere non può governare.»

Goran scattò in piedi e per un momento sembrò sul punto di parlare, di fare un qualche gesto; ma invece rimase immobile, senza dire una parola, come se avesse pescato nella propria mente e non vi avesse trovato nulla di utile.

«Andiamo Goran, non dirmi che le tue conoscenze di comportamento regale si esauriscono qui!» lo canzonò Kron. «Forse un goccetto ti schiarirà le idee: tieni, è il vino preferito del compianto Gustav!» Pronunciò le ultime parole a voce alta, quasi urlando; Goran se ne accorse appena, intento com’era a fissare il vuoto e a umettarsi le labbra, dalle quali non usciva un suono. Poi, lentamente, scese i gradini che portavano al trono e allungò la mano verso la coppa che Kron gli porgeva. Tutti gli occhi erano fissi su di lui, compresi quelli del condottiero, che avevano l’aria di volergli penetrare nel cranio e guardare nel cervello. Nell’attimo in cui la sua mano sfiorò il contenitore, il suono di un battito di mani si propagò per la sala.

«Congratulazioni, Vostra Possanza» proclamò una voce argentina. «Vi siete cavato d’impiccio con lo sforzo più economico di tutti: quello dell’immaginazione.»

La proprietaria di quella voce emerse dalle ombre, attirando l’attenzione di tutti al punto da immobilizzarli. Era avvolta in un abito viola ornato di perle che sottolineava la compattezza della sua figura slanciata, in cui non c’era nulla di superfluo: non un neo sulla pelle candida, non un capello grigio nella chioma folta e scura, non un grammo di grasso. I lineamenti ricordavano quelli del principe, ma mentre in quest’ultimo la loro durezza era stemperata dall’influenza paterna, nella regina erano affilati come lame. Accanto a quella donna che si muoveva con la grazia e l’economia di un grande felino, persino l’algida Adrianna sarebbe parsa calda e materna.

I suoi occhi, giaietto incastonato nell’avorio, incontrarono quelli di Kron, proclamando ad alta voce il loro disprezzo. L’uomo, dal canto suo, rispose allo sguardo con un astio che gli deformò il viso, facendolo assomigliare a una delle statue mostruose ai cui piedi si prostravano gli uomini gialli dell’Est.

«Proprio voi osate avvicinarvi a me? Non temete i miei approcci inopportuni, come voi stessa li avete definiti? Siete di memoria corta, Maestà!»

La donna incrociò le braccia con tanta grazia da farlo sembrare un gesto regale. «E voi, fino a qualche anno fa, eravate un uomo d’onore. Se la mia memoria è corta, la vostra è peggiore.»

«Un uomo d’onore!» Kron avanzò a grandi passi verso la donna, spingendo a terra con fare distratto il ragazzo che aveva cercato di frapporsi fra lui e la madre. «Un uomo d’onore non viene gettato nel fango con false accuse per salvare un Re incapace!» Sollevò di scatto una mano… e rimase immobile, paralizzato da ciò che vide in quegli occhi neri che non parevano avere bisogno di sbattere le palpebre. Dopo alcuni attimi, durante i quali il tempo parve essersi fermato, scoppiò in una risata da far tremare una montagna; era un riso gioioso, di gola, ma coloro che lo udirono fecero per istinto un passo indietro, perché un uomo sano di mente non avrebbe dovuto poter ridere in quel modo. Goran, ancora in piedi di fronte ai gradini del trono, fissava immobile il confronto fra quei due titani; il pensiero che sarebbe dovuto correre in soccorso della moglie non sfiorò né la sua mente né quella di nessun altro. Il principe era di nuovo sulle proprie gambe, le braccia abbandonate lungo i fianchi, e il Lupo era ancora intrappolato nella presa d’acciaio del nero.

«Ho udito che avete promesso di risparmiare la mia famiglia, Vostra Possanza. Considerato che avevate anche promesso di servirla, tempo addietro, non mi aspetto che teniate fede al giuramento.»

Kron ghignò. «Adesso è la vostra memoria a tradirvi: io avevo giurato di servire lo Stato e, in questo momento, lo Stato sono io.»

Solveig dedicò a quell’osservazione un minuscolo movimento delle labbra. Fece un passo avanti e Kron, come se una mano invisibile lo avesse afferrato, si scostò per lasciarla passare, così che agli spettatori di quella scena parve di vedere il conte di Hogrod rendere omaggio alla Regina di Nara.

La donna camminò col suo passo da tigre fino al suo ufficiale in trappola. «Comandante?»

Il Lupo deglutì. «Maestà?»

«Avete svolto il vostro compito in modo impeccabile. Vi chiedo, come ultimo favore, di organizzare una scorta per la famiglia reale. Ne avremo bisogno per il tempo necessario a raggiungere il conte Harn e il suo esercito, poi la rimanderemo indietro. Lo farete?»

L’uomo deglutì ancora, rumorosamente. Fu sul punto di sollevare lo sguardo verso il suo nuovo padrone, poi ci ripensò e disse: «Sì, Maestà.»

Kron fece per sollevare la mano in un gesto di comando, ma la forza di prima lo fermò a metà. Solveig guardò in viso il nomade che immobilizzava il Lupo e disse, nella propria lingua: «Buon uomo, mi fareste la cortesia di lasciare il braccio di questo soldato?»

Gli occhi color pece del selvaggio incontrarono quelli, altrettanto scuri, della donna bianca. Poi essi andarono alla ricerca di quelli di Kron, come se il nero avesse compreso ogni parola e stesse chiedendo l’autorizzazione del suo condottiero. Dovette leggervi qualcosa che gli altri non potevano distinguere, perché mollò la presa e indietreggiò di un passo. Il Lupo si tastò il braccio, controllò di avere tutte le ossa intatte e, senza voltare le spalle ai reali, uscì dalla sala del trono camminando all’indietro fino all’ingresso. Kron gli dedicò un mezzo sorriso quando la nuvola candida che era Adrianna gli passò accanto, sfiorandolo, e lui sobbalzò.

«Hai trovato quello che cercavi, strega?» chiese. Adrianna scosse la testa con l’aria di una madre di fronte all’ennesima dimostrazione della stupidità del proprio figlio.

«No, Tiranno. Quella è parte del tuo debito e spetta a te darmela.»

Kron sollevò un sopracciglio. «Non mi sembra che avessimo concordato altro.»

Prima che Adrianna potesse replicare, Solveig domandò in tono affermativo: «È quello il demone a cui avete venduto l’anima, Vostra Possanza?»

Il condottiero ridacchiò. «No, Maestà: Adrianna non è nemmeno paragonabile a voi.» Parve ricordarsi in quel momento della coppa che aveva in mano, scintillante alla luce delle candele, e trangugiò in un sorso il liquido dorato in essa contenuto. Poi la riempì di nuovo. «Vostra Maestà gradisce un rinfresco?»

La regina lo ignorò. Stava squadrando Adrianna allo stesso modo in cui un gladiatore avrebbe valutato il suo avversario nell’arena, giudicando ogni piccolo movimento alla ricerca di una debolezza, e lo stesso faceva la strega. La maggior parte degli uomini presenti, in altre circostanze, avrebbe trovato piacevole un confronto di ben altro genere; ma a nessuno di loro venne in mente quel pensiero, piuttosto l’immagine di una coppia di pantere che si muovevano in cerchio, ciascuna pronta a balzare sull’altra.

Kron si voltò e sorrise all’indirizzo di Goran, sollevando la coppa. «In tal caso, rinnovo la mia offerta: un ultimo brindisi in onore della vecchia dinastia, con il vino preferito da Re Gustav.»

Goran esitò, guardando oltre la figura muscolosa che gli porgeva il calice con un sorriso tutto fuorché cordiale. Poi allungò il braccio. Kron lo fissò mentre portava alle labbra la coppa e, senza fare il minimo rumore, beveva un lungo sorso. «Dunque non sei stato tu» disse. «Almeno di quel delitto, sei innocente!»

Goran lo guardò, stolido, e con lui tutti gli altri. C’era delusione nella sua voce, assieme a un’amarezza incomprensibile ai più. Il principe diede voce ai loro dubbi: «Signore, voi offendete senza motivo. A che delitto vi riferite?»

«Dunque “innocente” è un’offesa, a corte. Non mi stupisco. Gustav era l’ultimo uomo decente che abbia vissuto qui e questo nido di vipere sarebbe riuscito ad avvelenare anche il suo animo, prima o poi, se qualcuno al suo interno non avesse avuto l’idea di fare lo stesso al suo corpo?»

«Siete impazzito?» chiese Goran, recuperando la favella. «Re Gustav è morto in battaglia! Quella stessa battaglia in cui voi avete recato vergogna al vostro nome e al vostro sovrano!»

Kron sorrise e, guardandolo fisso negli occhi, cominciò a parlare lentamente: «Non ti senti le braccia pesanti come se indossassi l’armatura, Goran? Non hai l’impressione che un momento io mi trovi davanti a te, quello dopo a un miglio di distanza? Sei sicuro di sentirci bene, o piuttosto ti sembra che i suoni rimbombino come se fossi in una caverna?»

«Che state dicendo, per l’Inferno?»

«La ragione per cui ti ho definito innocente» proseguì Kron «è che, pur essendo l’essere più stupido che io conosca, se fossi stato tu ad avvelenare Gustav avresti colto le mie insinuazioni e non avresti bevuto quel vino.»

Ci fu un lungo momento di silenzio.

«Avete bevuto anche voi» osservò il principe.

«Certo. L’ho bevuto per anni, dapprima con una sola goccia di veleno diluita in una caraffa, poi con due, fino a quando non sono stato in grado di resistere alla quantità che ha ucciso Gustav; dopodiché, ho continuato ad aumentare la dose. Ho bevuto veleno ogni giorno, per ricordare quello che avevo lasciato in sospeso e quello che avrei dovuto fare quando fossi tornato.»

Goran rise nervosamente. «Menti! Nessun uomo potrebbe fare una cosa del genere e sopravvivere!» Nella sua voce, tuttavia, riecheggiò una nota sinistra e dovette interrompere la risata per appoggiarsi a una colonna. La sua fronte era imperlata di sudore.

«Non potrei mai fare una cosa del genere a Vostra Maestà, sopratutto non dopo avergli fatto la cortesia di farlo morire da Re, con la corona sul capo, e avergli risparmiato l’umiliazione dell’esilio.»

«Traditore! Avevate giurato…»

«Su cosa? E a chi? Voi non avete mai avuto il diritto di concedere la resa, Altezza, pertanto non sono tenuto a rispettare nessuna promessa fatta a voi.»

Goran mormorò qualcosa di inintelligibile. «Non ho capito, Vostra Maestà.»

«L’antidoto, ti prego! Dammi l’antidoto!»

Le labbra di Kron si strinsero fino a che la sua bocca non divenne una fessura sottile. Poi, con una voce che rimbombò in tutta la sala del trono, rispose: «No.»

«Almeno dimmi di che veleno si tratta! Per Forborgad, nemmeno tu puoi odiarmi tanto da…»

«No, non il tuo Dio!» lo interruppe Kron, rivelando col suo ghigno il piacere che provava di fronte all’umiliazione del Re. «Prega Alfhild, invoca Kai perché intercedano per te! Già, maledetto, loro non ci sono più! Hai scelto il tuo destino nel momento in cui li hai condannati a morte!»

Con uno scatto disperato, il Re portò la mano al pugnale ingioiellato appeso alla sua cintura. Quel gesto gli risparmiò il tormento che gli avrebbe provocato il veleno, perché la sciabola di Kron si abbatté su di lui come un serpente su un topolino. Goran indietreggiò incredulo, come se il suo assalto avesse incontrato un muro invisibile che lo aveva respinto; poi si accasciò al suolo con una mano che stringeva il tessuto lacerato della tunica all’altezza del petto, dove il suo sangue la inzuppava.

«Padre!» gridò il giovane principe e in un attimo gli fu accanto, inginocchiato sul pavimento. Goran boccheggiava come un uomo che stesse annegando, il respiro mozzato dal sangue che gli riempiva i polmoni e colava dalla sua bocca. Si aggrappò al braccio del principe e cercò nuovamente di parlare; se per chiedere perdono a suo figlio o per maledirlo ulteriormente, nessuno avrebbe mai potuto saperlo. La sua testa ricadde indietro e il resto del corpo la seguì, scuotendosi nell’ultimo spasmo e irrigidendosi poi per sempre.

«Il Re è morto» disse una voce lontana e fredda. Era la voce di Kron, ma nessuno la riconobbe. Il condottiero si voltò e trovò quello che cercava: un paio di occhi neri che incontrarono i suoi, senza un’ombra di rimpianto o di tristezza a velarli. Quegli occhi si avvicinarono a lui, troppo scuri perché potesse specchiarcisi, facendolo rabbrividire per la determinazione che vi lesse; poi lo oltrepassarono e andarono a chinarsi di fronte al ragazzo, che ancora stringeva la mano di sua padre.

«Lunga vita al Re» scandì Solveig, in ginocchio di fronte a suo figlio. «Lunga vista a Re Adolphus.»

Quelle parole sembrarono rianimare il principe, ma quella che si vide sul suo volto quando si rialzò in piedi era una parodia di vita. Era come se, nei momenti che aveva passato coperto dall’ombra, il fantasma di Goran gli avesse strappato via quanto di suo c’era in quei lineamenti, lasciandovi solo la durezza.

«Signore» disse gelido «vi chiedo soddisfazione. Ordinate a uno dei vostri uomini di prestarmi la sua spada.»

Kron guardò Solveig, poi il Re. «Ascoltami bene, ragazzo, e poi fatti ammazzare da me, se vuoi. Cosa credi che succederà quando tua madre avrà raggiunto il conte Harn? Pensi che quel vecchio si lascerà sfuggire l’occasione rappresentata da una regina vedova che viene a chiedergli soccorso? Ci sarà una guerra civile, questo è fuor di dubbio, e chiunque pensi di vincerla vorrà sedersi sul trono una volta che sarà conclusa. Se vuoi essere tu, esci da quella porta e lascia la città prima che sorga il sole.»

«Perché fate questo? Perché non mi uccidete, come avete fatto con mio padre?»

«Perché voi non siete vostro padre, Maestà. Non ho nulla contro di voi. E, nel caso riusciste a sconfiggermi, significherebbe che meritate questo regno più di me. Ora andatevene.»

«Voi lasciate libero il vostro uccisore» disse il principe. Non era una minaccia, ma un’affermazione, pronunciata col tono di chi constatava un fatto. Kron annuì gravemente.

«Esi- volevo dire, Tiranno è costume che i sovrani deposti e la loro discendenza non siano lasciati in vita» obiettò Adrianna.

Kron si rivolse alla strega. «È costume anche eseguire i consiglieri sgraditi. O lasciarli a bocca asciutta.»

«Ti ho dato quello che volevi» ribatté lei.

«Tu? Non ricordo che tu abbia guidato i miei uomini in città, né che tu abbia convinto il popolo a seguirmi o la guarnigione ad arrendersi. Come al solito, strega, sopravvaluti il tuo operato. Vostra Maestà» disse voltandosi verso Adolphus «credo che la scorta sia pronta.»

Sulla soglia era apparso il Lupo, assieme a due ufficiali di rango inferiore delle Compagnie della Vita. I soldati fissavano pallidi il giovane imbrattato di sangue e il corpo dietro di lui.

«Per gli Dei! Il Re…»

«Il vostro Re sta di fronte a voi, comandante» tagliò corto Adolphus.

«Ma Sua Maestà…»

«Re Goran ha preferito la morte al disonore. Io e la Regina Madre siamo pronti a partire, comandante.»

Il Lupo ingoio una tonnellata d’aria, poi, lentamente, la lasciò uscire. «Sì, Maestà.» Lanciando un’occhiata omicida agli altri due ufficiali, li riscosse dal loro stupore; i tre salutarono il Re e si voltarono come un solo uomo, mettendosi in marcia lungo il corridoio. Adolphus si chinò nuovamente sul corpo di sua padre e, con delicatezza, prese la corona. La porse a Kron.

«Conservatela. Tornerò a prenderla.»

«Sarà fatto, Vostra Maestà» ribatté il condottiero, mettendo più rispetto in quell’appellativo di quanto chiunque gli avesse mai sentito usare.

Il Re lo oltrepassò, seguendo quelli che sarebbero stati i suoi uomini ancora per qualche minuto, e Solveig si incamminò dietro di lui; ma quando la Regina passò accanto a Kron, i suoi passi si fecero più lenti, in modo da dare il tempo ai due di scambiare qualche breve frase.

«Chi?»

«Goran. Era lui quello debole, quello da rassicurare. Io non avrei avuto bisogno di comprare la corona col sangue.»

Kron strinse i denti e fece un’altra domanda: «Lui è mio figlio?»

Attese la risposta, ma invano. Senza voltarsi, udì i passi di Solveig allontanarsi da lui, fino a quando la sua Regina non fu lontana dai suoi occhi e dalle sue orecchie. Adrianna e i neri videro le sue spalle incurvarsi per un attimo, prima di raddrizzarsi nuovamente.

«Questo è l’uomo bianco» disse Kron. Poi cominciò ad abbaiare ordini. «Abbiamo del lavoro da fare e non vedo nessuna persona civile che possa farlo, qui intorno. Pama, portami una pergamena, inchiostro e una penna. Strega, ora andremo a prendere quello che ti spetta, dopodiché voglio vederti svanire più rapidamente di quando sei apparsa. Masambe, voglio che tu faccia cercare gli uomini i cui nomi scriverò sulla pergamena e li faccia portare qui, oppure scopra se sono morti o fuggiti. Mentre esci, trascina qui tutti i soldati qui fuori che sono vestiti in modo diverso dagli altri. E qualcuno mi porti qualcosa da mangiare!»

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10 commenti

Pubblicato da su 22/07/2011 in Racconti

 

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10 risposte a “Kron (8)

  1. lucia63

    23/07/2011 at 3:47 pm

    Devo dire che il tuo Kron mi ha piacevolmente sorpreso io leggo fantasy da molto tempo e mi sembrava a volte di leggere uno dei romanzi di Conad che adoravo da ragazzina complimenti bel personaggio anche la strega, di cui ancora non capisco il fine spero di poter leggere il seguito quanto prima.

     
  2. bakakura

    23/07/2011 at 3:49 pm

    Conad è il famoso barbaro che si è dato alla grande distribuzione? :D

     
  3. amnell

    11/08/2011 at 9:19 pm

    Sì, sono d’accordo con lucia, ortografia e punteggiatura mancante a parte: sono piacevolmente sorpresa. Kron ed Adolphus (su cui punto molto!) sono i personaggi che mi piace trovare in una storia: sicuri, autorevoli, imperturbabili. Anche se ho la tendenza a ricercare la mia morale dovunque, spero che Kron non ne abbia affatto. Sono felice che stia già dimostrando cinismo e un po’ di perfidia.
    Chiedo scusa per aver commentato questo capitolo con tre settimane di ritardo, ma ci tenevo ad interrompere il lurking per Kron ;)

     
    • bakakura

      11/08/2011 at 10:04 pm

      Sono contento che piaccia. ^_^ Devo deluderti: Adolphus non comparirà più in questo episodio. Sicuramente riapparirà in futuro, però. ;-)

       
  4. Artic Swan

    29/08/2011 at 11:11 pm

    Letto, eh!
    Ok, al di là del fatto che l’idea dell’assuefazione al veleno non è sua, io ho passato sette capitoli a tentare di spedirlo in clinica a disintossicarsi, e adesso vien fuori che aveva un senso…

    A me quella regina è parecchio antipatica, però.

     
    • bakakura

      30/08/2011 at 2:05 am

      In che senso l’idea non è sua? O_o
      Solveig è antipatica anche a me. Purtroppo per lui, a Kron piace.

       
  5. Artic Swan

    31/08/2011 at 9:43 pm

    Mai sentito nominare Mitridate Re del Ponto?

     
    • bakakura

      31/08/2011 at 9:46 pm

      Ah, ora ho capito cosa intendevi! :D In effetti, la storia di quel Re ha ispirato questo elemento della vicenda. ^_^
      Coraggio Articuccia, sei a un passo dalla fine del racconto! :)

       
  6. Artic Swan

    31/08/2011 at 11:14 pm

    ..però poi me lo fai disegnare affogato nell’alcool?

     

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