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Kron (7)

15 Giu

7. Sua Altezza Reale

Un serpente di fuoco strisciava per le strade di Onoria. Alla luce di torce e lanterne marciavano decine di migliaia di uomini, le urla e i cori della prima ora sostituiti da un silenzio determinato. Fra di loro c’erano molti soldati con il tabarro coronato, passati fra le fila dei rivoltosi per opportunità, per empatia o per essersi resi conto che fare altrimenti avrebbe significato non avere più una famiglia. Davanti a tutti stavano i neri, l’intera Orda di Bronzo, e di fronte a loro Kron con la sua guardia del corpo e i capitribù.

Era una notte strana. Il clangore delle armi si era udito solo due volte, la prima quando il duca di Hogrod (i cittadini lo chiamavano così, anche se aveva perso quel titolo molti anni prima) e i suoi guerrieri si erano scontrati con una pattuglia, la seconda quando un centinaio di Guardie Reali si erano asserragliate nel palazzo di un mercante a cui era stato poi dato fuoco; solo l’assenza di vento e il fatto che gli edifici circostanti fossero in pietra aveva scongiurato un disastro. Per il resto, non c’erano state violenze e della guarnigione di Onoria, di solito così solerte a punire chiunque violasse una delle tante leggi del Re, non si era ancora vista l’ombra. La massa dei rivoltosi, impossibili da contare, aveva camminato indisturbata fino a poche centinaia di passi dal Palazzo Reale e si era fermata semplicemente perché Kron lo aveva fatto. Il condottiero, fermo a braccia conserte all’imbocco dell’ampio viale che conduceva alla seconda costruzione più imponente della città, fissava quel gigante eburneo dalle colonne ampie quanto vecchie querce, le finestre di vetro colorato e le porte di bronzo. Di fronte a queste ultime stavano centinaia di soldati con scudi e cotte velati di seta che, colpiti dalla luce, restituivano lampi verdi e rossi; erano uomini enormi, coperti di ferro dalla testa ai piedi, con elmi foggiati a guisa di teste leonine e lance dalla punta a foglia.

«Le Compagnie della Vita» disse Kron, nella lingua dei neri, con una nota di ammirazione nella voce. «Quelli, amici miei, sono i soldati migliori che la civiltà è ancora in grado di forgiare. Ognuno di loro vale quanto dieci guerrieri delle tribù e cento di essi hanno la forza di diecimila uomini, perché combattono come un solo corpo dalle molte braccia.» Quasi distrattamente sfoderò la sciabola e giocherellò coi riflessi della luce sulla lama. «Se il loro numero non è cambiato negli ultimi anni, dovrebbero essere un migliaio.» Per i nomadi, abituati a valutare i loro nemici attraverso la lotta e non tramite la loro reputazione, quelle parole non significavano nulla e i cittadini non potevano comprenderle; ma tutti, guardando Kron e il sorriso feroce che illuminava il suo volto, ebbero l’impressione di vedere una belva che la fame non aveva fiaccato intenta a osservare un grosso erbivoro pronto per essere ucciso.

All’improvviso, dallo schieramento perfetto dei soldati reali uscirono due uomini. Centinaia di occhi si puntarono su di loro: la corporatura del più grosso era simile a quella di Kron, sebbene un po’ meno massiccia, mentre l’altro era più esile, ma si muoveva con la scioltezza di uno spadaccino superbo. Un mormorio di stupore serpeggiò fra i cittadini quando i due si avvicinarono abbastanza perché la luce illuminasse i loro volti.

Kron non lo udì nemmeno, impegnato com’era a fissare a bocca aperta il secondo uomo. Questi non aveva elmo e portava i capelli neri tagliati corti, come un soldato, ma la nobiltà che traspariva dai suoi lineamenti cesellati e dallo sguardo dei suoi occhi di giaietto tradiva le sue vere origini. Camminava ad ampie falcate, con la schiena dritta, e fra le mani teneva la spada infoderata. Colui che lo accompagnava aveva un’aria più volgare, quasi animalesca: l’aspetto di un cane pronto a morire per il suo padrone, ma il cui sangue era in buona parte sangue di lupo. Quando i due si fermarono a pochi passi da Kron, erano abbastanza vicini da rendere evidente la grande differenza di età fra il gigante, più anziano, e il nobile.

Quest’ultimo parlò con voce calma e melodiosa, usando un tono e un accento diversi da quelli dei popolani come il diamante è diverso dal carbone. «Signore, dietro le mie spalle ci sono duemila uomini che si considerano già morti. Se io e voi decidessimo di combattere, chiunque vincesse avrebbe solo un cumulo di macerie lorde di sangue su cui regnare. Se io vi offrissi la mia spada, dareste la vostra parola che voi e i vostri uomini vi asterrete dalla distruzione e dall’omicidio?»

Kron dovette stringere i denti per resistere all’impulso di chinare il capo. Era l’istinto di sottomissione dell’uomo civilizzato di fronte a un superiore, radicato fin dai tempi in cui il primo contadino scambiò la propria fedeltà con la protezione del primo guerriero. Kron non dubitava che quell’uomo, se avesse visto anche la minima possibilità di vittoria, si sarebbe battuto fino all’ultimo, dando alla propria vita meno valore che a quella dell’ultimo fante; stando così le cose, si arrendeva con tanta dignità che nemmeno il più viscido dei cortigiani avrebbe potuto considerare diminuito il suo onore. Se qualcosa avesse potuto distogliere Kron dall’intento che lo aveva condotto fin lì, sarebbe stato lo sguardo di quell’uomo.

«Ho promesso ai miei soldati ricchezze e acqua a volontà e intendo soddisfarli. È un diritto che mi spetta in quanto conquistatore. Se non vi opporrete con le armi, non sarò io a usarle; è accettabile?»

«Sì.»

«Allora accetto la vostra resa, Altezza Reale, e giuro di rispettare le sue condizioni. Tenete pure la vostra spada: confido che il vostro onore vi tratterrà dall’usarla.»

«Come fate a sapere chi sono?» chiese il giovane, scrutando con un misto di curiosità e sorpresa colui che aveva invaso il suo Paese.

«I vostri lineamenti vi hanno tradito: siete del sangue della Regina, ma troppo giovane per essere suo fratello. E poi, soltanto Sua Maestà sarebbe stata capace di trasformare Kenneth il Lupo in un cane da guardia. »

Il gigante, sentendosi nominare, fece una smorfia. «Le condizioni che avete accettato vi impediscono di fare del male alle Loro Maestà e a Sua Altezza. Lo sapete, vero?»

«Purtroppo sì» ammise Kron, senza curarsi di nascondere il proprio disappunto. «Ma dimmi di te, Lupo: uno dei miei ultimi incarichi fu quello di dare la caccia a te e ai tuoi banditi, anni fa, ed è stata l’unica missione datami dal mio Re… il mio vero Re, per sangue e per onore… che ho fallito. Ora ti ritrovo al comando delle Compagnie della Vita. Sono cambiate davvero molte cose.»

«Il comandante Kenneth ha ricevuto la grazia tre anni fa e da allora è sempre stato un fedele servitore della Corona» interloquì il principe.

«”Gli amici alla mia sinistra, i nemici alla mia destra”, eh? Una buona politica, senza dubbio. Considera confermata la tua carica, Lupo: anche io preferisco averti sotto il mio naso piuttosto che lontano, magari a derubare i miei esattori.» Poi si voltò e, rivolgendosi alla folla, gridò: «Le Compagnie della Vita e il Principe Reale si sono arrese! L’onore della Corona è ripristinato, il tiranno è deposto!» Al boato che ebbe in risposta contribuirono anche i neri, che non capivano le parole ma condividevano l’entusiasmo selvaggio dei cittadini di Onoria. Dietro le sue spalle, il Lupo e il principe guardò la sua gente come avrebbe guardato un’orda di barbari.

«Ora che gli onoriani hanno avuto quello che volevano, tocca a me» disse Kron ai due. «Seguitemi!» gridò nella lingua dell’Orda, prima di avanzare ad ampie falcate verso il Palazzo, tallonato dalla ventina di nomadi della sua guardia personale, dall’ex-bandito e dal reale. Lo schieramento dei soldati si aprì per farli passare; i volti degli uomini erano completamente inespressivi, l’apoteosi della disciplina militare. La loro fedeltà non andava alla Re, ma alla Corona: nel momento in cui chi la indossava perdeva la sua autorità, del suo destino non avrebbe potuto importare loro di meno.

Kron appoggiò le mani contro le grandi porte di bronzo e le spalancò senza sforzo. Di fronte a lui si apriva un corridoio arioso illuminato da torce, con le pareti decorate da magnifici affreschi che narravano le imprese dei Re del passato: le loro vittorie, le loro leggi, le loro opere. Kron vi passò accanto senza soffermarvisi, ignorando le diramazioni e le scale che portavano ad altre zone del palazzo, fino a quando non fu a pochi passi da un’altra grande porta, questa volta di legno dipinto con vernice dorata.

«Aspettate!» esclamò il principe. «Lasciate che parli a mio padre per primo, in modo che possa convincerlo ad accettare un esilio onorevole.»

«”Convincerlo”? Per la maschera di Forborgad, volete dire che non è stato lui a ordinarvi di consegnare le armi?»

«No, è stata una mia iniziativa. Mio padre non può più detenere il potere: lo ha dimostrato negli anni trascorsi dopo il vostro esilio, quando ha condannato a morte decine di uomini per il solo fatto di essere stati un tempo vostri amici. Spero che metterlo davanti al fatto compiuto sia sufficiente a farlo abdicare di sua volontà; se così non fosse, posso contare sul fatto che rispettiate il vostro giuramento?»

«Decisioni come questa si chiamano “congiure”, Altezza. Quale destino avete previsto per voi?»

«In esilio con mio padre e mia madre» rispose il giovane, senza la minima esitazione. «Quanto alla vostra opinione sul mio comportamento, non mi interessa il mio onore è secondario rispetto alle vite dei miei genitori e dei miei sudditi. Se devo pagare la loro sopravvivenza con la perdita dei miei privilegi, così sia!»

«I vostri sudditi? Da quando il popolo ha una qualche importanza? Esso non sceglie il Re e non ha alcun ruolo nelle sue decisioni. Quando ho deciso di conquistare la corona, l’ho fatto pensando solo a me stesso.»

Il principe fece un sorriso amaro. «E io dovrei credervi? Radunare migliaia di selvaggi, forgiarli in un esercito, dichiarare guerra a una nazione, tutto per avidità o per vendetta? Non so chi vogliate convincere, signore, ma non importa. Il tempo, l’unico giudice dei Re, deciderà.» Detto questo, svanì oltre la porta che chiuse dietro di sé. Kron fece in tempo a scorgere gli splendidi arazzi della sala del trono, illuminati da centinaia di candele, e uno scorcio del colonnato che reggeva l’ampio soffitto della stanza, prima che il pannello di legno lo privasse anche di quella vista.

Per un tempo che parve infinito, non un suono oltrepassò le porte della stanza. Kron incrociò le braccia e aspettò senza dare segni di impazienza; i neri si guardarono intorno, vagamente intimoriti dall’impressione di trovarsi nel ventre di un gigantesco mostro di pietra, ma anche incantati dall’arte degli affreschi che, pur non essendo propria della loro cultura primitiva, suscitava in loro un fascino a cui era difficile resistere. Fra tutti, il più nervoso era l’uomo chiamato Lupo: trascinava i piedi sul pavimento e arricciava le labbra come l’animale da cui prendeva il nome.

«Preoccupato, Kenneth? Temi che l’ultimo atto di sua Maestà sarà quello di farti giustiziare? Non preoccuparti: Goran non ha più l’autorità per dare ordini di alcun tipo.»

«Non sono preoccupato per me, ma per Sua Altezza! Cosa si stanno dicendo, lì dentro? Sembra passata un’eternità!»

Kron ammiccò. «È a lui che devi il tuo perdono, vero? Mi domando come sia accaduto… No, non voglio sentirlo adesso, non mi interessa. Mi basta sapere che sei talmente attaccato al tuo nuovo status da preferire rimanere qui piuttosto che seguirlo nell’esilio.» Le ultime parole di Kron furono coperte da una voce maschile, squillante ma vagamente stridula, proveniente dall’interno della grande sala:

«Signore, quando uno tradisce il suo Re non torna, si fa ammazzare!»

Il Lupo si morse le labbra e cambiò leggermente posizione, pronto a scattare e a spalancare le porte per gettarsi in difesa del giovane principe. Accanto a lui, Kron snudò i denti in un sorriso ferino.

«Per l’Inferno, cosa c’è di tanto divertente?» ringhiò il Lupo.

«Goran. Oggi come allora, si sforza di comportarsi come un Re, eppure è lontano dal riuscirci: non è stato allevato per esserlo, lui che era un semplice generale. Solveig ha il sangue, Solveig ha l’educazione. Sai, Lupo, esistono nazioni in questo mondo dove le donne possono regnare da sole anche se sono sposate e non devono cedere ai mariti il loro potere assieme a loro stesse.»

Per un attimo il Lupo dimenticò la sua preoccupazione. «Impossibile! Non riesco a immaginare un soldato o un nobile che obbediscono a una donna!»

«Io sono entrambi, Lupo, e c’è almeno una donna… ma ormai è tardi per questo. La corona è mia e non la dividerò con nessuna.»

Qualche istante dopo, la porta si aprì. Ne uscì il principe, che sollevò lo sguardo per incontrare quello di Kron; la sua maestosità era in qualche modo offuscata, ma non la sua dignità.

«Il Re ha detto che non se ne andrà di qui vivo, signore.»

Kron si accarezzò il mento, meditabondo. «Suppongo che soddisfare il suo desiderio vada contro quanto ho promesso, vero?» Dal modo in cui lo disse, era chiaro che non si aspettava una risposta. «N’ambe» disse rivolto a un nero, «esci e spargi la voce che voglio Pama qui, adesso.» Il guerriero corse via immediatamente.

«Cosa gli avete detto?» volle sapere il Lupo.

«Ho solo chiesto che qualcuno mi portasse da bere» replicò Kron.

I minuti passarono senza che nessuno dei bianchi pronunciasse una parola; i nomadi, dal canto loro, non erano usi parlare in presenza del loro signore. Un sergente delle Compagnie della Vita venne a informarsi sulla situazione, trovò tutti in silenziosa attesa e se ne andò dopo essersi inchinato rispettosamente al principe. Finalmente arrivò di corsa una ragazza magra e scura, il cui nasino delicato e il mento piccolo contrastavano coi lineamenti arrotondati degli altri neri, portando con sé una brocca e una coppa d’argento, accompagnata da un altro schiavo che reggeva un tavolino d’ebano. Kron prese la brocca e la coppa dalle sue mani, ignorando i tentativi della giovane di servirlo, ordinò allo schiavo di venirgli dietro e aprì con un calcio la porta della sala del trono.

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4 commenti

Pubblicato da su 15/06/2011 in Racconti

 

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4 risposte a “Kron (7)

  1. Artic Swan

    25/08/2011 at 12:47 am

    Ma io mi aspettavo delle battaglie tipo Fosso di Helm, Gondor e un po’ di altra roba tutta insieme…
    Dì, ma non vorrà mica fare fuori il tiranno tirandogli la caraffa sulla zucca, vero?

     
    • bakakura

      25/08/2011 at 12:51 am

      Eh… quasi. :P

      P.S. Ti piacciono le immagini che ti ho associato? ^^

       
  2. Artic Swan

    25/08/2011 at 9:10 pm

    Ehm…cioè?

     

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