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Cinque grandissimi fail militari

10 Giu

So che dovrei lavorare alla prossima parte di Kron e, in effetti, lo sto facendo, ma non riesco a metterci troppo impegno: devo finire un racconto per un concorso, scrivere un articolo per un altro e convivere con il dolore causatomi da una doppia ernia lombare e da un dente parzialmente devitalizzato (siete autorizzati a toccarvi se pensate che tale gesto vi salverà dalla sfiga ^_^). Nel frattempo mi dedico alla mia seconda passione dopo la letteratura, ossia la storia militare: non crederete che i link ai blog del Duca e di Zwei siano lì per caso? :)

La storia militare è piena di eventi assurdi provocati dall’idiozia umana; al giorno d’oggi sembra impossibile che errori del genere siano stati commessi, ma sono stati commessi e hanno provocato danni più o meno gravi. Dalla mia limitata conoscenza ne ho selezionati cinque, ordinati da quello più antico a quello più recente.

“Mi sa che l’abbiamo alleggerita un po’ troppo”

In Asia hanno sempre avuto il pallino per le invenzioni bizzarre, dai razzi cinesi a polvere nera (il cui concetto fondamentale, però, si è rivelato vincente) all’urumi indiano, una spada-frusta di strisce d’acciao. Una di queste erano le “navi tartaruga” coreane, lunghe circa 33 metri e larghe 8, rivestite di piastre di ferro che le rendevano difficili da abbordare e da danneggiare. A bordo c’era un vero e proprio arsenale: ventiquattro cannoni (metà su ciascun lato), quarantaquattro feritoie per archibugi (come sopra) e due portelli a ciascuna estremità, attraverso i quali si azionavano ordigni incendiari o che spandevano fumi tossici. Furono queste navi, nel 1592, a frustrare l’ambizione che Toyotomi Hideyoshi aveva di conquistare la Corea.

Eppure i giapponesi conoscevano già navi simili: nel 1578 il grande capo militare Oda Nobunaga ne aveva usate alcune in battaglia. Si trattava, però, di un design diverso e più primitivo, probabilmente basato su un “cuore” in legno leggero rivestito di ferro che avrebbe dovuto garantire la massima galleggiabilità e manovrabilità: peccato che le navi di Nobunaga si capovolsero quando, per respingere dei tentativi di abbordaggio, gli equipaggi si spostarono su un solo lato. Forse le avevano alleggerite un po’ troppo. “^_^

Riproduzione di una “nave tartaruga”

Fonte: La rivoluzione militare di Geoffrey Parker.

“A flash in the pan”

L’arma regina della guerra dal tardo XVII al primo XIX secolo, in Europa, è stato il moschetto a pietra focaia. Si trattava di un’arma robusta ed efficace, ma il cui meccanismo di accensione era meno affidabile di quello a ruota sviluppato qualche decennio prima; del resto, le armi a ruota costavano il doppio di quelle a pietra e, quando bisognava comprare qualche centinaio di migliaia di moschetti per equipaggiare i soldati, si mirava al risparmio più che alla qualità. ^_^

Un malfunzionamento relativamente raro (si verificava in media una volta su venti, ovvero nel 5% dei casi) era quello che in Inglese si chiama “a flash in the pan“: la polvere nello scodellino si accendeva, ma la fiamma non riusciva a raggiungere la carica principale nella canna (perché la striscia di polvere non era continua, perché parte di essa si era inumidita, perché il focone era otturato dai residui degli spari precedenti, ecc) e l’arma non sparava. Quando una cosa del genere accadeva, era evidente: non c’era fiammata o rinculo e il “botto” era molto meno intenso di quanto avrebbe dovuto essere. Tuttavia, diversi rapporti ufficiali testimoniano che alcuni soldati non si accorgevano di non aver sparato e procedevano a “ricaricare” il moschetto, esponendosi a rischi terribili (le armi antiche erano robuste, ma fino a un certo punto); spesso si trattava di coscritti  alla prima battaglia o di reclute addestrate poco e male, che chiudevano gli occhi prima di tirare il grilletto e non erano abituate a usare munizioni vere. Nei casi più eclatanti (e statisticamente improbabili), malfunzionamento meccanico ed errore umano si ripetevano in successione: un moschetto risalente alla Guerra di Secessione americana è stato ritrovato con all’interno della canna l’equivalente di sette volte la dose normale di polvere nera!. È quasi certo che il poveretto sia stato ammazzato prima di avere l’opportunità di tentare nuovamente lo sparo, il che lo qualifica per un Darwin Award in quanto, morendo, ha salvato il pool genetico dell’umanità dalla contaminazione della sua idiozia (e, probabilmente, chi gli stava vicino da una fine orribile). ^_^

Fonte: Non me la ricordo. :-(

La vita vale quanto un cavallo

All’epoca delle guerre napoleoniche, l’esercito britannico pagava un rimborso fisso per i cavalli che gli ufficiali perdevano in battaglia, indipendentemente dal loro valore reale. Durante la battaglia di Waterloo il generale William Ponsonby, comandante della Union Brigade (una brigata di cavalleria composta dai reggimenti degli Inniskillings, dei Royals e dei celeberrimi Scots Grey), pensò bene di cautelarsi in questo modo: prima di andare alla carica smontò di sella, salì sul ronzino del suo servo e ordinò a quest’ultimo di portare in salvo nelle retrovie il suo prezioso destriero. Naturalmente, quando i cavalieri furono costretti a ritirarsi in seguito alla famosa carica suicida della Union Brigade, la bestiaccia montata da Ponsonby rimase indietro e il generale fu ammazzato da un lanciere francese (episodio che ha ispirato la seconda parte del mio racconto Lo spettatore del 18 giugno). Non ho idea della fine che abbia fatto il destriero; Ponsonby sta probabilmente giocando a Pathfinder con un gruppo di fanboy nel Girone dei Cretini. ^_^

Gli Scots Grey alla carica. Non sono finiti bene.

Fonte: La battaglia di Alessandro Barbero.

“Generale, dove siamo?”

Intorno alle 6 di mattina del 1° marzo 1896, le truppe coloniali italiane si misero in marcia nella conca di Adua per assumere le posizioni previste dal piano di battaglia. Peccato che la mappa su cui era basato quel piano fosse completamente sbagliata: in particolare alcuni punti chiave, come il colle Chidané Merét e la valle Mariam Sciavitù, erano indicati in posizioni totalmente diverse da quelle reali. Complice l’oscurità, le colonne di soldati vennero a trovarsi in luoghi in cui non era mai stato previsto di farle finire; in diversi casi se la presero con le guide indigene, accusate di tradimento, che furono costrette a defilarsi per non essere fucilate. I risultati del caos che seguì erano prevedibili: all’imbrunire gli Italiani erano in rotta, lasciando 7.000 morti sul terreno e 1.500 prigionieri in mani etiopi.

Se andate a fare del turismo ad Adua, vi sconsiglio di usare questa mappa

Fonti: Volto Nascosto, Wikipedia e alcuni vecchi numeri della Domenica del Corriere.

“Sentito niente”

L’offensiva alleata sulla Somme, come molte altre battaglie della Prima Guerra Mondiale, fu preceduta da un bombardamento di artiglieria lunghissimo (in questo caso addirittura di una settimana, dal 24 giugno al 1° luglio), mirato a spazzare via difensori e opere difensive in egual misura. Era una tattica idiota, dal momento che usarla equivaleva ad avvisare il nemico per raccomandata che presto ci sarebbe stato un attacco; ma si era sempre fatto così e i comandanti alleati non sapevano in che altro modo avrebbero potuto agire. Sigh.

In ogni caso, alle 7.30 del 1° luglio 1916 la fanteria inglese uscì a passo di marcia dalle trincee, convinta che per la maggior parte i nemici fossero morti o dispersi (erano stati sparati oltre un milione di colpi di artiglieria). Peccato che non fosse affatto così: i tedeschi avevano tenuto quelle posizioni per due anni, dal 1914, e in tutto quel tempo avevano costruito fortificazioni tali non solo da proteggere le loro vite, ma anche da rendere quasi del tutto inefficace il bombardamento. Gli attaccanti furono massacrati dal fuoco delle mitragliatrici e dal filo spinato rimasto praticamente intatto: quel giorno gli inglesi subirono oltre 60.000 perdite, il peggior massacro della storia di quell’esercito. Dopodiché cominciò un’offensiva della durata di cinque mesi, che ne provocò circa un milione e mezzo (tre volte le perdite subite dalla Grande Armeé di Napoleone durante la campagna di Russia). Comunque, credo che a quel punto nemmeno i tedeschi avessero più tanta voglia di lullare.

“Con calma e pianino, tanto non ci sono più tedeschi in quelle trincee.”

Fonte: La Prima Guerra Mondiale di Basil H. Liddel Hart

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2 commenti

Pubblicato da su 10/06/2011 in Uncategorized

 

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2 risposte a “Cinque grandissimi fail militari

  1. Brunez

    20/06/2011 at 5:40 pm

    non vorrei dire una cazzata ma il quadro degli Scots Grey alla carica l’ho visto ieri alla gallery qui a Leeds

     
    • bakakura

      20/06/2011 at 5:41 pm

      Pu darsi, il famoso *Scotland forever!*.

       

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