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Kron (6)

04 Giu

6. Carbone e torcia

Il secondo viaggio nel mondo dal cielo rosso fu molto diverso dal primo per quella manciata di uomini dell’Orda di Bronzo. Se allora i neri erano stati terrorizzati dal paesaggio alieno, d’altra parte le promesse di bottino e di una terra in cui l’acqua non era qualcosa per cui lottare e morire avevano infuso in loro un’energia capace di vincere la paura. Questa volta, sebbene la promessa fosse la stessa, la loro guida li spaventava ancor più del cielo sanguigno e della pietra luminosa.

Kron aveva preso con sé dieci capi, ciascuno dei quali conduceva cinque guerrieri della propria tribù. Portare più uomini, gli aveva fatto capire l’umanoide con la sua parlata incerta, sarebbe stato inutile, perché le vie che conosceva erano troppo anguste per farli passare. Il condottiero si teneva sulla sinistra della creatura, pronto a spezzarle il collo qualora li avesse condotti in un’imboscata; accanto a lui camminava Adrianna, che conosceva quel mondo meglio di tutti loro. Kron portava una lunga sciabola al fianco e indossava la stessa armatura dei nomadi: una tunica di lino lunga fino ai piedi, i cui molti strati potevano fermare la punta di una lancia.

Dopo alcuni minuti di cammino, l’umanoide si mosse verso la distesa di erba rossastra che cresceva oltre i bordi della strada e fece segno a Kron di seguirlo.

«Dobbiamo entrare lì dentro?» chiese l’uomo. L’altro annuì vigorosamente.

«Strada è qui dentro. Strada invisibile. Solo io conosce.»

Come quando ne aveva toccata una per la prima volta, le foglie carnose della pianta si agitarono quando lui le sfiorò, all’apparenza disgustate da lui quanto lui da quel contatto. Kron strinse i denti e scacciò la nausea; i selvaggi invece si ritrassero, fermandosi al margine della vegetazione. Per quanto fossero coraggiosi, mancava loro l’intraprendenza dell’uomo bianco, e anche la sua incoscienza.

Vedendoli esitare, Kron si rivolse a loro: «Questo luogo è ansioso di ricevere le anime dei traditori.» L’incoraggiamento bastò a vincere la paura dei barbari, sostituendola con una ancora più grande. Lentamente, rabbrividendo, lo seguirono.

Gli uomini erano guidati dall’udito più che dalla vista, poiché non c’era una strada segnata dalla roccia bianca, ma solo il riflesso della sua luce contro le nuvole. Dopo qualche miglio di cammino in mezzo alla vegetazione frusciante, udirono prima ancora di vederlo il fiume a cui si stavano avvicinando. All’improvviso le piante si diradarono, cedendo spazio alla sponda di un tranquillo corso d’acqua ampio, a giudicare da quanto si riusciva a intravedere, poco più di una trentina di passi. L’aria era satura di umidità e al suo normale odore polveroso si aggiungevano quello del muschio e il tanfo della putrefazione.

L’umanoide si avvicinò all’acqua. «Noi dentro, cammina e poi esce. Vicino a riva. Altri venire. Tu no male.» Le ultime parole erano rivolte specificamente a Kron, che impiegò qualche attimo a interpretarle.

«Non toccherò i tuoi simili, a meno che loro non aggrediscano i miei uomini» ribatté. Si chiese dove l’umanoide avesse imparato la sua lingua e perché; o forse, ma quell’ipotesi era tanto disgustosa che la respinse immediatamente, un tempo esso era stato un uomo come lui ed era degenerato assieme ai suoi simili fino a uno stadio poco più che animale. Il crollo di una civiltà poteva ridurre il suo popolo alla barbarie; quali erano le conseguenze possibili, dunque, dell’isolamento in un mondo buio e privo di vita?

«Sbrighiamoci» lo esortò Kron. Per tutta risposta, l’umanoide entrò nell’acqua, che a causa della postura incurvata gli arrivava quasi al petto, e prese a camminare nel senso della corrente, tenendosi a un paio di metri dalla riva.

«Non sarebbe più comodo camminare fuori dall’acqua?» bofonchiò Kron, mentre la sua tunica si inzuppava fino alle cosce. Naturalmente, l’acqua era gelida. Fu Adrianna a rispondergli.

«A volte l’acqua di un fiume non scorre nello stesso luogo in cui si trova la riva.»

In quel caso, l’ignoranza dei neri fu un bene per Kron: essi entrarono in acqua senza protestare, non avendo idea delle insidie che poteva riservare un fiume mai guadato prima. Per loro, nati e cresciuti in un deserto, l’acqua significava soltanto vita, mai morte.

Kron si voltò verso la strega e, lanciando un’occhiata ai punti in cui il tessuto bagnato aderiva alle sue forme generose, rimpianse la luce del sole. Con le gambe sommerse, Adrianna faticava certamente più degli uomini, eppure non ne dava alcun segno. Kron aveva immaginato che prima o poi un pesce o una qualche altra creatura lo avrebbe sfiorato, ma non avvertì nessun movimento nell’acqua, come se in quel fiume non ci fosse stato nulla di vivo. Del resto, in quel mondo la vita animale pareva rappresentata dai soli umanoidi mostruosi.

Non ebbe bisogno di vedere questi ultimi per accorgersi di quando scivolarono nell’acqua e presero a camminare a fianco dei guerrieri. Due dozzine, con vari gradi di deformità. I nomadi si guardavano attorno inquieti, ma continuarono a marciare, obbedienti e fiduciosi in colui che chiamavano Potente. Kron lanciò un’occhiataccia al mostro più vicino e questi si fece un po’ più distante, come se avesse conosciuto la sorte toccata ai suoi simili per mano dell’uomo.

«La stiamo facendo lunga» mormorò il bianco all’orecchio di Adrianna, quando gli parve che la marcia fosse durata fin troppo.

«Te l’ho già detto: le distanze non sono le stesse, qui» fu la risposta stizzita della strega. Kron era sul punto di replicare, quando all’improvviso gli sembrò che l’oscurità si facesse meno profonda e alle sue orecchie giunse un rumore nuovo: il ciangottio dell’acqua contro la pietra. Si guardò intorno e vide con stupore che la riva era scomparsa e al suo posto c’era un alto argine di pietra; sollevando la testa, scoprì che il cielo non era più rossastro, ma blu scuro e trapuntato di stelle. Questa volta non c’era stata alcuna transizione: erano passati dal mondo della Strada al loro senza nemmeno accorgersene. Come a voler confermare l’impressione, il fetore dei liquami di un’intera città scaricati nel fiume che vi scorreva attraverso invase le loro narici, così forte da nausearli.

Il condottiero udì qualcuno bisbigliare a voce troppo alta e si voltò di scatto, intimandogli con un gesto di fare silenzio. Il canale era largo appena una decina di passi, col risultato che umani e umanoidi erano praticamente spalla a spalla; il disagio era forte, sopratutto per i selvaggi, che non avrebbero esitato ad affrontare le creature mostruose, ma faticavano a considerarle alleate. La loro guida li condusse fino a un minuscolo molto a cui era attraccata una chiatta. Dietro l’attracco vi era una scalinata che conduceva alla strada.

«È impossibile!» mormorò Kron. «Nessuna chiatta è mai finita nell”altro mondo!»

«Forse perché nessuno ha mai voluto andarci. La consapevolezza e lo stato d’animo giusto sono importanti quanto la conoscenza, in questi casi, senza contare che non tutte le vie sono percorribili in entrambi i sensi.» Nella voce di Adrianna non c’era più l’irritazione del sapiente davanti a una domanda stupida, ma la curiosità di chi si trova di fronte a un enigma riguardante qualcosa su cui credeva di sapere tutto. Anche la strega, dunque, poteva rimanere sorpresa.

«Arrivati. Ricorda: cibo per noi!»

«Io mantengo le promesse, bestia. Potrete divorare tutti coloro che ci affronteranno e cadranno in battaglia, ma ricordate: non un capello torto ai vivi! E nascondetevi non appena saremo saliti» aggiunse all’ultimo momento. Gli era venuto in mente che, di tutte le alleanze che aveva stretto, quella era l’ultima che avrebbe voluto fosse resa nota.

A passi felpati, prima i neri e poi gli umanoidi salirono i gradini. I selvaggi rimasero a bocca aperta di fronte a quanto vedevano per la prima volta in vita loro: una strada lastricata ed edifici in pietra, che solo Kron e Adrianna riconobbero come magazzini, intervallati a miserabili baracche di legno dietro le quali si intravedevano, più lontani dal fiume, palazzi di marmo decorati vistosamente e torri snelle le cui sfumature pastello erano distinguibili persino a quell’ora. Onoria era una città a strati, dove chi stava in alto era più ricco e importante di chi viveva vicino al suolo. A sottolineare ciò, il tempio del Dio Forborgad era situato nel punto più alto, al di sopra persino del palazzo dei Re; sullo sfondo del cielo stellato, la sua sagoma bizzarra si stagliava come la reliquia di un’età antica, tutta curve e minareti ricoperti di cupole d’oro. Kron guardò Adrianna e, come si era aspettato, vide che la strega stava fissando la costruzione sacra, con espressione imperscrutabile. Non un suono rompeva la quiete buia della notte.

Il condottiero si voltò verso gli uomini e portò una mano alla bocca, facendo poi un secco gesto di comando. Da quel momento parlare era proibito. Indirizzò poi un cenno di congedo all’umanoide che li aveva guidati, al quale esso rispose ciondolando verso un vicolo con i suoi compagni al seguito; svanirono fra le ombre in un istante, ma Kron non dubitava che avrebbero tallonato da vicino il gruppo di guerrieri.

Il modo migliore per raggiungere una delle porte della città sarebbe stato dividersi in piccoli gruppi che potessero sgattaiolare fra i vicoli senza essere visti o uditi; ma Kron era l’unico a conoscere i meandri di Onoria e sapeva che erano troppo intricati perché degli stranieri potessero orientarsi sulla base di semplici indicazioni. Così i cinquanta furono costretti a muoversi uniti, camminando curvi e badando ad appoggiare completamente un piede prima di sollevare l’altro; nonostante fossero fradici e la temperatura fosse mite, i loro volti si coprirono ben presto di sudore, poiché il minimo rumore avrebbe potuto condannarli a morte. Il percorso li portò lontano dal fiume e dalle baracche costruite lungo gli argini, facendoli passare accanto ai caseggiati di pietra dove vivevano i meno poveri e attraverso piazze decorate da colonne e fontane che lasciarono a bocca aperta i nomadi del deserto. Le stelle erano le uniche fonti di luce, perché in una città solo le guardie e i contrabbandieri giravano di notte e allontanandosi dal fiume Kron aveva scongiurato la possibilità di imbattersi in entrambe le categorie. Per questo motivo, quando intravide una luce proveniente da una strada laterale di fronte al gruppo, bestemmiò sottovoce. Accennò ai neri di fermarsi e, tendendo l’orecchio, colse il rumore di stivali chiodati che calpestavano la pietra e il tintinnio della maglia di ferro che non lasciava dubbi riguardo l’identità di quei nottambuli.

Adrianna gli si mise accanto e bisbigliò: «Perché ci siamo fermati?»

«Guardie.» Kron si guardò intorno cercando un modo per sfuggire alla pattuglia; non ne trovò nessuno, perlomeno non per far sparire cinquanta uomini in pochi secondi. Rimaneva una sola possibilità. Rivolse ai nomadi i gesti utilizzati durante le cacce nei territori alberati ai margini del deserto, dove i guerrieri si nascondevano nell’erba alta e colpivano la preda al ventre con le proprie lance; in quella foresta di pietra, a nasconderli sarebbe stato l’angolo che attorno al quale i nemici avrebbero dovuto girare prima di vederli. Per quanto quello fosse un ambiente alieno, i suoi uomini capirono all’istante dove posizionarsi per non essere rivelati dal cono di luce prima del tempo e venti di loro si misero ai lati della strada, poco prima del punto in cui il gruppo di armati sarebbe comparso, mentre gli altri indietreggiarono fino a occultarsi in alcuni vicoli molto stretti. Kron attese e alle sue orecchie giunsero le voci alte e sprezzanti delle guardie:

«Sangue di Forborgad, che notte! E invece di trascorrerla con un calice nella destra e un bel seno nella sinistra, eccoci qua a scarpinare!»

«Neanche l’ombra di un rivoltoso! Ma esistono, mi domando?»

«Il duca Albin è sicuro di sì, forse perché qualcuno ha rapinato il mercante che portava il vino di Gyllene e le spezie alla sua torre… il quale ha rifiutato di mandargliene altri, sostenendo che la sicurezza della spedizione era compito degli uomini del duca!» Qualcuno rise sguaiatamente.

«Bah! Se almeno ne trovassimo qualcuno, potremmo scaldarci le gambe prendendolo a calci. Che ne direste di deviare verso il fiume? Conosco un paio di bordelli aperti a tutte le ore…»

Forse l’uomo avrebbe voluto illustrare agli altri la qualità dei servizi ricevuti durante la sua ultima visita, ma la spada di Kron lo mise a tacere per sempre, quasi decapitandolo. I neri sciamarono fuori dall’oscurità e si trovarono di fronte a una decina di stupefatti uomini con maglie di ferro, elmetti e tabarri bianchi su cui campeggiava una corona dorata. L’uomo che reggeva la lanterna la lasciò cadere per sfoderare la spada; per un qualche miracolo essa non si ruppe e continuò a illuminare lo spettacolo mai visto di una compagnia di uomini dalla pelle scura, vestiti con gli abiti da guerra del deserto, che aggredivano le guardie cittadine di Onoria.

Se i bianchi non avessero avuto armature di metallo, la lotta sarebbe stata breve; purtroppo per i selvaggi, le lame delle loro sciabole non potevano tagliare gli anelli delle cotte, come scoprì a sue spese quel capo assetato di gloria che vide il proprio fendente rimbalzare innocuo e, mentre osservava a bocca aperta quel miracolo, ebbe il cranio fracassato dalla lama del suo avversario. Nonostante la superiorità numerica e l’agguato, Kron vide svanire immediatamente la possibilità di una strage silenziosa; da entrambe le parti furono lanciate urla di guerra e il rumore dell’acciaio contro l’acciaio risuonò come quello di dieci campane. I neri che si erano nascosti corsero a dare man forte, ma non più di sette o otto uomini potevano stare fianco a fianco in quella strada e i soldati seppero approfittarne, serrando i ranghi e impedendo al nemico di circondarli. Il sangue rosso che entrambi i popoli condividevano imbrattò la strada.

Kron duellava con un veterano, che l’elmo chiuso identificava come un ufficiale; gli altri soldati portavano dei semplici elmetti rotondi. Le loro lame danzavano alla luce della lanterna e delle scintille scaturite dai loro scontri; Kron era più forte e veloce del suo avversario, ma questi aveva la maglia di ferro a proteggerlo e poteva concentrarsi sull’attacco, mentre Kron doveva stare attento ai fendenti e sopratutto agli affondi micidiali della spada dritta. Accanto a lui erano già caduti sette o otto neri, mentre soltanto una guardia era a terra riversa nel proprio sangue. Alla fine, nel tentativo di trafiggerlo al petto con un affondo a due mani, l’ufficiale scoprì per una frazione di secondo la fessura fra elmo e giaco di maglia; la sciabola di Kron saettò, tracciando un arco scarlatto nella notte, e la vita dell’uomo si spense con un gorgoglio.

«Corri a dare l’allarme!» gridò qualcuno. La guardia che aveva tenuto la lanterna scattò nella direzione da cui erano arrivati i soldati e Kron bestemmiò quando uno di loro bloccò il suo tentativo di fermarla parandoglisi di fronte; costui non era un grande combattente, come dimostrò il fatto che non seppe proteggere il volto dal colpo di pomello che gli ruppe la fronte, ma ormai il danno era fatto e la staffetta improvvisata svanì nella notte. Lanciando un urlo di frustrazione e di rabbia, Kron azzoppò un avversario colpendolo alla coscia e lo finì con un fendente che fece rotolare la sua testa sul selciato; perso anche quell’uomo, i soldati non furono più in grado di tenere a bada i nomadi che, come belve ubriache dell’odore del sangue, si gettarono due o tre alla volta su ciascuno di loro e li trascinarono a terra, sgozzandoli o colpendoli a morte con i pomelli delle sciabole. Era una visione terribile per qualunque uomo civile: soldati addestrati e armati con quanto di meglio la loro epoca poteva offrire, abbattuti come cervi dai lupi. Dimentichi degli ordini, incapaci di contenersi, i neri esplosero in urla di trionfo belluine.

Nulla di tutto ciò preoccupava Kron. I suoi pensieri andarono a quanto sarebbe accaduto a breve, ai cinquemila uomini delle Guardie Reali che formavano la guarnigione di Onoria e che gli sarebbero stati addosso in pochi minuti. Quattro volte quel numero di guerrieri erano separati da lui dalle porte cittadine, che ora sarebbe stato difficile raggiungere. Era sul punto di voltarsi per gridare ai suoi di seguirlo in una corsa disperata, quando si accorse dei volti che lo fissavano dalle finestre, dagli androni, dai vicoli: centinaia di facce pallide illuminate da qualche lume e dalla lanterna caduta, fortunosamente rimasta intatta. Osservavano con occhi sbarrati la carneficina, quei guerrieri dal volto scuro simili a ombre che avessero acquisito sostanza, ma sopratutto lui, un bianco vestito come un nero, lordo di sangue dal petto agli stinchi.

Kron pensò in fretta. Ricordando le parole delle guardie e sperando che quel famoso duca non avesse torto, si mise accanto alla lanterna, in piena luce, e gridò con tutte le sue forze: «Sono il conte Kron di Hogrod e sono tornato per deporre il tiranno! Questi valorosi guerrieri, venuti da oltre il deserto, sono pronti a rischiare la vita per questo scopo; chi di voi cittadini è con me?»

Ci fu un istante gelido in cui non si udì nemmeno un respiro, un attimo in cui Kron pensò che l’avventura sarebbe annegata nel sangue dei suoi compatrioti; poi, da qualche parte, una donna gridò: «Abbasso il Re Assassino!» e siccome certe canzoni sono fatte per i cori e non per le voci soliste, in un attimo il grido si propagò lungo tutta la strada. Donne e uomini dagli abiti più miseri di quanto Kron si sarebbe aspettato corsero fuori dalle loro dimore per inginocchiarsi di fronte (e poi intorno) a lui, sfiorarlo con la punta delle dita e pronunciare rumorosi giuramenti di fedeltà; erano centinaia, un numero incalcolabile. Dapprima i cittadini si tennero un po’ discosti dai neri, poi, quando ciò non fu più possibile a causa dell’affollamento che si era venuto a creare, li salutarono come fratelli, abbracciandoli e porgendo loro condoglianze che non potevano capire per la morte dei loro compagni. Qualcuno doveva essere corso ad avvisare chiunque non si fosse svegliato nel raggio di due o tre miglia, perché centinaia d’altri accorsero portando con sé torce, pugnali, randelli e accette e cominciarono a distribuirli fra la gente, quasi fossero pronti da tempo a insorgere.

«A volte» bisbigliò Adrianna nell’orecchio di Kron «bisogna avvicinare una torcia al carbone per ricordargli che può bruciare.»

Kron pensò alla voce che aveva acceso nei cittadini il desiderio di ribellarsi. «Non era la tua voce… O sì?»

Per la prima volta, la strega sorrise. Era un sorriso ambiguo, la parodia di un’espressione materna con un tocco di derisione, che dimostrava tutto tranne che contentezza; Kron rispose con l’occhiata di un leopardo affamato.

Poi la folla lo reclamò e lui, sollevando la sciabola, gridò: «Al Palazzo!» L’urlo di approvazione che lo travolse fu come un’ondata di fuoco purificatore che bruciò ogni incertezza, lasciando in lui solo la determinazione di arrivare fino in fondo. Afferrò per un braccio uno dei capi e ordinò: «Dì agli uomini che il momento della ricompensa non è ancora giunto e che non dovranno torcere un capello a nessuno senza un mio ordine! Non voglio che quei mostri abbiano altro cibo, se posso evitarlo.» Lo sguardo del nero seguì il suo fino al muro lungo cui, fino a poco prima, erano stati appoggiati i corpi dei predoni e delle guardie caduti; tutto ciò che rimaneva erano macchie di sangue sulla pietra e una scia che conduceva nell’oscurità di un vicolo. Il nero diede l’impressione di essere sul punto di vomitare, ma annuì con forza.

«Ascoltate! Qualcuno scorti questi valorosi fino alla porta più vicina e li aiuti ad aprirla! Se incontrerete altre guardie, raccontate loro quello che sta accadendo e chiedete se sono disposti a levare le armi contro i loro fratelli, i loro padri e le loro amate! Con l’aiuto dei miei uomini, amici miei, questa notte conquisteremo Onoria!»

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6 commenti

Pubblicato da su 04/06/2011 in Racconti

 

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6 risposte a “Kron (6)

  1. Artic Swan

    17/08/2011 at 9:37 pm

    Lassù hai scritto: “Questo luogo è ansioso di ricevere le anima”.

    :-P

     
    • bakakura

      17/08/2011 at 9:42 pm

      Corressi ^^ A parte questo, come ti sembra?

       
  2. Artic Swan

    17/08/2011 at 11:19 pm

    Mah, è che a me quei cosi lì fanno un po’ schifo…i mostri, intendo.

    Però immagino fosse esattamente quello che volevi.

    Comunque, a parte il fatto che Kron continua a starmi antipatico, pensavo che è un po’ un peccato ridurlo a racconto breve (ok, gli hai fatto una decina di capitolini, ma comunque E’ breve). Penso avrebbe potenzialità come romanzo. Potresti sviluppare meglio situazioni e personaggi che si intravvedono nella vicenda.

    Forse calchi un po’ troppo la mano sui “selvaggi” “neri”, danno l’idea di grandi grossi ma tremendamente ignoranti…a parer mio pure un po’ polli.
    Qualcuno potrebbe risentirsi e tirarti una bomba nella cassetta della posta. Sai com’è, con i tempi che corrono…

     
    • bakakura

      17/08/2011 at 11:46 pm

      Kron ha un futuro, che sarà annunciato a breve al pubblico. “A breve” vuol dire “dopo che avrò pubblicato il tutto nell’archivio”, cioè “dopo che avrò capito come si impaginano gli ebook”. Insomma, a breve. XD Comunque, andrà avanti.
      I neri sono grossi e ignoranti. Il racconto è dedicato a Robert Howard, che la pensava in questo modo (e anche peggio). ;-) E poi, non volevo recuperare lo stereotipo del “buon selvaggio” (semplice, ma che “ne sa di più” dell’uomo civilizzato) caro a certa narrativa fantastica, anche perché nel contesto di Kron avrebbe poco senso: l’heroic fantasy non è un genere buonista. L’Orda è (era?) fortunata ad avere un deserto fra sé e il mondo civilizzato, altrimenti nel giro di pochi anni le terre su cui pascola sarebbero divenute provincia di qualche grande impero che avrebbe portato loro le città, i campi coltivati e i culti degli Dei. E la schiavitù. ^_^
      Tra l’altro, questo modo di presentare i neri sottolinea la personalità di Kron, che fondamentalmente odia tutti: l’uomo che ha rovinato la sua reputazione e (forse) gli ha sottratto un figlio, la donna che lo ha respinto per un consorte più facilmente manipolabile, Adrianna (che si crede capace di fregarlo, pfui!)… ma anche i suoi sottoposti, che considera – in quanto aristocratico bianco – poco più che animali parlanti. E pure il suo stesso popolo, pecorone e infedele. Sì, è decisamente antipatico, ma pure un po’ sfortunato. ^_^

       
  3. Artic Swan

    17/08/2011 at 11:22 pm

    …a proposito: ma tu sei proprio sicuro di voler diventare giornalista?

    No, perché ci sono certi giornalisti scemi in giro, che si fanno certe tampe nei vari servizi, errori madornali, beceraggini e via così, comportamenti che rasentano lo stalking e la perversione, che non sono proprio sicura sia una buona idea.

    Forse carabiniere sarebbe meglio, hanno decisamente più neuroni attivi…

     
    • bakakura

      17/08/2011 at 11:50 pm

      È vero, ci sono giornalisti come quelli che descrivi tu. E anche professionisti come Giuseppe Cruciani, il radiogiornalista che riesce a tenere due piedi in tre scarpe. Però ci sono anche persone come Galbanelli, Travaglio, Santoro, Mentana, che il loro lavoro lo sanno fare. Loro sì che sono un buon esempio di quello che vorrei diventare.

       

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