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Archivio mensile:giugno 2011

Aggiornamento

In questo momento sono bloccato a letto in posizione supina e faccio fatica persino a usare il portatile. Da domani la situazione migliorerà un po’, ma non credo di riuscire ad aggiornare nuovamente prima di qualche giorno. Excelsior!

 
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Pubblicato da su 30/06/2011 in Comunicazioni di servizio

 

Roba per i concorsi finita (bonus: Kindle 3!)

Finalmente ho finito di scrivere, rivedere, accorciare e lucidare l’articolo e il racconto che ho mandato a un paio di concorsi. Ho già ripreso a lavorare su un nuovo episodio di Kron, ma mercoledì mi operano di ernia e pertanto non so quando avrò modo di concluderlo e postarlo. Chiedo scusa a tutti per la mia scarsa produttività di questo mese: sono profondamente imbarazzato. :(

Il mio imbarazzo di fronte ai lettori del blog

Parlando d’altro: mi sono finalmente deciso a comprare un lettore di eBook, facendomi consigliare dal Duca. Alla fine ho ridotto le opzioni a due: il Kindle 3 di Amazon o il Kobo Touch. Dopo aver visto la recensione qua sotto, ho optato per il Kindle.

Come vedete, il Kindle ha un contrasto (forse solo apparentemente) migliore, più font, la possibilità di scrivere ed esportare facilmente note, la possibilità di inserire segnalibri, un browser web migliore e supporto audio. Il Kobo, in compenso, è touch e ha una visualizzazione della libreria più figa. Uau. “^_^ Aggiornamento: A seguito di un upgrade del firmware, come indicato nel video, il Kobo è migliorato sotto diversi punti di vista. Personalmente sono contento del mio Kindle, quindi non ho approfondito la faccenda.

In realtà, il Kobo ha un vantaggio significativo: legge più formati rispetto al Kindle. In particolare, sul primo lettore si possono leggere libri in formato ePub, mentre sul Kindle no, a meno di non convertirli in Mobipocket usando programmi come calibre. Non è un problema se si comprano libri dal Kindle Store (visto che questi sono nel formato proprietario di Amazon, l’AZW) e anche nel caso si usino mezzi diversi per procurarsi da leggere, la conversione non dovrebbe essere un gran problema.

Purtroppo il mio acquisto è ostacolato dal fatto che Amazon non accetta pagamenti tramite Paypal e parte del denaro con cui contavo di pagare il lettore e la custodia in cuoio si trova proprio sul mio conto Paypal; ho dovuto chiedere che i soldi fossero trasferiti sulla mia carta Postepay, ma occorreranno alcuni giorni perché ciò avvenga. In compenso, i tempi di spedizione prospettati da Amazon sono brevissimi: da due a quattro giorni. Quando il Kindle 3 mi sarà arrivato, ne farò una recensione. ^_^

 
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Pubblicato da su 27/06/2011 in Comunicazioni di servizio

 

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Legge per il tetto agli sconti dei libri: micro-aggiornamento

Sul Corriere di ieri è apparsa la notizia che la famigerata legge sugli sconti applicabili ai libri sarebbe stata approvata alla Camera e inviata al Senato per l’approvazione definitiva. Uso il condizionale perché l’articolo, oltre a essere pieno di fail grammaticali (“pieccoli” nel titolo e Levi indicato come appartenente al Partito Popolare invece che al PD, lol!), è terribilmente impreciso: parla di “sì” della Commissione (quindi non di voto in aula), ma poi afferma che mancherebbe solo l’approvazione del Senato, il che non ha senso. Le leggi si votano in aula, mica in commissione! In ogni caso, è bello come di questa legge liberticida non si senta parlare in giro, né al telegiornale né sui quotidiani (non ne ho trovato traccia su Repubblica e sugli altri ci sono solo notizie vecchie).

Riassumo il contenuto della legge: se approvata, gli sconti applicati al prezzo di copertina dei libri non potranno superare il 15% (il 20% per la vendita online – un’eccezione ridicola, una presa per il culo: Amazon mi fa pagare il 30% in meno, bestie piduiste che non siete altro!). Lo scopo? Salvaguardare il mercato librario italiano (lol!) e incentivare la lettura (lololol!). Io saprei come raggiungere questi risultati, ma la procedura includerebbe l’eliminazione fisica la rieducazione forzata niente, non posso scriverlo senza cadere in reato. “^_^ Speriamo che questa, come altre leggi (fra cui il famigerato Disegno di legge Levi-Prodi), muoia di morte naturale nei corridoi parlamentari.

Tornando all’articolo del Corriere, vorrei sottolineare un’ultima nota di lulz: in fondo alla pagina c’è la data di ieri (23 giugno) e accanto l’indicazione “(ultima modifica: 24 giugno 2011)“. Peccato che gli errori da me indicati nel primo paragrafo ci siano ancora tutti. ^_^ Ora gli scrivo e glielo faccio notare; vediamo se mi rispondono. ^_^

 
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Pubblicato da su 24/06/2011 in Letteratura, Uncategorized

 

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“Lilith” e fumettame vario

Questo articolo doveva essere, in origine, una semplice recensione dell’ultimo numero di Lilith, da usare come spunto per alcune osservazioni sulla gestione dei ritmi narrativi. Poi ho pensato che, per i lettori che non conoscono il fumetto, avrei dovuto farne una breve introduzione. Il risultato è quello che vedete sotto: un mostro di mille e quattrocento parole solo per quanto riguarda la parte su Lilith, più osservazioni sparse su altri fumetti. Spero che vi piaccia. ^_^

Lilith

Lilith è un fumetto sceneggiato e disegnato da Luca Enoch, l’autore di Sprayliz e Gea. Racconta le vicende di una viaggiatrice temporale coi superpoteri, Lyca, che attraversa varie epoche alla ricerca del Triacanto, una sorta di virus che nel futuro da cui proviene ha costretto l’umanità a rifugiarsi nel sottosuolo. Per distruggere il Triacanto e impedirgli di germinare, Lyca deve aprire come polli uomini ancora vivi ed estrarlo dai loro petti: l’unica speranza per la sua epoca è che lei non abbia pietà di nessuno, altrimenti il Triacanto sopravviverà e il futuro sarà condannato. Inoltre, un errore potrebbe implicare la diffusione prematura del Triacanto, con risultati analoghi. A oggi (siamo al numero sei), Lyca ha visitato la Troia omerica (dove il figlio di Enea l’ha chiamata con il nome che ha deciso di fare proprio: Lilith), i Caraibi nel ‘600 e nel ‘700, il fronte italiano durante la Prima Guerra Mondiale, gli Stati uniti in piena Guerra di Secessione, la Groenlandia e l’America all’epoca dei vichinghi e Nanchino durante l’occupazione giapponese del 1938. La cultura e le lingue dei luoghi in cui si trova le vengono trasmesse dal  “miriapode”, un incrocio fra un millepiedi e una grassa larva che le inocula queste conoscenze pungendola (da dove arrivi questa creatura è un mistero che sarà – forse – rivelato in qualche episodio futuro); accanto a lei, inoltre, è sempre presente lo Scuro, uno strano felino volante che la scarrozza di qua e di la e ogni tanto le da qualche informazione aggiuntiva sui comportamenti bizzarri degli esseri umani (Lyca è cresciuta nei rifugi sotterranei del futuro, pertanto fatica a comprendere i suoi simili).

Copertina del primo numero, con Lyca e lo Scuro in primo piano

I nemici di Lyca sono i Cardi, esseri umani trasformati in creature vegetali dal Triacanto. Come possano contrastarla è un mistero: la fanciulla è completamente invulnerabile ai loro attacchi e può farli a pezzi facilmente. Il ruolo dei Cardi pare sopratutto quello di ostacoli a livello psicologico, visto che sembrano conoscere aspetti del passato e della missione di Lyca che lei stessa ignora e in almeno un caso uno di loro arriva vicino a rivelarglieli, prima che lo Scuro lo faccia a pezzi. A tutti gli effetti, comunque, i Cardi sono gli antagonisti più inutili che si siano mai visti: non costituiscono una minaccia per la protagonista e non sembrano in grado di proteggere il Triacanto che li ha creati. In altre parole, sono penosi.

Un attacco dei Cardi. Come sempre, non servirà a nulla.

Man mano che la storia prosegue, appare chiaro che gli addestratori di Lyca e i suoi stessi genitori non le hanno raccontato tutta la verità: sempre più indizi (il fatto che Lyca veda spettri abbigliati in modo totalmente diverso rispetto all’epoca in cui si trova e non possa essere contagiata dal Triacanto) puntano verso il fatto che la procedura che ha dato alla ragazza i suoi poteri l’abbia uccisa, dato che, secondo le parole di un Cardo, “solo i morti possono viaggiare nel tempo”. Inoltre, se Lyca dovesse avere successo nella propria missione, l’unica ricompensa sarà la sua fine: senza il Triacanto il futuro cambierà, i suoi genitori non si rifugeranno nel sottosuolo e non si incontreranno mai. Questa consapevolezza rende Lyca una persona piuttosto cinica, anche se purtroppo ci sono diverse situazioni in cui il suo atteggiamento contraddice il suo carattere.

Ritratto di Lyca ammiccante; sarà un caso che il suo nome voglia dire "prostituta"? ^_^

Enoch mi è sempre piaciuto come autore, per cui due anni e passa fa (il fumetto è un semestrale), quando ho iniziato a leggere Lilith, mi aspettavo una cosa degna di lui, ricca di sesso e violenza e con la giusta dose di volgarità. Da questo punto di vista, sono rimasto abbastanza deluso: il sesso è poco (ma il fanservice abbonda: non c’è episodio senza una scena in cui Lyca è a tette al vento ^_^), la violenza dopo un po’ diventa ripetitiva (Lyca è invulnerabile e dotata di artigli che strappano l’acciaio, quindi nessun nemico è una vera minaccia per lei) e la volgarità… non c’é: tutti parlano in modo pulitissimo, senza nemmeno dire parolacce. Per fortuna Enoch non ha perso la propria tradizionale scorrettezza politica e in ogni episodio se ne vedono delle belle (nel numero sei, fra i pochi personaggi positivi ci sono un nazista e una fanatica religiosa!); inoltre la caratterizzazione delle varie epoche storiche è molto precisa e dettagliata, almeno per quanto posso dire io che non sono uno storico. Speriamo che in futuro Enoch si ravveda e inserisca più sesso e violenza più interessante; il primo è praticamente un obbligo, perché il nome della protagonista non è altro che il femminile della parola greca “lykos”, che signifca “lupo”: quindi Lyca è una lupa, cioè una prostituta. ^_^

Lyca con le tette al vento

I veri problemi di Lilith sono la protagonista e la gestione della trama. Lyca è l’Elric di Melniboné dei fumetti: i suoi grandi poteri e il destino crudele che la attende, frullati assieme, producono un potenziale di marysueaggine davvero notevole, tantopiù che alla fine di ogni numero c’è una rubrichetta intitolata Ucronia dove sono mostrati i cambiamenti apportati alla Storia dalle sue azioni. Inoltre, e questo è anche peggio, l’autore si contraddice spesso riguardo il suo carattere: in molte scene la ragazza è fredda e distaccata, ma in altre si lascia commuovere, piange o addirittura si innamora (come accade nel quinto numero) senza ragione apparente (nell’ultimo caso, addirittura, la cosa non ha senso, perché Lyca è addestrata a non sviluppare alcun tipo di attaccamento). Nonostante il suo cuore tenero che la spinge ad assistere gli indifesi, Lyca non ha alcuna remora a massacrare decine di persone alla volta, quando queste si mettono in mezzo: non sfrutta nemmeno i suoi poteri per toglierseli di torno, semplicemente li fa a pezzi. Inoltre, per essere una ragazza coinvolta in qualcosa di più grande di lei, Lyca è stranamente poco curiosa: nonostante le rivelazioni dei Cardi sul possibile inganno di cui è vittima, non chiede alcuna spiegazione allo Scuro, che sta palesemente cercando di distoglierla da quel filone di indagine. Mah!

Lilith ha bisogno di più scene come questa!

Il secondo, grave problema di Lilith è il ritmo della narrazione. Ogni numero ruota intorno alla distruzione del Triacanto, che richiede a Lilith di trovare il Portatore, ossia l’individuo infetto nell’epoca in cui si trova; ma tale cerca non è in alcun modo fonte di suspence o spunto drammatico, visto che finora il Portatore è sempre sbucato fuori più o meno dal nulla e la sua identità non è mai stata importante per la risoluzione di una trama. Più spesso che non, la cerca di Lyca sembra una scusa per mostrare un documentario su un dato luogo in un dato periodo storico: questo intento diventa molesto in alcuni episodi, come Il fronte di pietra (numero 3) e Il re delle scimmie (numero 6), dove Lyca trotta in giro per lo scenario alla ricerca del Triacanto e, quando lo trova, tutto si risolve nel giro di poche tavole. Ridurre il protagonista al ruolo di “occhio del lettore” è cosa ben triste e spero che Enoch, in futuro, si ravveda e incentri le storie sul personaggio di Lilith più che sull’epoca in cui lei si viene a trovare.

Nonostante tutti i problemi che ho evidenziato, continuerò a leggere Lilith: Enoch disegna bene, l’opera  di documentazione alla base del suo lavoro è eccellente e i suoi personaggi, Lyca compresa (nonostante le contraddizioni), sono ben caratterizzati. Aspetto con ansia il numero in cui Lyca deciderà che del futuro non gliene frega niente, metterà su famiglia col Portatore e conquisterà il mondo grazie ai superpoteri: vero che me lo fai un numero così, Enoch? :-D

A proposito di uscite future: il prossimo numero sarà ambientato nell’Alto Impero Romano. C’è un problema, però: nel primo episodio della serie, Lyca ha ucciso Enea! È vero che la famiglia del leggendario antenato di Romolo è riuscita a scappare, ma mi sembra poco credibile che una donna, un ragazzo e un vecchio abbiano navigato dalla Turchia fino alle coste del Lazio. Spero che Enoch abbia tenuto in considerazione questo piccolo paradosso da lui creato.

Fumettame vario

Qualche giorno fa, mentre ero in fumetteria, mi sono messo a sfogliare I giorni della sposa (Otoyomegatari in originale) di Kaoru Mori (preview gratuita – scannerizzata alla brutto dio, aggiungerei – qui). I disegni dettagliati di costumi tipici dell’Asia Centrale mi hanno conquistato e ho deciso di comprarlo. Non me ne sono pentito: I giorni della sposa è un fumetto molto bello, dal ritmo ben congenato, con disegni splendidi e una storia interessante. La trama ruota intorno a una famiglia di pastori del Diciannovesimo Secolo in cui, un bel giorno, arriva la sposa di uno dei figli. L’originalità è data dal fatto che, contrariamente alla tradizione, la moglie è molto più anziana del marito: mentre lei è una donna di vent’anni, lui è un ragazzino di dodici che sembra vederla più come una nuova madre che non come una partner sessuale (è piuttosto imbarazzato quando la vede nuda per la prima volta e sembra proprio che, sotto le coperte, i due non facciano altro che dormire). Stranamente, su questo fatto non ho letto polemiche in giro: mi aspettavo una sollevazione contro l’idea di una povera ragazza costretta a fare da madre a un marito-bambino (affermazione che sarebbe assolutamente falsa, visto che nel fumetto la donna si affeziona subito al coniuge e alla sua famiglia), invece non ho trovato nulla. Peccato: ero già pronto a contropolemizzare. Oh beh, sarà per un’altra volta. ^_^

La sposa, che si chiama Amira, è un personaggio bellissimo. È una cavallerizza provetta, una tiratrice con l’arco eccezionale e una brava conciatrice, eppure non è affatto un personaggio mascolino: al contrario, è gentile e servizievole e si integra perfettamente nella vita della famiglia del marito, senza che questa le sia in alcun modo “stretta”. Non è, insomma, la classica femmina frustrata per cui lavare i piatti e cucinare rappresentano un retaggio della dominazione maschile e della discriminazione sessuale: ad Amira piace prendersi cura degli altri, non perché le abbiano fatto il lavaggio del cervello da piccola, ma perché è una persona buona. Tutto il primo numero è pervaso dalla sua dolcezza e delicatezza: quando Karluk, il suo giovane marito, si ammala in modo non grave, la preoccupazione e l’ansia di Amira sono commoventi. Eppure quella stessa Amira è capace di dare uno spettacolo splendido e terribile quando, in sella al suo cavallo, abbatte con una freccia una lepre in fuga: una scena violenta (anche se nel fumetto il sangue non si vede mai), ma anche giosa (la soddisfazione di Amira per un lavoro ben fatto) e riscaldante (il momento in cui la famiglia mangia la zuppa di lepre cucinata da Amira è toccante nella sua semplicità). Tutto il fumetto è così: l’azione è lenta, ma è una lentezza benvoluta, perché dà modo di lasciarsi trasportare dai sentimenti e dai disegni che, vale la pena ripeterlo, sono splendidi.

Una vignetta da "I giorni della sposa". Il livello di dettaglio è lo stesso in tutto il fumetto.

Un altro fumetto in cui mi sono imbattuto per caso è Grimm Fairy Tales, il cui titolo è un gioco di parole fra “Grimm” (il cognome dei famosi fratelli favolisti) e “grim” (che in Inglese vuol dire “cupo, senza speranza”). La cornice è tutto sommato banale (ci sono persone che possono mostrare agli altri le conseguenze delle loro azioni facendo vivere loro delle specie di fiabe in versione horror), ma le fiabe “rimaneggiate” sono molto belle: fra le migliori ci sono Cappuccetto Rosso, Pinocchio, La bella e la bestia e The boy who cried “wolf!”, che in Italiano non so come si chiama. Oltre alla serie regolare c’è anche uno spinoff ispirato ad Alice nel Paese delle Meraviglie (molto bello e malato quanto basta) e diversi speciali. Il fumetto si può acquistare qui, oppure ce lo si può procurare tramite mezzi diversi che tutti conosciamo. ^_^

Le protagoniste di "Grimm Fairy tales" vestono tutte così e sono anche più prorompenti. Non vi viene voglia di leggerlo? ^_^

Per oggi è tutto. Alla prossima!

 
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Pubblicato da su 23/06/2011 in Fumetti, Uncategorized

 

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Pausa torneo

Negli ultimi giorni si è svolto il torneo mondiale di League of Legends nel corso della fiera Dreamhack, che finirà questa notte con la finale. Di conseguenza, non ho scritto una ceppa. :D

Vi consiglio di seguire il torneo: è molto interessante se conoscete LoL, ma anche chi non ci gioca potrebbe trovare piacevole un grande evento competitivo che vede protagonista un videogioco basato sul gioco di squadra e l’utilizzo di numerose tattiche. In futuro penso proprio che ne scriverò una recensione (magari subito dopo la finale).

Nel frattempo, sto lavorando al racconto da inviare al concorso The fantasy world e al prossimo episodio di Kron; avevo cominciato anche un altro racconto da mandare al primo, ma mi sono reso conto che non sarei mai riuscito a farlo rientrare nel limite di 3.000 parole e ho preferito lavorare su un altro. Presto lo pubblicherò sul blog, così potrete leggere un’avventura di Massimo, ex-soldato milanese al servizio dell’Imperatore austriaco Carlo VI. ^_^

 
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Pubblicato da su 20/06/2011 in Comunicazioni di servizio

 

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Kron (7)

7. Sua Altezza Reale

Un serpente di fuoco strisciava per le strade di Onoria. Alla luce di torce e lanterne marciavano decine di migliaia di uomini, le urla e i cori della prima ora sostituiti da un silenzio determinato. Fra di loro c’erano molti soldati con il tabarro coronato, passati fra le fila dei rivoltosi per opportunità, per empatia o per essersi resi conto che fare altrimenti avrebbe significato non avere più una famiglia. Davanti a tutti stavano i neri, l’intera Orda di Bronzo, e di fronte a loro Kron con la sua guardia del corpo e i capitribù.

Era una notte strana. Il clangore delle armi si era udito solo due volte, la prima quando il duca di Hogrod (i cittadini lo chiamavano così, anche se aveva perso quel titolo molti anni prima) e i suoi guerrieri si erano scontrati con una pattuglia, la seconda quando un centinaio di Guardie Reali si erano asserragliate nel palazzo di un mercante a cui era stato poi dato fuoco; solo l’assenza di vento e il fatto che gli edifici circostanti fossero in pietra aveva scongiurato un disastro. Per il resto, non c’erano state violenze e della guarnigione di Onoria, di solito così solerte a punire chiunque violasse una delle tante leggi del Re, non si era ancora vista l’ombra. La massa dei rivoltosi, impossibili da contare, aveva camminato indisturbata fino a poche centinaia di passi dal Palazzo Reale e si era fermata semplicemente perché Kron lo aveva fatto. Il condottiero, fermo a braccia conserte all’imbocco dell’ampio viale che conduceva alla seconda costruzione più imponente della città, fissava quel gigante eburneo dalle colonne ampie quanto vecchie querce, le finestre di vetro colorato e le porte di bronzo. Di fronte a queste ultime stavano centinaia di soldati con scudi e cotte velati di seta che, colpiti dalla luce, restituivano lampi verdi e rossi; erano uomini enormi, coperti di ferro dalla testa ai piedi, con elmi foggiati a guisa di teste leonine e lance dalla punta a foglia.

«Le Compagnie della Vita» disse Kron, nella lingua dei neri, con una nota di ammirazione nella voce. «Quelli, amici miei, sono i soldati migliori che la civiltà è ancora in grado di forgiare. Ognuno di loro vale quanto dieci guerrieri delle tribù e cento di essi hanno la forza di diecimila uomini, perché combattono come un solo corpo dalle molte braccia.» Quasi distrattamente sfoderò la sciabola e giocherellò coi riflessi della luce sulla lama. «Se il loro numero non è cambiato negli ultimi anni, dovrebbero essere un migliaio.» Per i nomadi, abituati a valutare i loro nemici attraverso la lotta e non tramite la loro reputazione, quelle parole non significavano nulla e i cittadini non potevano comprenderle; ma tutti, guardando Kron e il sorriso feroce che illuminava il suo volto, ebbero l’impressione di vedere una belva che la fame non aveva fiaccato intenta a osservare un grosso erbivoro pronto per essere ucciso.

All’improvviso, dallo schieramento perfetto dei soldati reali uscirono due uomini. Centinaia di occhi si puntarono su di loro: la corporatura del più grosso era simile a quella di Kron, sebbene un po’ meno massiccia, mentre l’altro era più esile, ma si muoveva con la scioltezza di uno spadaccino superbo. Un mormorio di stupore serpeggiò fra i cittadini quando i due si avvicinarono abbastanza perché la luce illuminasse i loro volti.

Kron non lo udì nemmeno, impegnato com’era a fissare a bocca aperta il secondo uomo. Questi non aveva elmo e portava i capelli neri tagliati corti, come un soldato, ma la nobiltà che traspariva dai suoi lineamenti cesellati e dallo sguardo dei suoi occhi di giaietto tradiva le sue vere origini. Camminava ad ampie falcate, con la schiena dritta, e fra le mani teneva la spada infoderata. Colui che lo accompagnava aveva un’aria più volgare, quasi animalesca: l’aspetto di un cane pronto a morire per il suo padrone, ma il cui sangue era in buona parte sangue di lupo. Quando i due si fermarono a pochi passi da Kron, erano abbastanza vicini da rendere evidente la grande differenza di età fra il gigante, più anziano, e il nobile.

Quest’ultimo parlò con voce calma e melodiosa, usando un tono e un accento diversi da quelli dei popolani come il diamante è diverso dal carbone. «Signore, dietro le mie spalle ci sono duemila uomini che si considerano già morti. Se io e voi decidessimo di combattere, chiunque vincesse avrebbe solo un cumulo di macerie lorde di sangue su cui regnare. Se io vi offrissi la mia spada, dareste la vostra parola che voi e i vostri uomini vi asterrete dalla distruzione e dall’omicidio?»

Kron dovette stringere i denti per resistere all’impulso di chinare il capo. Era l’istinto di sottomissione dell’uomo civilizzato di fronte a un superiore, radicato fin dai tempi in cui il primo contadino scambiò la propria fedeltà con la protezione del primo guerriero. Kron non dubitava che quell’uomo, se avesse visto anche la minima possibilità di vittoria, si sarebbe battuto fino all’ultimo, dando alla propria vita meno valore che a quella dell’ultimo fante; stando così le cose, si arrendeva con tanta dignità che nemmeno il più viscido dei cortigiani avrebbe potuto considerare diminuito il suo onore. Se qualcosa avesse potuto distogliere Kron dall’intento che lo aveva condotto fin lì, sarebbe stato lo sguardo di quell’uomo.

«Ho promesso ai miei soldati ricchezze e acqua a volontà e intendo soddisfarli. È un diritto che mi spetta in quanto conquistatore. Se non vi opporrete con le armi, non sarò io a usarle; è accettabile?»

«Sì.»

«Allora accetto la vostra resa, Altezza Reale, e giuro di rispettare le sue condizioni. Tenete pure la vostra spada: confido che il vostro onore vi tratterrà dall’usarla.»

«Come fate a sapere chi sono?» chiese il giovane, scrutando con un misto di curiosità e sorpresa colui che aveva invaso il suo Paese.

«I vostri lineamenti vi hanno tradito: siete del sangue della Regina, ma troppo giovane per essere suo fratello. E poi, soltanto Sua Maestà sarebbe stata capace di trasformare Kenneth il Lupo in un cane da guardia. »

Il gigante, sentendosi nominare, fece una smorfia. «Le condizioni che avete accettato vi impediscono di fare del male alle Loro Maestà e a Sua Altezza. Lo sapete, vero?»

«Purtroppo sì» ammise Kron, senza curarsi di nascondere il proprio disappunto. «Ma dimmi di te, Lupo: uno dei miei ultimi incarichi fu quello di dare la caccia a te e ai tuoi banditi, anni fa, ed è stata l’unica missione datami dal mio Re… il mio vero Re, per sangue e per onore… che ho fallito. Ora ti ritrovo al comando delle Compagnie della Vita. Sono cambiate davvero molte cose.»

«Il comandante Kenneth ha ricevuto la grazia tre anni fa e da allora è sempre stato un fedele servitore della Corona» interloquì il principe.

«”Gli amici alla mia sinistra, i nemici alla mia destra”, eh? Una buona politica, senza dubbio. Considera confermata la tua carica, Lupo: anche io preferisco averti sotto il mio naso piuttosto che lontano, magari a derubare i miei esattori.» Poi si voltò e, rivolgendosi alla folla, gridò: «Le Compagnie della Vita e il Principe Reale si sono arrese! L’onore della Corona è ripristinato, il tiranno è deposto!» Al boato che ebbe in risposta contribuirono anche i neri, che non capivano le parole ma condividevano l’entusiasmo selvaggio dei cittadini di Onoria. Dietro le sue spalle, il Lupo e il principe guardò la sua gente come avrebbe guardato un’orda di barbari.

«Ora che gli onoriani hanno avuto quello che volevano, tocca a me» disse Kron ai due. «Seguitemi!» gridò nella lingua dell’Orda, prima di avanzare ad ampie falcate verso il Palazzo, tallonato dalla ventina di nomadi della sua guardia personale, dall’ex-bandito e dal reale. Lo schieramento dei soldati si aprì per farli passare; i volti degli uomini erano completamente inespressivi, l’apoteosi della disciplina militare. La loro fedeltà non andava alla Re, ma alla Corona: nel momento in cui chi la indossava perdeva la sua autorità, del suo destino non avrebbe potuto importare loro di meno.

Kron appoggiò le mani contro le grandi porte di bronzo e le spalancò senza sforzo. Di fronte a lui si apriva un corridoio arioso illuminato da torce, con le pareti decorate da magnifici affreschi che narravano le imprese dei Re del passato: le loro vittorie, le loro leggi, le loro opere. Kron vi passò accanto senza soffermarvisi, ignorando le diramazioni e le scale che portavano ad altre zone del palazzo, fino a quando non fu a pochi passi da un’altra grande porta, questa volta di legno dipinto con vernice dorata.

«Aspettate!» esclamò il principe. «Lasciate che parli a mio padre per primo, in modo che possa convincerlo ad accettare un esilio onorevole.»

«”Convincerlo”? Per la maschera di Forborgad, volete dire che non è stato lui a ordinarvi di consegnare le armi?»

«No, è stata una mia iniziativa. Mio padre non può più detenere il potere: lo ha dimostrato negli anni trascorsi dopo il vostro esilio, quando ha condannato a morte decine di uomini per il solo fatto di essere stati un tempo vostri amici. Spero che metterlo davanti al fatto compiuto sia sufficiente a farlo abdicare di sua volontà; se così non fosse, posso contare sul fatto che rispettiate il vostro giuramento?»

«Decisioni come questa si chiamano “congiure”, Altezza. Quale destino avete previsto per voi?»

«In esilio con mio padre e mia madre» rispose il giovane, senza la minima esitazione. «Quanto alla vostra opinione sul mio comportamento, non mi interessa il mio onore è secondario rispetto alle vite dei miei genitori e dei miei sudditi. Se devo pagare la loro sopravvivenza con la perdita dei miei privilegi, così sia!»

«I vostri sudditi? Da quando il popolo ha una qualche importanza? Esso non sceglie il Re e non ha alcun ruolo nelle sue decisioni. Quando ho deciso di conquistare la corona, l’ho fatto pensando solo a me stesso.»

Il principe fece un sorriso amaro. «E io dovrei credervi? Radunare migliaia di selvaggi, forgiarli in un esercito, dichiarare guerra a una nazione, tutto per avidità o per vendetta? Non so chi vogliate convincere, signore, ma non importa. Il tempo, l’unico giudice dei Re, deciderà.» Detto questo, svanì oltre la porta che chiuse dietro di sé. Kron fece in tempo a scorgere gli splendidi arazzi della sala del trono, illuminati da centinaia di candele, e uno scorcio del colonnato che reggeva l’ampio soffitto della stanza, prima che il pannello di legno lo privasse anche di quella vista.

Per un tempo che parve infinito, non un suono oltrepassò le porte della stanza. Kron incrociò le braccia e aspettò senza dare segni di impazienza; i neri si guardarono intorno, vagamente intimoriti dall’impressione di trovarsi nel ventre di un gigantesco mostro di pietra, ma anche incantati dall’arte degli affreschi che, pur non essendo propria della loro cultura primitiva, suscitava in loro un fascino a cui era difficile resistere. Fra tutti, il più nervoso era l’uomo chiamato Lupo: trascinava i piedi sul pavimento e arricciava le labbra come l’animale da cui prendeva il nome.

«Preoccupato, Kenneth? Temi che l’ultimo atto di sua Maestà sarà quello di farti giustiziare? Non preoccuparti: Goran non ha più l’autorità per dare ordini di alcun tipo.»

«Non sono preoccupato per me, ma per Sua Altezza! Cosa si stanno dicendo, lì dentro? Sembra passata un’eternità!»

Kron ammiccò. «È a lui che devi il tuo perdono, vero? Mi domando come sia accaduto… No, non voglio sentirlo adesso, non mi interessa. Mi basta sapere che sei talmente attaccato al tuo nuovo status da preferire rimanere qui piuttosto che seguirlo nell’esilio.» Le ultime parole di Kron furono coperte da una voce maschile, squillante ma vagamente stridula, proveniente dall’interno della grande sala:

«Signore, quando uno tradisce il suo Re non torna, si fa ammazzare!»

Il Lupo si morse le labbra e cambiò leggermente posizione, pronto a scattare e a spalancare le porte per gettarsi in difesa del giovane principe. Accanto a lui, Kron snudò i denti in un sorriso ferino.

«Per l’Inferno, cosa c’è di tanto divertente?» ringhiò il Lupo.

«Goran. Oggi come allora, si sforza di comportarsi come un Re, eppure è lontano dal riuscirci: non è stato allevato per esserlo, lui che era un semplice generale. Solveig ha il sangue, Solveig ha l’educazione. Sai, Lupo, esistono nazioni in questo mondo dove le donne possono regnare da sole anche se sono sposate e non devono cedere ai mariti il loro potere assieme a loro stesse.»

Per un attimo il Lupo dimenticò la sua preoccupazione. «Impossibile! Non riesco a immaginare un soldato o un nobile che obbediscono a una donna!»

«Io sono entrambi, Lupo, e c’è almeno una donna… ma ormai è tardi per questo. La corona è mia e non la dividerò con nessuna.»

Qualche istante dopo, la porta si aprì. Ne uscì il principe, che sollevò lo sguardo per incontrare quello di Kron; la sua maestosità era in qualche modo offuscata, ma non la sua dignità.

«Il Re ha detto che non se ne andrà di qui vivo, signore.»

Kron si accarezzò il mento, meditabondo. «Suppongo che soddisfare il suo desiderio vada contro quanto ho promesso, vero?» Dal modo in cui lo disse, era chiaro che non si aspettava una risposta. «N’ambe» disse rivolto a un nero, «esci e spargi la voce che voglio Pama qui, adesso.» Il guerriero corse via immediatamente.

«Cosa gli avete detto?» volle sapere il Lupo.

«Ho solo chiesto che qualcuno mi portasse da bere» replicò Kron.

I minuti passarono senza che nessuno dei bianchi pronunciasse una parola; i nomadi, dal canto loro, non erano usi parlare in presenza del loro signore. Un sergente delle Compagnie della Vita venne a informarsi sulla situazione, trovò tutti in silenziosa attesa e se ne andò dopo essersi inchinato rispettosamente al principe. Finalmente arrivò di corsa una ragazza magra e scura, il cui nasino delicato e il mento piccolo contrastavano coi lineamenti arrotondati degli altri neri, portando con sé una brocca e una coppa d’argento, accompagnata da un altro schiavo che reggeva un tavolino d’ebano. Kron prese la brocca e la coppa dalle sue mani, ignorando i tentativi della giovane di servirlo, ordinò allo schiavo di venirgli dietro e aprì con un calcio la porta della sala del trono.

 
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Pubblicato da su 15/06/2011 in Racconti

 

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Vittoria!

Il Lupacchiotto Feroce comunica a tutti il proprio entusiasmo per i risultati referendari. Eccolo mentre festeggia banchettando insieme al fratello minore.

 
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Pubblicato da su 13/06/2011 in Comunicazioni di servizio

 

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Lui ha votato… e tu?

I lupacchiotti hanno una vita sociale molto intensa. Fin dalla nascita imparano che nessuno esiste in un vuoto e che l’unico modo per avere qualcosa dal branco è chiederlo, magari ululando come ossessi e magari mordicchiando le zampe di qualche vecchio lupo reticente. Quando saranno più grandi, cacceranno assieme ai loro fratelli e avranno diritto a una parte del cibo; vi immaginate un lupo che rifiuta di cacciare e si lascia morire di fame perché “a lui non interessa, ha di meglio da fare“? Ecco, appunto.

Il Lupacchiotto Feroce è ancora troppo piccolo per votare (legge del cavolo, come se lui non fosse toccato nel caso gli umani usassero la sua foresta come deposito di scorie nucleari!), ma la sua indignazione verso chi fa l’ignavo ha spinto un buon numero di lupi adulti a scavare alla ricerca del certificato elettorale. Il Lupacchiotto Feroce odia il quorum, quel principio assurdo e antidemocratico che consente a una minoranza di annullare i voti della maggioranza semplicemente standosene a casa; ma il quorum c’è e il Lupacchiotto Feroce non può farci nulla. Nulla, tranne arrabbiarsi con chi non vota. E nessuno vuole far arrabbiare il Lupacchiotto Feroce.

Di conseguenza, se nemmeno voi amate rischiare la salute dei vostri timpani (i lupacchiotti hanno buoni polmoni e una pazienza infinita) o farvi rosicchiare le caviglie da teneri dentini in via di sviluppo, vi conviene andare a votare il prima possibile. Farete contento il Lupacchiotto Feroce e chissà, magari compirete pure un’opera buona nei confronti di voi stessi. ^_^

 
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Pubblicato da su 13/06/2011 in Uncategorized

 

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Cinque grandissimi fail militari

So che dovrei lavorare alla prossima parte di Kron e, in effetti, lo sto facendo, ma non riesco a metterci troppo impegno: devo finire un racconto per un concorso, scrivere un articolo per un altro e convivere con il dolore causatomi da una doppia ernia lombare e da un dente parzialmente devitalizzato (siete autorizzati a toccarvi se pensate che tale gesto vi salverà dalla sfiga ^_^). Nel frattempo mi dedico alla mia seconda passione dopo la letteratura, ossia la storia militare: non crederete che i link ai blog del Duca e di Zwei siano lì per caso? :)

La storia militare è piena di eventi assurdi provocati dall’idiozia umana; al giorno d’oggi sembra impossibile che errori del genere siano stati commessi, ma sono stati commessi e hanno provocato danni più o meno gravi. Dalla mia limitata conoscenza ne ho selezionati cinque, ordinati da quello più antico a quello più recente.

“Mi sa che l’abbiamo alleggerita un po’ troppo”

In Asia hanno sempre avuto il pallino per le invenzioni bizzarre, dai razzi cinesi a polvere nera (il cui concetto fondamentale, però, si è rivelato vincente) all’urumi indiano, una spada-frusta di strisce d’acciao. Una di queste erano le “navi tartaruga” coreane, lunghe circa 33 metri e larghe 8, rivestite di piastre di ferro che le rendevano difficili da abbordare e da danneggiare. A bordo c’era un vero e proprio arsenale: ventiquattro cannoni (metà su ciascun lato), quarantaquattro feritoie per archibugi (come sopra) e due portelli a ciascuna estremità, attraverso i quali si azionavano ordigni incendiari o che spandevano fumi tossici. Furono queste navi, nel 1592, a frustrare l’ambizione che Toyotomi Hideyoshi aveva di conquistare la Corea.

Eppure i giapponesi conoscevano già navi simili: nel 1578 il grande capo militare Oda Nobunaga ne aveva usate alcune in battaglia. Si trattava, però, di un design diverso e più primitivo, probabilmente basato su un “cuore” in legno leggero rivestito di ferro che avrebbe dovuto garantire la massima galleggiabilità e manovrabilità: peccato che le navi di Nobunaga si capovolsero quando, per respingere dei tentativi di abbordaggio, gli equipaggi si spostarono su un solo lato. Forse le avevano alleggerite un po’ troppo. “^_^

Riproduzione di una “nave tartaruga”

Fonte: La rivoluzione militare di Geoffrey Parker.

“A flash in the pan”

L’arma regina della guerra dal tardo XVII al primo XIX secolo, in Europa, è stato il moschetto a pietra focaia. Si trattava di un’arma robusta ed efficace, ma il cui meccanismo di accensione era meno affidabile di quello a ruota sviluppato qualche decennio prima; del resto, le armi a ruota costavano il doppio di quelle a pietra e, quando bisognava comprare qualche centinaio di migliaia di moschetti per equipaggiare i soldati, si mirava al risparmio più che alla qualità. ^_^

Un malfunzionamento relativamente raro (si verificava in media una volta su venti, ovvero nel 5% dei casi) era quello che in Inglese si chiama “a flash in the pan“: la polvere nello scodellino si accendeva, ma la fiamma non riusciva a raggiungere la carica principale nella canna (perché la striscia di polvere non era continua, perché parte di essa si era inumidita, perché il focone era otturato dai residui degli spari precedenti, ecc) e l’arma non sparava. Quando una cosa del genere accadeva, era evidente: non c’era fiammata o rinculo e il “botto” era molto meno intenso di quanto avrebbe dovuto essere. Tuttavia, diversi rapporti ufficiali testimoniano che alcuni soldati non si accorgevano di non aver sparato e procedevano a “ricaricare” il moschetto, esponendosi a rischi terribili (le armi antiche erano robuste, ma fino a un certo punto); spesso si trattava di coscritti  alla prima battaglia o di reclute addestrate poco e male, che chiudevano gli occhi prima di tirare il grilletto e non erano abituate a usare munizioni vere. Nei casi più eclatanti (e statisticamente improbabili), malfunzionamento meccanico ed errore umano si ripetevano in successione: un moschetto risalente alla Guerra di Secessione americana è stato ritrovato con all’interno della canna l’equivalente di sette volte la dose normale di polvere nera!. È quasi certo che il poveretto sia stato ammazzato prima di avere l’opportunità di tentare nuovamente lo sparo, il che lo qualifica per un Darwin Award in quanto, morendo, ha salvato il pool genetico dell’umanità dalla contaminazione della sua idiozia (e, probabilmente, chi gli stava vicino da una fine orribile). ^_^

Fonte: Non me la ricordo. :-(

La vita vale quanto un cavallo

All’epoca delle guerre napoleoniche, l’esercito britannico pagava un rimborso fisso per i cavalli che gli ufficiali perdevano in battaglia, indipendentemente dal loro valore reale. Durante la battaglia di Waterloo il generale William Ponsonby, comandante della Union Brigade (una brigata di cavalleria composta dai reggimenti degli Inniskillings, dei Royals e dei celeberrimi Scots Grey), pensò bene di cautelarsi in questo modo: prima di andare alla carica smontò di sella, salì sul ronzino del suo servo e ordinò a quest’ultimo di portare in salvo nelle retrovie il suo prezioso destriero. Naturalmente, quando i cavalieri furono costretti a ritirarsi in seguito alla famosa carica suicida della Union Brigade, la bestiaccia montata da Ponsonby rimase indietro e il generale fu ammazzato da un lanciere francese (episodio che ha ispirato la seconda parte del mio racconto Lo spettatore del 18 giugno). Non ho idea della fine che abbia fatto il destriero; Ponsonby sta probabilmente giocando a Pathfinder con un gruppo di fanboy nel Girone dei Cretini. ^_^

Gli Scots Grey alla carica. Non sono finiti bene.

Fonte: La battaglia di Alessandro Barbero.

“Generale, dove siamo?”

Intorno alle 6 di mattina del 1° marzo 1896, le truppe coloniali italiane si misero in marcia nella conca di Adua per assumere le posizioni previste dal piano di battaglia. Peccato che la mappa su cui era basato quel piano fosse completamente sbagliata: in particolare alcuni punti chiave, come il colle Chidané Merét e la valle Mariam Sciavitù, erano indicati in posizioni totalmente diverse da quelle reali. Complice l’oscurità, le colonne di soldati vennero a trovarsi in luoghi in cui non era mai stato previsto di farle finire; in diversi casi se la presero con le guide indigene, accusate di tradimento, che furono costrette a defilarsi per non essere fucilate. I risultati del caos che seguì erano prevedibili: all’imbrunire gli Italiani erano in rotta, lasciando 7.000 morti sul terreno e 1.500 prigionieri in mani etiopi.

Se andate a fare del turismo ad Adua, vi sconsiglio di usare questa mappa

Fonti: Volto Nascosto, Wikipedia e alcuni vecchi numeri della Domenica del Corriere.

“Sentito niente”

L’offensiva alleata sulla Somme, come molte altre battaglie della Prima Guerra Mondiale, fu preceduta da un bombardamento di artiglieria lunghissimo (in questo caso addirittura di una settimana, dal 24 giugno al 1° luglio), mirato a spazzare via difensori e opere difensive in egual misura. Era una tattica idiota, dal momento che usarla equivaleva ad avvisare il nemico per raccomandata che presto ci sarebbe stato un attacco; ma si era sempre fatto così e i comandanti alleati non sapevano in che altro modo avrebbero potuto agire. Sigh.

In ogni caso, alle 7.30 del 1° luglio 1916 la fanteria inglese uscì a passo di marcia dalle trincee, convinta che per la maggior parte i nemici fossero morti o dispersi (erano stati sparati oltre un milione di colpi di artiglieria). Peccato che non fosse affatto così: i tedeschi avevano tenuto quelle posizioni per due anni, dal 1914, e in tutto quel tempo avevano costruito fortificazioni tali non solo da proteggere le loro vite, ma anche da rendere quasi del tutto inefficace il bombardamento. Gli attaccanti furono massacrati dal fuoco delle mitragliatrici e dal filo spinato rimasto praticamente intatto: quel giorno gli inglesi subirono oltre 60.000 perdite, il peggior massacro della storia di quell’esercito. Dopodiché cominciò un’offensiva della durata di cinque mesi, che ne provocò circa un milione e mezzo (tre volte le perdite subite dalla Grande Armeé di Napoleone durante la campagna di Russia). Comunque, credo che a quel punto nemmeno i tedeschi avessero più tanta voglia di lullare.

“Con calma e pianino, tanto non ci sono più tedeschi in quelle trincee.”

Fonte: La Prima Guerra Mondiale di Basil H. Liddel Hart

 
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Pubblicato da su 10/06/2011 in Uncategorized

 

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La nuova mascotte del blog

Dopo sei mesi di attività, è giusto che anche questo blog abbia una sua mascotte. Gamberi Fantasy e Baionette Librarie hanno i conigli, Zweilawyer ha la zweihander (che, notoriamente, di notte si anima e insidia la verginità delle fanciulle): è tempo che anche Neyven sia rappresentato da un animale che ne simboleggia le qualità e i tratti distintivi. Dopo attente riflessioni, ho deciso che questo animale sarà il lupacchiotto: curioso, attivissimo, non troppo serio, leale e sopratutto kawaiiiiiiiiiiii! *_*

“Sono la mascotte del blog! Chi oserà sfidarmi? Arf!”

Il lupacchiotto è dolce, simpatico e giocherellone. Ha un’aria innocua che non lascia affatto presagire il bestio zannuto in cui si trasformerà crescendo, che comunque morderà solo chi lo farà incazzare. Per ora si accontenta di giocare con i suoi amichetti e di mordicchiare le orecchie dei genitori, ma un giorno tutto questo cambierà: dovrà trovare il suo posto nel branco o uscirne per seguire la sua strada. Go wolf cub, go!

Il cucciolo protesta con lo zio per le flautenze moleste di quest’ultimo. Che sia tempo di assumere il comando?

I lupacchiotti sono come i cinghialetti: sebbene gli animali adulti abbiano un fascino tutto loro, i cuccioli sono insuperabili per quanto riguarda il cute factor puro e semplice. Forse è perché sono versioni piccole e indifese di alcuni fra gli animali più pericolosi della fauna mediterranea, per cui il contrasto fra quello che sono e quello che diventeranno è talmente forte da mandare in cortocircuito le deboli cervella umane: ai lupacchiotti non importa, tanto c’è la loro mamma per distogliere le attenzioni indesiderate degli animali a due zampe. ^_^

“Oh bimbo, e quelli lì chi sono?” “Umani simpatici, mamma!” “Sarà, ma se non si levano di torno entro dieci secondi li morsico!”

In molte opere fantasy l’animale compagno del protagonista non è un banale cane, ma un lupo. La scelta degli autori, in questi casi, sembra irrealistica, ma in realtà è fortemente simbolica: il cane è un animale domestico, nato per essere sottomesso; il lupo nasce libero, pertanto il legame con l’essere umano è una sua scelta. Non è sempre un rapporto facile, perché uomo e lupo, per quanto affini possano essere, sono creature diverse con istinti diversi; ne è la prova una delle scene più belle de Il risveglio dell’assassino di Robin Hobb, dove il lupo Occhi-di-notte disprezza il compagno Fitz per averlo strappato alla morte tramite la magia. Una cosa del genere va contro la natura dell’animale, che il compano umano deve sempre rispettare come quest’ultimo fa con lui. La rappresentazione più bella di un possibile rapporto fra umani (in questo caso “fantasizzati”) e lupi rimane, a ogni modo, il mitico fumetto Elfquest.

La madre adottiva insegna al lupacchiotto l’arte civilizzata del rompere i coglioni al padrone

Il lupo è un animale ammirevole: fedele al branco, indipendente ma con un forte senso della gerarchia, buon genitore e predatore astuto. Le storie sulla sua crudeltà sono quasi tutte frutto di fantasia, inclusa quella che lo mostra come un divoratore di fanciulle: gli scrittori moralisti del tempo, troppo pudichi per parlare apertamente di stupro e omicidio, hanno preferito sublimare la mostruosità umana nella figura dell’animale “nemico” per eccellenza, quello che viene di notte a uccidere le pecore tanto faticosamente allevate da chi gli ha strappato il territorio e ammazzato le prede naturali. La scelta del lupacchiotto come mascotte del blog è dedicata anche a quei lupi che gli esseri umani hanno ucciso con le pallottole e con la fame, al punto da farli scomparire del tutto in molte aree: un comportamento non dissimile da quello che essi hanno tenuto, nei secoli, nei confronti di altri esseri umani, giustificandosi di volta in volta col pretesto che tanto si trattava di senzadio/negri/ladroni/quellochevipare. Non si può nemmeno definirli “bestie”, perché nessun animale intraprenderebbe mai un’azione scientifica di sterminio.

“Figlio di un cane, mi fai lo sgambetto!” “Trololo!”

D’ora in avanti, quando leggerete questo blog, ricordatevi che il Lupacchiotto Feroce vi osserva, pronto a saltarvi in grembo (probabilmente tirandovi giù dalla sedia nel suo entusiasmo cucciolesco) se lascerete un commento o a guaire triste triste se ve ne andrete senza lasciar traccia del vostro passaggio.

Il Lupacchiotto Feroce era troppo feroce per mostrarvelo, così al suo posto ho messo una foto del suo pur ferocissimo secondo cugino

 
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Pubblicato da su 09/06/2011 in Comunicazioni di servizio

 

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