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Kron (3)

17 Mag

3. Onoria

I cespugli di piante rosse cominciarono a ondeggiare violentemente, come in preda a una sorta di frenesia; Kron intravide fra di essi delle figure che avrebbero potuto essere umane, non fosse stato per l’orrenda deformità dei loro crani dalle bocche troppo ampie, la peluria grigiastra che era la sola cosa a coprirli e le dita contorte terminanti in unghioni affilati. I suoi occhi ne incontrarono un altro paio, neri ed enormi, fissi su di lui come quelli di un vecchio lupo affamato su di una preda accanto alla cosa che più temeva al mondo: il fuoco.

«Sembra che tu ci abbia condotti in un agguato» esclamò. Dovevano esserci una mezza dozzina di umanoidi in mezzo all’erba, forse qualcuno di più. Uno di loro ringhiò, ma si interruppe bruscamente, come se avesse cercato di parlare ma si fosse reso conto di aver dimenticato come si faceva. Parevano timorosi di avanzare, ma altrettanto decisi a cogliere l’occasione che si era presentata loro: a tutta evidenza, quella di un buon pasto.

«Dovrebbero temere la luce! Ma allora perché…»

Kron fece un sorriso feroce. «Se ne hanno veramente paura, cosa ci fanno lì? E chi ha distrutto quel pezzo di strada? La tua sapienza non è poi grande come vorresti far intendere, strega. Quello che ognuno di essi teme non è la luce, ma il farsi avanti per primo.»

In quel momento, la creatura più vicina vinse la propria vigliaccheria e si gettò contro di lui, muovendosi a balzi piuttosto che correndo come un uomo, con le braccia aperte e le mani protese per afferrarlo, la bocca spalancata grondante bava. All’ultimo secondo Kron si scansò e, mentre l’umanoide gli passava accanto senza nemmeno accorgersi di quello che stava accadendo, sollevò la mano che reggeva la coppa e la calò sul suo cranio. Il suono dell’osso che si infrangeva e del cervello spiaccicato fu per gli altri come un segnale di attacco: emersero dai cespugli come cavallette gigantesche, sbavando e ringhiando, gli occhi socchiusi ma fissi su Kron, che ricambiò con uno sghignazzo. L’uomo non fece alcun gesto per allontanare Adrianna o frapporsi fra lei e gli aggressori: si gettò semplicemente fra di loro, approfittando della loro completa mancanza di una strategia per sopraffarlo che non fosse saltargli addosso tutti assieme, e con il tacco dello stivale frantumò la zampa di quello più vicino, usandolo come scudo contro l’artigliata di uno che al posto di un occhio aveva un’orrenda cicatrice. Gettando via l’umanoide trafitto dal suo compagno di branco, sbilanciò l’aggressore orbo e gli sferrò un colpo alla gola con il bordo della coppa, rompendogli la trachea.

I tre sopravvissuti indietreggiarono, più per istinto che per una comprensione reale di quanto era accaduto. I loro musi si contrassero per la paura: quella cosa che non fuggiva, ma combatteva, era al di fuori della loro esperienza, e come tutti gli animali essi temevano ciò che ignoravano. Eppure non fuggirono: dietro e dentro di loro premeva la fame, che prometteva una fine peggiore di quella che avrebbero potuto incontrare per mano di quell’essere. Si divisero, in modo da poter attaccare da più direzioni, e si fecero nuovamente avanti, questa volta lentamente e tenendo d’occhio il loro avversario.

Kron si mise in guardia come uno spadaccino: il braccio e gamba sinistri in avanti, la mano destra, che stringeva ancora la coppa stillante sangue nero dall’orlo deformato e dalla base ammaccata, indietro. Quando i tre umanoidi si fecero avanti, lui non si mosse, aspettando che uno di loro gli si gettasse addosso; fu quello alla sua sinistra. L’argento risuonò ancora una volta quando Kron lo colpì alla tempia mentre i suoi artigli scavavano solchi sanguinanti nella sua tunica, e quando sferrò un colpo di ritorno che ruppe la maschella del secondo aggressore e lo gettò addosso al terzo, sbilanciandoli entrambi. Due rapidi calci alle loro gole, accompagnati da altrettanti suoni di ossa spezzate, fecero in modo che non si rialzassero più.

«Non ce ne dovrebbero essere altri. Se sono cannibali, devono per forza vivere in piccoli gruppi, altrimenti si sgozzerebbero a vicenda per il cibo.» Kron osservò con aria disgustata la coppa d’argento ormai lurida e la gettò in mezzo alle piante.

«Sei un uomo interessante» commentò Adrianna, che sembrava aver ritrovato la sua compostezza.

L’interpellato si era nel frattempo chinato a raccogliere la brocca, controllando se avesse riportato danni. «Può darsi, strega. Cos’erano quelle creature?»

«Non lo so. Forse erano native di questo mondo e i costruttori della Strada le hanno confinate nei luoghi bui, facendoli impazzire; oppure sono dei parassiti provenienti da qualche parte dimenticata del nostro, che hanno scoperto come accedere alla Strada nell’Ombra ma non sono in grado di uscirne. In ogni caso, come hai detto tu, non dovrebbero essercene altri.»

Attraversarono la zona in ombra senza incontrare sorprese e procedettero per meno di un miglio. A un certo punto Kron intravide in lontananza, esattamente al centro della strada, un obelisco di roccia bianca. Dopo aver percorso un altro centinaio di passi arrivò abbastanza vicino da rendersi conto che era dello stesso materiale della pavimentazione, intarsiato con fili d’oro che assumevano le forme dei caratteri eleganti di un alfabeto tutto curve e greche. La sua altezza era più o meno pari a quella di un uomo.

«Siamo arrivati» disse Adrianna, voltandogli le spalle mentre faceva scorrere un dito lungo le scritte. «Queste sono le indicazioni per raggiungere la nostra destinazione. Immagino che tu, durante il passaggio, avessi tenuto gli occhi chiusi; ti raccomando di farlo anche adesso, sebbene tu non sia prono ad ascoltare.»

Kron incrociò le braccia. Dopo aver letto più volte le parole dorate, Adrianna sospirò e cominciò a cantare una canzone simile a quella che li aveva portati laggiù, ma sottilmente diversa. Ancora una volta, Kron ebbe l’impressione che il significato di quei versi fosse appena al di là della sua portata: qualcosa che aveva dimenticato, piuttosto che qualcosa di ignoto.

L’obelisco, l’orizzonte e la strada stessa cominciarono a tremolare, come se l’aria si fosse arroventata all’improvviso; ma era ancora gelida. Sembrò che il paesaggio divenisse trasparente e a esso si sovrapponessero centinaia di scenari diversi, alcuni familiari, altri riconoscibili, altri ancora del tutto alieni: Kron intravide grandi saloni rivestiti di un metallo argentato dove persone dall’aria serena camminavano e dialogavano amabilmente, mentre in mezzo a loro migliaia di uomini con elmetti e divise grige venivano falciati da un nemico invisibile in mezzo a un Inferno di fiamme e nubi verdastre e nel cielo brillavano due lune rossastre, ciascuna delle quali era l’occhio di una delle molte teste di un mostro decapitato da un uomo talmente maestoso da poter essere solo un dio. Nausea e vertigini aggredirono il condottiero, che cadde in ginocchio, ma non riuscì a distogliere lo sguardo dal Multiverso dispiegato davanti a lui. Vide scorci di un’epoca in cui l’umanità erano pochi individui tremebondi in fuga perenne dai giganti che li cacciavano per divorarli; fra i denti marci di quei titani scorse un futuro – o era un altro passato? – in cui torturare donne imbevute di droga e ascoltare i loro strilli distorti era considerato il piacere supremo. Vide una terra devastata dal fuoco a perdita d’occhio e un gigantesco libro in cui era scritta l’intera storia di una razza la cui esistenza doveva ancora incominciare. Dalle labbra gli sfuggì un urlo, mentre quelle visioni si facevano strada nella sua mente tutte assieme, violente e contraddittorie, minacciando di spezzarla sotto il loro carico di orrori e meraviglie.

Furono l’aria tiepida profumata di rugiada, il rumore delle piccole onde del lago e l’oro dell’alba a salvarlo. Alzò la testa e per un momento, prima di rendersi conto delle lacrime che gli riempivano gli occhi, si chiese perché non riusciva a vedere con chiarezza; poi il ricordo di quel paesaggio si fece strada fra le immagini residue impresse nella sua mente, al punto che avrebbe potuto descrivere ciò che gli stava davanti senza vederlo. Onoria, i cui moli abbracciavano le acque chiare del Riklig, circondata dalle campagne dorate e smeraldine che la nutrivano e la arricchivano, era di fronte a lui, in ginocchio sulla riva più lontana del lago. Onoria brillante dell’azzurro, il rosa e il verde dei suoi marmi, ai piedi delle cui torri traboccanti di ricchezze piegavano il capo le ville dei mercanti e si prostravano le baracche dei poveri. Più in alto di tutti gli altri edifici, su un colle, si ergeva il tempio di Forborgad, dal tetto d’oro brillante come un secondo Sole; e appena sotto di esso la reggia, candida come lo zucchero, a cui si accedeva percorrendo un viale fiancheggiato dalle statue degli eroi del passato, vestite con le armature e armi che avevano indossato in vita.

Era il gioiello dell’Occidente, uno scrigno che racchiudeva tutto quanto di bello la civiltà potesse creare. Di fronte alla sua concretezza, Kron poteva convincersi che le visioni degli altri mondi non fossero altro che incubi e che in quanto tali non avessero la minima importanza. Solo Onoria contava: essa, e il trono e la corona che in lei giacevano.

Kron si alzò in piedi. «Sapevi che avrei guardato.»

«Lo immaginavo. Ti dirò di più: lo speravo. Ora so che potrai pagare il prezzo che ti chiederò.»

«Di che si tratta?»

«Nel tempio di Forborgad è custodita la maschera del Dio, che solo il sacerdote più anziano può indossare e solamente durante l’incoronazione dei Re; in ogni altro momento, essa riposa su volto della statua al centro della Grande Sala. Dammi quella maschera, una volta che Onoria sarà tua.»

Kron scoppiò a ridere, incurante di trovarsi a un tiro di freccia da orecchie nemiche. «Tutto qui? Un trono e una corona per la maschera di una statua? Ne potrei forgiare migliaia con una piccola parte dell’oro del tesoro reale, se mi importasse qualcosa degli dèi. Affare fatto! E ora suggelliamo il patto.» Allungò le braccia per stringerla a sé, cedendo finalmente al fascino eburneo del suo viso e alla promessa di quelle labbra piene. Adrianna sussultò quando le sue dita la sfiorarono, come se quel contatto le provocasse dolore.

«Non toccarmi! Sono destinata a qualcun altro» esclamò spingendolo via. Con la sua forza, non sarebbe mai riuscita a respingere Kron se lui avesse voluto prenderla; ma l’uomo la lasciò andare. Non sembrava sorpreso da quell’esternazione o dal fatto che una strega avesse una virtù da difendere: forse gli anni passati in compagnia dei selvaggi gli avevano insegnato a non dare nulla per scontato, o forse in lui c’era ancora abbastanza dell’uomo civile da non insistere.

«Hai rifiutato la mia acqua e il mio vino; adesso rifiuti me. Un giorno potresti rinunciare a qualcosa di importante e accorgertene troppo tardi» disse, senza livore, con l’aria di uno a cui in fondo non importava.

«Quando quel giorno verrà, farò in modo di fartelo sapere. Sei pronto a ripercorrere la Strada nell’Ombra?»

«Come lo sono stato la prima volta» rispose Kron. Questa volta, però, serrò le palpebre nel momento in cui udì le prime sillabe della canzone.

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1 Commento

Pubblicato da su 17/05/2011 in Racconti

 

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Una risposta a “Kron (3)

  1. papà armando

    18/05/2011 at 1:10 pm

    Okkey!

     

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