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Il diritto di opinione

16 Mag

Il primo comma dell’articolo 21 della Costituzione (uno dei più massacrati dalle prassi politiche e legislative, ma tant’è) dice: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.” Sopratutto su Internet, dove il controllo e la censura (nel senso della giusta applicazione delle norme più elementari di convivenza civile, non di “nessun risultato trovato per Piazza Tien-an-men”) sono più difficili che altrove, tale comma è spesso interpretato come la concessione del diritto a dire qualunque cosa si voglia senza poter essere criticati. No, signori, non è così.

Ogni “opinione” (termine dietro al quale, spesso, si racchiudono ragionamenti che non sono nemmeno definibili tali), nel momento stesso in cui è resa pubblica, si espone ai commenti e alle critiche. Una situazione in cui è vero il contrario, ossia nessuno può obiettare a quello che dicono gli altri, è grottesca: ciascuno è un piccolo Duce che non può essere contradetto per legge.  Assurdo, non vi pare? Eppure molti ritengono che la libertà di espressione sia proprio questo: il diritto a dire cazzate e a comportarsi come bambini, non come adulti che devono giustificare le proprie affermazioni per far sì che abbiano un qualche valore.

Questo signore ha fatto un sacco di porcate, incluso condurre l'Italia in una guerra che non aveva speranza di vincere, perché nessuno ha avuto il coraggio di dirgli che era un cretino

Questa “cultura dell’opinione” ha provocato danni visibili e molto gravi. Basta pensare al giornalismo politico, che nel 90% dei casi si limita a riportare pedissequamente e senza commento le affermazioni di questo o quello senza nemmeno controllarne la validità (per timore di sembrare “fazioso”): poco importa che lo stesso politico, intervistato due giorni prima, avesse detto l’esatto contrario. Chi si è perso il primo intervento non lo saprà mai. Oppure si può dare un’occhiata alle “recensioni” che si trovano in giro, non solo su Internet ma anche su quotidiani e riviste importanti: nessuno parla male di nessuno, non perché non ci sia nulla da criticare, ma perché si ha paura di ricevere il biasimo popolare per la propria sincerità. Quanti di voi hanno cancellato un messaggio che stavano scrivendo su un forum, pensando che non valesse la pena di suscitare un vespaio? Quanti hanno provato un senso di stanchezza, quasi di mortificazione, dopo aver letto l’ennesima risposta sgrammaticata di un fanboy che difende a spada tratta un pessimo autore con motivazioni da ritiro immediato del certificato elettorale? Questo è ciò che provano le persone intelligenti quando vedono prosperare l’idiozia.

Criticare non è solo un diritto sancito dalla Costituzione e dalla giurisprudenza (il cosidetto diritto di critica, appunto): può anche essere un dovere. Quando tutto si può dire o peggio ancora scrivere senza il controllo dell’opinione pubblica, il risultato è la decadenza: idee sempre più stupide prendono piede, letteratura sempre più scadente diventa l’unico modello, tutto perché le alternative buone si perdono nel mare delle schifezze e chi ha i mezzi intellettuali per farle emergere è zittito con il pretesto della “sacralità dell’opinione”. È triste a dirsi, ma per contrastare questa deriva, a volte, è necessario sacrificarsi e apparire “cattivi”, “pedanti” o “frustrati”; cosa che forse non accadrebbe in un Paese dalla cultura un po’ meno cattolico-mafiosa del nostro, dove chi vuole correggere gli sbagli invece di lasciar perdere è molesto o addirittura pericoloso.

Il vero critico conosce il suo posto

È da idioti pensare che ferire i sentimenti di qualcuno sia peggio che lasciarlo nell’errore: purché si argomenti come persone civili e non lanciandosi feci a vicenda in stile scimmiesco, criticare qualcuno non può che aiutarlo a migliorare. Quando chiedo a qualcuno di leggere un mio articolo, un racconto o un romanzo, chiarisco sempre che quello che cerco non sono tanto complimenti o conferme, ma stroncature, segnalazioni impietose e notazioni feroci: per imparare dai miei errori devo prima vederli e non c’è aiuto migliore, in questo, di un critico onesto. Del resto, è naturale che un essere umano, di fronte all’opera di un altro, voglia dire la sua: l’unico modo per evitarlo è starsene chiusi in casa, zitti zitti, e non comunicare con nessuno. Altrimenti, bisogna farsi coraggio e diventare adulti.

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Pubblicato da su 16/05/2011 in Letteratura, Rant, Uncategorized

 

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