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Kron

10 Mag

Ho cominciato a scrivere questo racconto con l’intenzione di fare una cosa breve; è venuto fuori un mostro tuttora in gestazione, che finora ha raggiunto la ragguardevole lunghezza di 4.000 parole. Per non fare un wall of text e non farvi attendere ancora a lungo, ho deciso di pubblicarlo a puntate, un capitoletto alla volta (non tutti di lunghezza uguale). Il prossimo comparirà nel fine settimana, probabilmente.

Dedicato a Robert. E. Howard (22 gennaio 1906 – 11 giugno 1936).

1. Una visita notturna

Gli abiti della donna diffondevano la luce dei bracieri, avvolgendola in un’aura che nella penombra del padiglione la faceva sembrare una creatura ultraterrena. Una veste bianca la copriva dal collo ai piedi, i bordi perfettamente puliti come se non avessero strisciato in mezzo alla sabbia del deserto che si estendeva per centinaia di miglia intorno all’oasi. Le uniche parti visibili del suo corpo erano le mani e il volto, dominato dalle labbra piene e dagli occhi scuri come il fondo del mare, attorno al quale ricadevano i riccioli neri della chioma. Non erano il volto e le mani di una donna del deserto, che i sei giganti neri in piedi accanto al trono d’ebano al centro della tenda non avrebbero fissato con lo stesso miscuglio di sorpresa e spavento nemmeno se fosse apparsa, come lei, dal nulla, un lampo bianco ai margini del loro campo visivo. Sebbene ciascuno fosse alto almeno due spanne più di lei e tutti avessero la pelle coperta di cicatrici e numerose armi appese alla cintura, non ce n’era uno che non avesse la bocca secca o i capelli sulla nuca drizzati. Era una diavolessa o uno spirito del deserto? E cosa voleva dal loro condottiero, l’uomo che sedeva sul trono e che aveva guardato nei suoi occhi dal primo momento, senza distogliere lo sguardo? Forse, come si mormorava, anche nelle vene di Kron scorreva qualche goccia di sangue immortale; di sicuro la pelle chiara del suo volto non era increspata da rughe di preoccupazione e sulle sue labbra sottili si intravedeva quella che poteva essere l’ombra di un sorriso. Poteva anche darsi che tutti i bianchi fossero diavoli e che pertanto i due non avessero avessero nulla da temere l’uno dall’altro.

«Per essere giunta fino a qui, devi sapere di me» disse Kron, allungando un braccio verso un cesto colmo di uva «ma io non so nulla di te.» Indossava una semplice tunica di lana bianca e marrone, stretta in vita da una cintura con la fibbia di bronzo; ai piedi portava le scarpe dalla suola spessa dei nomadi del deserto e sulle spalle un mantello di lana bianca.

«Il mio nome è Adrianna, o Esiliato.» La sua voce era carezzevole come un vento tiepido, ma né lo sguardo né i gesti lasciavano trapelare alcuna proposta.

«Dovrei prendere quel titolo come un insulto, strega?» Disse quelle parole con la massima tranquillità; eppure, fra i neri, nessuno avrebbe mai potuto dimenticare le occasioni nelle quali Kron aveva parlato con quel tono un attimo prima che braccia e teste rotolassero sul terreno come frutti maturi.

«Non è forse ciò che sei, Kron che comandi l’Orda? Non hai forse lasciato una terra contro la tua volontà, giurando che saresti tornato? Non è con questo scopo che sei diventato signore di una miriade di popoli, costruendo il tuo potere sulle ossa di chi ti si è opposto?»

Kron staccò un acino dal grappolo che aveva in mano e se lo mise in bocca. Mentre masticava, sulle sue labbra comparve un sorriso. «Cosa vuoi da me, Adrianna? Ho già innumerevoli sciamani al mio servizio, che conoscono ogni capriccio degli spiriti e possono evocarli per farsi raccontare storie dell’epoca dei primi uomini. Non mi serve un’altra fattucchiera.» Prese una coppa d’argento dallo stesso tavolo su cui era posta la frutta e, dopo averla riempita con l’acqua di una brocca di terracotta, la porse alla donna. Se i neri non condividevano quel gesto, nessuno lo fece presente: per farlo avrebbe dovuto sfidare Kron e nessuno lo desiderava.

Adrianna non fece alcun gesto per accettare il dono d’acqua. «Non è l’ospitalità che cerco, ma un’alleanza.»

«Ho già detto che non mi serve una strega.» Lo sguardo di Kron, tuttavia, tradiva la sua curiosità per quella proposta inaspettata. Appoggiò la coppa sul tavolino, a sancire il fatto che la persona davanti a lui poteva diventare un intruso in qualunque momento. Più di una guardia strinse nervosamente l’elsa della spada o si morse le labbra: il bronzo, come tutti sapevano, era inutile contro i demoni del deserto, che solo uno stregone poteva cacciare. Almeno uno si trovò a sperare che Kron fosse un diavolo più potente di quello che era venuto a turbare la loro quiete.

«Ma ti serve un aiuto per attraversare il grande deserto e sconfiggere le mura di Onoria.»

«E tu potresti darmelo? Fatico a crederlo» ribatté il condottiero, sporgendosi sul trono e spalancando gli occhi in una parodia di espressione incredula. «Ho visto maghi apparire dal nulla come hai fatto tu, ma io non intendo sedermi per un attimo sul trono e poi svanire per evitare di essere imprigionato. Entrerò in Onoria coi miei seguaci e regnerò come sovrano legittimo per conquista. Questo, tu non puoi farlo accadere.»

Adrianna sollevò un braccio avvolto nella stoffa candida, accennando con la mano alla notte fuori dalla tenda. «Vuoi fare una passeggiata, Esiliato?»

Kron si alzò. Nonostante fosse nato nella civiltà, la sua altezza e la sua corporatura erano tali da mettere in ombra quelle dei neri che lo circondavano: braccia e petto erano gonfi di muscoli e la stoffa della tunica non era minimamente tesa all’altezza del ventre. Presa una brocca d’argento, si versò del vino dorato in un’ampia coppa dello stesso materiale e si incamminò verso l’ingresso del padiglione. «Sta bene, ma ti avverto: se non vedrò nulla di interessante, ti ucciderò.»

«Così sarà. Ora, vogliamo incamminarci?»

Mentre Kron stava per muovere il passo che lo avrebbe portato all’esterno, uno dei neri si fece avanti con aria preoccupata. «Signore…!» esordì. Non riuscì ad aggiungere nulla: un attimo prima Kron gli dava le spalle, quello dopo aveva fissato nei suoi occhi uno sguardo omicida talmente intenso che il guerriero fece un passo indietro con le labbra serrate per il terrore. Aveva già intravisto quella luce negli occhi del suo signore, ma mai rivolta contro di lui.

«Rimanete qui» disse il condottiero. Poi uscì e l’apertura della tenda si richiuse dietro di lui, lasciando il nero che aveva cercato di obiettare paralizzato a fissare la tela svolazzante. Dalle ombre proiettate dai carboni ardenti uscì un guerriero i cui capelli cominciavano a ingrigire, ma che nonostante questo sfoggiava il fisico asciutto e muscoloso di un grande felino. «Sei uno sciocco, Masambe» disse costui. «Non capisci che se tu lo avessi contraddetto davanti a tutti, Kron avrebbe dovuto ucciderti?»

«Perché» balbettò Masambe «perché è andato con lei? Non teme di essere divorato?»

Il guerriero più anziano scosse la testa. «Tu non lo conosci. Non eri con lui quando è arrivato fra di noi, quando ha schiacciato i Megrùr o quando ha strangolato Mandla. Egli è un leone adulto con la fame di un cucciolo, che continuerà a crescere fino a diventare un gigante. Non appartiene al genere di uomini che può morire per un capriccio del Fato. Un giorno la sua vita finirà, perché anche lui è mortale; ma quel giorno verrà quando sarà lui a deciderlo.»

Masambe passò in rassegna con lo sguardo le altre guardie del corpo. Erano tutti più anziani di lui, più nobili e più esperti. Quando Kron lo aveva chiamato a far parte di quel gruppo, il suo orgoglio si era ingigantito, ma adesso cominciava a chiedersi cosa ci faceva fra loro. «E cosa sarà di noi allora?»

«Saremo tutti re o tutti morti» fu la risposta del vecchio.

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4 commenti

Pubblicato da su 10/05/2011 in Racconti

 

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4 risposte a “Kron

  1. papà armando

    11/05/2011 at 8:54 am

    buon proseguimento!

     
  2. papà armando

    11/05/2011 at 8:57 am

    chiedo scusa per l’ignoranza, ma chi era Robert E. Howard? Non sarebbe il caso di tracciarne un profilo critico per i lettori del blog?

     
    • bakakura

      11/05/2011 at 2:08 pm

      Ne ho già parlato in un articolo precedente e comunque è piuttosto famoso; magari un giorno mi metto giù e faccio comunque qualcosa. :)

       

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