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La fantasy secondo George R.R. Martin

07 Mag

ATTENZIONE: Questo articolo fa uso di esempi che rivelano la trama di alcune opere fantasy. Leggete a vostro rischio e pericolo. ^_^

Nell’opera The Faces of Fantasy: Photographs by Pati Perret, George R.R. Martin ha dato questa definizione di “fantasy”:

The best fantasy is written in the language of dreams. It is alive as dreams are alive, more real than real … for a moment at least … that long magic moment before we wake.

Fantasy is silver and scarlet, indigo and azure, obsidian veined with gold and lapis lazuli. Reality is plywood and plastic, done up in mud brown and olive drab. Fantasy tastes of habaneros and honey, cinnamon and cloves, rare red meat and wines as sweet as summer. Reality is beans and tofu, and ashes at the end. Reality is the strip malls of Burbank, the smokestacks of Cleveland, a parking garage in Newark. Fantasy is the towers of Minas Tirith, the ancient stones of Gormenghast, the halls of Camelot. Fantasy flies on the wings of Icarus, reality on Southwest Airlines. Why do our dreams become so much smaller when they finally come true?

We read fantasy to find the colors again, I think. To taste strong spices and hear the songs the sirens sang. There is something old and true in fantasy that speaks to something deep within us, to the child who dreamt that one day he would hunt the forests of the night, and feast beneath the hollow hills, and find a love to last forever somewhere south of Oz and north of Shangri-La.

They can keep their heaven. When I die, I’d sooner go to middle Earth.

Traduzione per chi non parla la lingua della perfida Albione:

La fantasy migliore è scritta nella lingua dei sogni. È viva come sono vivi i sogni, più reale del reale… almeno per un istante… quell’istante magico prima del risveglio.

La fantasy è oro e argento, indaco e azzurro, ossidiana venata d’oro e lapislazzuli. La realtà è compesato e plastica, rifinita in marrone-fango e grigioverde. La fantasy ha il sapore di peperoncino e miele, cannella e trifoglio, pregiata carne rossa e vino dolce come l’estate. La realtà è fagioli e tofu, con la cenere per dolce. La realtà sono i centri commerciali di Burbank, le ciminiere di cleveland, un parceggio sotterraneo a Newark. La fantasy sono le torri di Minas Tirith, le antiche pietre di Gormenghast, le sale di Camelot. La fantasy vola sulle ali di Icaro, la realtà con la Southwest Airlines. Perché i nostri sogni diventano così piccoli quando si realizzano?

Leggiamo fantasy per ritrovare i colori, penso. Per assaggiare sapori forti e udire il canto delle sirene. C’è qualcosa di antico e vero nella fantasy che si rivolge a qualcosa sepolto in noi, al bambino che sognava un giorno di cacciare nelle foreste della notte, e di banchettare sotto le colline cave, e di trovare l’amore eterno da qualche parte a sud di Oz e a nord di Shangri-La.

Possono tenersi il loro Paradiso. Quando morirò, me ne andrò in fretta alla Terra di Mezzo.

Alzino la mano quanti, leggendo questo discorso, hanno pensato a qualcosa di simile a questo:

Grazie, ora potete abbassarle.

Scherzi a parte, la definizione di Martin riassume gli stereotipi di cui soffre la fantasy moderna: a sentire lui si tratterebbe di una cosa da bambini, uno strumento di evasione pura e semplice. In tutta quella (dilettantesca) poesia campeggia un vuoto di contenuti ingombrante. Se il senso della fantasy sono l’oro e l’argento, le spezie e i luoghi fatati, allora la fantasy non ha senso di esistere: i romanzi storici e di avventura sono pieni di cose come queste. I vero senso della fantasy è altrove: deve esserlo, altrimenti non sarebbe che una branca povera della literary fiction. Fortunatamente, non è così: ci sono alcuni elementi che fanno della fantasy un genere vero e proprio. Due, in particolare, sono fondamentali.

Il primo è la la realtà delle metafore. Per definizione, la metafora è un artificio retorico che accosta due immagini con l’obiettivo di chiarire un concetto; nella fantasy, la concretezza di un fatto o di un oggetto può coincidere con il suo valore metaforico. Se io dico “quando sei nella Valle della Morte, puoi solo andare avanti” uso una metafora: quello che voglio realmente dire è che il tempo scorre in una sola direzione, dunque non ha senso rimuginare sul passato, ma bisogna lottare per sconfiggere le difficoltà. Ne La spiagga più lontana di Ursula LeGuin questa metafora si trasforma in un avvenimento della storia: Ged e il principe Arren sono intrappolati nella terra dei morti, senza possibilità di tornare indietro, così il giovane carica il mago esausto sulle proprie spalle e lo trasporta oltre i monti del Dolore fino al mondo della vita. Nessuno dubita che per i due questi siano avvenimenti reali e molto dolorosi; ma essi hanno anche un valore simbolico, rafforzato proprio dal fatto che conosciamo questi due individui e proviamo simpatia per loro. A differenza delle opere didascaliche, la fantasy non sfrutta la storia per trasmettere una morale: quello si chiama “indorare la pillola” e avviene, purtroppo, in diverse opere fantasy “per ragazzi” (in realtà scadenti romanzi di formazione).

La seconda caratteristica fondamentale del genere fantasy è il titanismo. Questo tipo di letteratura è caratterizzato da un forte odio per lo status quo, come dimostra il fatto che non c’è romanzo veramente fantasy che non veda sconvolgimenti epocali; ma per cambiare lo status quo ci vuole potere, e se a farlo è una sola persona o un piccolo gruppo essi devono avere un potere immenso. Nei casi più estremi, come l’heroic fantasy a la Moorcock o Ken il guerriero di Buronson e Hara, questo potere schiaccia gli altri: Elric guida un attacco contro la propria madrepatria al solo scopo di vendicarsi del cugino usurpatore e recuperare la donna amata, mentre chiunque si ponga sulla strada del Re di Hokuto va incontro alla morte. Anche nella cosiddetta low fantasy, un sottogenere “realistico” in alcuni casi affine al romanzo storico (come nel caso del Ciclo di Deverry), i protagonisti sono persone eccezionali. La fantasy è la letteratura dell’individualismo, dei personaggi che possono cambiare le cose qui e ora. Questo potrebbe essere il motivo per cui la maggior parte delle storie fantasy sono ambientate in un “passato” immaginario: esprimono il bisogno di un cambiamento viscerale, talmente profondo da essere collocato alle radici temporali del presente (sebbene molti autori, forse per aiutare la sospensione dell’incredulità, chiariscano più o meno implicitamente che l’ambientazione geografica non corrisponde ad alcun luogo della Terra).

Detto questo, alcune osservazioni di Martin non sono fuori luogo. La fantasy può essere considerata il genere dei sogni, ovvero dell’immaginazione espressa (almeno in potenziale) senza freni inibitori, se fra i sogni includiamo anche gli incubi e le riflessioni che non oseremmo esprimere ad alta voce. Non è, invece, uno strumento per distrarsi dai mali del mondo, almeno quanto non lo è la letteratura in generale: dopotutto, per un lettore moderno l’Ottocento de I miserabili è alieno almeno quanto la Terra di Mezzo, eppure nessuno si sogna di mettere in discussione che il romanzo di Hugo sia tutto tranne che un’opera di evasione. Ci sono un milione di modi per estraniarsi e la lettura non è certo il migliore di questi; aggiungiamo che, limitandoci alla sola fantasy anglosassone, spesso e volentieri questi romanzi sono scritti meglio della cosidetta “letteratura mainstream” e non dovrebbe stupire che siano i preferiti di un certo tipo di lettori. A proposito, “fantasy” non significa “per ragazzi”, perlomeno non se l’ultima espressione esce dalla stessa bocca di chi la usa in realtà come sostituto di “minorati mentali”: in effetti, una persona nell’età della crescita è molto più portata a imparare e capire della maggior parte degli adulti e beneficia grandemente di buone letture. Ora, secondo voi quale di questi due libri è migliore per un lettore del genere: uno che insegna che basta avere fede in Dio per risolvere tutti i problemi e che la stupidità non è affatto un male terribile, oppure uno da cui si deduce che il vero male è dentro di noi e va riconosciuto e affrontato?

Stiamo parlando, per chi non lo avesse capito, rispettivamente de I promessi sposi di Alessandro Manzoni e Il mago di Earthsea di Ursula Leguin..

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6 commenti

Pubblicato da su 07/05/2011 in Letteratura, Uncategorized

 

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6 risposte a “La fantasy secondo George R.R. Martin

  1. Steamdoll

    10/01/2012 at 11:25 pm

    Bell’articolo, mi era sfuggito!
    Fa pensare che Martin abbia dato una definizione simile e poi scriva, ehm, tutt’altro: o ha l’impressione di non scrivere fantasy nonostante i maghi e i draghi (ci potrebbe anche stare. Anche io fatico a catalogarglielo come appartenente al genere), o ha cambiato, o ritiene che le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco siano fatte della stessa materia di cui sono fatti i sogni.

    Non so quale sia meglio, dall’ultima ne esce anche presuntuoso, indi per cui.
    Bisogna anche dire che io non trovo grandi metafore nel masterpiece di Martin, né tantomeno il titanismo; si tratta di gente più o meno normale che va avanti ad alleanze e intrighi. Nessun personaggio suo è veramente un cardine, motivo per cui nessun personaggio di Martin è paragonabile a un Conan o anche solamente a una Nihal.

    Un perno della storia non c’è, ha frammentato volontariamente, per quanto mi riguarda ha bellamente infranto ogni canone. Consapevole, per carità, mica dico di no; il mondo l’ha vissuto come un cambiamento epocale (cosa che assolutamente non è, anche MZB scriveva cose simili molto prima di lui. Solo in modo diverso e con un punto di vista diametralmente opposto e matriarcale), proprio perché un ibrido tra diversi generi, risultando così digeribile anche a chi proprio non digerisce il fantastico.

    La componente epica poi si sta via via perdendo proprio per questo osannare continuamente chi castra ciò che tu chiami titanismo. E oggi, personaggi come Elric non ce ne sono praticamente più.

     
    • bakakura

      11/01/2012 at 1:23 am

      Ho smesso di leggere Martin da tempo (avevo perso il filo della saga), ma le Cronache (non quelle del Mondo Emerso XD), almeno fino al punto in cui ero arrivato (Tempesta di spade, se non erro), sono molto poco fantasy: in sostanza è la Guerra delle Due Rose con qualche nome cambiato. A quanto mi è parso di capire, in seguito la situazione dovrebbe cambiare, ma l’elemento fantastico in Martin serve soprattutto per dare colore a quella che, senza di esso, sarebbe narrativa d’azione pseudostorica. Forse è proprio per questo, oltre che per la quantità di coincidenze assai poco credibili (*coff coff* cervi e metalupi *coff coff*), che l’ho abbandonato: secondo me il soprannaturale deve essere parte integrante della storia e non una scusa per finire nello scaffale della fantasy.

       
  2. Steamdoll

    11/01/2012 at 4:29 am

    Baka caro, sappi che siamo in pochi a pensarla così. Non sapevo facessi parte della Resistenza!

    Sì è la stessa impressione che ho anche io. Non nutro grossa simpatia neanche per l’intreccio o i personaggi, anche nel mio caso è stato facile abbandonare; mi hanno fatto notare, poi, che tra i ringraziamenti (io non li ho, essendo la versione economica) c’è anche una nota che ringrazia qualcuno per avergli dato l’idea dei draghi (non ho verificato, ma è piuttosto credibile).
    Altrimenti non ci sarebbero stati nemmeno quelli.

     
    • bakakura

      11/01/2012 at 9:55 am

      Eggià, i draghi sono rari nella fantasy U_U
      *me si segna di fare un articolo sui draghi, prima o poi*

       

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