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Archivio mensile:maggio 2011

Qui non si parla di politica

La politica divide, la letteratura unisce. Questo è il motivo per cui in questo blog non ho mai parlato e mai parlerò di…

Fanculo, 10 punti di stacco a Milano e 30 a Napoli. :D :D :D

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Pubblicato da su 30/05/2011 in Uncategorized

 

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Quando un’idea è sbagliata

Oggi, tanto per cambiare, parliamo di una canzone: Europa dei Globus.

 

Al di là dello splendido coro e dai toni a la Green Day, che possono piacere o meno, diamo un’occhiata al testo.

From Agincourt to Waterloo
Poitiers and then Anjou
The Roses War, the Hundred Years
Through battlefields of blood and tears

From Bosworth Field to Pointe Du Hoc
Stalingard and the siege of York
The bloody turf of Gallipoli
Had no effect on the killing spree

Bannockburn to Austerlitz
The fall of France and the German blitz
The cruelest of atrocities
Europa’s blood is borne of these

Heaven help in all our battles
Heaven see love, heaven help us

Bolshevisks and feudal lords
Chivalry to civil wars
Fascist rule and genocide
Now we face the rising tide

Of new crusades, religious wars
Insurgents imported to our shores
The western world, gripped in fear
The mother of all battles here

Heaven help in all our battles
Heaven see love, heaven help us
Avant hier, avons être
Déja demain, (nous) sommes éclairée

All glory, all honor
Victory is upon us
Our savior, fight evil
Send armies to defend us

Empires built, and nations burned
Mass graves remain unturned
Decendants of the dispossessed
Return with bombs strapped to their chests

There’s hate for life, and death in hate
Emerging from the new caliphate
The victors of this war on fear
Will rule for the next thousand years

All glory, all honor
Victory is upon us
Our savior, fight evil
Send armies to defend us
Europa, Europa
Find better days before us
In kindness, in spirit
Lead us to a greater calling

Europa, Europa
Find better days before us
In kindness, in spirit
Lead us to a greater calling

Lennigrad, Berlin wall
March on Rome, Byzantium’s fall
Lightning war, Dresden nights
Drop the bomb, end this fight!

Never again!

Si comincia con un elenco di battaglie messe lì a casaccio, prese da periodi storici completamente diversi fra loro, che mira (?) a dimostrare che “il sangue dell’Europa nasce da qui”. Il vero argomento, di cui questo è solo l’introduzione, viene introdotto nella strofa successiva: un nuovo nemico si affaccia ai confini dell’Europa, un nemico che può essere sconfitto solo dall’unione di quei popoli che per millenni si sono massacrati fra loro. Stiamo parlando, ovviamente, del terrorismo islamico. Con l’aiuto di Dio (“heave is upon us”) e di un “salvatore” facilmente identificabile negli Stati Uniti d’America (“Our savior, fight evil/
Send armies to defend us), l’Europa vincerà “la madre di tutte le battaglie” che, altrimenti, getterà il mondo nelle grinfie dell’Islam per “i prossimi mille anni”. Direi che non c’è molto altro da dire.

Anzi, una cosa c’è: chi ha pensato “ZOMG che porcheria razzista! chiederò immediatamente a YouTube di rimuoverla!” mi faccia il sacrosanto piacere di andare via immediamente e di non tornare mai più. Il suo è esattamente l’atteggiamento di chi, insicuro delle proprie idee, prova sollievo al pensiero che ogni voce contraria sia messa a tacere. Questo non è un atteggiamento critico, solo cretino. La censura legittima le idee peggiori, quelle che assumono un’aria di sacralità per il solo fatto di essere proibite, allo stesso modo in cui i martìri dei primi cristiani diedero attrattiva a una religione fondata sull’intolleranza, il disprezzo della donna (Paolo di Tarso) e tante altre amenità.

La critica di un’opera d’arte è prima di tutto critica tecnica, ovvero riguardante “quello che l’opera è”: una canzone, un romanzo, un dipinto. “Bello” e “buono” sono qualità diverse e distinte, con buona pace di quei Greci che li volevano sempre associati. Pensando diversamente, non si arriva a capire il successo delle canzoni fasciste o dei film di guerra… e non capire è il primo passo verso l’incapacità di obiettare in modo credibile.

Ben venga, in ogni caso, la critica ideologica. Una volta che è possibile parlare di tutto, è divertente percuotere le idee sbagliate fino a quando non hanno più il coraggio di mostrare la loro faccia sfregiata. ^_^ Quello che trovo aberrante sono i reati di apologia, il “divieto sociale” di fare arte di un certo tipo e le politiche di moderazione ipocrite. Se certa gente vuole fare una pessima figura scrivendo testi come quello di Europa, lasciamoglierlo fare: ci risparmieranno un sacco di fatica. ^_^

 
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Pubblicato da su 30/05/2011 in Letteratura, Musica, Rant, Uncategorized

 

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Kron (5)

5. Patto col Diavolo

Ci vollero tre giorni perché gli ordini di Kron venissero eseguiti. L’ira del condottiero non sfumò, pertanto l’esecuzione ricadette interamente sulle spalle di Adrianna, mentre Kron ingurgitava vino (all’apparenza senza sortire alcun effetto, men che meno sul suo umore) e bestemmiava tutti gli Dei noti all’uomo. Nessun guerriero, nemmeno il più giovane, avrebbe obbedito a una donna se le circostanze fossero state diverse; ma le parole con cui Kron le conferiva autorità su di loro erano state udite e in ogni caso nessuno aveva realmente il coraggio di non obbedire a colei che li aveva scagliati all’Inferno e, pensavano i neri, avrebbe potuto farlo ancora.

Lo stato d’animo del condottiero era tale che, fra tutti, solo i figli di Alfhild erano tollerati alla sua presenza; Kron chiedeva loro in continuazione di raccontare quanto era avvenuto nel regno dall’inizio del suo esilio ad allora, in particolare per quanto riguardava il loro padre e coloro che un tempo gli erano stati fedeli. Ascoltava con attenzione assoluta, interrompendo spesso per fare decine di domande sui dettagli più disparati. La maggior parte del cibo che gli portavano tornava indietro intatta. Eppure, ai quattro giovani non sembrava che Kron risentisse di quel digiuno: era qualcosa di diverso dal cibo a nutrirlo.

Nel mezzo di uno di quei dialoghi, un guerriero venne a dirgli che tutto era pronto. Kron strizzò gli occhi quando, per la prima volta dopo tre giorni, uscì dal suo padiglione alla luce del giorno, poi li spalancò in preda all’incredulità, perché di fronte a sé non vedeva mucchi di equipaggiamenti d’assedio, né arieti per sfondare le grandi porte rinforzate in bronzo di Onoria, né trincee scavate fin sotto le mura, né torri d’assedio. I ventimila barbari erano schierati, se per “schierati” ci si accontentava di intendere “ammucchiati nello stesso posto”, ma nessuno sembrava pronto a dare battaglia. Venti passi davanti a loro spiccava la figura candida di Adrianna, a cui Kron si avvicinò a grandi passi.

«Ti avevo dato cinquemila uomini! Si può sapere cosa ne hai fatto?»

La strega non si scompose. «Questi neri sono robusti e non schivano i lavori faticosi, ma nessuno fra loro è un fabbro capace di forgiare rampini d’assedio o teste d’ariete. Cinquemila mi sarebbero stati meno utili dei dieci che ho usato.» Con un gesto, la strega ordinò a un gruppetto di uomini di farsi avanti. Quando Kron incrociò lo sguardo del più vicino, vi colse qualcosa che lo lasciò senza parole: non l’usuale timore del selvaggio per l’uomo bianco, né il rispetto che solitamente egli tributava alla forza, ma il conforto di una visione familiare dopo che gli occhi si erano posati a lungo su cose terrificanti. Non ebbe bisogno di chiedere per sapere che Adrianna aveva riportato quegli uomini nel mondo della Strada nell’Ombra. Ma perché?

La risposta arrivò un attimo dopo, camminando su due zampe, e suscitò in Kron un senso di repulsione tale che il vino che aveva bevuto gli si rimescolò nello stomaco. Era una di quelle cose che lui aveva ucciso, ma in qualche modo differiva da loro: la sua schiena era meno curva, le dita avevano ancora una parvenza di mobilità umana e il cranio, seppure deforme, era dominato da occhi nei quali brillava un sentimento molto più umano della fame: l’avidità. Sebbene la luce del sole paresse darle fastidio, la creatura non mostrava di averne paura, come se in qualche modo ricordasse di un tempo in cui aveva camminato sotto di essa.

«Perché mi hai portato questo essere?» chiese irato. Fu sorpreso quando, al posto di Adrianna, fu l’umanoide a rispondergli, rantolando più che pronunciando le parole:

«Cosa bianca dice io mostra via per cibo. Io mostra se cibo c’è.»

Il primo pensiero di Kron fu di schiantare con le sue mani la mascella di quel mostro che insozzava con la sua lingua la parlata umana. Poi capì che gli stava proponendo uno scambio, anche se non ne intuì la natura.

«Cosa dici, bestia? Tu conosci una via per entrare a Onoria?»

L’umanoide, che evidentemente non attribuiva a quel mucchio di edifici un nome proprio, mosse la testa con aria confusa. «Io conosce strada. Strada buona per cibo. Cosa bianca dice che strada buona per tanto cibo se io mostra.»

Allora Kron capì e quella comprensione gli ghiacciò il sangue. Quale bambino non era mai stato mandato a letto con la minaccia che un mostro lo avrebbe divorato se avesse disobbedito? In quel momento, la conferma di quelle storie gli rivolse un sorriso sghembo che mise in mostra una chiostra di denti da predatore. «Se io mostra via, voi non muore. Altri muoiono. Loro cibo.»

«Dove conduce la tua “strada”, mostro? Sotto un letto? Dentro un armadio? Sotto una rampa di scale?»

L’umanoide indietreggiò nervosamente, spaventato da tutte quelle parole misteriose e sopratutto dal disgusto che trapelava da esse. «Io detto che mostra strada per cibo. Se niente cibo, io va via!»

Troppo rapido per essere fermato, Kron strappò una lancia di mano al guerriero più vicino e la soppesò per lanciarla. «Tu sarai cibo per i vermi di questo mondo!» Sollevò il braccio e fece per scagliare l’arma, quando un grido e il rumore di un cavallo al galoppo attirarono la sua attenzione.

«Potente! Potente! Molte migliaia di uomini marciano contro di noi!» riportò un giovane trafelato il cui cavallo, coperto di sudore, barcollava per la stanchezza. Kron dimenticò immediatamente il proposito a cui aveva dato voce pochi attimi prima.

«Cosa dici? Sei sicuro?»

«Sì, o Potente. Gli uomini che hai mandato a ovest per saccheggiare hanno visto un gran polverone oltre la grande distesa di acqua bassa.»

«Oltre le paludi di Gift? No! Maledetto Björn e maledetto tuo figlio, con tutti gli anni che avete avuto dovevate ribellarvi proprio adesso?»

«Esiliato, si può sapere chi stai maledicendo?»

Il condottiero piantò la lancia nel terreno con tanta forza da spezzarla poco sopra la punta. «La Baronia del Cinghiale è per tradizione una spina nel fianco della Corona. Mi sono sempre chiesto quando sarebbero arrivati alla ribellione aperta e quel momento deve essere appena trascorso! Il Re ha sicuramente radunato l’esercito e lo ha mandato a sedare la rivolta… e adesso chiunque lo comandi può rivolgerlo contro di me, invece di essere costretto a impiegare mesi per radunare gli uomini in un solo posto, equipaggiarli e addestrarli!»

«Non puoi affrontarlo?»

«Non adesso! Dovrei dare battaglia con le spalle alla città, rischiando che i soldati chiusi dentro di essa facciano una sortita nel bel mezzo dello scontro, e dividere le mie forze è fuori questione: non ci sono capitani nell’Orda a cui potrei affidare una parte del mio esercito. Maledizione a questi barbari senza disciplina! Se avessi avuto a mia disposizione un esercito civile…» Parve rendersi conto che lamentarsi della casualità o del Fato non avrebbe portato a nulla e tacque.

«In questo caso, non ti resta che la possibilità che ti offro. Ci sono meandri della Strada nell’Ombra che nemmeno io conosco, ma questa creatura sì; percorrendoli potremmo entrare in città nottetempo e prenderla quasi senza colpo ferire.»

Kron arricciò le labbra per il disgusto. «No! C’è un’altra possibilità: possiamo ripercorrere la Strada all’indietro e tornare nel deserto. Una volta la, potremmo ritornare in qualunque momento…»

«E tu credi che questi barbari, dopo aver visto quanto è ricca questa terra, la abbandonerebbero in cambio di una promessa? Sarai anche riuscito a diventare il loro capo, ma conosci ben poco il loro animo. Fai come hai detto e perderai ogni autorità su di loro, e a quel punto non avrai più un armata con cui conquistare il trono. Rifletti: cosa sono per te i morti del nemico? Li faresti gettare in una fossa, senza dubbio; e allora perché non comprare con essi la tua corona?»

Kron fece per rispondere, ma all’ultimo momento tacque. Si guardò intorno in cerca di un consiglio, ma sui volti di chi lo circondava non c’erano che attesa e dubbi. Un Re avrebbe avuto dei consiglieri; Kron era un tiranno e come tale doveva prendere le sue decisioni da solo, perché era ciò che ci si aspettava da lui.

«Sta bene» disse dopo un lungo silenzio «ma divorerete solo i morti. Se vedrò uno di voi anche solo sfiorare un uomo vivo, frantumerò il suo teschio con queste mani.»

L’umanoide ghignò scuotendo la testa e, sebbene non avessero compreso le parole, i neri seppero che un qualche patto osceno era stato stretto. Non ce ne fu uno che non rabbrividì; ma la sola forma di dissenso che conoscevano era la sfida a duello e nessuno di loro era tanto folle da credersi in grado di battere Kron. Invece, col fatalismo tipico della loro razza, si prepararono a un altro viaggio nella valle della morte, con un peso in più sul cuore all’idea di trovarsi in debito con un demone mangiatore di uomini.

 
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Pubblicato da su 28/05/2011 in Racconti

 

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Insisto nel dire che la critica è libera

Non occorre farmi saltare la cassetta delle lettere con i petardi, come qualcuno ha fatto intorno alle 22,15 di ieri notte. Sul serio.

 
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Pubblicato da su 28/05/2011 in Slice of life

 

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Piccolo aggiornamento a tema DRM

Intanto che la quinta parte di Kron prende forma definitiva, riporto un paio di notizie interessanti. Si parla di The Witcher 2, seguito del popolare gioco di ruolo/d’azione tratto dai romanzi di Andrzej Sapkowski. Il gioco è uscito in due versioni: con DRM SecuROM (uno dei più infami) e senza. La versione DRM-free si trova su Steam (per forza, Steam È un DRM di suo, lol!) e GOG.com; dalle altre parti c’è solo quella con SecuROM. Ebbene, come a voler confermare le migliaia di voci critiche contro i DRM, la versione DRM-free ha performance decisamente superiori rispetto all’altra, dell’ordine di 15-20 frame al secondo!!! Non si sa esattamente perché ciò accada, o perlomeno io non l’ho capito: è certo, comunque, che la colpa vada attribuita al DRM, perché basta rimuoverlo per migliorare le performance del gioco del 30% o più.

Proprio così: l’unico modo per godere appieno del prodotto acquistato è crakkarlo, ossia commettere un reato, sostituendo un paio di file con quelli della versione senza DRM. Persino i produttori si sono resi conto della situazione vomitevole che hanno creato ed è stata annunciata una patch che rimuoverà i DRM da tutte le versioni. Le dichiarazioni ufficiali al riguardo fanno ridere i polli:

We were unpleasantly surprised when some of our fans reported much larger differences, up to 30% lower framerates. This was another clear signal that we had to remove DRM as soon as possible — the quality of our users’ gameplay experience is absolutely our number one priority!

Fammi capire: i produttori del gioco non sapevano che il DRM abbatteva gli FPS del 30%? Ma chi volete prendere in giro? Tutti i giochi sono testati prima del rilascio, se non altro per fare una lista dei bug da risolvere con la prima patch (a volte ciò implica che il prodotto venduto sia poco più di una beta, ma questo è un altro discorso): o per The Witcher 2 ciò non è stato fatto, o qualcuno ha la coscienza sporca. Inoltre, se questo è solo “un altro chiaro segnale” dell’idiozia dei DRM, perché ne avete usato uno, e pure dei peggiori?

Our goal is to make our fans and customers happy and to reward them for buying our game and DRM schemes does not support our philosophy as they might create obstacles for users of legally bought copies.

Tutto verissimo, peccato che esca dalla bocca di chi ha venduto un gioco ROVINATO dai DRM. La filosofia aziendale era in ferie quando si è presa questa decisione? Lol!

(questo è il motivo per cui i laureati in Scienze della Comunicazione come me non trovano lavoro: qualunque manager pensa di essere il miglior comunicatore al mondo e poi scrive stronzate come quelle sopra riportate)

So, we felt keeping the DRM would mainly hurt our legitimate users. This is completely in line with what we said before the release of The Witcher 2. We felt DRM was necessary to prevent the game being pirated and leaked before release. This purpose has been served, so we are pleased to let our users enjoy the full freedom of game usage they deserve.

Prego? SecuROM è stato scelto per impedire che il gioco fosse piratato prima dell’uscita ufficiale? A parte il fatto che, quando una cosa del genere accade, la colpa è di chi ha diffuso il gioco (un dipendente della software house o di uno dei distributori autorizzati) e non del fatto che questo fosse o meno protetto da DRM, la conclusione è falsa: The Witcher 2 era disponibile per il dowload pirata già prima della release. Dunque non solo difendiamo le nostre scelte con affermazioni di dubbio gusto, mentiamo anche apertamente. Inoltre, se l’obiettivo era quello, perché la patch non è stata rilasciata subito, ma deve ancora uscire?

Quello di The Witcher 2 è un chiaro esempio di ciò a cui portano l’ossessione dei produttori/editori/sarcazzo per la pirateria e le misure preventivo-punitive usate per contrastarla: essere a favore dei DRM significa voler pagare molto in cambio di poco. In altre, parole, vuol dire essere stupidi. Pensiamoci su.

Geralt di Riva si prepara a uccidere il mostro SecuROM una volta per tutte

 
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Pubblicato da su 27/05/2011 in DRM, Uncategorized

 

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Dei cervelli strinati, o “La leggenda del Re Lupo”

Ebbene sì: nonostante avessi detto di ogni contro Il Re Lupo, qualche giorno fa mi sono comprato il seguito. Sfogliandolo, La leggenda del Re Lupo non sembrava orribile come il primo volume, così gli ho concesso il beneficio del dubbio. Ma questo fumetto è come le ex: quando si è tentati di riavvicinarsi, bisogna ripetere a se stessi che c’era un fottuto motivo se eravate scappati urlando. Peccato che io non ci abbia pensato.

La leggenda del Re Lupo si apre con la caduta della Grande Muraglia, ovviamente a opera delle truppe di Iba/Gengis Khan. Notevole il duello in cui, per “temprarlo”, Iba combatte con il figlio Kublai in braccio: brutto idiota, ogni dieci pagine hai una crisi di panico all’idea che la Storia cambi e rischi la vita di Kublai Khan in questo modo? Allora sei deficiente (oltre che un pessimo padre). Non pago di ciò, Iba fa violenza alle inclinazioni naturali di Kublai (che vorrebbe diventare uno studioso) facendolo addestrare da Benkei, l’ex-braccio destro di Gengis Khan, affinché diventi un guerriero. Cosa che puntualmente avviene, ma in modo meno brusco di come accadde a Iba: Kublai piange e protesta, dimostrandosi un po’ più realistico e meglio caratterizzato rispetto a suo padre nel primo volume. Naturalmente, essendo anche lui un personaggio di Buronson, è in grado di compiere imprese impossibili di cui non viene data la minima spiegazione: la sua prima azione militare lo vede conquistare una fortezza con soli mille uomini. Non si sa bene come facciano lui e i suoi, senza macchine d’assedio, ad aprire una breccia nelle mura e a prendere una roccaforte che, a sentire Iba, ha resistito all’assedio di cinquemila Mongoli: o quegli altri erano mongoli in ben altro senso oppure Kublai buffa gli alleati con la sua aura di possanza (come i paladini di Diablo II). In ogni caso, Kublai e i suoi guerrieri conquistano la fortezza senza nemmeno che il Khan sapesse dell’attacco e, dunque, presumibilmente in pochissimo tempo; viene da chiedersi ancora una volta come, ma… lasciamo perdere.

In una cella della fortezza Kublai trova Rissho, un bambino giapponese destinato a diventare un santone, nonché il personaggio più inutile della storia del fumetto. Quando Benkei finisce in un’imboscata a un giorno di galoppo dall’accampamento dell’esercito, è Rissho a ideare lo stratagemma che salverà lui e i suoi uomini… e che è qualcosa di assolutamente idiota.

Preparate tutto l’esercito e i vari cavalli. Metà dei cavalli la mettete a trainare [dei grossi carri] e l’altra metà, insieme coi soldati, la raggruppate senza sella sui vari carri. Quando i cavalli che trainano saranno stanchi, li sostituirete con gli altri riposati! Proseguendo con questa alternanza, riuscirete a far correre i cavalli ininterrottamente non solo per mezza giornata, ma anche per un giorno intero!

Facepalm tattico: a volte un facepalm normale non rende l’idea

Il disegno della scena mostra enormi carri, che trasportano uomini e cavalli, trainati da pariglie di otto animali ciascuno. Ora, non so voi, ma io sono quantomento dubbioso sul fatto che si possa andare più svelti in questo modo: è vero che si possono alternare i cavalli al traino, ma è anche vero che questi devono tirare un peso enorme (diverse tonnellate, come minimo) e che, ipotizzando che ciascun Mongolo abbia almeno un cavallo di riserva, il tempo perso a staccare diecimila cavalli dal traino e a sostituirli con altri diecimila non deve essere poco. Nel fumetto, però, questa idea funziona. Mah!

Un bel giorno, Iba viene a conoscenza di una rivolta nello stato di Seika e va a reprimerla con il suo esercito. Peccato che giunto sul posto trovi… l’esercito cinese del XX secolo! A quanto pare, le famose nuvole a forma di lumacone hanno colpito ancora, trasportando un’interna armata (mezzi corazzati inclusi) nel 1227. Ovviamente i Mongoli vengono massacrati dalle armi moderne e sono costretti alla ritirata. A questo punto, qualunque idiota (e Iba, avendo contribuito a fondare un impero, dovrebbe essere un po’ più sveglio di così) farebbe due più due e se ne starebbe seduto ad aspettare che i carri armati finiscano la benzina (che i soldati non hanno gli strumenti per produrre), dopodiché ordinerebbe di sferrare attacchi mirati a distruggere le scorte di armi e munizioni (che i soldati non possono rimpiazzare, non esistendo ancora le fabbriche); secondo voi, Iba farà così?

Strategia: usate quella che vi sembra migliore anche se da un fastidio porco a tutti

No, ovviamente. Prima di tutto manda un messaggero al capo dei cinesi, inviando il messagio “La Storia non può cambiare”; il comandante (che i soldati chiamano “capitano”… i gradi militari cosa sono, una barzelletta?) risponde cannoneggiando l’intero drappello (perché sprecare munizioni così, sapendo che non se ne possono produrre altre? è idiozia pura!) e i comandanti dell’esercito mongolo, spaventati, decidono di passare al nemico. Iba propone loro un patto: se il suo piano non funzionerà, si consegnerà spontaneamente nelle loro mani.

In cosa consiste questo piano in cui Iba ripone tutta la sua fiducia, al punto da affidare la propria vita alla sua buona riuscita? Far sorvolare l’esercito cinese da acquiloni zavorrati con vesciche piene di petrolio, rompere queste ultime per inzuppare i nemici di liquido infiammabile e dar loro fuoco con frecce infuocate. Mai fu ideato un piano più cretino, eppure funziona: un esercito munito di armi moderne viene sconfitto da un pugno di arcieri che non dovrebbero nemmeno essere in grado di colpirli, perché i fucili d’assalto con cui sono equipaggiati (dall’aspetto si direbbero Kalashnikov) hanno una gittata diverse volte maggiore di quella degli archi; per non parlare dei carri armati distrutti dalle fiamme sprigionate da un sottile strato di petrolio… sigh!

Durante la battaglia Iba finge la propria morte, perché secondo la Storia Gengis Khan muore proprio nella battaglia di Seika, lasciando Kublai a governare il suo impero e tornandosene in giappone assieme a Rissho. Fine (grazie a Dio).

Alcune cose non finiscono mai; altre sì, per fortuna

Concludendo…

La leggenda del Re Lupo è, proprio come il suo predecessore, una presa per i fondelli. I lettori pagano per trovarsi di fronte a una trama che non sta in piedi, personaggi tutto sommato stereotipati e plot twist ridicoli oltre i limiti del vergognoso, per non parlare degli innumerevoli dettagli sbagliati. Se Il Re Lupo faceva schifo, il seguito è anche peggio. Una cosa fatta tanto male non ha senso di esistere: piuttosto che fare un fumetto storico pieno zeppo di errori, sopratutto se non si ha voglia di faticare, non sarebbe meglio fare una serie fantasy con solo una vaga ambientazione storica, tante donne discinte e la giusta dose di lesbiche? Perlomeno chi lo comprasse avrebbe speso i suoi soldi per qualcosa.

Se Buronson e Miura avessero fatto la versione manga di “Xena” sarebbe stato molto meglio

Da quel che so, non sono previste altre ristampe di “grandi classici”; spero sia veramente così, perché finora ci hanno venduto merda a prezzi troppo alti sfruttando una reputazione acquisita dagli autori solo successivamente alla produzione di questa robaccia. È disgustoso.

 
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Pubblicato da su 25/05/2011 in Fumetti, Uncategorized

 

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Kron (4)

4. La scelta

«A cosa somiglia, Masambe?»

«Sembra il regno degli Dei, mio signore» mormorò il guerriero, ancora scosso per la marcia attraverso quello che per lui e il resto dei nomadi non poteva essere che l’Inferno, ma incantato dalla visione che gli si presentava davanti: più acqua di quanta ne avesse mai vista in vita sua e una distesa tanto verde da fargli dolere gli occhi. Persino il sole, il nemico di sempre nel deserto, sembrava divenuto gentile.

Kron, che si riferiva alla città, rise ferocemente. «E invece è uno stomaco senza fondo, che inghiotte ogni giorno tonnellate di cibo. In questa stagione i magazzini sono quasi vuoti, in attesa del raccolto delle campagne; ci basterà star seduti fuori dalle sue mura fino a quando non cominceranno ad avere fame… ossia entro un mese, se non ho torto.»

Masambe annuì, umettandosi le labbra. Solo la fedeltà al loro signore impediva a lui e al resto della guardia del corpo di abbandonare il fianco di Kron per correre alle sponde del lago, dove in quel momento alcune migliaia di barbari constatavano sulla loro pelle che tutta quell’acqua non era un miraggio: veterani di mille saccheggi piangevano mente si lavavano il viso e donne che avevano sgozzato nemici imploranti pietà immergevano i loro bambini, condividendone le risate gioiose. Lo spettacolo era impressionante: la riva brulicava di un’umanità scura e selvaggia, come se una strana vegetazione fosse spuntata dal nulla nel corso della notte.

«Hai dei figli, Masambe?»

Il nero, sorpreso da quella domanda, tardò un attimo a rispondere. «Non ancora, o Potente. Prima devo cavalcare fino all’Oasi Bianca e uccidere una delle grandi bestie pelose che assomigliano a uomini, ma non lo sono; solo quando avrò fatto una coppa con il suo teschio potrò riempirla di latte mescolato al suo sangue e offrire tale bevanda alla donna che desidero.»

Kron si alzò dal trono d’ebano, posizionato in quell’occasione su una collina che garantiva una magnifica vista sul lago e sulla città, e camminò fino a che non diede le spalle a Masambe; il nero, non avendo ricevuto ordini, non si mosse. «Queste terre, fino all’orizzonte e oltre, sono piene di acqua fresca e facile da attingere. D’ora in avanti non ci sarà più bisogno di questi riti: con acqua e cibo in abbondanza, ognuno potrà avere tutti i figli che vuole.»

Un brivido si fece strada lungo la schiena di Masambe quando lui si rese conto delle implicazioni. Molti costumi del suo popolo derivavano dalle condizioni terribili in cui vivevano, come il rito di passaggio: un uomo debole avrebbe avuto figli deboli, un peso insostenibile per la tribù, ma al tempo stesso, l’idea che le proprie imprese sarebbero state tramandate ai discendenti era una spinta formidabile a eccellere come guerriero. Il cibo abbondante, l’acqua facilmente disponibile, avrebbero posto fine a tutto ciò.

Kron si rivolse a una schiava che sedeva sull’erba accanto al trono: «Porta qui il mio vino.» Dovette ripetere l’ordine per essere obbedito: la ragazza, una gazzella con la pelle scura e il naso piccolo, era rimasta incantata dai fili d’erba che le solleticavano la pelle delle gambe e dei piedi. Quando si rese conto di aver ricevuto un comando e di non averlo eseguito scattò in piedi e corse a prendere la brocca e una coppa nuova da un tavolo vicino, nella speranza che la rapidità le valesse una punizione meno pesante. Rimase stupita quando Kron, dopo aver bevuto il primo sorso, la rimandò al suo posto senza dire nulla.

«È così che il grande condottiero passa il suo tempo? Beve invece di organizzare l’assedio di Onoria?»

Balzare di lato e sguainare la spada fu un movimento unico per Masambe. Adrianna, la diavolessa bianca, ignorò la punta di bronzo a mezzo pollice dalla sua gola e non degnò di uno sguardo il guerriero.

«Ho già dato disposizioni al riguardo. Tutte le vie d’accesso alla città sono sorvegliate dai miei uomini, che hanno l’ordine di non far entrare o uscire nessuno; altri gruppi stanno rastrellando vettovaglie dal contado. Un sorso di vino? Schiava, porta un’altra coppa.» Questa volta la ragazza si mosse subito: prese una coppa di semplice bronzo, la riempì di vino e la porse, tremando, alla strega.

«Credevo avessi capito, Esiliato, che quel vino non è di mio gradimento.»

La schiava rimase a bocca aperta di fronte a una tale maleducazione, ma ebbe il buon senso di non farne uscire alcun suono. Kron, dal canto suo, rise di gusto.

«È vero, è vero! Il mio vino non è certo una bevanda per tutti. Suvvia, Masambe, non ti rendi conto che questa scena sta diventando ridicola? Riponi la spada!» Il guerriero esitò per una frazione di secondo, prima di fare ciò che gli era stato detto. Aveva intuito un significato sotteso a quello scambio di battute, ma la sua curiosità svanì com’era venuta: da buon selvaggio qual era, la sua attenzione si concentrava sempre su ciò che aveva una rilevanza immediata, come lo strano oggetto simile a un guscio di noce di cocco svuotato (in vita sua non aveva mai visto una barca) che stava attraversando il lago in quel momento, spinto dalla forza di alcuni uomini che manovravano dei lunghi bastoni. Anche da quella distanza, Masambe poteva vedere che faticavano molto, nonostante fossero in quattro a eseguire quella manovra; solo uno, l’ultimo, non lavorava affatto, ma stava seduto a prua e si sporgeva in avanti, come se stesse cercando con lo sguardo qualcosa o qualcuno.

Quando la barca toccò terra, i barbari più vicini si avvicinarono con un misto di timore e sospetto a quella cosa che permetteva agli uomini di muoversi sulla superficie dell’acqua. L’uomo sulla prua scese per primo, barcollando e appoggiandosi a un bastone; immediatamente uno degli altri lo sorresse. Masambe vide l’invalido sollevare il capo e udì un vago eco delle parole che gridò, anche se non riuscì a intenderle. Anche Kron si sporse per dare un’occhiata a quanto stava accadendo.

«Una delegazione? Hanno fatto presto. Conduceteli a me! Sentirete come implorano gli uomini civilizzati!» Sghignazzò, tornando a sedersi sul trono.

Ma quando i suoi ordini furono eseguiti e i cinque visitatori furono portati di fronte a lui, il volto di Kron divenne terreo. Quattro di loro erano giovani uomini, magri come sciacalli,simili nell’aspetto al punto da non poter essere che fratelli; il quinto era un morto vivente, la pelle ridotta a una membrana sottile penzolante dalle ossa. Eppure il suo volto segnato dalle cicatrici era illuminato da un sorriso stanco, che metteva in mostra la bocca priva di denti, e la vista di Kron sembrò dargli forza sufficiente per abbandonare il braccio che lo sorreggeva e farsi avanti da solo. Il condottiero dell’Orda di Bronzo fissava l’uomo con gli occhi spalancati; le sue dita stringevano così forte i braccioli del trono da far scricchiolare il legno. Sembrava che di fronte a lui ci fosse un mostro e non un vecchio innocuo.

«Signor conte!» esclamò il visitatore, con la voce rotta dal pianto. «Signor conte, mi vergogno del mio aspetto, ma… Oh, signor conte, voi siete vivo!»

Attorno alla scena si era creata una folla di curiosi, ansiosi di vedere quale trattamento avrebbe riservato il loro signore a quegli uomini cenciosi. A essi sfuggì un gemito di stupore quando, di fronte ai loro occhi, accadde un fatto incredibile: Kron si alzò in piedi. Tremava fino alla radice dei capelli e l’orrore campeggiava sul suo volto. Si avvicinò al vecchio, che lo guardava con occhi adoranti, e fissò le sue cicatrici, soffermandosi su un lungo segno che percorreva il lato sinistro della sua mascella.

«Voi!» esclamò. «Per l’Inferno, siete veramente il capitano Alfhild! L’uomo dalla spada di luce, che da solo abbatté cento uomini nella battaglia di Flodgift! Cosa vi ha ridotto in questo stato?»

«Ah, signore!» disse Alfhild, senza curarsi di cacciare indietro le lacrime. «Voi non sapete quello che è successo dopo che vi hanno cacciato! All’inizio, solo le persone più vicine a voi a furono private dei loro beni e messe in catene; poi toccò a chiunque avesse militato sotto di voi e, adesso, persino nominarvi è un crimine. Io sono sopravvissuto, ma gli altri…» La sua voce si ruppe e non riuscì a continuare.

Kron e Alfhild parlavano nella lingua di Nara, che era ignota agli abitanti del deserto, ma nessuno fra gli spettatori avrebbe potuto fraintendere la nota di rabbia mescolata a paura che risuonò nelle parole di Kron: «Vecchio, chi è morto nelle prigioni del Re?»

Dapprima Alfhild, nonostante si sforzasse, non riuscì che a balbettare parole inintelligibili; poi disse alcuni nomi e a ognuno di questi Kron sussultò e si morse le labbra, fino a che non udì l’ultimo.

«No, non lei! Cosa aveva da temere il Re da una ragazza?»

«Niente da una ragazza, molto dalla donna fiera che era diventata» rispose il vecchio, con un certo orgoglio che filtrava attraverso la tristezza. «Quando fu convocata a corte, tutti sapevano cosa voleva il Re: che vi rinnegasse. Ma quando lei entrò nella sala del trono indossando il verde e l’oro dei Lancieri del Conte, con l’alabarda in mano e la spada al fianco, non fu necessario che parlasse per far capire a tutti qual era la sua scelta.»

Per un istante, immaginando quella scena, Kron sorrise. E, a differenza del solito, quel sorriso non era inquinato da sarcasmo, ironia o disprezzo. Nulla gli sembrava più coerente con il comportamento di quella persona della scena che il vecchio soldato stava raccontando.

«Il Re ordinò che fosse spogliata e gettata nelle segrete, ma i soldati non osarono toccarla: era la loro Signora delle Battaglie, colei che li aveva guidati dopo che voi eravate stato cacciato e io imprigionato. Il Re minacciò di punire anche loro se non avessero obbedito e allora lei… lei…» Le spalle di Alfhild erano troppo curve per reggere anche quel peso; sarebbe caduto se Kron non si fosse affrettato a sostenerlo.

Il vecchio risollevò la testa e urlò, per quanto gli consentiva il fiato corto: «Perché non avete ucciso il Re allora? Se lo aveste fatto, la mia Kai non avrebbe dovuto trafiggersi con la propria spada!» Dopo quell’esplosione, il suo respiro si fece ancora più affannoso.

L’ombra di colore rimasta sul volto di Kron fuggì. Immobile, gli occhi fissi nel vuoto, il condottiero sembrava essersi tramutato in pietra, non fosse stato per un dettaglio: una statua non avrebbe versato lacrime dai suoi occhi vuoti.

Come pentito delle sue parole, Alfhild aggiunse: «Lei conosceva i vostri sentimenti, signor conte, eppure ha scelto di morire in vostro nome. Non vi do la colpa di questo. Chiedo solo che facciate ciò che avreste dovuto fare anni fa.»

«La vendicherò, amico mio. Lo giuro sul mio nome, se vale qualcosa» bisbigliò Kron, accarezzando la chioma canuta del padre di chi lo aveva amato.

«Ancora una cosa» rantolò l’altro. «Costoro che mi accompagnano sono i miei figli. Prendeteli con voi, ve ne prego!»

«Lo farò.»

Alfhild guardò Kron negli occhi. In quello sguardo, Kron ebbe l’impressione di vedere l’uomo com’era un tempo: il guerriero la cui lama era tanto veloce da sembrare un lampo, l’uomo più avventuroso e amante della vita che avesse mai conosciuto. Poi un velo si posò e su quegli occhi e la testa di Alfhild Spada Lucente ricadde in avanti assieme al resto del corpo, un peso morto. Kron non lo scosse né chiamò il suo nome, perché sapeva che ormai non poteva più raggiungerlo.

«Chi era quell’uomo, Esiliato?» chiese Adrianna.

La voce di Kron era tanto bassa che la risposta si udì appena. Cominciò nella sua lingua madre, ma passò immediatamente a quella dell’Orda: «Chi era? Era un uomo onesto, valoroso, fedele, forse l’ultimo rimasto in quel calderone di veleno che è Nara! E in nome di ciò che si contorce sul fondo dell’Abisso, farò in modo che il suo ultimo desiderio sia esaudito!» Prese fra le sue braccia il corpo scheletrico del vecchio, come se non pesasse nulla, e lo sollevò per esporlo allo sguardo dell’intera Orda di Bronzo. Il suo grido risuonò lungo le sponde del lago:

«U zul ka ne!»

Come una sola, ventimila bocche ripeterono quelle parole e la terra tremò quando ventimila piedi la percossero per dare l’estremo saluto a colui che il grande Kron aveva chiamato “padre”. Il frastuono fu udito in tutta Onoria e migliaia di cuori tremarono quando l’eco della barbarie li sfiorò come un cattivo presagio. I figli di Alfhild rabbrividirono, ma non distolsero lo sguardo: il loro posto, adesso, era in mezzo ai selvaggi, non più fra mura di pietra.

Ruggendo e bestemmiando, Kron convocò i capitribù. In piedi davanti al trono, la sua figura sembrava oscurare completamente lo scranno d’ebano.

«Che tutti i guerrieri si preparino a marciare!» comandò. «Ma prima, che ergano una grande pira su cui possa bruciare il corpo di mio padre! Dopodiché, ve lo prometto, sarà quella città che vedete laggiù ad ardere!»

I neri erano sconcertati, poiché bruciare i morti non faceva parte delle loro tradizioni: quando uno di loro perdeva la vita, era usanza che fosse lasciato agli avvoltoi. Ma Kron non avrebbe consentito un tale scempio del corpo di Alfhild e non intendeva seppellirlo perché nutrisse quella terra che, in quel momento, odiava più di ogni altra cosa.

«Sei impazzito, Esiliato? Onoria è circondata da mura! I tuoi seguaci, per quanto numerosi, non sono in grado di espugnarla!»

Nel momento in cui lui si voltò per risponderle, Adrianna fece un passo indietro e ringraziò qualunque demone l’avesse ispirata ad attendere che i capi si fossero allontanati prima di protestare: se così non fosse stato, probabilmente le mani di Kron non si sarebbero strette intorno alle sue spalle, con tanta forza da strapparle un grido, ma l’avrebbero strangolata.

«E allora insegna loro a farlo, strega! Ti do il comando di mille… no, cinquemila uomini! Fa in modo che costruiscano arieti, rampini e scale, abbattendo una maledetta foresta se necessario! Sii utile, donna, perché Onoria non è ancora caduta!» Non disse altro, ma dalla violenza con cui la spinse via era chiaro quali sarebbero state le conseguenze se Kron non avesse visto soddisfatta la sua brama di vendetta. Cadendo, Adrianna urtò la schiena contro uno dei braccioli del trono e un’ondata di dolore si propagò in lei, lasciandola senza fiato. Rannicchiata su se stessa come un animale, si morse le labbra per non urlare quello che invece bisbigliò a se stessa, gustandolo assieme al sapore del suo stesso sangue:

«Grida pure, omuncolo, e mostra i muscoli alle bestie tue simili! La civiltà che ti ha rifiutato e la barbarie che disprezzi sono un disgustoso interludio della Storia che non avrebbe mai dovuto esistere. Presto sarà tutto finito! Ma tu, Kron, tu rimarrai per essere il giocattolo di chi ti è superiore in tutto, povero cucciolo di una razza abortita!»

 
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Pubblicato da su 24/05/2011 in Racconti

 

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