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Letteratura e Prima Guerra Mondiale

22 Apr

L’altroieri ho giocato a WWI Source, videogioco in prima persona ambientato nei campi di battaglia della Grande Guerra (per chi capisce il gerco tecnico, WWI Source non è altro che un mod del motore Source). Nel corso della partita, mi sono reso conto che questo gioco ha una notevolissima affinità con il modo in cui si fa letteratura oggi, in particolare la fantasy e le altre opere di genere, quindi ho deciso di parlarne in un articolo.

Figo, eh? Sembra proprio una battaglia della Prima Guerra Mondiale, sopratutto con le grida dei cretini giocatori in sottofondo. È stato questo video a farmi incuriosire riguardo il gioco, che ho scaricato subito dopo averlo visto. Nella schermata di caricamento del server è comparso un “manuale per il soldato” che spiegava i comandi (a proposito, bella l’idea di introdurli qui, così uno se li può leggere mentre carica la sua prima partita), fra cui quello che mi ha lasciato più perplesso: “press Q to bolt your rifle” (“premete Q per azionare l’otturatore”). Durante il gioco, infatti, ho potuto constatare che una volta sparato il personaggi virtuale non agisce automaticamente sull’otturatore per caricare il colpo successivo: deve essere il giocatore a “ordinarglielo”, premendo il tasto Q (possibilmente in fretta, perché se ha sparato significa che nel mirino ha un bersaglio che potrebbe rispondere al fuoco ^_^).

Ora, in tutti i giochi di questo genere che conosco (Battlefield: Bad Company 2, Day of Defeat, Global Agenda, Team Fortress 2 e tutti quelli che ho dimenticato) non è necessario che il giocatore invii un comando per incamerare il colpo in un’arma a otturazione: il personaggio lo fa automaticamente. La cosa ha senso, perché nei videogiochi non esiste un solo buon motivo per andarsene in giro senza il colpo in canna. Obbligare la gente a “ricaricare” manualmente significa introdurre qualcosa di inutile e fastidioso, che nel peggiore dei casi rischia di trasformare le sparatorie in duelli koreani dove vince chi preme più in gretta Q e il tasto sinistro del mouse (complice la precisione schifosa delle armi: più di una volta io e un altro tizio ci siamo dovuti sparare un paio di caricatori a testa da cinquanta metri di distanza prima che uno dei due cadesse, e stavamo pure mirando!): un grave difetto per un gioco sparatutto, dove dovrebbero essere la precisione e la rapidità di reazione (non di input) a farla da padrone.

Quello del “costringere l’utente a metterci del proprio per coinvolgerlo di più” è un principio che, sciaguratamente, è considerato valido anche in letteratura. Quante volte un (cattivo) autore si è giustificato per descrizioni sommarie o incomplete dicendo qualcosa del tipo: “l’ho fatto per consentire ai lettori di usare la loro immaginazione e coinvolgerli di più”? Troppe per contarle, ahinoi.

Ecco un esempio di descrizione “premi Q per azionare l’otturatore”; vediamo chi riesce a riconoscerne la provenienza (ho censurato il nome del protagonista e tagliato alcune frasi, non rilevanti ai fini dell’esempio, per non rendere troppo facile la risposta):

Entrò nell’ombra e si ritrovò in un mondo di ombre. […] L’aria era carica di salsedine, a tal punto che Lui si sentiva le narici sature di sale e quasi gli sembrava di camminare sott’acqua e di poter respirare l’acqua stessa. Forse questo spiegava perché era così difficile vedere lontano in qualsiasi direzione: c’erano tante ombre, perché il cielo era simile a un velo che celasse la volta di una caverna.  Lui rinfoderò la spada, poiché in quel momento non c’erano pericoli evidenti, e si girò adagio, cercando qualcosa che gli servisse per orientarsi.

Era possibile che ci fossero montagne scoscese, nella direzione che gli sembrava l’est, e forse una foresta a ovest. Senza sole, né stelle, né luna, era difficile valutare la distanza e la direzione. Si trovava in una pianura sassosa, dove sibilava un vento freddo e torpido che gli tirava il mantello come se volesse impossessarsene. C’era un gruppo di alberi stenti e spogli a un centinaio di passi. Era l’unica cosa che rompeva la squallida monotonia della pianura, eccetto un grande e informe lastrone roccioso oltre gli alberi.

Questa descrizione lascia fuori una quantità mostruosa di elementi fondamentali per capire quello che vede il protagonista. Tanto per cominciare, come fa a vedere? Non c’è il sole, non c’è la luna, non ci sono le stelle! Da dove viene la luce? E come fa il personaggio, “in un mondo di ombre” dove non si vede una ceppa, a vedere così bene tutti i dettagli? Riesce persino a scorgere le montagne, notoriamente facili da distinguere quando non c’è luce.  E, a proposito, come fa a distinguere i punti cardinali, non avendo né una bussola né alcun punto di riferimento? Come fa la direzione delle montagne a “sembrargli” l’est? È per caso un uccello migratore (no, non lo è, nda)?

Le dimensioni degli elementi del paesaggio non sono assolutamente specificate. Le montagne sono “scoscese”, ma quanto sono alte? Ce sono due, tre, quattrocento, le fottute Alpi? Il “gruppo” di alberi è formato da quattro tronchi in croce o è una piccola foresta? E di che alberi si tratta?

L’insistenza su un dettaglio per sottolinearlo, nel timore che i lettori non capiscano, è tipica degli scrittori alle prime armi. Una volta che hai detto che c’è buio, fermati: non c’è bisogno di ripeterlo! Sopratutto, non bisogna usare metafore poco chiare come “mondo di ombre”, che di per sé vuol dire tutto e niente (tra l’altro, l’autore del brano citato dopo tanta insistenza si contraddice pure, mostrandoci un personaggio che ci vede benissimo nonostante l’oscurità): le figure retoriche servono a rafforzare un’immagine, non a renderla più oscura.

Potrebbe esserci altro da dire, ma per il momento mi fermo. A proposito, avete riconosciuto la provenienza della citazione? Viene da Elric di Melniboné di Michael Moorcock (pp. 124-25 dell’edizione Fanucci): uno scrittore considerato fra i più grandi autori di fantasy viventi, mica l’ultimo imbrattacarte italiano. Elric, fra l’altro, non è manco il primo romanzo di Moorcock, che è il tipico caso di un’immaginazione eccezionale mutilata da una scrittura frettolosa e a tratti poco curata. Se Moorcock (che nonostante tutto non è un cattivo scrittore) ha fatto una cosa del genere, vi lascio immaginare cosa è in grado di produrre il tipico autore italiano che al Liceo ha avuto come modelli di scrittura Dante (che non scriveva in Italiano e, sopratutto, non può essere preso a esempio come autore della Commedia, che è un’opera in poesia e non un romanzo in prosa) e Manzoni (che ha scritto un Harmony ottocentesco), non ha mai imparato a scrivere veramente (al massimo a sviscerare conoscenze nozionistiche nei temi in classe e a casa) e non ha mai letto un manuale di scrittura o si è informato sulla Rete in materia. Forse, se si facessero più recensioni e meno “quarte di copertina mascherate”, la situazione migliorerebbe un pochino: dopo essersi visto distruggere il romanzo d’esordio su tutti i giornali e su tutta Internet, l’imbrattacarte si documenterebbe e lavorerebbe sodo per non ripetere gli stessi errori. Ora come ora, possiamo solo sperare nell’illuminazione divina (che, come storicamente dimostrato, non è una grande speranza).

In conclusione: non costringete i vostri lettori ad azionare l’otturatore. Fatelo voi per loro; anzi, mettetegli in mano un bel fucile semiautomatico o un mitra, così potranno vincere la guerra e concedere a tutta Europa prestiti decennali vincolati all’acquisto di merci americane… ops, esempio sbagliato. ^_^

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Pubblicato da su 22/04/2011 in Letteratura, Uncategorized

 

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