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Lo spettatore del 18 giugno – Parte seconda: fango e tuoni

13 Apr

Se non sono ancora scappato, è perché sono mezzo sordo e mezzo cieco. Per me, i tuoni che devono aver scosso l’aria per tutto il giorno non sono altro che un riverbero da qualche parte dentro le mie orecchie, e di quello che succede lungo il versante di questa collina e più in giù, fra i campi di grano, vedo soltanto macchie sfocate. Ma sento la terra tremare sotto i miei zoccoli e le mie narici sono invase dalla puzza del fumo che esce dai bastoni degli umani, quindi ho un’idea di quello che sta accadendo intorno a me. Gli umani combattono fra loro. È un tipo di lotta che non capisco: dove sono le giumente? Dov’è la biada? Dove sono tutte le cose per cui si combatte? Non l’ho mai capito in tanti anni che ho seguito il mio padrone, il quale, a sua volta, ha seguito il suo. Il mio padrone mi somiglia: ha il muso lungo e piatto come il mio, anche se il suo ha una forma diversa e ha il naso sporgente come tutti gli umani. È più piccolo degli altri della sua specie e molto più magro. Le sue pelli (gli umani ne hanno molte, che possono togliere comefanno  i serpenti per indossarne di altre) sono più leggere e più spente di quelle degli umani che ci circondano e che sembrano una nuvola di fuoco ai miei occhi miopi. Lui, invece, è marrone e grigio e ogni tanto mi dà una mela.

Il mio padrone sta guardando il suo parlare con uno dalla pelle blu e dorata; da come si comporta il padrone del mio padrone, sembra che quell’altro sia il capo del suo branco. Eppure anche il padrone del mio padrone comanda un branco. Fra gli umani funziona così, anche se è strano. Il padrone del mio padrone è grande e grosso, come il cavallo suo servo, e legato al fianco ha un bastone corto e lucido, di quelli che tagliano; l’uomo blu e dorato, invece, è più magro e più vecchio.

“Servo” è una parola che imparato dagli umani: significa qualcuno che fa qualcosa al posto di un altro e, siccome lo fa, è considerato debole. So che il mio padrone è “servo” del suo, secondo gli umani, e io apparterrei a quest’ultimo, ma secondo me non è così: lui si occupa di me e mi dà da mangiare, quindi è il mio padrone.

Tutto intorno a noi  ci sono anche altri come me, che mi fanno più paura degli scoppi e delle fiamme e della puzza di sangue. Loro sono grandi e feroci. Amano calpestare le cose vive e ognuno di loro porta sulla schiena un umano altrettanto rabbioso. Anche davanti a noi, più in basso dietro la collina, ci sono molti cavalli che trasportano i nemici del padrone del mio padrone: sento i loro zoccoli colpire il terreno come chicchi di grandine, le loro voci sbuffare di fatica per il fango attraverso cui devono farsi largo, le loro grida di rabbia e di dolore quando gli umani li feriscono. Tutto questo è terribile.

«Scendete da cavallo.»

«Sir?»

«Il rombo dei cannoni vi ha leso i timpani? Vi ho chiesto di scendere da cavallo.»

Il mio padrone obbedisce, sfilando i suoi piedi senza zoccoli dagli arnesi che pendono dai miei fianchi e scivolando a terra. Non mi assomiglia solo nell’aspetto: anche lui, quando gli parlano in quel modo, deve obbedire. Anche il suo padrone smonta, poi si avvicina a me e mi accarezza il muso. La sua mano è grande e ruvida, ma gentile.

«Monterò su questo simpatico mucchio d’ossa. Può non essere attraente, ma di sicuro vale il rimborso che mi darebbe Sua Maestà nel caso dovessi perderlo. Portate il mio cavallo al sicuro dietro le linee.»

Molte parole non mi sono chiare, ma ho capito: dovrò prendere il posto del cavallo del padrone del mio padrone, quel gigante grigio che mi lancia uno sguardo mentre il mio padrone lo conduce via. C’è qualcosa in quell’occhiata, qualcosa che mi vuole dire, ma non riesco a vederla bene. Non sembra arrabbiato. Io ho paura. Sento e odoro quello che sta succedendo ai piedi della collina e non voglio andarci.  D’istinto, mi ritraggo.

«Andiamo, ragazzo, di cosa hai paura? Ci sarà solo da galoppare un po’. Farò io tutto il lavoro, con l’ausilio di un buon metro di acciaio scozzese. Stai tranquillo.»

La sua voce mi accarezza come la sua mano.Tremo ancora. Ho avuto padroni da quando sono nato e nessuno mi ha mai parlato così. Gli altri, quando non capivo quello che volevano, mi facevano male. Anche l’umano di cui costui è padrone, a volte, mi colpisce per farmi obbedire. Lui no. Lui mi sfiora il muso e mormora nelle mie orecchie e, sebbene io ci senta poco, il mio cuore rallenta la sua corsa.

«Così. Bravo ragazzo. Ora vediamo quanto sei forte.»

Mette un piede sull’appoggio e mi salta in groppa con un movimento rapido, agile. Sono abituato al mio padrone, che è gracile, mentre lui è robusto, ma ho portato carichi maggiori in passato e rimango saldo.

«Ottimo. Andrai più che bene.» Con le gambe mi ordina di trottare. Obbedisco. Intorno a me, gli altri cavalli fanno lo stesso. Man mano che saliamo, i rumori si fanno più forti; l’odore di bruciato e di sangue mi entra nelle narici.

Quando arriviamo in cima alla cresta, vedo degli altri umani – rossi come il mio nuovo padrone – correre verso di noi. Quando si fanno più vicini, sento la loro paura. Stanno scappando. Vorrei fare lo stesso, ma ho in sella il mio padrone, quindi rimango fermo. Gli uomini rossi ci passano accanto come un fiume che scorre accanto fra i sassi.

Il mio padrone mi fa salire fino in cima alla collina. Sbuffo, ma ce la faccio. I versi e i tuoni sono fortissimi, quassù. L’odore è terribile: sangue e qualcosa che brucia. Non distinguo quello che sta succedendo a valle e non ci riuscirei nemmeno se la mia vista fosse buona: un fumo biancastro copre ogni cosa. Tuttavia riesco a vedere, poco sotto di noi, una grande macchia blu che marcia in salita. I nemici del mio padrone.

Un fischio mi colpisce le orecchie. Viene da un punto di fronte a me e si avvicina sempre di più, ogni secondo più forte, finché qualcosa mi passa accanto così velocemente da farmi barcollare. Una delle pelli del mio padrone scivola dalle sue spalle e lui ringhia qualcosa che non capisco, dopodiché scende dalla mia schiena. Ho paura di averlo fatto arrabbiare, anche se non so come.

Il mio padrone grida a qualcuno più in basso: «De Lacy, vorreste dare l’ordine di caricare?»

«Sì, signore!»

«Grazie!»

Caricare. So cosa significa questa parola, perché me l’hanno spiegato gli altri, quelli feroci. Caricare significa calpestare cose vive. Non voglio farlo, ma questo umano è il mio padrone e mi ha accarezzato. Mi incita e io obbedisco. Corro giù dal pendio e accanto a me corrono gli altri, galoppiamo contro gli uomini blu, travolgendoli. Sento qualcosa di morbido cedere sotto i miei zoccoli e so che è carne; sento qualcosa spezzarsi e so che sono ossa. Il mio padrone sferza intorno a noi con il bastone che aveva al fianco e che fa sprizzare il sangue. Il mio cuore batte forte, i miei zoccoli sguazzano nel fango e penso che dovrei essere già stanco, ma non lo sono: mi sento come se potessi correre per sempre. Il mio padrone grida e io nitrisco assieme a lui. Non ho più paura.

Il mio padrone incita me e i suoi compagni a lanciarci ancora in avanti, ma questa volta di fronte a noi riconosco il bagliore di una siepe di punte acuminate che gli uomini blu, ginocchio a terra, puntano contro di noi. Dai loro bastoni escono il fuoco e il tuono e intorno a me umani e cavalli gridano di dolore e cadono. Ma il mio padrone urla di andare avanti e io sento che non si può fare altro, che non si può tornare indietro e che nessuno può fermarci. Gli uomini blu si fanno sempre più vicini, al punto che perfino io riesco a vedere i loro musi, e l’odore di bruciato è sovrastato da quello del loro terrore. La siepe di punte ondeggia e si dissolve, come se il vento l’avesse spazzata via. Quel vento siamo noi. È la paura che incutiamo.

Ancora una volta calpesto gli uomini blu, ancora una volta il mio padrone li fa a pezzi con quel ramo che è più pericoloso dell’intera dentatura di un lupo. Questa volta nessuno urla di andare avanti, ma io galoppo e tutti gli altri fanno lo stesso. Quello che ho fatto, quello che sto facendo adesso, non mi sembra più sbagliato; perché credevo che lo fosse? Non c’è nulla di meglio che correre con tutta la forza, spazzando via ciò che si mette in mezzo. Il sangue è una cosa normale, le grida una cosa normale: non hanno sangue, tutti gli esseri viventi? Non posso io gridare come un umano? Non ricordo nemmeno più come fosse temere queste cose.  Odo un suono lontano, come di molti sassi che rotolano da una scarpata, ma le mie orecchie non sono buone e non riesco a capire cosa lo provoca. Non importa. Sono vivo e non ho paura di nulla.

Corriamo attraverso i tronchi orizzontali che vomitano fuoco e calpestiamo, colpiamo, uccidiamo gli umani che li usano mentre loro cercano di scappare. La paura li rende stupidi: non sanno che un cavallo corre molto più veloce di loro? Nonostante ciò, fuggono lo stesso, tanto è forte il loro desiderio di vivere.  Quando anche l’ultimo umano se l’è data a gambe, il mio padrone ordina di fermarsi e io gli obbedisco, mentre altri continuano a galoppare e a combattere. Mi tremano le zampe e mi fa male il petto, ma lui mi accarezza la testa e il dolore sembra passare. «Bravo ragazzo» mi dice. È la prima volta che sento del rispetto nei versi di un umano. Poi lui si irrigidisce sulla mia schiena e io capisco che ha visto qualcosa di spaventoso. Il rumore di ciottoli si fa più forte, si trasforma in un rombo e finalmente lo riconosco: sono gli zoccoli di altri come me, lanciati al galoppo. Sollevo la testa e mi guardo intorno, ma tutto ciò che riesco a intravedere è una grande nuvola di polvere che fa da sfondo a una enorme quantitò di macchie di colore.

«Cavalleria francese! Ritirata! De Lacey, formate una retroguardia!» grida il mio padrone. Alle mie orecchie giunge, attutita, la risposta dell’altro: «Siamo troppo sparpagliati, signore! Ci saranno addosso prima di poterci riorganizzare!»

«Goddammit! Ritiriamoci!»

Il mio padrone mi fa girare e mi sprona nervosamente. Adesso anche lui odora di paura. Il suo terrore mi spaventa. Questa volta il cuore pesa nel mio petto e ogni colpo di zoccolo manda una fitta di dolore nella zampa cui si appoggia. Il rombo alle nostre spalle si fa sempre più forte. Da un momento all’altro, il fango mi risucchia gli zoccoli e fare un altro passo diventa impensabile. Mi fermo sentendo l’aria che mi manca e cercando di prendere fiato. Il mio padrone lancia un grido rabbioso, mi colpisce con i talloni, vuole che riprenda a galoppare, ma io non ce la faccio più. Vorrei chiederli perdono, dirgli che sto male perché non posso fare quello che lui mi chiede. Ma non posso.

Un altro umano, anche lui sulla schiena di un cavallo, punta una strana cosa contro il mio padrone. È una specie di bastone, ma in cima ha una punta che scintilla. È lunghissimo.

«Parole, monsieur?» dice l’altro umano.

«Parole» risponde il mio padrone, scendendo dalla mia schiena. Una volta smontato, butta a terra il suo bastone tagliente. Anche se non ci vedo bene, riconosco la tristezza sul suo volto. Mi fa male. Provo a fargliela passare, spingendo il muso contro la sua testa, ma lui mi spinge via. «Maledetto ronzino, sarebbe stato meglio se una palla vagante ti avesse ammazzato!» borbotta. Non capisco le parole, ma so cosa vuole dire. È arrabbiato con me perché non gli ho obbedito. Mi dispiace così tanto di non averlo potuto fare. Vorrei poterglielo dire, ma non posso, perché gli umani non imparano mai la lingua dei cavalli, sebbene noi impariamo sempre la loro. La nostra gioia e il nostro dolore sono muti.

Improvvisamente il mio padrone spalanca gli occhi. «De Lacey! De Lacey, sono qui! De Lacey!» grida, agitando le braccia. L’altro umano solleva il ramo appuntito e trafigge il mio padrone al petto; la punta gli esce dalla schiena. Il mio padrone cade e l’odore del suo sangue riempie l’aria. Il cavallo che porta l’altro umano sembra non accorgersene: quello non è il sangue del suo padrone. Io mi dimentico di loro e  mi avvicino al mio padrone ferito, gli lecco il muso, cerco di farlo stare meglio. Il suo respiro è affannoso e dalla sua bocca esce il sangue, oltre che dal suo petto. So cosa sta succedendo. Non lo capisco, ma lo so.

«Che Dio ti maledica… no, non è giusto» dice lui. Capisco che sta parlando di me. «Che Dio maledica me e la mia stupidità.» Sento la sua mano sul mio muso, poi non la sento più. Così come non sento più la sua voce, né vedo più la luce nei suoi occhi, che ora sono immobili.

Il 18 giugno 1815, sul campo di battaglia di Waterloo, il generale William Ponsonby cadde per mano di un lanciere francese. Poco prima di morire aveva scambiato il proprio cavallo, un destriero di grande valore, con il ronzino del suo servo, per timore che il primo rimanesse ucciso. Nel corso della ritirata seguita alla carica della Household Brigade, il cavallo del generale si impantanò in mezzo a un campo, consentendo all’inseguitore di raggiungerlo. Ponsonby si arrese assieme al proprio aiutante (il maggiore Reignolds, che non compare in questo racconto) e fu fatto prigioniero, ma subito dopo sopraggiunsero alcuni dragoni inglesi e il lanciere, piuttosto che lasciarlo libero, lo uccise infilzandolo con l’arma che dava il nome alla sua categoria, un’asta di tre metri sormontata da una punta di acciaio. Il francese galoppò quindi incontro ai dragoni inglesi e ne uccise tre, mettendo in fuga gli altri (fonte: Barbero).

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Pubblicato da su 13/04/2011 in Racconti, Uncategorized

 

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