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Archivio mensile:aprile 2011

Perché non sono cristiano (parte 3)

La morte e l’Aldilà

La domanda più importante a cui la religione è chiamata a dare una risposta riguarda la morte. Per gli antichi, la morte era la fine di tutto; c’erano degli Aldilà, ma secondo i Greci e i Romani essi erano popolati da semplici ombre dei viventi, fantasmi che non erano affatto le persone defunte, ma tutt’al più loro immagini. Quando un essere umano moriva, smetteva di pensare e di provare sensazioni: in altre parole, la sua coscienza svaniva. Per questo la gloria era così importante, perché in un certo senso consentiva di “vivere dopo la morte” nel ricordo dei posteri.

Il cristianesimo, invece, prevede la sopravvivenza dell’anima nell’Aldilà. Quest’ultimo ha due aspetti: uno splendido, per chi è vissuto seguendo i precetti della religione, che è il Paradiso, e uno terrificante, destinato ai peccatori, ossia l’Inferno. Il primo è il luogo della ricompensa, il secondo quello della punizione, e il soggiorno dell’anima in uno dei due è eterno.

L’idea che dopo la morte possa esserci, per i virtuosi, un’eternità di piacere, crea immediatamente un problema: se l’Aldilà è tanto bello, perché non andarci il prima possibile? Una persona potrebbe vivere per, diciamo, vent’anni rispettando scrupolosamente ogni minima prescrizione o divieto, quindi ingerire una dose mortale di tranquillanti, certa di andare in Paradiso. È inutile dire che la società crollerebbe se tutti fossero ansiosi di morire; per evitare che ciò accada, il cristianesimo ha sviluppato l’idea che il suicidio sia un peccato che condanna automaticamente all’Inferno. Questa istituzione è chiaramente fasulla: perché Dio dovrebbe condannare alla dannazione eterna chi si toglie la vita? È vero che costui, morendo per sua mano, potrebbe provocare grandi sofferenze nei suoi cari, ma in tal caso non potrebbero suicidarsi anch’essi, certi di reincontrarlo nell’Aldilà? Dov’è il problema, dal punto di vista di Dio? Tra l’altro, molto spesso il suicidio è una scelta dettata da condizioni di vita insostenibili, praticamente un Inferno in terra; l’idea che una persona sofferente al punto da desiderare la morte debba essere punita con la dannazione è assolutamente malvagia e crudele.

Lo stesso concetto di Inferno è pieno di contraddizioni. Perché una persona dovrebbe soffrire per l’eternità a causa dei propri peccati? Gli esseri umani più longevi mai vissuti non hanno superato di molto i cento anni: se anche avessero commesso azioni tali da destinarli, secondo la religione, all’Inferno, una pena del genere sarebbe in ogni caso sproporzionata alla colpa, che per forza di cose non può aver avuto conseguenze altrettanto durature o essersi protratta per lo stesso periodo di tempo. E poi, che senso ha una pena eterna? Lo scopo della punizione, nelle società moderne, è sopratutto quello di contribuire al recupero del reo; ma dall’Inferno non si esce.

La religione istiga alla malvagità

La Storia e l’agiografia sono piene di esempi di crudeltà istigata dalla religione. Prendiamo il caso di Perpetua, sbranata dalle belve nell’anfiteatro di Cargagine nel 203 dopo Cristo: la giovane, cristiana, fu condannata a morire in questo modo orribile per aver rifiutato di adorare l’Imperatore come un dio. Nonostante avesse un figlio neonato, genitori che la amavano e, probabilmente, un marito, ella scelse di abbandonarli tutti per non contravvenire al Primo Comandamento: “Non avrai altro dio all’infuori di me”. Quanto avranno sofferto il padre e la madre di Perpetua per questa decisione presa per non contravvenire a un precetto? Quanto avrà sentito, quel bambino, la mancanza della madre mai conosciuta? Tanto dolore fu causato dal rifiuto di bruciare un semplice blocchetto d’incenso di fronte a una statua. Se folle era la legge che condannava chi compiva il rifiuto alla morte, altrettanto lo era il motivo della scelta, e crudele è quel Dio che non perdona chi antepone la forma esteriore della fede ai propri doveri nei confronti di chi la ama.

Non dimentichiamo, poi, le innumerevoli guerre e le violenze commesse in nome della religione. Le Crociate, lo sterminio degli Ugonnotti in Francia, le continue persecuzioni degli Ebrei nell’Europa cristiana, l’oppressione a cui gli Inglesi protestanti hanno sottoposto – e ancora sottopongono, anche se probabilmente per altri motivi – i cattolici irlandesi: tutti massacri giustificati dalla fede. Una fede che, come Crono, quando non trova altri nemici comincia a divorare i propri figli: così accadde al cristianesimo, che dopo aver messo fuori legge gli altri culti prese a perseguitare le proprie stesse minoranze. Per non parlare della giustificazione fornita dalla religione all’omicidio di innumerevoli donne innocenti, condannate per stregoneria e uccise in modi terribili. Il Paradiso è una promessa allettante per chiunque, al punto da fargli dimenticare le più elementari norme di civiltà e rispetto.

Questi sono, fra gli altri, due dei motivi per cui non posso dirmi cristiano.

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Pubblicato da su 27/04/2011 in Religione, Uncategorized

 

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“Hokuto no Ken”: l’heroic fantasy di Buronson e Hara

In questi giorni sto scrivendo un racconto da postare sul blog. È un racconto fantasy, molto diverso dalla serie “Lo spettatore del 18 giugno”, e mi sta prendendo più tempo del previsto. Nel mentre, sto anche rileggendo Hokuto no Ken o, come lo conoscono i più, Ken il guerriero. È stato un pilastro della mia infanzia e, riprendendolo in mano, l’ho trovato fresco e piacevole come nessuna rilettura mi è mai sembrata: questo fumetto è talmente splendido da avermi strappato, in alcuni punti, qualche lacrima, anche se conoscevo benissimo la storia. L’ambientazione, i personaggi, le situazioni e i colpi di scena mi sono sembrati perfetti come la prima volta… ma mi sono reso conto di una cosa: quella dell’ultimo erede della Sacra Scuola di Hokuto è una storia fantasy!

Un numero del fumetto

Più precisamente, Ken il guerriero appartiene al genere heroic fantasy, di cui fanno parte anche Conan il barbaro ed Elric di Melniboné. Si tratta, nelle parole di Ron Edwards, di un genere “ineguagliabile per la sua miscela unica di eccitazione, aggressività, visionarietà, intensità, trasgressione e gioia” (dall’introduzione di Sorcerer&Sword). Heroic fantasy sono le epopee di eroi dalla personalità straordinaria, potenti ma fallibili, che non rispondono a nessuna autorità o convenzione e il cui unico vero interlocutore è il Destino: come Conan, Cyrion, Elric e Skafloc… e anche Kenshiro, Raoul, Toki, Rei, Shin e tutti gli altri protagonisti di Hokuto no Ken. Anche il mondo in cui si svolgono le storie ha tutte le caratteristiche delle ambientazione heroic fantasy: è un “tempo dei lupi” (Edwards), in cui abbondano le vestigia del passato e il futuro è incerto. Le arti marziali rappresentate nel fumetto possono essere considerate una forma di magia nella quale convinzione ed emotività non sono meno importanti delle doti fisiche di chi le pratica. Lo stesso personaggio del titolo, Kenshiro, sembra vittima di un destino che lo obbliga a essere sempre al centro di un qualche conflitto e a ricevere cicatrici nel corpo e nell’animo.

L’ambientazione

Dopo una lunga e accurata ricerca sulle fonti originali, Ron Edwards ha descritto l’archetipo dell’ambientazione heroic fantasy in questi termini:

  • è un ambientazione semi-storica con regni “ordinari” sovrapposta al Tempo che Fu, il quale include almeno una civiltà umana caduta;
  • confini, organi di governo e persino la tecnologia sono leggermente anacronistici, ovvero appropriati a epoche più familiari. L’ambientazione non ha un vero senso rispetto alla Storia registrata;
  • l’ambientazione non prevede leggi basate su principi, diritti civili o qualunque genere di “progresso”. A nessuno passa per l’anticamera del cervello di essere socialmente costruttivo;
  • la gente accetta distinzioni razziali politicamente molto scorrette; magari non fatte proprie dall’autore, ma date per scontate dai nativi. È un’epoca razzista. In modo simile, il sesso è discriminante e per le donne la vita è difficile, anche se, come nell’età Vittoriana, alcune trovano modi per aggirare il sistema;
  • non esistono specie umanoidi carine e simpatiche. Se esistono non-umani, di solito sono molto affini all’umanità oppure talmente mostruosi da essere considerabili demoni.

Il mitico Raoul, il più carismatico fra gli avversari di Kenshiro

Ora, proviamo a confrontare quanto detto sopra con il mondo di Ken il guerriero. Abbiamo:

  • una Terra postapocalittica in cui, avendo forza sufficiente, si possono fondare regni e persino imperi;
  • un mondo in cui la forza è l’unica legge e i più deboli devono soccombere;
  • un mondo in cui esistono persone tanto deformi da non sembrare nemmeno umane e individui dai poteri soprannaturali

Sembra la sintesi delle caratteristiche individuate da Edwards, no? Poco importa che invece di spade e stregonerie ci siano armi da fuoco (ma anche strumenti di morte più esotici, come i fucili spara-aghi, e bizzarrie come i motociclisti armati di lancia da cavaliere) e arti marziali fantastiche. La tecnologia e le forme assunte dal soprannaturale non sono discriminanti per identificare o meno un’ambientazione come heroic fantasy.

Il mondo di Hokuto no Ken è un posto terribile, dove si può morire in qualunque momento per il capriccio di un potente. A meno di non incrociare Kenshiro e ottenere il suo aiuto, nascere in un mondo del genere è una condanna alla sofferenza e a una vita breve. Ma è anche un mondo in cui la forza di un singolo può provocare grandi mutamenti e dove, pur dovendo morire, si può almeno fare in modo di non morire invano, come Ain (il cacciatore di taglie) verso la fine della seconda serie.

I personaggi

I protagonisti dell’heroic fantasy sono capolavori di egoncentrismo. Essi sono e hanno personalità talmente dirompenti da travolgere qualuque cosa si pari sulla loro strada. Non rappresentano altro che loro stessi, senza avere alcuna implicazione simbolica o morale, il che consente loro di essere umani e contraddittori come persone vere: per questo Raoul può sterminare un numero incalcolabile di persone indifese nella sua corsa al potere, piangere per la malattia di Toki, amare Giulia e, nei suoi ultimi momenti, alzare il pugno al cielo e fare la dichiarazione suprema: “Io non rinnego la mia vita!” Che non significa altro che Raoul è Raoul e che lui non si pentirà per far piacere a qualche moralista che lo vorrebbe redento. Raoul non ha fatto nulla da cui redimersi. Lo stesso vale per Shin, Souther e tutti gli altri avversari di Kenshiro: sebbene alcuni di loro possano essere chiamati “malvagi”, quasi tutti hanno personalità complesse e ottime ragioni per fare quello che hanno fatto.Ragioni che, in ultima analisi, sono perfettamente coerenti con il comportamento da loro mostrato e li rendono persone comprensibili, addirittura in grado di commuovere nonostante il lettore li abbia visti commettere atrocità d’ogni genere.

Souther, l’uomo che odiava l’amore, nell’interpretazione di Erik Von Lehmann (Deviantart)

Lo stesso Kenshiro, del resto, non aiuta i deboli in nome di chissà quale principio morale: lo fa semplicemente perché trova i malvagi spregevoli o perché le loro vittime lo colpiscono in qualche modo. Sono i sentimenti a guidare le sue azioni. Quando uccide lo fa con brutalità, a volte è addirittura crudele e raramente esita a farlo. Questo è coerente con il suo background: l’ultimo erede di una tecnica omicida millenaria non può essere un bonaccione.  Egli stesso si definisce più volte “un assassino”.

Un’altra caratteristica fondamentale dei personaggi heroic fantasy è che essi agiscono molto più di quanto non parlino o pensino. Questo non significa che siano rozzi o insensibili, ma che difficilmente il dubbio li paralizza: sono capaci di prendere una decisione in fretta, anche se ciò non implica che non riflettano prima di agire. Avete mai visto Kenshiro rimanere sorpreso per più di una vignetta? E Raoul?

I protagonisti di Hokuto no Ken mostrano le caratteristiche tipiche dei personaggi dell’heroic fantasy: sono uomini d’azione, guidati solo dai propri sentimenti.

La magia

Nell’heroic fantasy la magia è qualcosa di misterioso e terribile. Non è sfolgorante né bella a vedersi, ma questo non la rende meno potente o spaventosa. Per venirne in possesso non è sufficiente lo studio: occorre fare sacrifici e sottoscrivere patti con cose lontane dall’esperienza umana. Gli stregoni sono persone estranee al mondo dei mortali, più simili ai demoni loro alleati che agli esseri umani. Questa descrizione si applica perfettamente alle scuole di Hokuto e Nanto e ai loro praticanti.

Le arti marziali di Hokuto no Ken non sono arti di cui tutti possono impadronirsi. Occorre avere il sangue giusto, che sembra essere addirittura più importante dell’allenamento, e una volta entrate a far parte di una persona non possono essere dimenticate (come dimostra ciò che accade a Ken quando perde la memoria, verso la fine della quarta serie). Almeno nel caso dell’arte di Hokuto, per raggiungerne le vette occorre fare sacrifici crescenti, al punto che la tecnica finale può essere padroneggiata solo da coloro il cui animo ha toccato le vette del dolore. Infine, queste arti marziali richiedono una disposizione d’animo tale da segnare per sempre chi le pratica.

Oltre a tutto ciò, i maestri delle scuole di Ken il guerriero sembrano particolarmente sottomessi al destino. Nonostante siano i guerrieri più forti, ciascuno di loro ha un fato di cui sembra ben consapevole: per Kenshiro è quello  vagare eternamente per il mondo, per Raoul quello di scontrarsi con il fratello adottivo, per Toki quello di anteporre sempre il bene altrui al proprio. La loro abilità di combattenti, se da un lato li rende liberi, dall’altro li imprigiona.

Con la stregoneria dell’Era Hyboriana o dei Regni Giovani, le arti marziali di Hokuto no Ken hanno in comune anche la sensazione di terrore che suscitano in chi le osserva. Sono arti mortali che distruggono i corpi e, in alcuni casi, anche le menti. Non cè nulla di naturale o pulito nel modo in cui uccidono.

L’uomo con la pistola è Jagger, uno dei fratelli adottivi di Kenshiro

In conclusione, Ken il guerriero non è un fumetto postapocalittico o d’azione, ma un’opera heroic fantasy vera e propria. Sopratutto, è un’opera sempre giovane, che può essere riletta molte volte a distanza di anni senza perdere nulla: un vero classico, senza nessuna delle sfumature negative che possono connotare il termine. Hokuto no Ken non è il frutto di idee o tecniche ingenue o superate, come può essere un manga apparentemente simile quale Saint Seiya (che tutto è tranne che heroic fantasy), ma una vera e propria gemma nel panorama letterario internazionale. Con la sua ambientazione suggestiva, i personaggi completi e l’azione incessante, questo fumetto è un modello per tutti gli autori che vogliano occuparsi di fantasy in modo serio.

 
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Pubblicato da su 26/04/2011 in Fumetti, Letteratura, Uncategorized

 

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Letteratura e Prima Guerra Mondiale

L’altroieri ho giocato a WWI Source, videogioco in prima persona ambientato nei campi di battaglia della Grande Guerra (per chi capisce il gerco tecnico, WWI Source non è altro che un mod del motore Source). Nel corso della partita, mi sono reso conto che questo gioco ha una notevolissima affinità con il modo in cui si fa letteratura oggi, in particolare la fantasy e le altre opere di genere, quindi ho deciso di parlarne in un articolo.

Figo, eh? Sembra proprio una battaglia della Prima Guerra Mondiale, sopratutto con le grida dei cretini giocatori in sottofondo. È stato questo video a farmi incuriosire riguardo il gioco, che ho scaricato subito dopo averlo visto. Nella schermata di caricamento del server è comparso un “manuale per il soldato” che spiegava i comandi (a proposito, bella l’idea di introdurli qui, così uno se li può leggere mentre carica la sua prima partita), fra cui quello che mi ha lasciato più perplesso: “press Q to bolt your rifle” (“premete Q per azionare l’otturatore”). Durante il gioco, infatti, ho potuto constatare che una volta sparato il personaggi virtuale non agisce automaticamente sull’otturatore per caricare il colpo successivo: deve essere il giocatore a “ordinarglielo”, premendo il tasto Q (possibilmente in fretta, perché se ha sparato significa che nel mirino ha un bersaglio che potrebbe rispondere al fuoco ^_^).

Ora, in tutti i giochi di questo genere che conosco (Battlefield: Bad Company 2, Day of Defeat, Global Agenda, Team Fortress 2 e tutti quelli che ho dimenticato) non è necessario che il giocatore invii un comando per incamerare il colpo in un’arma a otturazione: il personaggio lo fa automaticamente. La cosa ha senso, perché nei videogiochi non esiste un solo buon motivo per andarsene in giro senza il colpo in canna. Obbligare la gente a “ricaricare” manualmente significa introdurre qualcosa di inutile e fastidioso, che nel peggiore dei casi rischia di trasformare le sparatorie in duelli koreani dove vince chi preme più in gretta Q e il tasto sinistro del mouse (complice la precisione schifosa delle armi: più di una volta io e un altro tizio ci siamo dovuti sparare un paio di caricatori a testa da cinquanta metri di distanza prima che uno dei due cadesse, e stavamo pure mirando!): un grave difetto per un gioco sparatutto, dove dovrebbero essere la precisione e la rapidità di reazione (non di input) a farla da padrone.

Quello del “costringere l’utente a metterci del proprio per coinvolgerlo di più” è un principio che, sciaguratamente, è considerato valido anche in letteratura. Quante volte un (cattivo) autore si è giustificato per descrizioni sommarie o incomplete dicendo qualcosa del tipo: “l’ho fatto per consentire ai lettori di usare la loro immaginazione e coinvolgerli di più”? Troppe per contarle, ahinoi.

Ecco un esempio di descrizione “premi Q per azionare l’otturatore”; vediamo chi riesce a riconoscerne la provenienza (ho censurato il nome del protagonista e tagliato alcune frasi, non rilevanti ai fini dell’esempio, per non rendere troppo facile la risposta):

Entrò nell’ombra e si ritrovò in un mondo di ombre. […] L’aria era carica di salsedine, a tal punto che Lui si sentiva le narici sature di sale e quasi gli sembrava di camminare sott’acqua e di poter respirare l’acqua stessa. Forse questo spiegava perché era così difficile vedere lontano in qualsiasi direzione: c’erano tante ombre, perché il cielo era simile a un velo che celasse la volta di una caverna.  Lui rinfoderò la spada, poiché in quel momento non c’erano pericoli evidenti, e si girò adagio, cercando qualcosa che gli servisse per orientarsi.

Era possibile che ci fossero montagne scoscese, nella direzione che gli sembrava l’est, e forse una foresta a ovest. Senza sole, né stelle, né luna, era difficile valutare la distanza e la direzione. Si trovava in una pianura sassosa, dove sibilava un vento freddo e torpido che gli tirava il mantello come se volesse impossessarsene. C’era un gruppo di alberi stenti e spogli a un centinaio di passi. Era l’unica cosa che rompeva la squallida monotonia della pianura, eccetto un grande e informe lastrone roccioso oltre gli alberi.

Questa descrizione lascia fuori una quantità mostruosa di elementi fondamentali per capire quello che vede il protagonista. Tanto per cominciare, come fa a vedere? Non c’è il sole, non c’è la luna, non ci sono le stelle! Da dove viene la luce? E come fa il personaggio, “in un mondo di ombre” dove non si vede una ceppa, a vedere così bene tutti i dettagli? Riesce persino a scorgere le montagne, notoriamente facili da distinguere quando non c’è luce.  E, a proposito, come fa a distinguere i punti cardinali, non avendo né una bussola né alcun punto di riferimento? Come fa la direzione delle montagne a “sembrargli” l’est? È per caso un uccello migratore (no, non lo è, nda)?

Le dimensioni degli elementi del paesaggio non sono assolutamente specificate. Le montagne sono “scoscese”, ma quanto sono alte? Ce sono due, tre, quattrocento, le fottute Alpi? Il “gruppo” di alberi è formato da quattro tronchi in croce o è una piccola foresta? E di che alberi si tratta?

L’insistenza su un dettaglio per sottolinearlo, nel timore che i lettori non capiscano, è tipica degli scrittori alle prime armi. Una volta che hai detto che c’è buio, fermati: non c’è bisogno di ripeterlo! Sopratutto, non bisogna usare metafore poco chiare come “mondo di ombre”, che di per sé vuol dire tutto e niente (tra l’altro, l’autore del brano citato dopo tanta insistenza si contraddice pure, mostrandoci un personaggio che ci vede benissimo nonostante l’oscurità): le figure retoriche servono a rafforzare un’immagine, non a renderla più oscura.

Potrebbe esserci altro da dire, ma per il momento mi fermo. A proposito, avete riconosciuto la provenienza della citazione? Viene da Elric di Melniboné di Michael Moorcock (pp. 124-25 dell’edizione Fanucci): uno scrittore considerato fra i più grandi autori di fantasy viventi, mica l’ultimo imbrattacarte italiano. Elric, fra l’altro, non è manco il primo romanzo di Moorcock, che è il tipico caso di un’immaginazione eccezionale mutilata da una scrittura frettolosa e a tratti poco curata. Se Moorcock (che nonostante tutto non è un cattivo scrittore) ha fatto una cosa del genere, vi lascio immaginare cosa è in grado di produrre il tipico autore italiano che al Liceo ha avuto come modelli di scrittura Dante (che non scriveva in Italiano e, sopratutto, non può essere preso a esempio come autore della Commedia, che è un’opera in poesia e non un romanzo in prosa) e Manzoni (che ha scritto un Harmony ottocentesco), non ha mai imparato a scrivere veramente (al massimo a sviscerare conoscenze nozionistiche nei temi in classe e a casa) e non ha mai letto un manuale di scrittura o si è informato sulla Rete in materia. Forse, se si facessero più recensioni e meno “quarte di copertina mascherate”, la situazione migliorerebbe un pochino: dopo essersi visto distruggere il romanzo d’esordio su tutti i giornali e su tutta Internet, l’imbrattacarte si documenterebbe e lavorerebbe sodo per non ripetere gli stessi errori. Ora come ora, possiamo solo sperare nell’illuminazione divina (che, come storicamente dimostrato, non è una grande speranza).

In conclusione: non costringete i vostri lettori ad azionare l’otturatore. Fatelo voi per loro; anzi, mettetegli in mano un bel fucile semiautomatico o un mitra, così potranno vincere la guerra e concedere a tutta Europa prestiti decennali vincolati all’acquisto di merci americane… ops, esempio sbagliato. ^_^

 
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Pubblicato da su 22/04/2011 in Letteratura, Uncategorized

 

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Ancora Harry Dresden

Dopo Storm Front, come vi avevo promesso, ho letto anche i due romanzi successivi del ciclo di Harry Dresden, Fool Moon Grave Peril. Quello che ho scritto nell’articolo precedente ha trovato conferma: la scrittura di Butcher migliora sensibilmente con il tempo, pur mantenendo un certo sapore acerbo anche alla fine del terzo romanzo. Alcuni difetti, purtroppo piuttosto gravi, rimangono: eventi importanti per il protagonista sono trattati con superficialità, alcune soluzioni narrative non sono felicissime e ai personaggi secondari non è dato molto approfondimento (anche se i libri sono scritti in prima persona, dal punto di vista di Dresden, i comprimari sono caratterizzati in maniera veramente scarna).


In Fool Moon, Harry Dresden è coinvolto in un giro di licantropi (esseri umani affetti da una forma di “pazzia soprannaturale” che li rende più forti, resistenti e ferini quando c’è la luna piena), lupi mannari (persone che diventano lupi) e loup-garou (un uomo maledetto che si trasforma, contro la propria volontà, in un mostro dalle sembianze lupine e perde la ragione quando ciò avviene). La trama è solida, anche se non particolarmente brillante, e certamente un passo avanti rispetto a Storm Front. Il vero, enorme problema è il finale:

****** SPOILER ******

Harry Dresden si trova ad affrontare il loup-garou trasformato e inferocito. La belva è immune alla magia, quindi i suoi poteri non gli sono d’aiuto, e può essere ferita solo da argento che l’aggressore abbia ereditato da un membro della famiglia. Dopo che lui, Muprhy e lo stesso John Marcone hanno rischiato la pellaccia più volte contro il loup-garou e almeno un poliziotto è morto quando questi è fuggito dalla sua cella, Harry finalmente si ricorda del proprio pendente d’argento, lasciatogli dalla madre, e usa la magia per trasformarlo in un’arma che mette al tappeto il mostro. Possibile che non abbia pensato prima a qualcosa di tanto ovvio e importante?

****** SPOILER ******


A parte questo difetto, Fool Moon è un romanzo scritto discretamente bene, con una buona gestione dei tempi narrativi e situazioni interessanti (per buona parte del romanzo Harry è costretto a fuggire dalla polizia e dai federali!). Come voto gli darei un sette-sette e mezzo: non male, ma l’autore ha ancora della strada da fare.

Questa strada, Butcher dimostra di averla intrapresa bene in Grave Peril, il terzo romanzo della serie e l’ultimo (finora) che ho letto. Partendo da un caso riguardante un fantasma inquieto, Harry Dresden scopre l’esistenza di un complotto che si rivela più complicato e coinvolgente del previsto. La trama principale è in grado di stupire e il protagonista è approfondito in modo interessante, mentre i comprimari sono un tantino più tridimensionali. Purtroppo, anche qui Butcher fa qualche cazzata, per esempio nella risoluzione finale (che sembra un po’ improvvisata) e nel modo in cui Dresden reagisce al contatto con Thomas Raith e…

****** SPOILER ******

… alla parziale trasformazione di Susan in un Vampiro della Corte Rossa.

****** SPOILER ******

Questa volta, però, gli errori si fanno sentire di meno: la lettura è godibilissima. Ancora non definirei Butcher un grande autore, ma sono appena al terzo romanzo di 14 e i miglioramenti che ho riscontrato mi fanno sperare bene.  Grave Peril merita un otto pieno, direi.

Con queste premesse, sono intenzionato a proseguire la lettura con Summer Knight e Death Masks. Sarebbe ora, tuttavia, di fare la piacevole scoperta che Jim Butcher ha imparato a scrivere meglio di prima, perché l’attesa del miracolo sta cominciando a diventare un pelino noiosa.

 
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Pubblicato da su 20/04/2011 in Letteratura, Uncategorized

 

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Oggi (finalmente) parliamo di Maria Teresa (parte 2)

Nel 1756, con la cosiddetta Rivoluzione Diplomatica, le alleanze in vigore fino all’epoca della Guerra di successione austriaca mutano radicalmente: l’Austria di Maria Teresa si avvicina alla Francia di Luigi XV con il Trattato di Versailles, mentre la Gran Bretagna, preoccupata per l’espandersi dell’influenza dei Borboni, trova un nuovo amico in Federico II di Prussia. Anche la Russia, la Svezia, la Danimarca e gli Stati tedeschi del Sacro Romano Impero sono vicini agli Asburgo. Forte di questi appoggi, Maria Teresa non ci pensa due volte a compiere un vero e proprio atto di provocazione militare, concentrando le truppe austriache sul confine fra Boemia e Slesia (che, ricordiamo, in quel momento era un possedimento prussiano). Federico reagisce invadendo la Sassonia e saccheggiandone il tesoro: è l’inizio della Guerra dei Sette Anni (1756-1763), il conflitto più terribile del 18° secolo, che si combatterà su campi di battaglia europei e americani e provocherà 1.300.000 morti fra tutti gli schieramenti. Il marito di Maria Teresa e suo figlio Giuseppe la consigliano di lasciar perdere, ma per una volta la sovrana non ascolta un buon consiglio e si lascia trasportare dal desiderio di rivalsa sul prussiano.

Anche in questo caso, della guerra vera e propria non parlerò, perché non è l’argomento principale dell’articolo. Basti sapere che, alla fine delle ostilità, per l’Austria non è cambiato quasi nulla in termini territoriali e l’unica “conquista” è l’appoggio di Federico per l’ascensione di Francesco Stefano di Lorena al trono del Sacro Romano Impero. Un conflitto sostanzialmente inutile, insomma, spinto sopratutto dalla rivalità fra Austria e Prussia per il controllo dell’Europa centrale. Elemento interessante è che, fin dall’inizio, la guerra si configura come lo sforzo di tre donne (Maria Teresa, l’amante di Luigi XV Madame de Pompadour e la zarina Elisabetta di Russia) per annientare il notoriamente misogino Federico II. Chissà cosa mi ricorda.

Le fazioni e i teatri della Guerra dei Sette Anni

Dopo la guerra, l’Austria è sull’orlo del collasso finanziario. Il Consiglio di Stato, un organo creato da Maria Teresa pochi anni prima e composto da ministri a cui era vietato ricoprire altre cariche, le prova tutte per racimolare denaro, compresa l’istituzione di una Lotteria di Stato. La sovrana reagisce alla crisi promuovendo l’iniziativa privata, abolendo i dazi doganali fra i Paesi che compongono il suo impero e sostenendo l’industrializzazione delle aree più ricche di risorse naturali. Fra tutti i suoi impegni, trova anche il tempo per promulgare nel 1766 un nuovo Codice Penale che, pur non abolendo la tortura e la pena di morte, definisce con chiarezza i diritti civili dei sudditi e costituisce un indubbio passo avanti rispetto alla legislazione precedente. Dieci anni dopo, anche la pena capitale sarà eliminata dall’ordinamento austriaco, sostituita (allegria!) coi lavori forzati a vita.

Diverse riforme di Maria Teresa riguardano la Lombardia, in particolare Milano: dal 1714 dominio asburgico, questa regione e la sua capitale sono piagate dalla corruzione e da un apparato amministrativo lento e inefficiente. Maria Teresa pone un freno a tutto questo, nominando governatore il fedele ministro Kaunitz e istituendo un ufficio governativo, il Dipartimento d’Italia, che assicura che tutte le decisioni relative a quei territori siano prese da Vienna e non passino per la corrotta aristocrazia lombarda. Trattandosi pur sempre di Italia, le riforme sono fortemente osteggiate dai ceti privilegiati e la loro applicazione lenta e ostacolata in ogni modo; ciò non impedisce, grazie anche all’opera di funzionari come il genovese Pallavicino e il varesotto Beltrame, che le terre di nobiltà e clero siano censite e tassate e che ai cittadini siano sostituiti, nelle cariche pubbliche, tecnici provenienti da altre province, più difficilmente corruttibili. Maria Teresa non si limita a purgare l’amministrazione: promuove l’agricoltura, istituendo concorsi e premi, e l’industria tessile. Pur essendo, come già ricordato, una cattolica fervente, la sovrana sopprime gli ordini religiosi inutili alla società (quelli dediti esclusivamente alla contemplazione e alla preghiera), destinando i loro beni a ospedali e opere assistenziali statali, e obbliga gli altri a tenere registri contabili. Anche la scuola è riformata, con l’istituzione di esami di Stato per gli studendi e di un’abilitazione per i maestri; i bambini dai sei ai dodici anni avranno diritto a un’istruzione gratuita. Nel 1776 l’imperatrice istituisce con un decreto l’Accademia di Brera. Mescolate a queste ci sono alcune altre riforme abbastanza bizzarre, come il divieto per il popolo di giocare a carte o a bocce (!!!) e il bando delle uniformi militari dalle occasioni mondane come i balli e le feste, ma nel complesso si tratta di un impianto solido ed epocale.

Purtroppo, in famiglia Maria Teresa prende un’ulteriore decisione scellerata facendo sposare nel 1760 il primogenito Giuseppe a Isabella di Borbone-Parma, nipote del re di Francia. Al cinico figlio dell’imperatrice, noto per essere insensibile al fascino femminile, viene imposta una sposa dolce, sognatrice e ingenua, molto fragile di carattere e, cosa che emergerà solo dopo la sua triste fine, omosessuale. È una ricetta per il disastro, ma l’imperatrice non vede altro che un’opportunità politica. La povera Isabella, per anni respinta dal marito che non è capace di amarla e che lei stessa non può amare come una moglie, terrorizzata dagli intrighi e dal viscidume della vita di corte, si innamora della cognata Maria Elisabetta, bella e colta, a cui scrive centinaia di lettere d’amore e manda centinaia di doni; l’oggetto del suo desiderio, per ragioni di convenienza e di inclinazioni sessuali non compatibili, la ignora. Il tormento di Isabella, strattonata dai propri sentimenti e dal senso del dovere nei confronti del marito, ha vita breve: nella notte tra il 18 e il 19 novembre 1764, ella muore per un attacco di tisi. Poco dopo Maria Elisabetta fa recapitare al fratello Giuseppe un pacco contenente tutti i doni e le lettere scrittele dalla moglie defunta. Giuseppe è distrutto: si è reso conto troppo tardi di amare veramente Isabella e solo ora capisce ciò che lei ha patito. Ma ormai sua moglie non c’è più e, per la prima volta, il successore di Maria Teresa si sente solo.

Un ritratto del giovane Giuseppe

Essendo Giuseppe l’erede al trono, Maria Teresa lo obbliga a risposarsi con un’altra donna da lei scelta: Giuseppa di Baviera, un nome che sembra uno scherzo del destino. L’aspetto della sposa disgusta Giuseppe, che rifiuta di consumare il matrimonio e ordina la costruzione di un divisorio fra le loro stanze da letto nel palazzo di Schonbrunn.

Il 17 agosto 1765, sei mesi dopo il matrimonio del primogenito, Francesco Stefano di Lorena muore improvvisamente durante uno spettacolo teatrale. È una fine annunciata: il marito di Maria Teresa aveva sempre amato mangiare e bere molto e ormai era talmente obeso che i suoi medici gli avevano raccomandanto di perdere almeno metà del suo peso se non voleva rischiare la vita; consiglio che l’uomo aveva assolutamente ignorato. Maria Teresa si fa radere completamente i capelli in segno di lutto e, da questo momento fino alla morte, indosserà solo abiti scuri. I suoi appartamenti saranno d’ora in avanti tappezzati di nero, gli specchi coperti da stoffe dello stesso colore, e non indosserà più gioielli. Talmente grande è il suo strazio che Maria Teresa si firmerà d’ora in poi con una locuzione destinata a passare alla Storia: “la regina vedova.”

Senza Francesco Stefano a fare da paciere fra i due, i contrasti fra Maria Teresa e il figlio Giuseppe si fanno più intensi che mai. Giuseppe odia la madre per l’educazione rigidissima che gli ha impartito (comprendente anche le frustate), per il suo bigottismo e la sua (relativa) ignoranza; Maria Teresa non tollera che il figlio voglia mettere becco negli affari di Stato, pur essendo divenuto co-reggente dopo la morte del padre, e che non faccia mistero di ammirare il suo nemico di sempre: Federico II di Prussia, colto e crudele, amico di quel Voltaire che Giuseppe tanto ammira e che disgusta Maria Teresa per la sua misoginia e le sue teorie politiche. L’imperatrice e suo figlio non mangiano più assieme e non si parlano quasi più. A quarantotto anni e vedova, Maria Teresa non è più la donna di un tempo e Giuseppe disprezza quello che è diventata: debole, stanca, arrendevole. E tuttavia, quando il vaiolo la colpisce e i suoi medici arrivano a temere per la vita della sovrana, il figlio le è accanto tenendole la mano, dimostrando una insospettabile abnegazione. L’imperatrice sopravvive, ma la malattia assesta un ulteriore colpo al suo animo già provato, assieme alla notizia (mai verificata) che il marito tanto amato avrebbe generato una figlia illegittima con un’amante.

Nel 1766 cominciano le trattative fra Maria Teresa e Luigi XV per il matrimonio del nipote del re, il futuro Luigi XVI, e Maria Antonietta, la penultima figlia della regina. A undici anni la ragazzina (come chiunque abbia letto Le rose di Versailles ben sa) è praticamente analfabeta e parla il francese malissimo; la sua educazione è affrettata in vista del matrimonio regale e basata, ancora una volta, esclusivamente sulle arti e le virtù appropriate a una giovane di famiglia reale. Niente politica, niente economia, nulla che potrebbe essere utile alla futura regina: quando Antonietta, nel 1770, abbandonerà il sobrio palazzo di Schunbrunn per la sfarzosa reggia di Versailles, farà presto a dimenticare le raccomandazioni materne per sommergersi di un lusso che farà scandalo presso il popolo e sarà una delle cause scatenanti la Rivoluzione francese.

Maria Teresa nel 1762, a 45 anni

Nel 1772, in seguito a una trattativa condotta direttamente da Giuseppe, la Polonia è smembrata e spartita fra Austria, Prussia e Russia. Maria Teresa non ha il coraggio di presenziare alla firma del trattato, che considera un atto vergognoso, ma non è stata in grado di opporsi alla volontà del figlio né di contrastare l’ascendente del re di Prussia su di lui. Nel 1776, alla morte del re di Baviera, fra Austria e Prussia scoppia una guerra per la successione e Giuseppe, contro il volere della madre, si unisce all’esercito austriaco e lo porta in Boemia; pur non essendoci battaglia, la situazione è tesissima. Sapendo che Francia, Inghilterra e Russia non tollereranno un’espanzione del già debordante impero degli Asburgo e volendo evitare a tutti i costi una nuova Guerra dei Sette Anni, Maria Teresa intraprende un carteggio segreto con Federico per giungere alla pace, che sarà firmata il 13 maggio 1779 a Teschen, in Boemia. L’Austria ne esce umiliata come mai prima. Giuseppe non perdonerà mai la madre per averlo scavalcato. E lei confessa al fidato ministro Kaunitz: «Oggi ho finito la mia carriera.» Non ha più voglia di fare nulla, neppure vivere.

Il 1780 è l’anno del decadimento fisico e spirituale della sovrana. Non cammina quasi più e ha perso ogni interesse nel teatro, che un tempo era stato il suo grande amore. Le mani le tremano continuamente, al punto che teme di perderne l’uso. Il 18 novembre comincia ad accusare forti difficoltà respiratorie, che le impediscono di sdraiarsi. Di fronte alla preoccupazione dei familiari, Giuseppe nega testardamente l’evidenza: «Impossibile. La mamma non muore.» Ma il 26 Maria Teresa lo convoca nelle sue stanze e gli impone, in qualità di erede, di rimanerle accanto. Nei giorni successivi la regina soffre di crisi gravissime e pare continuamente a un passo dalla morte.

Il 29 novembre è il suo ultimo giorno. Giuseppe allontana tutti, tranne un medico e le infermiere, e rimane accanto alla madre morente, ancora incapace di credere a quanto sta accadendo. Alle nove di sera Maria Teresa cerca di alzarsi dalla poltrona su cui è ormai costretta, ma finisce per accasciarsi contro un muro. Giuseppe la solleva e la aiuta a sdraiarsi. «Non siete comoda, madre» sono le uniche parole che riesce a dire. «Anche troppo, per morire» sono le ultime parole di Maria Teresa.

La fonte principale di questi articoli è il saggio Maria Teresa. Una donna al potere di Edgarda Ferri (Mondadori, Milano, 1994). Wikipedia e alcuni saggi trovati sulla Rete (non ricordo i titoli, ma è sufficiente cercare “Maria Teresa”, “Federico II” e “Giuseppe II” per trovarne una marea) hanno fornito qualche elemento aggiuntivo.

 
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Pubblicato da su 17/04/2011 in Storia, Uncategorized

 

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Lo spettatore del 18 giugno – Parte seconda: fango e tuoni

Se non sono ancora scappato, è perché sono mezzo sordo e mezzo cieco. Per me, i tuoni che devono aver scosso l’aria per tutto il giorno non sono altro che un riverbero da qualche parte dentro le mie orecchie, e di quello che succede lungo il versante di questa collina e più in giù, fra i campi di grano, vedo soltanto macchie sfocate. Ma sento la terra tremare sotto i miei zoccoli e le mie narici sono invase dalla puzza del fumo che esce dai bastoni degli umani, quindi ho un’idea di quello che sta accadendo intorno a me. Gli umani combattono fra loro. È un tipo di lotta che non capisco: dove sono le giumente? Dov’è la biada? Dove sono tutte le cose per cui si combatte? Non l’ho mai capito in tanti anni che ho seguito il mio padrone, il quale, a sua volta, ha seguito il suo. Il mio padrone mi somiglia: ha il muso lungo e piatto come il mio, anche se il suo ha una forma diversa e ha il naso sporgente come tutti gli umani. È più piccolo degli altri della sua specie e molto più magro. Le sue pelli (gli umani ne hanno molte, che possono togliere comefanno  i serpenti per indossarne di altre) sono più leggere e più spente di quelle degli umani che ci circondano e che sembrano una nuvola di fuoco ai miei occhi miopi. Lui, invece, è marrone e grigio e ogni tanto mi dà una mela.

Il mio padrone sta guardando il suo parlare con uno dalla pelle blu e dorata; da come si comporta il padrone del mio padrone, sembra che quell’altro sia il capo del suo branco. Eppure anche il padrone del mio padrone comanda un branco. Fra gli umani funziona così, anche se è strano. Il padrone del mio padrone è grande e grosso, come il cavallo suo servo, e legato al fianco ha un bastone corto e lucido, di quelli che tagliano; l’uomo blu e dorato, invece, è più magro e più vecchio.

“Servo” è una parola che imparato dagli umani: significa qualcuno che fa qualcosa al posto di un altro e, siccome lo fa, è considerato debole. So che il mio padrone è “servo” del suo, secondo gli umani, e io apparterrei a quest’ultimo, ma secondo me non è così: lui si occupa di me e mi dà da mangiare, quindi è il mio padrone.

Tutto intorno a noi  ci sono anche altri come me, che mi fanno più paura degli scoppi e delle fiamme e della puzza di sangue. Loro sono grandi e feroci. Amano calpestare le cose vive e ognuno di loro porta sulla schiena un umano altrettanto rabbioso. Anche davanti a noi, più in basso dietro la collina, ci sono molti cavalli che trasportano i nemici del padrone del mio padrone: sento i loro zoccoli colpire il terreno come chicchi di grandine, le loro voci sbuffare di fatica per il fango attraverso cui devono farsi largo, le loro grida di rabbia e di dolore quando gli umani li feriscono. Tutto questo è terribile.

«Scendete da cavallo.»

«Sir?»

«Il rombo dei cannoni vi ha leso i timpani? Vi ho chiesto di scendere da cavallo.»

Il mio padrone obbedisce, sfilando i suoi piedi senza zoccoli dagli arnesi che pendono dai miei fianchi e scivolando a terra. Non mi assomiglia solo nell’aspetto: anche lui, quando gli parlano in quel modo, deve obbedire. Anche il suo padrone smonta, poi si avvicina a me e mi accarezza il muso. La sua mano è grande e ruvida, ma gentile.

«Monterò su questo simpatico mucchio d’ossa. Può non essere attraente, ma di sicuro vale il rimborso che mi darebbe Sua Maestà nel caso dovessi perderlo. Portate il mio cavallo al sicuro dietro le linee.»

Molte parole non mi sono chiare, ma ho capito: dovrò prendere il posto del cavallo del padrone del mio padrone, quel gigante grigio che mi lancia uno sguardo mentre il mio padrone lo conduce via. C’è qualcosa in quell’occhiata, qualcosa che mi vuole dire, ma non riesco a vederla bene. Non sembra arrabbiato. Io ho paura. Sento e odoro quello che sta succedendo ai piedi della collina e non voglio andarci.  D’istinto, mi ritraggo.

«Andiamo, ragazzo, di cosa hai paura? Ci sarà solo da galoppare un po’. Farò io tutto il lavoro, con l’ausilio di un buon metro di acciaio scozzese. Stai tranquillo.»

La sua voce mi accarezza come la sua mano.Tremo ancora. Ho avuto padroni da quando sono nato e nessuno mi ha mai parlato così. Gli altri, quando non capivo quello che volevano, mi facevano male. Anche l’umano di cui costui è padrone, a volte, mi colpisce per farmi obbedire. Lui no. Lui mi sfiora il muso e mormora nelle mie orecchie e, sebbene io ci senta poco, il mio cuore rallenta la sua corsa.

«Così. Bravo ragazzo. Ora vediamo quanto sei forte.»

Mette un piede sull’appoggio e mi salta in groppa con un movimento rapido, agile. Sono abituato al mio padrone, che è gracile, mentre lui è robusto, ma ho portato carichi maggiori in passato e rimango saldo.

«Ottimo. Andrai più che bene.» Con le gambe mi ordina di trottare. Obbedisco. Intorno a me, gli altri cavalli fanno lo stesso. Man mano che saliamo, i rumori si fanno più forti; l’odore di bruciato e di sangue mi entra nelle narici.

Quando arriviamo in cima alla cresta, vedo degli altri umani – rossi come il mio nuovo padrone – correre verso di noi. Quando si fanno più vicini, sento la loro paura. Stanno scappando. Vorrei fare lo stesso, ma ho in sella il mio padrone, quindi rimango fermo. Gli uomini rossi ci passano accanto come un fiume che scorre accanto fra i sassi.

Il mio padrone mi fa salire fino in cima alla collina. Sbuffo, ma ce la faccio. I versi e i tuoni sono fortissimi, quassù. L’odore è terribile: sangue e qualcosa che brucia. Non distinguo quello che sta succedendo a valle e non ci riuscirei nemmeno se la mia vista fosse buona: un fumo biancastro copre ogni cosa. Tuttavia riesco a vedere, poco sotto di noi, una grande macchia blu che marcia in salita. I nemici del mio padrone.

Un fischio mi colpisce le orecchie. Viene da un punto di fronte a me e si avvicina sempre di più, ogni secondo più forte, finché qualcosa mi passa accanto così velocemente da farmi barcollare. Una delle pelli del mio padrone scivola dalle sue spalle e lui ringhia qualcosa che non capisco, dopodiché scende dalla mia schiena. Ho paura di averlo fatto arrabbiare, anche se non so come.

Il mio padrone grida a qualcuno più in basso: «De Lacy, vorreste dare l’ordine di caricare?»

«Sì, signore!»

«Grazie!»

Caricare. So cosa significa questa parola, perché me l’hanno spiegato gli altri, quelli feroci. Caricare significa calpestare cose vive. Non voglio farlo, ma questo umano è il mio padrone e mi ha accarezzato. Mi incita e io obbedisco. Corro giù dal pendio e accanto a me corrono gli altri, galoppiamo contro gli uomini blu, travolgendoli. Sento qualcosa di morbido cedere sotto i miei zoccoli e so che è carne; sento qualcosa spezzarsi e so che sono ossa. Il mio padrone sferza intorno a noi con il bastone che aveva al fianco e che fa sprizzare il sangue. Il mio cuore batte forte, i miei zoccoli sguazzano nel fango e penso che dovrei essere già stanco, ma non lo sono: mi sento come se potessi correre per sempre. Il mio padrone grida e io nitrisco assieme a lui. Non ho più paura.

Il mio padrone incita me e i suoi compagni a lanciarci ancora in avanti, ma questa volta di fronte a noi riconosco il bagliore di una siepe di punte acuminate che gli uomini blu, ginocchio a terra, puntano contro di noi. Dai loro bastoni escono il fuoco e il tuono e intorno a me umani e cavalli gridano di dolore e cadono. Ma il mio padrone urla di andare avanti e io sento che non si può fare altro, che non si può tornare indietro e che nessuno può fermarci. Gli uomini blu si fanno sempre più vicini, al punto che perfino io riesco a vedere i loro musi, e l’odore di bruciato è sovrastato da quello del loro terrore. La siepe di punte ondeggia e si dissolve, come se il vento l’avesse spazzata via. Quel vento siamo noi. È la paura che incutiamo.

Ancora una volta calpesto gli uomini blu, ancora una volta il mio padrone li fa a pezzi con quel ramo che è più pericoloso dell’intera dentatura di un lupo. Questa volta nessuno urla di andare avanti, ma io galoppo e tutti gli altri fanno lo stesso. Quello che ho fatto, quello che sto facendo adesso, non mi sembra più sbagliato; perché credevo che lo fosse? Non c’è nulla di meglio che correre con tutta la forza, spazzando via ciò che si mette in mezzo. Il sangue è una cosa normale, le grida una cosa normale: non hanno sangue, tutti gli esseri viventi? Non posso io gridare come un umano? Non ricordo nemmeno più come fosse temere queste cose.  Odo un suono lontano, come di molti sassi che rotolano da una scarpata, ma le mie orecchie non sono buone e non riesco a capire cosa lo provoca. Non importa. Sono vivo e non ho paura di nulla.

Corriamo attraverso i tronchi orizzontali che vomitano fuoco e calpestiamo, colpiamo, uccidiamo gli umani che li usano mentre loro cercano di scappare. La paura li rende stupidi: non sanno che un cavallo corre molto più veloce di loro? Nonostante ciò, fuggono lo stesso, tanto è forte il loro desiderio di vivere.  Quando anche l’ultimo umano se l’è data a gambe, il mio padrone ordina di fermarsi e io gli obbedisco, mentre altri continuano a galoppare e a combattere. Mi tremano le zampe e mi fa male il petto, ma lui mi accarezza la testa e il dolore sembra passare. «Bravo ragazzo» mi dice. È la prima volta che sento del rispetto nei versi di un umano. Poi lui si irrigidisce sulla mia schiena e io capisco che ha visto qualcosa di spaventoso. Il rumore di ciottoli si fa più forte, si trasforma in un rombo e finalmente lo riconosco: sono gli zoccoli di altri come me, lanciati al galoppo. Sollevo la testa e mi guardo intorno, ma tutto ciò che riesco a intravedere è una grande nuvola di polvere che fa da sfondo a una enorme quantitò di macchie di colore.

«Cavalleria francese! Ritirata! De Lacey, formate una retroguardia!» grida il mio padrone. Alle mie orecchie giunge, attutita, la risposta dell’altro: «Siamo troppo sparpagliati, signore! Ci saranno addosso prima di poterci riorganizzare!»

«Goddammit! Ritiriamoci!»

Il mio padrone mi fa girare e mi sprona nervosamente. Adesso anche lui odora di paura. Il suo terrore mi spaventa. Questa volta il cuore pesa nel mio petto e ogni colpo di zoccolo manda una fitta di dolore nella zampa cui si appoggia. Il rombo alle nostre spalle si fa sempre più forte. Da un momento all’altro, il fango mi risucchia gli zoccoli e fare un altro passo diventa impensabile. Mi fermo sentendo l’aria che mi manca e cercando di prendere fiato. Il mio padrone lancia un grido rabbioso, mi colpisce con i talloni, vuole che riprenda a galoppare, ma io non ce la faccio più. Vorrei chiederli perdono, dirgli che sto male perché non posso fare quello che lui mi chiede. Ma non posso.

Un altro umano, anche lui sulla schiena di un cavallo, punta una strana cosa contro il mio padrone. È una specie di bastone, ma in cima ha una punta che scintilla. È lunghissimo.

«Parole, monsieur?» dice l’altro umano.

«Parole» risponde il mio padrone, scendendo dalla mia schiena. Una volta smontato, butta a terra il suo bastone tagliente. Anche se non ci vedo bene, riconosco la tristezza sul suo volto. Mi fa male. Provo a fargliela passare, spingendo il muso contro la sua testa, ma lui mi spinge via. «Maledetto ronzino, sarebbe stato meglio se una palla vagante ti avesse ammazzato!» borbotta. Non capisco le parole, ma so cosa vuole dire. È arrabbiato con me perché non gli ho obbedito. Mi dispiace così tanto di non averlo potuto fare. Vorrei poterglielo dire, ma non posso, perché gli umani non imparano mai la lingua dei cavalli, sebbene noi impariamo sempre la loro. La nostra gioia e il nostro dolore sono muti.

Improvvisamente il mio padrone spalanca gli occhi. «De Lacey! De Lacey, sono qui! De Lacey!» grida, agitando le braccia. L’altro umano solleva il ramo appuntito e trafigge il mio padrone al petto; la punta gli esce dalla schiena. Il mio padrone cade e l’odore del suo sangue riempie l’aria. Il cavallo che porta l’altro umano sembra non accorgersene: quello non è il sangue del suo padrone. Io mi dimentico di loro e  mi avvicino al mio padrone ferito, gli lecco il muso, cerco di farlo stare meglio. Il suo respiro è affannoso e dalla sua bocca esce il sangue, oltre che dal suo petto. So cosa sta succedendo. Non lo capisco, ma lo so.

«Che Dio ti maledica… no, non è giusto» dice lui. Capisco che sta parlando di me. «Che Dio maledica me e la mia stupidità.» Sento la sua mano sul mio muso, poi non la sento più. Così come non sento più la sua voce, né vedo più la luce nei suoi occhi, che ora sono immobili.

Il 18 giugno 1815, sul campo di battaglia di Waterloo, il generale William Ponsonby cadde per mano di un lanciere francese. Poco prima di morire aveva scambiato il proprio cavallo, un destriero di grande valore, con il ronzino del suo servo, per timore che il primo rimanesse ucciso. Nel corso della ritirata seguita alla carica della Household Brigade, il cavallo del generale si impantanò in mezzo a un campo, consentendo all’inseguitore di raggiungerlo. Ponsonby si arrese assieme al proprio aiutante (il maggiore Reignolds, che non compare in questo racconto) e fu fatto prigioniero, ma subito dopo sopraggiunsero alcuni dragoni inglesi e il lanciere, piuttosto che lasciarlo libero, lo uccise infilzandolo con l’arma che dava il nome alla sua categoria, un’asta di tre metri sormontata da una punta di acciaio. Il francese galoppò quindi incontro ai dragoni inglesi e ne uccise tre, mettendo in fuga gli altri (fonte: Barbero).

 
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Pubblicato da su 13/04/2011 in Racconti, Uncategorized

 

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Festeggiamo anche noi la settimana dei DRM

Almeno, visto che dappertutto ne parlano, suppongo che questa sia la settimana dei DRM… e anche se non lo è non importa, l’articolo ve lo pippate lo stesso. ^_^

Cosa sono i DRM? La sigla sta per Digital Rights Manager e si riferisce a ogni tecnologia  che restringe l’uso non desiderato (da chi detiene il copyright) di contenuti digitali. Sono DRM quei file o programmi che impediscono di trasferire un file musicale da un supporto fisico a un altro (CD—>PC, ad esempio), che impediscono la copia di un programma o si connettono automaticamente a un servizio esterno (come Steam) per verificare che sia originale, e via dicendo. Ce ne sono migliaia, di tutti i tipi e per tutti i contenuti (giochi, film, musica, ebook, tricchettracche e bombeammano). In sintesi, un DRM riduce la fruibilità di un prodotto digitale in nome della tutela del copyright. A prima vista, non sembra ingiusto: i poveri editori, produttori e quant’altro avranno pure il diritto a tutelarsi contro la pirateria, no?

Chuck Norris: il DRM dell'umanità!

No, non ce l’hanno. Non in questo modo, almeno. Non soltanto perché le attuali leggi su copyright e diritto d’autore fanno acqua da tutte le parti, ma anche e sopratutto perché nessuno dovrebbe avere il diritto di farsi del male danneggiando anche gli altri, il che è esattamente quello che i DRM fanno. Lo stesso concetto di “copyright” è fallato: concentrandosi sulla “copia” di un prodotto invece che sul bene in sé, produce tutta una serie di aberrazioni, prima fra tutte l’incoraggiamento alla pirateria. Sì, “proteggere” i contenuti digitali con DRM non fa altro che incitare la gente a piratarli. Perché?

Supponiamo che siate talmente… vabbeh, supponiamo che vi siate comprati Semplicemente sei di Gigi D’Alessio nella versione con lettore MP4 incorporato (notizia old, lo so, ma è la prima che mi è venuta in mente, anche perché all’epoca sul “Giornale di Brescia” la passai io). Le canzoni dell’album stanno sul lettore e sono protette da DRM, quindi non le potete copiare o trasferire da nessuna parte. Un bel giorno il lettore decide di abbandonare questo mondo crudele e voi perdete non solo le canzoni in più che ci avete caricato, ma anche tutti i brani dell’album che avete pagato, dal momento che non avete potuto farne una copia di backup. Se le aveste scaricate in modo piratesco, questo problema non ci sarebbe stato: di ognuna avreste avuto una copia sul PC, una sul vostro lettore MP4 personale e magari un’altra da qualche altra parte.

"E mò sò cazzi vostri!"

Problemi simili, o addirittura peggiori, si hanno coi videogiochi. Alcuni consentono solo un numero limitato di installazioni su macchine diverse, per esempio cinque; il che può sembrare insignificante (chi ha sei computer in casa, dopotutto?), ma non lo è: perché diavolo dovrei perdere la possibilità di usare il programma dopo aver cambiato PC cinque volte? Non ha minimamente senso, se non per costringermi a comprare una nuova copia. Senza contare che alcuni DRM sono buggati e considerano ogni nuova installazione sulla stessa macchina (magari formattata per liberarvi di una montagna di virus) come un’installazione su un PC diverso, col risultato che la vita del prodotto si accorcia ancora di più. Altri DRM obbligano ad avere una connessione internet attiva per avviare il programma, in modo che possano autenticarlo, col risultato che, se lo avete installato sul portatile e non c’è una rete wireless nel luogo in cui vi trovate (in treno, ad esempio), non potete usarlo. Le versioni pirata, naturalmente, aggirano questi problemi, anche se in alcuni casi sono limitate per ragioni di necessità (nel 90% dei casi è impossibile giocare online con un gioco piratato, ad esempio, perché il server lo riconosce come “fasullo”).

In entrambi i casi sopra citati avete ottenuto un prodotto peggiore, pagando, di quello che avreste potuto avere gratis. A questo punto, in nome di cosa uno dovrebbe acquistare musica/giochi/ebook/sarcazzo originali? Della legge (lololol)? Dell’etica (quale? quella di chi mi fa comprare la stessa cosa due volte?)? Della propria stupidità? Non prendiamoci in giro: questa concezione preventiva e punitiva della tutela dei “diritti” di chi produce qualcosa non sta né in cielo né in terra. È immorale vendere roba utilizzabile solo parzialmente perché qualcuno, da qualche parte, potrebbe abusare della versione completa (cosa che, peraltro, si fa comunque, lololol). Peggio ancora, è stupido: la pirateria continua a esistere nonostante i DRM e, al tempo stesso, nessuno è mai andato in rovina per colpa di essa. Semmai, scoraggiando le persone dal comprare roba farcita di bachi, prodotti dal terrore che qualcuno possa piratare una copia, non si fa altro che danneggiare le proprie vendite. I pirati, infatti, sono divisibili in due categorie:

  • gente che non può comprare;
  • gente che non vuole comprare;

Entrambi si possono conquistare offrendo prezzi competitivi e adeguati alla qualità del prodotto o servizio offerto. Io stesso ammetto di aver giocato alla versione pirata di Fallout 3 prima di acquistarlo in saldo su Steam: con tutti i suoi bachi e i crash frequentissimi, quel gioco non valeva non solo il prezzo all’uscita di 50 euro, ma nemmeno i trenta a cui era arrivato; solo quando è stato messo a dieci ho ritenuto opportuno comprarlo. L’utilizzo di DRM e, contemporaneamente, l’applicazione di un prezzo alto non hanno in alcun modo fatto sì che i produttori avessero i miei soldi. Certo, adottare e mantenere una politica differente non è facile: occorrono autocritica e intelligenza (intesa nel senso etimologico del termine, come capacità di inter legere, ossia di “leggere fra le righe” del mercato e dei circuiti pirata).

Ripeto: i pirati di entrambe le categorie sono potenziali clienti, ma campacavallo se si vuol vendere loro robaccia piena di DRM. Questi ultimi, finora, hanno soltanto incoraggiato la pirateria, visto che pagare porta soltanto rogne (canzoni non trasferibili, giochi non avviabili offline, ecc).

Nell’era digitale, la “copia” non può più essere un valore. La gente è disposta a pagare per esperienze o servizi di qualità. Con il venir meno degli oggetti fisici (e di conseguenza di buona parte dei costi di produzione, distribuzione, magazzino, ecc) come punti di riferimento, editori e produttori dovrebbero mirare a conquistare nuovi clienti con prodotti fruibili al cento per cento, mentre la cultura del commercio dovrebbe promuovere l’idea che è bene pagare qualcosa fatto bene; non, come è stato finora, quella che bisogna pagare perché sì e se poi non va bene ti arrangi, perché da quest’ultima nasce inevitabilmente se sei “furbo” te la caverai in qualche modo, che non può essere la base di una società funzionale.

OMG! IT'S A TRAP!

P.S. Sì, sì, lo finisco quel maledetto racconto. Datemi un po’ di tempo.

 
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Pubblicato da su 09/04/2011 in Letteratura, Rant, Uncategorized

 

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