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“Il re lupo”, o dei cervelli bruciati

11 Feb

Oggi parliamo di una cosa molto brutta… no, non è il Presidente del Consiglio dei Ministri. No, nemmeno la fantasy italiana o la musica house. Mi riferisco a Il re lupo, manga scritto da Buronson (pseudonimo di Sho Fumimura, sceneggiatore di Ken il guerriero) e disegnato da Kentaro Miura (autore di Berserk), uscito nel 1989 e appena ristampato dalla Panini. “Con tali nomi in copertina”, ho pensato, “non può che essere un fumetto grandioso!” Le prime cinquanta pagine sono bastate a farmi cambiare idea e il resto si è dimostrato pure peggiore.

Copertina del manga con pubblicità

Il re lupo trasuda fail da ogni vignetta. È una schifezza: la trama è piena di buchi, il disegno così così e i dialoghi ridicoli. Non mi sorprende che, in vent’anni, non l’avessero mai ristampato. Probabilmente aspettavano che chi l’aveva letto se ne dimenticasse, in modo da propinarlo alle orde di fanboy di Bersker e Hokuto no Ken (che, vale la pena sottolinearlo, sono fumetti belli… ok, Berserk lo era fino a venti o trenta numeri fa).

Da qua in giù è pieno di spoiler, quindi se proprio volete buttare 5 euro e 90 per il fumetto non leggete.

Le prime pagine de Il re lupo sono una rapidissima introduzione che illustra il background della storia e la situazione iniziale: Iba, il ragazzo di Kyoko, è scomparso durante una spedizione archeologica lungo la Via della seta e lei si è messa alla sua ricerca. All’improvviso una nube nera simile a un lumacone la risucchia e Kyoko si ritrova nel 1212, nel bel mezzo di una ricca e fiorente città in mano ai Mongoli. Naturalmente, nonostante lei sia una giapponese degli anni Ottanta che interagisce con cinesi vissuti quasi 800 anni prima, i quali presumibilmente parlano diosolosaquale versione arcaica del Mandarino, Kyoko capisce tutto quello che dicono e si esprime perfettamente nella loro lingua. Di questo fatto non viene data alcuna spiegazione.

Leonida e Serse: anche nel 480 a.C. la lingua non era un problema, dato che Greci e Persiani parlavano tutti l'Inglese

Poco dopo il risveglio di Kyoko, avviene la tragedia: una pattuglia di Mongoli arriva in città e il capo, invaghitosi di lei, la fa prigioniera per violentarla. Tuttavia, di fronte alla terribile minaccia di Kyoko (“Se fai un altro passo, ti mordo la lingua fino a staccartela!”), il capo dei Mongoli, un gigante di due metri e passa con bicipiti grossi come meloni, ritiene più saggio rinunciare al proprio intento, ringhiare ferocissimamente e portare Kyoko a vedere un incontro di gladiatori, convinto che in questo modo la ragazza si ammansirà e gliela darà senza fare tante storie. Questo dimostra che la Cina del XIII secolo era un posto più sicuro per le donne di qualunque Paese del mondo moderno, visto che per evitare lo stupro era sufficente guardare male l’aggressore e minacciare di morsicarlo.

Guarda caso, il gladiatore più forte di tutti si scopre essere proprio Iba, che da studioso e campione di kendo si è trasformato in un feroce e abile spadaccino. Iba, a sentire il capo dei Mongoli, combatte nell’arena da dieci mesi, assieme ad altri uomini che hanno rifiutato di arruolarsi nell’esercito. Questi ultimi, o almeno quelli che si vedono nel fumetto, sono tutti giganti di tonnellaggio pari o superiore a quello del capo di cui sopra e combattono per uccidere. Come abbia fatto un atleta (il kendo è uno sport, non una forma di combattimento; non si usano nemmeno armi vere, solo repliche di bambù quasi innocue!) a sopravvivere contro gente come questa non viene chiarito. Essendo un personaggio di Buronson, Iba è semplicemente in grado di sferrare un fendente e spezzare entrambe le braccia dell’avversario con il solo spostamento d’aria. Tuttavia è anche un bravo ragazzo, nonostante il suo sguardo cupo alla Gatsu, e non uccide gli avversari sconfitti, anche se ciò gli frutterebbe la libertà (continuerebbe a combattere, ma come soldato, non più come schiavo). Esattamente sei pagine dopo questa rivelazione, il capo dei Mongoli manda Iba al fronte. La giustificazione è: “Nessuno mi portetà via questa donna.” Peccato che l’uomo lo segua e si porti dietro Kyoko, divertendosi a torturarla di fronte all’altro invece di starsene tranquillo altrove. Lo stupro gli è completamente passato dalla testa: i dialoghi implicano che non ci abbia più provato, nonostante passi del tempo (non è precisato quanto) fra la scena nell’arena e quella sul campo di battaglia. Durante quest’ultima (in cui massacra diverse dozzine di minion che paiono fabbricati in serie), Iba dapprima dichiara di non poter morire perché la forza dell’ammore lo sostiene, dopodiché decide di averne abbastanza e taglia in due il capo dei Mongoli con la sua spada.

Proprio così: Iba ha lasciato che la sua fidanzata venisse maltrattata brutalmente (l’aguzzino la costringe a camminare legata a una corda, coi piedi scalzi e sanguinanti, negandole persino l’acqua), quando avrebbe potuto ammazzare lo schiavista con un semplice colpo di spada. Questo è un uomo innamoratissimo secondo Buronson. Mah. Sarà.

Un vero uomo attenderebbe questo momento per tuffarsi ad aiutare la sua amata!

In ogni caso, non appena Iba salta sul cavallo del morto appare un emissario di Gengis Khan che lo invita a un’udienza con il sovrano.  Del fatto che, nel giro di pochi secondi, qualcuno abbia informato il Khan dell’accaduto e questi abbia mandato un messaggero fino al luogo dello scontro, non viene data la minima spiegazione.

Gengis Khan si rivela essere Minamoto no Yoshitsune, nobile giapponese in esilio protagonista di un’antica leggenda. Il sovrano prende il simpatia Iba e lo nomina comandante, nonostante abbia appena ammazzato il suo secondo in comando (poche pagine prima di morire, il capo si era definito “l’uomo più potente dell’Impero Mongolo” dopo il Khan stesso). Iba accetta, diventando luogotenente di uno dei più grandi assassini, saccheggiatori e violentatori della Storia. Da notare come l’autore si sia ormai completamente dimenticato delle inibizioni di Iba contro l’omicidio.

Qualche tempo dopo, a Iba e Kyoko nasce un figlio. Il Khan decide di nominarlo suo erede e, siccome “non c’è necessità di due padri”, ordina al suo braccio destro di uccidere Iba. Di questo bizzarro ragionamento non viene data alcuna spiegazione.

La spiegazione più probabile delle azioni del Khan

L’uomo incaricato del delitto conduce Iba in un luogo isolato e, fra le lacrime, gli rivela le sue intenzioni e lo aggredisce. I due combattono e, com’è prevedibile, Iba vince, ma risparmia la vita dell’avversario. Sulla scena appare Gengis Khan, con il neonato in braccio, che invita Iba ad affrontarlo; il giovane sguaina la spada, ma proprio in quel momento arriva al Khan la notizia dell’invasione dell’Orda d’Oro, che lo costringe a rimandare lo scontro. Subito dopo appaiono in cielo le nuvole a forma di lumacone, in cui Iba dice a Kyoko di saltare, dopo averle promesso che tornerà indietro con il bambino. Del fenomeno delle nuvole a forma di lumacone non viene data alcuna spiegazione.

Iba affronta il Khan in un duello contraddistinto da dialoghi quantomeno bizzarri riguardo le rispettive tecniche di combattimento, che puzzano di pessima traduzione lontano un miglio. Il Khan è sconfitto, ma Iba non lo uccide, perché secondo la Storia al sovrano rimangono ancora parecchi anni di vita. Tuttavia, colpo di scena (il primo e ultimo decente): Gengis Khan, ferito nell’orgoglio oltre che nel corpo, si suicida, costringendo Iba ad assumere la sua identità perché la Storia non cambi. Iba non può più ripartire, ma per mantenere la promessa fatta a Kyoko dà al figlio il nome di Kublai, condottiero che invase il Giappone diverse volte, tornando quindi al Paese d’origine. Della ragione per cui alla mamma dovrebbe fare piacere sapere che il figlio diventerà uno degli avversari storici della propria nazione non viene data alcuna spiegazione.

"Mamma, mamma, non sei contenta? Diventerò un massacratore, proprio come papà!"

Oltre a questi difetti, Il Re lupo ha un altro, grosso problema:  i tempi. Il fumetto è cortissimo (ha le dimensioni della maggior parte dei volumi dei manga seriali, per intenderci), ma autoconclusivo, quindi la storia va avanti a velocità smodata, con un sacco di stacchi e poco approfondimento di personaggi e retroscena.  Questo spiega, anche se non giustifica, una parte degli obbrobri che ho messo in evidenza, ma rende anche il fumetto ancora meno godibile: l’impressione di fretta è molto fastidiosa.

Tirando le somme: la trama fa acqua. I personaggi sono penosi. I dialoghi fanno schifo. Il disegno non dice nulla (Miura è lontano ancora anni luce da Berserk, che pure vedrà la luce appena un anno dopo) . Il Re lupo è un obbrobrio che avrebbe dovuto rimanere nel dimenticatoio, invece di essere pubblicizzato come chissà quale capolavoro.

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Pubblicato da su 11/02/2011 in Rant, Uncategorized

 

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2 risposte a ““Il re lupo”, o dei cervelli bruciati

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