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Archivio mensile:febbraio 2011

Tolkien sì, Tolkien no

Premessa indispensabile, in corsivo e grassetto: non sono un tolkieniano né un grande appassionato di Tolkien. Ho letto Lo hobbit, Il Signore degli Anelli e Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhtheim; non ho letto alcun saggio o opera critica riguardo l’autore o le sue opere, a parte quelli (molto brevi) contenuti nell’ultima edizione del Beorhtnoth. Se qualcuno vuole intervenire a colmare queste mie lacune, ben venga. Tenete dunque presente che quello che dirò non è basato su chissà quale documentazione o apparato critico.

Vivendo in una casa “di sinistra”, non ho mai sentito parlar bene di Tolkien. Informandomi meglio, ho scoperto che le opinioni negative riguardo questo autore sono molto diffuse tra persone di certe posizioni politiche: si va dal considerarlo un semplice conservatore al ritenerlo un vero e proprio fascista. Io non sono d’accordo, ma ammetto che gli equivoci, quando si parla di quest’uomo, sono piuttosto facili.

Il buon vecchio prof. Tolkien

Analizzando i miei ricordi de Il Signore degli Anelli, per esempio, ho potuto ritrovare i seguenti elementi che facilmente si prestano a una lettura “politica”:

  • Celebrazione (apparente) del passato mitico. La trilogia, sopratutto Il ritorno del Re, ha un tono fortemente crepuscolare: la magia del mondo sta svanendo, gli Elfi (più forti, più saggi, più belli degli esseri umani) sono andati quasi tutti oltre il mare (e, alla fine, non ne rimarrà più uno nella Terra di Mezzo), il futuro è nelle mani di Uomini litigiosi e ignoranti. Non va bene.
  • Celebrazione (apparente) dell’assolutismo. Il “vero” Re, Aragorn, è tale per diritto divino e nessuno sembra negare questo principio (o, se lo fa, è un folle come Denethor o un corrotto come Boromir). Le sue mani sono mani di guaritore, solo lui può guidare i Popoli Liberi contro Sauron, ecc.
  • Razzismo (apparente). I “cattivi” sono esseri mostruosi: orchi, goblin, warg, demoni, ecc. Quando Saruman, detto “il Bianco”, è corrotto dal Male, tocca a Gandalf assumerne il “colore” (ciò avviene dopo la sua “resurrezione”), poiché il precedente assegnatario non ne è più degno: al “bianco” sono associati valori positivi, in contrasto col “nero” di Mordor e delle sue creature.
  • Culto (apparente) dell’uomo forte. A salvare la Terra di Mezzo sono pochi eroi, come se i popoli non fossero in grado di farlo da soli, ma avessero bisogno di “qualcuno” che agisca per e in nome loro.

Perché ho aggiunto (apparente) a tutte le osservazioni? Perché è sufficiente un esame più attento della trilogia per smontarle tutte. Innanzitutto, non è vero che Il Signore degli Anelli è un’opera nostalgica: è vero, il passato degli Elfi era più bello e più magico del presente, ma esso ha generato anche Sauron e l’Anello, nonché una quantità di guerre (spesso fratricide) e di sofferenze. Quando i suoi ultimi rimasugli svaniscono dalla Terra di Mezzo (il cui nome può essere interpretato come “terra di ciò che sta fra il passato e il futuro”, ossia “terra del presente”, il solo tempo che si vive), comincia una nuova era di possibilità e di scelte per gli esseri umani. Questa epoca non è senza rimpianti, come del resto è normale: la nostalgia è un sentimento presente in ogni età e non è necessariamente qualcosa di negativo. Ma non è un’era più povera o triste di quelle che l’hanno preceduta.

Una nave elfica approda a Valinor

Allo stesso modo, dire che Tolkien celebra il culto della forza e degli eroi significa ignorare completamente le figure degli hobbit, in particolare Frodo: un essere debole e pavido, che pure si carica del peso più grande e, anche se alla fine cede sotto di esso (ricordate, vero, che è Gollum – involontariamente – a far cadere l’Anello nel Monte Fato), ciò nonostante può essere considerato il vero eroe della trilogia. Dopotutto, gli altri personaggi sono tutti dei guerrieri: per loro combattere e rischiare la vita è qualcosa di naturale. Frodo, dal canto suo, è un individuo pacifico catapultato in un mondo che non è il suo; un mondo pieno di rischi, che affronta per senso di responsabilità.

E il razzismo? Francamente, su questo punto sono dubbioso. Sicuramente è una tradizione della fantasy assegnare alle figure negative un aspetto mostruoso, probabilmente per una mera questione psicologica: più sono brutti, meno ci dispiace vederli morire (è l’inverso della ragione per cui la storia di Sara Scazzi o quella di Livia e Alessia commuovono tanto il pubblico: l’idea che qualcosa di bello possa scomparire fa male). Detto questo, Il Signore degli Anelli ha un “cast” decisamente multirazziale (ricordo, fra l’altro, che Aragorn non è neppure del tutto umano, avendo tracce di sangue elfico nelle vene), ma non saprei dire quanto ciò sia importante ai fini di definire Tolkien “razzista” o meno. Sicuramente non siamo ai livelli di Robert Howard (avete presente Conan il barbaro? ecco, l’ha inventato lui), dove “nero” significa sempre uno o più fra “assassino”, “selvaggio”, “cannibale” e “vigliacco”.

Conan: dategli del razzista e non si offenderà. Al massimo vi aprirà in due con quell'ascia

Quello che voglio sottolineare è che Tolkien si presta a molte letture diverse, il che è un bene: sono gli scrittori migliori, infatti, quelli dalla cui lettura nascono opinioni diversificate. I peggiori sono tristemente univoci: un Enrico Passaro, per dire (vi rimando a Gamberi Fantasy per una recensione del suo Le Maschere del potere), è talmente ansioso di trasmettere la propria ideologia che la sua scrittura è uno schifo, pesante e noiosa, che allontana chiunque non voglia semplicemente essere rassicurato della propria posizione e, dopo un po’, fa fuggire anche questi ultimi verso opere migliori. Un bravo scrittore, invece, possiede l’onestà necessaria a scrivere cose che fanno riflettere.

In conclusione, “Tolkien sì, Tolkien no” non è neppure una vera domanda (infatti non ho messo il punto interrogativo), perché il dubbio ha poco senso: si può cercare di comprendere le sue posizioni, condividerle o meno (in tutto o in parte), ma accettarlo o rifiutarlo acriticamente è da stupidi. E, nonostante lo slogan di una certa campagna pubblicitaria, be stupid non è mai una scelta che paga.

 
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Pubblicato da su 17/02/2011 in Letteratura

 

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“Il re lupo”, o dei cervelli bruciati

Oggi parliamo di una cosa molto brutta… no, non è il Presidente del Consiglio dei Ministri. No, nemmeno la fantasy italiana o la musica house. Mi riferisco a Il re lupo, manga scritto da Buronson (pseudonimo di Sho Fumimura, sceneggiatore di Ken il guerriero) e disegnato da Kentaro Miura (autore di Berserk), uscito nel 1989 e appena ristampato dalla Panini. “Con tali nomi in copertina”, ho pensato, “non può che essere un fumetto grandioso!” Le prime cinquanta pagine sono bastate a farmi cambiare idea e il resto si è dimostrato pure peggiore.

Copertina del manga con pubblicità

Il re lupo trasuda fail da ogni vignetta. È una schifezza: la trama è piena di buchi, il disegno così così e i dialoghi ridicoli. Non mi sorprende che, in vent’anni, non l’avessero mai ristampato. Probabilmente aspettavano che chi l’aveva letto se ne dimenticasse, in modo da propinarlo alle orde di fanboy di Bersker e Hokuto no Ken (che, vale la pena sottolinearlo, sono fumetti belli… ok, Berserk lo era fino a venti o trenta numeri fa).

Da qua in giù è pieno di spoiler, quindi se proprio volete buttare 5 euro e 90 per il fumetto non leggete.

Le prime pagine de Il re lupo sono una rapidissima introduzione che illustra il background della storia e la situazione iniziale: Iba, il ragazzo di Kyoko, è scomparso durante una spedizione archeologica lungo la Via della seta e lei si è messa alla sua ricerca. All’improvviso una nube nera simile a un lumacone la risucchia e Kyoko si ritrova nel 1212, nel bel mezzo di una ricca e fiorente città in mano ai Mongoli. Naturalmente, nonostante lei sia una giapponese degli anni Ottanta che interagisce con cinesi vissuti quasi 800 anni prima, i quali presumibilmente parlano diosolosaquale versione arcaica del Mandarino, Kyoko capisce tutto quello che dicono e si esprime perfettamente nella loro lingua. Di questo fatto non viene data alcuna spiegazione.

Leonida e Serse: anche nel 480 a.C. la lingua non era un problema, dato che Greci e Persiani parlavano tutti l'Inglese

Poco dopo il risveglio di Kyoko, avviene la tragedia: una pattuglia di Mongoli arriva in città e il capo, invaghitosi di lei, la fa prigioniera per violentarla. Tuttavia, di fronte alla terribile minaccia di Kyoko (“Se fai un altro passo, ti mordo la lingua fino a staccartela!”), il capo dei Mongoli, un gigante di due metri e passa con bicipiti grossi come meloni, ritiene più saggio rinunciare al proprio intento, ringhiare ferocissimamente e portare Kyoko a vedere un incontro di gladiatori, convinto che in questo modo la ragazza si ammansirà e gliela darà senza fare tante storie. Questo dimostra che la Cina del XIII secolo era un posto più sicuro per le donne di qualunque Paese del mondo moderno, visto che per evitare lo stupro era sufficente guardare male l’aggressore e minacciare di morsicarlo.

Guarda caso, il gladiatore più forte di tutti si scopre essere proprio Iba, che da studioso e campione di kendo si è trasformato in un feroce e abile spadaccino. Iba, a sentire il capo dei Mongoli, combatte nell’arena da dieci mesi, assieme ad altri uomini che hanno rifiutato di arruolarsi nell’esercito. Questi ultimi, o almeno quelli che si vedono nel fumetto, sono tutti giganti di tonnellaggio pari o superiore a quello del capo di cui sopra e combattono per uccidere. Come abbia fatto un atleta (il kendo è uno sport, non una forma di combattimento; non si usano nemmeno armi vere, solo repliche di bambù quasi innocue!) a sopravvivere contro gente come questa non viene chiarito. Essendo un personaggio di Buronson, Iba è semplicemente in grado di sferrare un fendente e spezzare entrambe le braccia dell’avversario con il solo spostamento d’aria. Tuttavia è anche un bravo ragazzo, nonostante il suo sguardo cupo alla Gatsu, e non uccide gli avversari sconfitti, anche se ciò gli frutterebbe la libertà (continuerebbe a combattere, ma come soldato, non più come schiavo). Esattamente sei pagine dopo questa rivelazione, il capo dei Mongoli manda Iba al fronte. La giustificazione è: “Nessuno mi portetà via questa donna.” Peccato che l’uomo lo segua e si porti dietro Kyoko, divertendosi a torturarla di fronte all’altro invece di starsene tranquillo altrove. Lo stupro gli è completamente passato dalla testa: i dialoghi implicano che non ci abbia più provato, nonostante passi del tempo (non è precisato quanto) fra la scena nell’arena e quella sul campo di battaglia. Durante quest’ultima (in cui massacra diverse dozzine di minion che paiono fabbricati in serie), Iba dapprima dichiara di non poter morire perché la forza dell’ammore lo sostiene, dopodiché decide di averne abbastanza e taglia in due il capo dei Mongoli con la sua spada.

Proprio così: Iba ha lasciato che la sua fidanzata venisse maltrattata brutalmente (l’aguzzino la costringe a camminare legata a una corda, coi piedi scalzi e sanguinanti, negandole persino l’acqua), quando avrebbe potuto ammazzare lo schiavista con un semplice colpo di spada. Questo è un uomo innamoratissimo secondo Buronson. Mah. Sarà.

Un vero uomo attenderebbe questo momento per tuffarsi ad aiutare la sua amata!

In ogni caso, non appena Iba salta sul cavallo del morto appare un emissario di Gengis Khan che lo invita a un’udienza con il sovrano.  Del fatto che, nel giro di pochi secondi, qualcuno abbia informato il Khan dell’accaduto e questi abbia mandato un messaggero fino al luogo dello scontro, non viene data la minima spiegazione.

Gengis Khan si rivela essere Minamoto no Yoshitsune, nobile giapponese in esilio protagonista di un’antica leggenda. Il sovrano prende il simpatia Iba e lo nomina comandante, nonostante abbia appena ammazzato il suo secondo in comando (poche pagine prima di morire, il capo si era definito “l’uomo più potente dell’Impero Mongolo” dopo il Khan stesso). Iba accetta, diventando luogotenente di uno dei più grandi assassini, saccheggiatori e violentatori della Storia. Da notare come l’autore si sia ormai completamente dimenticato delle inibizioni di Iba contro l’omicidio.

Qualche tempo dopo, a Iba e Kyoko nasce un figlio. Il Khan decide di nominarlo suo erede e, siccome “non c’è necessità di due padri”, ordina al suo braccio destro di uccidere Iba. Di questo bizzarro ragionamento non viene data alcuna spiegazione.

La spiegazione più probabile delle azioni del Khan

L’uomo incaricato del delitto conduce Iba in un luogo isolato e, fra le lacrime, gli rivela le sue intenzioni e lo aggredisce. I due combattono e, com’è prevedibile, Iba vince, ma risparmia la vita dell’avversario. Sulla scena appare Gengis Khan, con il neonato in braccio, che invita Iba ad affrontarlo; il giovane sguaina la spada, ma proprio in quel momento arriva al Khan la notizia dell’invasione dell’Orda d’Oro, che lo costringe a rimandare lo scontro. Subito dopo appaiono in cielo le nuvole a forma di lumacone, in cui Iba dice a Kyoko di saltare, dopo averle promesso che tornerà indietro con il bambino. Del fenomeno delle nuvole a forma di lumacone non viene data alcuna spiegazione.

Iba affronta il Khan in un duello contraddistinto da dialoghi quantomeno bizzarri riguardo le rispettive tecniche di combattimento, che puzzano di pessima traduzione lontano un miglio. Il Khan è sconfitto, ma Iba non lo uccide, perché secondo la Storia al sovrano rimangono ancora parecchi anni di vita. Tuttavia, colpo di scena (il primo e ultimo decente): Gengis Khan, ferito nell’orgoglio oltre che nel corpo, si suicida, costringendo Iba ad assumere la sua identità perché la Storia non cambi. Iba non può più ripartire, ma per mantenere la promessa fatta a Kyoko dà al figlio il nome di Kublai, condottiero che invase il Giappone diverse volte, tornando quindi al Paese d’origine. Della ragione per cui alla mamma dovrebbe fare piacere sapere che il figlio diventerà uno degli avversari storici della propria nazione non viene data alcuna spiegazione.

"Mamma, mamma, non sei contenta? Diventerò un massacratore, proprio come papà!"

Oltre a questi difetti, Il Re lupo ha un altro, grosso problema:  i tempi. Il fumetto è cortissimo (ha le dimensioni della maggior parte dei volumi dei manga seriali, per intenderci), ma autoconclusivo, quindi la storia va avanti a velocità smodata, con un sacco di stacchi e poco approfondimento di personaggi e retroscena.  Questo spiega, anche se non giustifica, una parte degli obbrobri che ho messo in evidenza, ma rende anche il fumetto ancora meno godibile: l’impressione di fretta è molto fastidiosa.

Tirando le somme: la trama fa acqua. I personaggi sono penosi. I dialoghi fanno schifo. Il disegno non dice nulla (Miura è lontano ancora anni luce da Berserk, che pure vedrà la luce appena un anno dopo) . Il Re lupo è un obbrobrio che avrebbe dovuto rimanere nel dimenticatoio, invece di essere pubblicizzato come chissà quale capolavoro.

 
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Pubblicato da su 11/02/2011 in Rant, Uncategorized

 

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Recensione di “Storm Front” di Jim Butcher

Storm Front è il primo romanzo di Jim Butcher che ha come protagonista Harry Dresden, mago detective privato. È stato definito come una via di mezzo fra l’urban fantasy e il noir, dal momento che la premessa dell’ambientazione (le fate, i draghi, i vampiri, ecc esistono) si inserisce su un impianto tradizionale, il quale prevede un protagonista investigatore che, nel corso delle sue indagini, porta a galla reti di relazioni disfunzionali e grandi quantità di miseria umana. Dopo averlo letto, posso dire che questa definizione è abbastanza precisa, anche se il fatto che il romanzo sia un’opera prima si sente non poco: il lato noir è occasionalmente ingenuo e l’aspetto fantasy presenta pochi (ma interessanti) elementi di originalità. Ciò non toglie che Storm Front sia un buon romanzo, che personalmente consiglio; se non altro, è un viatico per gli episodi successivi (ne sono stati pubblicati dodici finora), che mi dicono diventare via via sempre migliori.

La copertina del romanzo. Lo trovate a 7,5 euro su Amazon.it

La premessa del romanzo è che Harry Dresden, investigatore privato, è anche un mago e lo ha reso noto tempo addietro (lo si può trovare sulla guida del telefono sotto la voce “Wizard”!). Ovviamente, la maggior parte della gente pensa che sia un cialtrone e i pochi casi che riesce a raccattare hanno di solito a che fare con entità soprannaturali molto pericolose. In Storm Front si trova a indagare contemporaneamente su un duplice omicidio perpetrato con la stregoneria (le cui vittime sono una prostituta di lusso e uno sgherro del potente mafioso John Marcone), sulla scomparsa di un padre di famiglia e su un misterioso nemico che cerca di fargli la pelle in diverse occasioni. La trama dietro a tutto ciò non fa gridare al miracolo per la sua complessità o originalità, ma è piuttosto godibile, così come sono le situazioni in cui Dresden si viene a trovare: si va dall’esilarante al drammatico, che sia coinvolto o meno il mondo soprannaturale, e il protagonista le affronta sempre in modo credibile, che usi o meno la magia. Quest’ultima, Butcher la gestistce in modo coerente ed efficace: un risultato difficile da ottenere, considerato che essa è descritta come estremamente potente e versatile.

La scrittura di Butcher è buona, comprensibile anche per chi non è madrelingua. Mi è piaciuto particolarmente la scelta delle parole, con tutte le onomatopee nei punti giusti e l’uso di termini non comuni per trasmettere alcune sfumature di significato. Se vogliamo trovargli un difetto bello grosso, dobbiamo guardare la resa di certi personaggi: alcuni, in particolare uno (la cui identità e il cui ruolo non rivelo, ma se leggerete il romanzo vi sarà chiaro di chi si tratta), sono di una ingenuità quasi imbarazzante. Le prime pagine del romanzo, poi, non sono troppo felici, con alcuni momenti di inforigurgito piuttosto forti, ma proseguendo la lettura ho notato un buon miglioramento, come se l’autore diventasse più bravo man mano che va avanti a scrivere; probabilmente è così (almeno, a me capita: spesso i miei incipit fanno schifo, mentre i miei finali non sembrano poi così male ^_^). Penso che il romanzo sia stato editato da qualcuno che non ha pensato a segnalare all’autore questi problemi.

Butcher è bravo a non “tradire” la premessa scrivendo un noir mascherato, in cui la magia è pura metafora o potrebbe benissimo non esserci: gli elementi fantastici sono essenziali ai fini della risoluzione della trama. Storm Front non appartiene al genere literary fiction, dove la trama è subordinata alla psicologia dei personaggi e/o allo stile:  i fatti, qui, contano. Magari questo lo rende un libro meno “serio”, come direbbero alcuni, ma certamente non un libro peggiore.

In conclusione, Storm Front è un romanzo discreto, anche se non eccezionale. Volendo dargli un voto, gli assegnerei un sette: onesto, sopra la media, ma c’è di meglio. Domani o dopodomani dovrebbe arrivarmi il pacco con Fool Moon e Grave Peril, i due romanzi successivi: leggerò anche quelli e vi farò sapere.

Per concludere, visto che qualche tempo fa avevo parlato di The Minstrel Boy, ecco il buon Tony nella sua interpretazione del brano:

Non c’entra niente con tutto il resto, ma è carino. ^_^

 
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Pubblicato da su 02/02/2011 in Letteratura, Uncategorized

 

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