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Sharpe e le aquile-traduttrici italiane

29 Gen

Mi mancano poche pagine per finire Le aquile di Sharpe (edizione Tea), primo romanzo (in ordine di pubblicazione) delle avventure del capitano Sharpe (se non ricordate chi è, male! rileggete questo articolo di qualche mese fa). Dai miei ricordi, credevo che Cornwell scrivesse meglio: il testo è male organizzato (ci sarà sì e no un paragrafo per pagina), i personaggi non sono proprio spessissimi e le descrizioni lasciano un po’ a desiderare. Tutto si spiega guardando la bibliografia dell’autore: il romanzo è del 1981 ed è il primo che lui abbia mai scritto. Questa non è una giustificazione, ma perlomeno conferma che la mia memoria non mi ha ancora abbandonato.

Copertina della versione inglese del romanzo. Di quella italiana, ahimé, non c'è un'immagine di dimensioni decenti

In ogni caso, non è del romanzo in sé che voglio parlare, ma della traduzione italiana a cura di Lidia Perria. Non ho mai avuto un buon rapporto con le traduttrici, a cominciare da quando frequentavo il liceo classico e non riuscivo a scopiazzare le versioni di compito perché avevo a disposizioni solo traduzioni “creative”, che non avrei mai potuto spacciare per mie, guardacaso fatte da donne; senza contare i romanzi fantasy editi dalla Armenia, i peggiori dei quali erano tradotti proprio da membri del gentil sesso. Quella della signora Perria, tuttavia, è la peggiore traduzione da qualunque lingua che abbia mai letto: ci sono termini ed espressioni resi in italiano in modo tale da farmi sospettare che non solo lei non ne conoscesse il significato, ma non li abbia nemmeno cercati su un dizionario!

Il sospetto mi è venuto a partire da pagina 48, dove l’autore descrive Sharpe mentre carica un moschetto per dare una dimostrazione a delle reclute. Evidenzio in grassetto le parti incriminate:

Adesso era tutta una questione di istinto, di movimenti mai dimenticati. Via la mano destra dal grilletto, per far ricadere l’arma nella mano sinistra e, non appena il calcio urta il terreno, la mano destra stringe già la nuova cartuccia. Morderla per espellere il proiettile. Versare la polvere nella canna, ricordando però di tenerne un pizzico per l’innesco. Sputare sulla palla. Calcatoio fuori, su, e in fondo alla canna. Una rapida spinta e poi di nuovo fuori, il moschetto è in alto, il cane indietro, l’innesco nel bacinetto e via[.]

Chi ha tradotto in questo modo non ha capito niente di quello che stava scritto nella versione originale. Va bene non essere esperti di oplologia (io non lo sono e la faccenda mi ha fatto inorridire lo stesso, ma si sa, io sono un genio), va bene essere troppo pigri o arroganti per andare a cercare una parola che non si conosce, ma YouTube è pieno di video che mostrano la procedura di caricamento di un moschetto e potrebbero far sorgere qualche dubbio a chi traduce. Eccone uno:

Perché le parti che ho evidenziato sono sbagliate? Nel primo caso, la traduzione è semplicemente priva di senso. Ecco l’aspetto di una cartuccia del XVIII-XIX secolo:

Cartuccia americana calibro .54. Questa è in vendita a soli 60$ su un sito: affrettatevi!

Quel rigonfiamento a destra è il proiettile. La cartuccia non si mordeva per “espellerlo” (visto che non va da nessuna parte), ma per separarlo dalla carica di polvere, che andava versata nello scodellino e nella canna. La palla si teneva in bocca e poi, dopo aver versato la polvere, si sputava nella canna. Già, la palla si sputava, non ci si sputava sopra come sembra credere Perria nella sua ignoranza abissale.

Se rileggete il brano che ho citato, vi renderete conto anche voi che non ha senso: che diavolo sta facendo Sharpe con ‘sta cartuccia? Il proiettile dov’è, perché lui possa sputarci sopra? Come arriva nella canna, visto che poi (in una parte che non ho riportato) lui spara e colpisce il bersaglio? Non si riesce a visualizzare nulla, perché la traduzione è fatta da cani.

La mia prima professoressa di Latino e Greco era una persona davvero orribile, ma mi ha trasmesso un insegnamento valido: “Se la traduzione non ha senso, vuol dire che è sbagliata.” Peccato che Perria non ne abbia avuta una così, altrimenti si sarebbe resa conto che qualcosa non andava.

Un altro errore molto grave, palesemente frutto di ignoranza e pigrizia, è ripetuto dozzine di volte in tutto il romanzo. Cornwell descrive spesso i soldati intenti alla manutenzione delle loro armi, a volte per semplice colore, altre volte per sottolinearne il nervosismo prima di una battaglia. In tutte queste occasioni, Perria gli fa usare il termine “otturatore” per indicare una parte del meccanismo di fuoco che sembra stare particolarmente a cuore a questi uomini. Quando l’ho visto per la prima volta, sono rimasto di sasso: otturatore? Ma le armi a pietra focaia non contengono questo meccanismo, la cui prima apparizione risale al 1824 (quindici anni dopo il periodo in cui si svolge la storia)! Ho dovuto leggere fino a pagina 303 per capire la bestialità dell’errore:

Sharpe si portò il fucile alla spalla, sentì lo scatto rassicurante quando l’otturatore piatto corse fino alla molla e poi tirò il grillettò.

Quindi l’otturatore di Perria è quello che le persone normali chiamano cane. Si può commettere un errore del genere in un romanzo dove le descrizioni di armi e combattimenti la fanno da padrone?

Oltre a questi orrori, nel romanzo ci sono altri passaggi che fanno scattare campanelli d’allarme, tra cui mi pare di ricordare almeno un paio di frasi idiomatiche tradotte alla lettera (ma non andrò certo a rileggere tutto per andare a scovarli). Come se non bastasse lo stile acerbo di un Cornwell alle prime armi, al lettore tocca anche sopportare l’incapacità di una traduttrice che non ha la minima familiarità con l’argomento principale del romanzo che ha tradotto e, probabilmente, nemmeno con l’Inglese.  Non so quanto l’abbiano pagata per il lavoro (probabilmente poco), ma qualunque cifra è troppo alta per un risultato così disgustoso.

Segnatevi questo nome: Lidia Perria. Se vi trovate davanti a un romanzo da lei tradotto e volete proprio leggerlo, prendetelo in lingua originale e sfruttate l’occasione per imparare l’Inglese divertendovi.

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5 commenti

Pubblicato da su 29/01/2011 in Letteratura, Rant

 

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5 risposte a “Sharpe e le aquile-traduttrici italiane

  1. Matteo Turini

    29/01/2011 at 10:07 pm

    Non ho capito in tutto questo che cosa c’entri il fatto che sia una donna…

     
    • bakakura

      29/01/2011 at 10:36 pm

      Statistica, semplicemente. Tutte le traduzioni peggiori che ho letto erano fatte da donne; ignoro il perché.

       
  2. corrado

    02/03/2012 at 3:10 pm

    Era una docente di paleografia greca. E’ morta nel 2003
    Come studiosa aveva scritto qualcosa di interessante

     
    • bakakura

      02/03/2012 at 3:12 pm

      Sai mica perché diavolo si era messa a tradurre dall’inglese romanzi storici ambientati nell’Ottocento? “^_^

       
  3. Mauro Levrini

    27/04/2017 at 3:40 pm

    Visto che è morta nel 2003 mi spiace infierire, ma voglio dire che aveva anche una scarsa conoscenza della lingua italiana, perché le sue traduzioni pullulano di locuzioni come “a fianco a fianco” e addirittura “a testa a testa”. Fianco a fianco (senza la prima a) significa evidentemente “Fianco contro fianco” sottolineando l’immagine di due persone che procedono o stazionano appunto affiancati… mentre a fianco a fianco risulta un’inutile (e fastidiosa) ripetizione che non significa nulla. Ancor peggio “a testa a testa”, dove un “testa a testa” evidenzia appunto una situazione in cui due persone (due teste) si confrontano e parlare di un “a testa a testa” è un orrido e illeggibile strafalcione… Riposi in pace e speriamo nelle altre traduttrici. :-/

     

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