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Archivio mensile:gennaio 2011

Ditemi cosa ne pensate

Un paio di novità: come potete vedere ho cambiato lo sfondo da scuro a chiaro e, inoltre, ho cominciato a usare il corsivo invece del grassetto (con cui WordPress evidenzia i link) per le sottolineature. Preferite così o com’era prima? Fatemelo sapere con i commenti. ;-)

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Pubblicato da su 29/01/2011 in Comunicazioni di servizio

 

Sharpe e le aquile-traduttrici italiane

Mi mancano poche pagine per finire Le aquile di Sharpe (edizione Tea), primo romanzo (in ordine di pubblicazione) delle avventure del capitano Sharpe (se non ricordate chi è, male! rileggete questo articolo di qualche mese fa). Dai miei ricordi, credevo che Cornwell scrivesse meglio: il testo è male organizzato (ci sarà sì e no un paragrafo per pagina), i personaggi non sono proprio spessissimi e le descrizioni lasciano un po’ a desiderare. Tutto si spiega guardando la bibliografia dell’autore: il romanzo è del 1981 ed è il primo che lui abbia mai scritto. Questa non è una giustificazione, ma perlomeno conferma che la mia memoria non mi ha ancora abbandonato.

Copertina della versione inglese del romanzo. Di quella italiana, ahimé, non c'è un'immagine di dimensioni decenti

In ogni caso, non è del romanzo in sé che voglio parlare, ma della traduzione italiana a cura di Lidia Perria. Non ho mai avuto un buon rapporto con le traduttrici, a cominciare da quando frequentavo il liceo classico e non riuscivo a scopiazzare le versioni di compito perché avevo a disposizioni solo traduzioni “creative”, che non avrei mai potuto spacciare per mie, guardacaso fatte da donne; senza contare i romanzi fantasy editi dalla Armenia, i peggiori dei quali erano tradotti proprio da membri del gentil sesso. Quella della signora Perria, tuttavia, è la peggiore traduzione da qualunque lingua che abbia mai letto: ci sono termini ed espressioni resi in italiano in modo tale da farmi sospettare che non solo lei non ne conoscesse il significato, ma non li abbia nemmeno cercati su un dizionario!

Il sospetto mi è venuto a partire da pagina 48, dove l’autore descrive Sharpe mentre carica un moschetto per dare una dimostrazione a delle reclute. Evidenzio in grassetto le parti incriminate:

Adesso era tutta una questione di istinto, di movimenti mai dimenticati. Via la mano destra dal grilletto, per far ricadere l’arma nella mano sinistra e, non appena il calcio urta il terreno, la mano destra stringe già la nuova cartuccia. Morderla per espellere il proiettile. Versare la polvere nella canna, ricordando però di tenerne un pizzico per l’innesco. Sputare sulla palla. Calcatoio fuori, su, e in fondo alla canna. Una rapida spinta e poi di nuovo fuori, il moschetto è in alto, il cane indietro, l’innesco nel bacinetto e via[.]

Chi ha tradotto in questo modo non ha capito niente di quello che stava scritto nella versione originale. Va bene non essere esperti di oplologia (io non lo sono e la faccenda mi ha fatto inorridire lo stesso, ma si sa, io sono un genio), va bene essere troppo pigri o arroganti per andare a cercare una parola che non si conosce, ma YouTube è pieno di video che mostrano la procedura di caricamento di un moschetto e potrebbero far sorgere qualche dubbio a chi traduce. Eccone uno:

Perché le parti che ho evidenziato sono sbagliate? Nel primo caso, la traduzione è semplicemente priva di senso. Ecco l’aspetto di una cartuccia del XVIII-XIX secolo:

Cartuccia americana calibro .54. Questa è in vendita a soli 60$ su un sito: affrettatevi!

Quel rigonfiamento a destra è il proiettile. La cartuccia non si mordeva per “espellerlo” (visto che non va da nessuna parte), ma per separarlo dalla carica di polvere, che andava versata nello scodellino e nella canna. La palla si teneva in bocca e poi, dopo aver versato la polvere, si sputava nella canna. Già, la palla si sputava, non ci si sputava sopra come sembra credere Perria nella sua ignoranza abissale.

Se rileggete il brano che ho citato, vi renderete conto anche voi che non ha senso: che diavolo sta facendo Sharpe con ‘sta cartuccia? Il proiettile dov’è, perché lui possa sputarci sopra? Come arriva nella canna, visto che poi (in una parte che non ho riportato) lui spara e colpisce il bersaglio? Non si riesce a visualizzare nulla, perché la traduzione è fatta da cani.

La mia prima professoressa di Latino e Greco era una persona davvero orribile, ma mi ha trasmesso un insegnamento valido: “Se la traduzione non ha senso, vuol dire che è sbagliata.” Peccato che Perria non ne abbia avuta una così, altrimenti si sarebbe resa conto che qualcosa non andava.

Un altro errore molto grave, palesemente frutto di ignoranza e pigrizia, è ripetuto dozzine di volte in tutto il romanzo. Cornwell descrive spesso i soldati intenti alla manutenzione delle loro armi, a volte per semplice colore, altre volte per sottolinearne il nervosismo prima di una battaglia. In tutte queste occasioni, Perria gli fa usare il termine “otturatore” per indicare una parte del meccanismo di fuoco che sembra stare particolarmente a cuore a questi uomini. Quando l’ho visto per la prima volta, sono rimasto di sasso: otturatore? Ma le armi a pietra focaia non contengono questo meccanismo, la cui prima apparizione risale al 1824 (quindici anni dopo il periodo in cui si svolge la storia)! Ho dovuto leggere fino a pagina 303 per capire la bestialità dell’errore:

Sharpe si portò il fucile alla spalla, sentì lo scatto rassicurante quando l’otturatore piatto corse fino alla molla e poi tirò il grillettò.

Quindi l’otturatore di Perria è quello che le persone normali chiamano cane. Si può commettere un errore del genere in un romanzo dove le descrizioni di armi e combattimenti la fanno da padrone?

Oltre a questi orrori, nel romanzo ci sono altri passaggi che fanno scattare campanelli d’allarme, tra cui mi pare di ricordare almeno un paio di frasi idiomatiche tradotte alla lettera (ma non andrò certo a rileggere tutto per andare a scovarli). Come se non bastasse lo stile acerbo di un Cornwell alle prime armi, al lettore tocca anche sopportare l’incapacità di una traduttrice che non ha la minima familiarità con l’argomento principale del romanzo che ha tradotto e, probabilmente, nemmeno con l’Inglese.  Non so quanto l’abbiano pagata per il lavoro (probabilmente poco), ma qualunque cifra è troppo alta per un risultato così disgustoso.

Segnatevi questo nome: Lidia Perria. Se vi trovate davanti a un romanzo da lei tradotto e volete proprio leggerlo, prendetelo in lingua originale e sfruttate l’occasione per imparare l’Inglese divertendovi.

 
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Pubblicato da su 29/01/2011 in Letteratura, Rant

 

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Grazie ai miei 13 lettori

Le statistiche del blog mi dicono che il post di ieri ha avuto ben 13 visualizzazioni. Uau! :D

Ringrazio tutti i miei lettori e li invito, se ne hanno voglia, a lasciare i loro commenti sugli articoli. ^_^

 
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Pubblicato da su 18/01/2011 in Comunicazioni di servizio

 

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Perché non sono cristiano – Parte 2

Proseguo il discorso con un tema che mi è venuto in mente questa mattina.

Divinità ed evoluzione

Conosciamo tutti, se non altro per sentito dire, l’affermazione in base alla quale teoria dell’evoluzione e religione non sono necessariamente in contrasto; mi pare la si faccia risalire a Darwin, anche se leggendo su Wikipedia delle sue credenze religiose la cosa mi lascia piuttosto perplesso (in sintesi: Darwin era agnostico). In ogni caso, indipendentemente dalla sua origine, considero questa idea assurda e completamente infondata: una cosa da “relazioni pubbliche” più che una seria affermazione teologica e/o scientifica.

Le parole dello stesso Darwin (in una lettera del 1860) sintetizzano il pensiero che andrò a esporre:

 

Charles Darwin (1809 - 1882)

 

I cannot persuade myself that a beneficent & omnipotent God would have designedly created the Ichneumonidæ with the express intention of their feeding within the living bodies of caterpillars, or that a cat should play with mice.

Non posso convincermi che un Dio benevolo e onnipotente avrebbe creato seguendo un disegno le Ichneumonidæ (un tipo di vespa, ndt) con l’intenzione specifica che trovassero il nutrimento nei corpi vivi dei bruchi, o che un gatto dovrebbe giocare coi topi.

Che cos’è, in concreto, l’evoluzione? Vista la quantità di fraintendimenti diffusi dell’argomento, sarebbe più semplice dire che cosa non è. L’evoluzione non ha niente a che vedere con un ipotetico “miglioramento” delle specie e le stesse non “si adattano” all’ambiente: il processo evolutivo vede principalmente individui con mutazioni vantaggiose che ne soppiantano altri nella competizione per la sopravvivenza. Un po’ come il celebre caso delle farfalle bianche e nere.

Il caso delle farfalle bianche e nere (riassunto)

 

In una foresta inglese vivono farfalle di due colori: alcune sono bianche, altre nere. Fatta eccezione per questo aspetto, le farfalle sono identiche e appartengono alla medesima specie. Gli alberi della zona hanno tronchi bianchi, quindi le farfalle chiare si mimetizzano meglio e sfuggono più facilmente ai predatori, mentre quelle scure, avendo meno “luoghi sicuri” a disposizione, vengono mangiate più spesso. La conseguenza è che ci sono molte farfalle bianche e poche farfalle nere.

Un bel giorno qualcuno costruisce una fabbrica nelle vicinanze del bosco. Il fumo delle ciminiere annerisce i tronchi, rendendo facile mimetizzarsi per le farfalle nere e praticamente impossibile per quelle bianche, che diventano il nuovo piatto preferito degli insettivori locali. La situazione sembrerebbe essersi invertita, ma non è così: in un bosco, infatti, la quantità di sfondi chiari è sensibilmente inferiore rispetto a quella di fondi scuri e, una volta perso il loro vantaggio principale (la possibilità di nascondersi “in piena vista” posandosi sui tronchi), le farfalle chiare diminuiscono di numero fino a estinguersi.

Ora, in quel bosco inglese, ci sono solo farfalle scure.

 

Il caso delle farfalle bianche e nere dimostra che c’è ben poco di “amorevole” o “divino” nell’evoluzione, a meno che qualcuno non voglia ipotizzare che il Signore abbia suggerito all’industriale inglese di costruire la sua fabbrica proprio nelle vicinanze di quel bosco. Un cambiamento nell’habitat ha modificato i requisiti necessari all’affermazione e alla sopravvivenza: chi era in possesso di quelli nuovi è andato avanti, gli altri sono stati cancellati dall’esistenza. Chi mai potrebbe considerare una cosa del genere come opera della Provvidenza?

La convivenza fra teoria dell’evoluzione e religione (come del resto quella fra religione e qualunque teoria scientifica seria) presentare anche un altro problema, che poi è lo stesso a cui ho accennato nel post precedente di questa serie ed è anche la domanda a cui nessun credente pare in grado di rispondere in modo accettabile: perché? Ovvero, perché milioni di miliardi di esseri viventi, a partire dalla nascita della vita sulla Terra, sono stati condannati a morte da cambiamenti ambientali che non potevano in alcun modo influenzare? Perché Dio non ha dato alle Sue creature la possibilità di adattarsi come certi supereroi dei fumetti, che si trasformano istantaneamente per far fronte a determinati pericoli? Oppure, in alternativa, perché Dio non ha impedito che questi cambiamenti si concretizzassero?

Le possibilità sono le solite due: o Dio non ha potuto fare queste cose (e allora, per definizione, non è Dio), oppure non ha voluto (e allora bisognerebbe far propria l’opinione espressa da José Saramago in Caino, secondo la quale Dio è un gran pezzo di merda). Non vedo alcuna possibilità che un Dio buono e onnipotente possa avere qualcosa a che fare con quella strage di innocenti che è l’evoluzione. A meno che Dio non si preoccupi degli esseri umani e basta, nel qual caso vorrei fargli presente che il restante 99,999…9% dei viventi, se potesse parlare, avrebbe parecchie cose da dirgli.

 


 
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Pubblicato da su 17/01/2011 in Religione, Uncategorized

 

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