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The Minstrel Boy

22 Nov

Ho scoperto da poco l’esistenza di The Minstrel Boy (Il giovane menestrello), una canzone scritta tra gli ultimissimi anni del ‘700 e i primi dell’800 dal poeta irlandese Thomas Moore. Si pensa che la canzone si riferisca ad alcuni amici dell’autore, rimasti coinvolti (in alcuni casi anche mortalmente) nella ribellione irlandese del 1798.

Il testo della canzone è questo:

The minstrel boy to the war is gone,
In the ranks of death ye will find him;
His father’s sword he hath girded on,
And his wild harp slung behind him;
“Land of Song!” said the warrior bard,
“Tho’ all the world betray thee,
One sword, at least, thy rights shall guard,
One faithful harp shall praise thee!”

The Minstrel fell! But the foeman’s chain
Could not bring his proud soul under;
The harp he lov’d ne’er spoke again,
For he tore its chords asunder;
And said “No chains shall sully thee,
Thou soul of love and bravery!
Thy songs were made for the pure and free
They shall never sound in slavery!”

Gli ultimi due versi, in particolare, mi piacciono molto: esprimono il rifiuto di svendersi all’invasore straniero, negandogli tutte le gioie che la propria cultura può offrire. Piuttosto che cantare da schiavi per i nostri padroni, è il messaggio del poeta, noi Irlandesi non canteremo affatto. Mi hanno fatto pensare al turismo nelle riserve indiane o in altre zone “etnograficamente fiche” del pianeta (inclusa la vicina Sardegna), dove i turisti gonzi si fanno abbindolare da sfoggi di qualcosa che non ha nulla a che vedere con la vera cultura popolare… ma ha molto a che vedere con la cultura del capitalismo, dove le cose contano solo se producono denaro che si può immediatamente acquisire e contare fra le proprie sudate ditina.

Il fenomeno del “turismo etnografico” (lo chiamo così in mancanza di un’espressione migliore; questa, ovviamente, non ha alcun valore scientifico) avrebbe probabilmente fatto rabbrividire Moore, ma se assumiamo il punto di vista dei popoli visitati possiamo vederlo sotto un’altra luce: esso può essere considerato una forma di vendetta di gente che ha visto le proprie tradizioni schiacciate, stuprate dalla propaganda e dal lavaggio del cervello fatto alle nuove generazioni dall’invazione del capitalismo. Questa gente non rifiuta di cantare, ma lo fa in modo stonato, così da tenere per sé la vera bellezza dei propri canti e nel contempo privare gli invasori del loro denaro. Non male come strategia, no?

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Pubblicato da su 22/11/2010 in Rant, Storia

 

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