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Archivio mensile:ottobre 2010

In b4 Lucca!

Domani parto per Lucca. Evviva! :-P

 
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Pubblicato da su 28/10/2010 in Slice of life

 

Oggi parliamo di Maria Teresa (parte 1)

Siccome qualche giorno fa questo personaggio storico è emerso in una discussione su Facebook, ho pensato di dedicarle un piccolo articolo… che adesso, dopo averlo scritto, non è poi tanto piccolo, lol.

Ci lavoro su un po’ ogni giorno, ma visto che è già piuttosto lungo ne pubblico adesso la prima parte. La seconda arriverà a breve.

Maria Teresa Walburga Amalia Cristina d’Asburgo (di solito abbreviato in Maria Teresa d’Austria), nata il 13 maggio 1717, era la figlia maggiore di Carlo VI, imperatore d’Austria dal 1711 al 1740, il quale succedette al fratello Giuseppe a ben ventotto anni e senza avere generato un figlio in cinque anni di matrimonio. In base alla legge sulla successione austriaca (la legge salica, applicata dalla maggior parte delle monarchie assolute) le donne non potevano ereditare il trono, ma con un editto il vecchio imperatore Leopoldo aveva stabilito che nel caso in cui né Carlo né Giuseppe avessero generato un erede (la situazione nel 1711, visto che Carlo era senza figli e Giuseppe aveva lasciato solo una figlia) la successione sarebbe toccata alla figlia maggiore di Giuseppe, scavalcando in questo modo le figlie di Carlo. Comprensibilmente Carlo, che in un’epoca in cui la speranza di vita era intorno ai quarant’anni poteva considerarsi un uomo di mezza età, non era proprio sereno al momento dell’ascesa al trono.

Carlo VI

Due anni dopo, nel 1713, non c’era ancora un nuovo nato nella culla e Carlo si mangiava le mani all’idea che il trono e i vari possedimenti degli Asburgo (il cui impero, enorme e molto frammentato, era basato sulla concentrazione di numerosi titoli e sovranità nella persona del monarca) sarebbero passati alla nipote dopo la sua morte. Allora decise che, dopotutto, l’imperatore era lui e poteva anche fregarsene di quanto aveva stabilito la vecchia mummia di suo padre. Il 19 settembre 1713 Carlo VI promulgò la Prammatica Sanzione, un atto in base al quale, in caso di successione femminile forzata, la sua eventuale figlia maggiore sarebbe stata considerata alla stregua di un maschio. L’editto dell’imperatore Leopoldo era di fatto reso carta straccia da questo atto, che suscitò numerose polemiche e avrebbe posto le basi, ventisette anni dopo, della guerra di successione austriaca (ma di questo ci sarà tempo per parlare in futuro).

Quattro anni dopo la Prammatica Sanzione nacque Maria Teresa. Oltre a lei Carlo VI avrebbe avuto solo un’altra figlia, Maria Anna, nel 1718. La giovane Maria Teresa era bella e vivace, amava il teatro e il melodramma, non riusciva a stare ferma ed era benvoluta da tutti. Purtroppo l’imperatore, nonostante tutto, viveva nella speranza di avere un figlio maschio e non diede alla sua potenziale erede alcuna educazione politica: Maria Teresa crebbe imparando il canto, la danza e la poesia, ma non imparando a governare. Questa miopia si spiega col fatto che Carlo era cresciuto in Spagna, alla cui corte i costumi erano rigidi e molto bigotti: l’idea che a una donna si potesse insegnare a gestire un impero (o, in effetti, qualunque altra cosa “da uomini”) gli era probabilmente del tutto aliena.

Maria Teresa a undici anni

Carlo VI era un uomo frustrato, cupo e nervoso. Sotto il suo governo l’impero non prosperava: le casse dello Stato erano vuote, la situazione sanitaria disastrosa, le tasse alte e il popolo scontento. Maria Teresa cominciò ad assistere fin dai quattordici anni alle sedute del Consiglio imperiale, prendendo appunti in silenzio e supplendo con la propria intelligenza alla mancanza di attenzioni da parte del padre: imparò sopratutto che un sovrano deve ascoltare i propri consiglieri, in particolare quando questi ne sanno più di lui. L’orgoglioso e autocratico Carlo voleva prendere tutte le decisioni da solo e non sopportava interferenze, il che lo portò a una serie di scelte disastrose come l’entrata in guerra a fianco della Russia contro l’Impero Ottomano nel 1737: una guerra durata due anni, teatro di una serie di sconfitte pesantissime per l’Austria, sconfitte dovute anche e sopratutto alla totale imbecillità delle decisioni dell’imperatore che mise al comando l’inesperto e inetto genero Francesco Stefano di Lorena, il marito di Maria Teresa. A proposito di costui, dico solo due cose: aveva nove anni più della moglie, che aveva sposato nel ’36 quando lei ne aveva diciannove, e il matrimonio gli era costato la regione che dava il nome al suo casato. Il solito Carlo VI aveva infatti perso, tra le altre, anche la guerra contro la Francia per la corona di Polonia e Luigi XV, all’epoca re di Francia, aveva chiesto nelle condizioni di pace che alla Francia fosse ceduta la Lorena, regione piccola ma in posizione strategica. L’imperatore mise Francesco Stefano di fronte a un ultimatum: niente cessione, niente matrimonio. Attirandosi l’odio di madre e fratello, Francesco Stefano scelse il matrimonio (e chiamatelo scemo: una regione piccola come la Lorena in cambio dei domini asburgici!). L’amore di Maria Teresa per Francesco Stefano era fortissimo, ma la fedeltà di quest’ultimo non era altrettanto forte: avrebbe avuto diverse amanti.

Nel 1740 Carlo VI morì. Maria Teresa aveva ventitre anni, era l’erede, ma non sapeva nulla di come si governava uno Stato. Per di più,  al momento della successione era incinta di quattro mesi. Il padre le aveva lasciato un Paese in ginocchio, con le casse praticamente vuote, l’esercito ridotto ai minimi termini per numero di uomini e morale, il popolo affamato e sfiduciato. Non solo, ma morto Carlo VI in molti avevano cominciato a dubitare apertamente della validità della Prammatica Sanzione; fra questi Carlo Alberto, elettore di Baviera (gli elettori erano i principi del Sacro Romano Impero con diritto di voto nell’elezione degli imperatori). Il peso sulle spalle della sovrana era enorme, ma la sua forza di volontò era fortissima: esigette e ottenne il rispetto di ministri e cortigiani dimostrando sicurezza, talento e volontà di imparare quello che le era stato negato. Maria Teresa non si pianse addosso, ma si rimboccò le maniche e cominciò a passare le sue notti leggendo relazioni e le giornate occupandosi degli affari di Stato. La frase che meglio riassume il suo atteggiamento davanti alle perplessità dei conservatori (cioè praticamente di tutti) è: “Io sono soltanto una regina. Ma ho il cuore di un re.” Fece travestire una sua dama di compagnia, la contessa von Frizt, da popolana, in modo che potesse mescolarsi ai sudditi più umili e riferirle le loro lamentele; proprio in seguito a queste ultime, per placare almeno in parte il malcontento della sua gente fece sterminare gli animali delle riserve da caccia reali, negandosi uno dei più iconici privilegi dell’aristocrazia. Sopratutto, si circondò di consiglieri competenti e onesti e ascoltò sempre i loro pareri.

Un ritratto di Maria Teresa eseguito quando lei aveva ventisette anni. L'imperatrice amava il teatro e lo patrocinò molto.

Se in Austria il rispetto per una regina regnante stentava a prender piede, per quanto riguarda la politica estera le cose andavano ancora peggio. Le grandi potenze europee guardavano all’Austria in crisi come a una preda ambita, sopratutto visto che a governarla era una giovane donna di appena ventitre anni. In particolare Federico II di Prussia, re di uno Stato piccolo ma fortemente militarizzato, scelse proprio questo momento per avanzare pretese sulla Slesia, una regione ricca di minerali grezzi situata vicino al confine fra Prussia e Austria. Federico aveva ventotto anni, appena cinque in più di Maria Teresa, e come lei era appena asceso al trono;  tempo prima Carlo VI lo aveva preso in considerazione come possibile marito per la figlia, ma suo padre Federico Guglielmo aveva rifiutato il matrimonio combinato. Maria Teresa e Federico sarebbero divenuti nemici per la vita, ma il re di Prussia era un uomo intelligente e ben presto cominciò a provare un celato rispetto per l’avversaria austriaca.

Federico II di Prussia, detto "il Grande", unico sovrano prussiano ad aver ricevuto questo soprannome

Federico si presentò dapprima come un amico e un alleato volenteroso, ma a Maria Teresa fu subito chiaro che si trattava di un politico astuto e subdolo. Non ricevette personalmente il suo ambasciatore: gli fece incontrare il marito, mentre lei, violando l’etichetta, stava nella stanza accanto, ben attenta a fare abbastanza rumore da rendere chiara la sua presenza.  Con pochi giri di parole, l’ambasciatore le offrì l’elezione di Francesco Stefano al trono del Sacro Romano Impero in cambio della cessione pacifica della Slesia, nonché l’appoggio della Prussia contro chi giudicava invalida la sua successione. La carica di Sacro Romano Imperatore aveva ormai perso gran parte del proprio valore, ma il suo prestigio era ancora immenso e, dettaglio non da poco, chi la ricopriva aveva il diritto di reclutare soldati nei vari Stati che componevano l’Impero. Maria Teresa non aveva potuto ereditarla in quanto essa era appunto elettiva e, in ogni caso, le donne ne erano escluse; vederla assegnata al marito sarebbe stata una soddisfazione non da poco per lei, sopratutto visto che Francesco Stefano era tenuto in scarsa considerazione dai sudditi, e le avrebbe conferito un grande peso politico. Ma per lei uno scambio del genere era inaccettabile: la carica di Sacro Romano Imperatore apparteneva agli Asburgo da secoli e Maria Teresa non intendeva certo “comprarla” cedendo parte dei suoi territori! L’ambasciatore di Prussia fu cacciato con poca cortesia; tornò a dicembre, avvisando gentilmente la sovrana che mentre loro due si parlavano l’esercito prussiano era già entrato in Slesia. Maria Teresa aveva visto giusto, e così i suoi consiglieri: al re di Prussia importava poco di come avrebbe ottenuto la Slesia, bastava che gliela strappasse.

L’invasione prussiana della Slesia diede inizio alla Guerra di successione austriaca, che si sarebbe protratta a fasi alterne fino al 1748. Il primo periodo delle ostilità vide una serie di sconfitte anche gravi per l’Austria, che combatteva da sola contro le forze alleate di Prussia, Francia Baviera e altri principati (l’Inghilterra si era inizialmente dichiarata a favore di Maria Teresa, ma il suo aiuto si limitò a una somma di denaro versata all’inizio del conflitto).  Maria Teresa fu costretta a cercare l’appoggio dell’Ungheria, regno di cui gli Asburgo possedevano la corona, ma che non aveva mai amato il dominio austriaco e sino a quel momento aveva contribuito al conflitto in modo marginale. Con i nobili ungheresi Maria Teresa adottò un atteggiamento umile, ma saldo, esprimendosi alla loro Dieta nella la loro lingua (e non in tedesco, come erano soliti fare gli Asburgo), non esigendo, ma chiedendo. Gli ungheresi, accecati dal suo carisma e dalla sua bellezza, la incoronarono re: re, e non regina, perché anche loro non avevano in simpatia Francesco Stefano e non lo volevano come principe consorte. Abituati a sovrani autoritari come il fu Carlo VI, gli ungheresi furono conquistati dalla nuova regina, fiera e insieme modesta, e arrivarono a fornirle centomila soldati. Ma anche i militari austriaci di altre nazionalità e persino i governi stranieri, come quello britannico, rimasero impressionati dal modo in cui Maria Teresa conduceva la guerra: gli inglesi le diedero il soprannome di “Giovanna d’Arco del Danubio“. Per non tediarvi con i dettagli delle vicende militari, salterò alla conclusione: nel 1748 il tutto avrà termine con la cessione definitiva della Slesia alla Prussia e il riconoscimento della successione di Maria Teresa. Il conflitto provocò oltre trecentomila morti, non moltissimi per una guerra durata otto anni (la Guerra dei Sette Anni del 1755-63 ne farà circa 1.300.000). Nonostante il ritorno allo status quo ante e la perdita di un territorio, la guerra può essere considerata un grande successo per l’Austria e per Maria Teresa: Federico II di Prussia aveva a sua disposizione il migliore esercito al mondo ed era appoggiato dalla potentissima Francia, mentre l’Austria combatteva da sola. La vittoria fu dovuta, oltre che alle straordinarie abilità comunicative e motivazionali di Maria Teresa, anche e sopratutto alla sua abilità nello scegliere i comandanti e i consiglieri militari migliori, indipendentemente dalla loro reputazione a corte.

L'incoronazione di Maria Teresa a re d'Ungheria

Dopo la fine della guerra, Maria Teresa inagurò le sue prime riforme. Nonostante la gradualità della loro messa in atto, si trattava per l’epoca di vere e proprie rivoluzioni. La sovrana tassò le terre di nobiltà e clero, anche se in modo più leggero rispetto a quelle dei contadini. Un altra grande riforma fu quella dell’esercito, che la regina attuò contrastando la corruzione e il clientelismo, ordinando la scrittura di manuali per uniformare le conoscenze strategiche e tattiche, fondando Accademie militari per preparare meglio gli ufficiali e incrementando il numero dei soldati. Riguardo quest’ultima riforma, lo stesso Federico scrisse parole di ammirazione nel proprio diario personale.

Sul fronte della giustizia Maria Teresa aumentò le garanzie dividendo il potere giudiziario da quello politico. Istituì inoltre scuole elementari gratuite per tutti, migliorò l’assistenza sanitaria, creò asili per gli orfani e le prostitute e incentivò la produzione nazionale di beni tradizionalmente importati dall’estero.

In famiglia Maria Teresa non fu altrettanto lungimirante. Pur avendo reso ben chiaro a tutti fin dall’inizio che era lei, e non il marito Francesco Stefano, a portare la corona, era una sostenitrice dell’obbedienza delle mogli ai mariti e tollerava le numerose amanti dello sposo, sebbene ciò la facesse soffrire non poco (assieme alla consapevolezza che, dopo cinque parti, il suo fisico si era sformato e non era più la bellezza di un tempo). Avendo avuto, a differenza del padre, un figlio maschio piuttosto presto (il futuro imperatore Giuseppe II), Maria Teresa fece lo stesso errore di Carlo VI: diede alle numerose figlie un’educazione tradizionale aristocratica, incentrata sulle virtù di una brava moglie nobile. Oppresse dalla personalità straordinaria della madre e insieme contagiate da essa, le figlie di Maria Teresa ebbero quasi tutte matrimoni infelici. Per quanto riguardava Giuseppe, la situazione era di conflitto aperto: l’erede al trono è descritto dalle testimonianze come freddo e scontroso fin da piccolo, assolutamente intollerante nei confronti della grande madre. Maria Teresa lo fece educare in modo rigidissimo, probabilmente un modo per compensare psicologicamente la propria situazione di donna salita al potere senza alcuna conoscenza di amministrazione statale. Giuseppe reagì male a quelle che considerava la crudeltà e la miopia materne, al punto che i rapporti fra madre e figlio furono scontrosi fino alla morte di Maria Teresa.

Maria Teresa e la sua famiglia nel 1756 (la sovrana aveva trentanove anni). Giuseppe è il ragazzo vestito di rosso

Del resto la concezione che Maria Teresa aveva della famiglia imperiale era squisitamente politica: tutti, nessuno escluso, valevano esclusivamente per quello che potevano dare allo Stato. Matrimoni politici le figlie, un erede nella persona del figlio maggiore, altri matrimoni politici o ruoli di secondo piano per i figli minori. “Il dovere prima di tutto” era il motto della sovrana, al punto che ella scrisse al suo ambasciatore in Francia, disperato per aver perso un figlio: “Vi rimangono altri figli che non promettono meno di quello defunto”. Lei stessa, fedele a quello che riteneva il dovere principale di una regina, ebbe sedici figli, dieci dei quali le sopravvissero.

Maria Teresa era estremamente bigotta e pruriginosa: non tollerava la licenziosità e la promiscuità della nobiltà austriaca, al punto da costituire una “commissione di castità” incaricata di controllare la moralità sessuale e applicare il coprifuoco che vietava alle donne di camminare per strada sole dopo le otto di sera. Molti nobili, incluso Francesco Stefano, se ne rallegrarono, trovando molto divertente fuggire dalle guardie dopo una serata non proprio casta. L’intolleranza religiosa dell’imperatrice era tale da farle odiare gli ebrei, che subito dopo la guerra aveva espulso dalla Boemia confiscandone le proprietà con l’accusa di aver fornito informazioni e aiuti alla Prussia (fu costretta a richiamarli qualche anno dopo, resasi conto che erano il cuore e il motore dell’intera economia regionale). Aveva anche altri difetti: credeva fermamente nella pena di morte e nella tortura; spesso le punizioni erano pubbliche e crudelissime (gli assassini erano condannati, prima dell’esecuzione, a subire atrocità come il taglio della lingua e la bruciatura con ferri roventi). Maria Teresa arrivò a imporre regole di condotta rigidissime alla nobiltà: i nobili dovevano andare a messa tutte le domeniche, ricevere la comunione in presenza di testimoni, addirittura celebrare le feste in chiese indicate dalla sovrana in modo tale che lei potesse controllarli! L’atmosfera di proibizionismo era tanto opprimente che, dopo un breve soggiorno, Giacomo Casanova fuggì inorridito da Vienna.

 
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Pubblicato da su 26/10/2010 in Storia

 

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Come imparare a essere onesti e fregarsene. Ovvero: l’allegra storia della mia laurea

Esattamente da tre giorni sono entrato nella condizione di uno che deve scrivere “disoccupato” al posto di “studente” alla voce Professione di qualunque modulo. Il racconto di come questo è avvenuto merita qualche riga.

Le discussioni cominciavano alle 9.00 e il mio nome era il terzultimo in una lista di una dozzina di persone. Per fortuna mi sono presentato alle nove in punto, perché appena arrivato mi hanno detto che i laureandi del mio relatore sarebbero stati “fatti” prima (fra poco saprete il perché) e io ero il secondo di quel particolare elenco! Sono entrato in fretta dentro l’aula, giusto il tempo perché quello prima di me finisse di parlare. Immaginatevi la tranquillità, in una situazione del genere, di uno che pensava di avere due ore di tempo per rilassarsi e ripetere fra sé le ultime cose.

A ogni modo hanno chiamato il mio nome, dandomi del “signore” invece che del “dottore” che spetta di diritto a chi ha già conseguito una laurea triennale; ma va bene così, tanto è noto che le lauree brevi sono tre anni passati a fare una sega (a Scienze della Comunicazione, poi!). Mi sono seduto sullo sgabello di fronte alla cattedra e, siccome doveva sembrare comodo, la commissione ha pensato di abbandonarmi a me stesso mentre i suoi membri litigavano su chi dovesse andare via prima perché aveva un’altra commissione in cui presenziare, doveva fare lezione, eccetera eccetera. Insomma, se io non fossi stato così previdente e, pensando di dover aspettare un paio d’ore, fossi arrivato più tardi, non so cosa sarebbe capitato. Avrei discusso la mia tesi senza il mio relatore? Mi sarei laureato un altro giorno/mese/anno? E chi lo sa?

A quel punto una persona normale avrebbe già tirato fuori assi, chiodi e martello per supplire alla mancanza di crocefissi in sala, ma io sono un uomo pacifico e non mi va di usare violenza di prima mattina, per cui dopo questa scenetta edificante ho cominciato a parlare. Purtroppo, fra il nervosismo e la voglia di stemperare un po’ la tensione, alla domanda “come sono tenuti in considerazione i giocatori di ruolo” ho risposto esattamente così: “Le persone esterne all’hobby, tradizionalmente, considerano i giocatori di ruolo come – scusate il francesismo – degli sfigati”. Al che il Capitan Ovvio della situazione (casualmente la docente a cui avevo dapprima chiesto la tesi, la cui proposta per un argomento avevo rifiutato prima di rivolgermi a un altro professore… è un caso, vero?) ha pensato bene di farmi notare che “siamo in una discussione di tesi di laurea” (questa voleva la promozione a Maggiore Ovvio, non ci sono altre spiegazioni). Siccome l’osservazione non era del tutto a sproposito, mi sono scusato e sono andato avanti, rispondendo alle domande non concordate di relatore e corelatore (quest’ultimo manco lo conoscevo, me lo hanno assegnato due giorni prima e non ci avevo mai parlato prima dell’altroieri). Va bene così, la prova è finita, lei parte da punti centoedue più due per la laurea in corso, si levi dalle balle. Erano le 9.30 circa.

La proclamazione dei laureati avrebbe dovuto svolgersi alle 12.30 per i candidati con cognomi dalla A alla M, alle 13.45 per tutti gli altri. Il mio cognome inizia con la P, quindi avrei dovuto presentarmi alle due meno un quarto. Ma, per fortuna, arrivo sempre in anticipo. Sono entrato nell’aula delle proclamazioni a mezzogiorno in punto e mezz’ora dopo, indovinate un po’ come ha esordito il presidente?

“Adesso proclamiamo i laureati con cognome dalla A alla N, visto che sul foglio c’è un errore. Si faccia avanti il dottor [o mi hanno chiamato “signor” anche lì? adesso mi viene il dubbio] P.”

Wait what? Non solo mi convocano per la discussione a un orario sbagliato, mi proclamano pure con un’ora e un quarto di anticipo? E se io fossi venuto all’ora giusta cosa avrebbero fatto? Mi avrebbero proclamato in absentia? Ma dove siamo, nel Congo? Evidentemente no, visto che laggiù muoiono di fame e non fanno certo idiozie del genere.

Adesso viene il bello. Il voto che mi hanno dato è 108, abbastanza basso: in pratica la discussione mi ha fruttato il minimo dei punti previsti. Mi sono girate un po’ le balle, ma nulla di che: probabilmente ero stato impreciso, magari un po’ insicuro verso la fine, e in effetti non mi sembrava di aver brillato nello spiegare alcune cose. Poco dopo, alcune circostanze mi hanno portato a pensare che  la colpa sia dell’aspirante Maggiore Ovvio, rimasta scontenta del mio uso di termini poco appropriati. Paradossalmente, la cosa non mi ha fatto arrabbiare! Anzi, sono stato felice di scoprire che il mio parziale insuccesso non è stato dovuto a mie mancanze, ma alla miseria intellettuale di una persona che per puro caso era in posizione di giudicarmi (Umberto Eco l’avrebbe chiamata “intellettualmente piccolo borghese”).

Tutto questo che senso ha? In parte è uno sfogo, naturalmente. Ma sopratutto voglio portare a esempio la mia esperienza per far capire a tutti che non vale la pena angosciarsi o farsi venire il sangue cattivo a causa di certi individui. Bisogna saper distinguere le proprie mancanze da quelle degli altri, altrimenti si è destinati a rimanere piccoli dentro e frustrati. Allo stesso tempo bisogna capire quando si ha sbagliato: probabilmente avrei dovuto stare più calmo e usare una parola diversa da “sfigati”, anche se non mi pento di averla detta e porterò quel 108 dentro alla stregua di un metaforico Cuore Purpureo (la medaglia che ricevono i soldati americani feriti o uccisi in battaglia). Ma la lucidità nel giudicare se stessi e gli altri è essenziale in ogni aspetto della vita. Per esempio, la docente in questione non è una cattiva persona: mi ha insegnato l’Inglese molto bene e l’ho sempre trovata gentile e professionale. Non mi sono messo a insultarla sull’Internet giusto per sfogarmi, anche perché fare ciò avrebbe significato dare alla faccenda più importanza di quanta non ne abbia.

Da crocifiggere sono semmai gli impiegati amministrativi, quelli che hanno incasinato gli orari delle commissioni e fornito ai docenti elenchi sbagliati. È osceno che esistano persone stipendiate che fanno boiate del genere. Nel privato sarebbero licenziate in breve tempo, ma siccome i soldi pubblici sono sempre i soldi degli altri, costoro continuano a guadagnare a spese nostre. Continua così, Università, e vedrai come andrà a finire.

/rant.

 
2 commenti

Pubblicato da su 23/10/2010 in Rant, Slice of life

 

Parliamoci chiaro

Tranquilli, ho già qualche idea per articoli interessanti, ma visto che il blog è appena nato occore fare qualche premessa. Innanzitutto questo è un blog (grazie Capitan Ovvio!), il che significa che il sottoscritto ha scelto di pubblicare i propri pensieri sull’Internet. Così facendo ritengo di essermi esposto al diritto di critica altrui, quindi non eserciterò alcun tipo di censura, moderazione o approvazione preventiva dei commenti. Se volete scriverlo, potete farlo, posto che rispettiate alcune regole:

– Niente insulti agli altri commentatori. Criticare va bene, offendere no. A me invece potete offendere, visto che sono stato così pirla da aprire il blog.

– Niente insulti a terzi. Per “insulti” in questo caso si intendono anche insinuazioni e critiche non argomentate: se volete dire che Berlusconi è un criminale o che la Chiesa è un’associazione a delinquere fatelo pure, basta che dimostriate anche il perché.

– Ogni commentatore è responsabile, in sede civile e penale, di quello che scrive. Diffamate a vostro rischio e pericolo. ^_^

– Niente spam.

Questo è più o meno tutto.  Buona lettura. :-)

 
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Pubblicato da su 23/10/2010 in Comunicazioni di servizio

 
 
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